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Festa del Cinema di Roma

Richard Gere racconta “Days of Heaven” di Terrence Malick a Roma

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Ieri il Festival del film di Roma ha avuto come ospite d’onore l’attore Richard Gere, già presente al medesimo evento due anni fa. Oltre a tenere la conferenza stampa in mattinata, alle 19.30 Gere ha incontrato il pubblico in un incontro molto interessante accompagnato dalla proiezione del film “Days oh Heaven” di Terrence Malick del 1978. In questa pellicola di 33 anni fa, l’attore interpretava il giovane Bill determinato e scapestrato, che trascina la sorella minore e la sua compagna in lungo e in largo per le steppe dell’America, lavorando senza tregua e senza un tetto sulla testa. Quando un proprietario terriero si infatua della sua compagna, che lui aveva fatto passare per la sorella per comodità, egli la incoraggia a sedurlo fino a sposarlo, spinto dal sogno di una vita agiata e più sicura di quella che avevano condotto fino a quel momento. Ma i problemi non si risolvono, ma crescono notevolmente fino ad un brutale epilogo.

Gere racconta al pubblico in sala che questo “Days of Heaven” è stato il suo primo film da protagonista, poichè a quel tempo era un giovane attore della scena newyorchese. Per cinque mesi Malick fece provini su provini, anche per fare i giusti abbinamenti tra i vari attori per i diversi ruoli e l’ultimo provino di Richard Gere fu a Los Angeles, seguito da una telefonata che gli confermò la sua presenza nel film. “In quel momento capii che il senso della mia vita era fare l’attore“. Non nasconde però la difficoltà di lavorare con un regista come Terrence Malick, che non riusciva a comunicare con gli attori, mettendoli in una situazione difficile poichè non capivano cosa dovevano fare esattamente: “Lui diceva solo ‘va bene’, ‘no, rifacciamola’, ‘non va bene’, ma non ti dava una direzione o consigli e io un giorno non ce la facevo più e gli dissi: Terrence devi dirmi cosa vuoi, sennò mi stai facendo impazzire” ha affermato Gere. “A Terry premeva solo l’autenticità e mi disse: voglio qualcosa come il vento che fa muovere le tende“, a sottolineare che per Malick l’interpretazione non si basa su un filo narrativo, infatti nella fase del montaggio lui voleva che si eliminasse l’obiettivo deterministico dell’attore…era un metodo inconsueto.

Days of Heaven” ricorda molto “Aurora” di Murnau e per la sua relizzazione ci vollero ben due anni di montaggio. Gere racconta come la sceneggiatura originale fosse diversa da quella poi del film, con molte più scene drammatiche, espressive e lui iniziò il film a 26 anni e 29 quando Malick lo terminò. Alcune scene sono state anche riprese dopo un anno, ma alla fine i produttori disperati gli hanno imposto una fine. “Questo è un film biblico, sembra una parabola religiosa e Terry ingaggiò una seconda unità che si doveva occupare soltanto delle scene riguardanti la natura girate per lo più nel West, in Canada e negli U.s.a. La natura è quello che è e non ha rimpianti. Il vento e la pioggia, le forze brute della natura sono incontrollabili come noi e la nostra forza interiore e l’intelligenza umana non è nè peggiore nè migliore di una roccia. Terry dà molto spazio alla natura, tant’è che dopo il montaggio molto dialogo era sparito e io mi arrabiai molto con lui, fino a rendermi conto di dover rinunciare alla fine perchè lui voleva così”.

Questo film moto bello fu realizzato comunque in un’epoca in cui era difficile portare sul grande schermo alcuni effetti e scene particolari, come per esempio la straordinaria dipartita delle locuste oppure il treno che attraversa il campo avvolto dalle fiamme. Infatti Richard Gere racconta che gli effetti speciali erano limitati e per la scena delle locuste furono fatte cadere da un elicottero una specie di perline, ma l’effetto ottico era il contrario, ovvero che queste si alzassero da terra. “Per fare questo effetto noi cominciammo a camminare al contrario, anche i cavalli, e facevamo il gesto di gettare un fazzoletto per terra e riprenderlo…”. E tutto è avvolto da una stupenda fotografia di Nestor Almendros per il quale “Days of Heaven” fu il primo film fuori dall’Europa e quindi portò il suo metodo europeo in America, abolendo totalmente l’uso delle luci aggiuntive che invece gli americani utilizzavano molto. “Il cielo fu coperto per la maggior parte delle riprese, quindi girammo nelle prime ore del mattino e nel tardo pomeriggio e c’erano ogni giorno quei 20 minuti di quella luce magica, ma in ogni singola inquadratura c’era sempre qualcosa che si muoveva con un senso di tempistica e un movimento difficile da realizzare”. 

 

Il cinema e la scrittura sono le compagne di viaggio di cui non posso fare a meno. Quando sono in sala, si spengono le luci e il proiettore inizia a girare, sono nella mia dimensione :)! Discepola dell' indimenticabile Nora Ephron, tra i miei registi preferiti posso menzionare Steven Spielberg, Tim Burton, Ferzan Ozpetek, Quentin Tarantino, Hitchcock e Robert Zemeckis. Oltre il cinema, l'altra mia droga? Le serie tv, lo ammetto!

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Cinema

Astolfo | il cinema di Gianni Di Gregorio trova nuova grazia e rinnovata vitalità

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Astolfo | il cinema di Gianni Di Gregorio trova nuova grazia e rinnovata vitalità
4 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Il nuovo film di Gianni Di Gregorio si inserisce ancora una volta nel solco dell’epica, tipica del cinema italiano, dei teneri sconfitti, di quegli uomini un po’ dimessi ma sempre pronti alla battuta, che vivono di rimessa e non hanno mai lo slancio necessario a compiere le minuscole rivoluzioni che pure vorrebbero mettere in atto per modificare la propria stagnante quotidianità. Nonostante ciò, questo Astolfo, pur presentando lo stile riconoscibilissimo di tutto il cinema di Di Gregorio, quel tono molle e lieve e quell’andamento “trascinato”, rinuncia, senza dare troppo nell’occhio, ad alcuni dei punti fermi su cui poggiavano le storie precedenti.

L’attore e regista romano, protagonista come sempre, recita con le camminate, con le giacche piegate sul braccio, inizialmente stimolato da un coetaneo più coriaceo e vitale di lui, eppure stavolta il suo personaggio non è più un pensionato terrorizzato dalla possibilità di uscire da quel “quadrilatero in cui è nata Roma”, tra l’isola Tiberina e Trastevere. Astolfo (che è appunto il nome del protagonista) non è così risoluto da lasciare la Capitale per sua decisione autonoma, ma la fuga dalla città, se pur forzata dagli eventi e da uno sfratto repentino, non rappresenta per lui un trauma da elaborare. Non c’è alcuna reticenza al trasferimento, ma anzi una flebile speranza di poter trovare una rinnovata tranquillità nel paesello in cui è cresciuto da ragazzo e in una vecchia casa ereditata dalla sua famiglia (simbolo di un passato glorioso che il tempo ha ridotto ad un rudere che cade a pezzi).

Astolfo | il cinema di Di Gregorio trova nuova vitalità

Come questo film sia meno trasteverino, non più cadenzato dal ritmo dei passi sui sampietrini, lo si capisce immediatamente dalla prima inquadratura, quando sullo sfondo si staglia il Gasometro, ad indicare un progressivo allontanamento dal centro storico capitolino che si farà poi definitivo qualche minuto dopo. I personaggi maschili non vivono più in balia di anzianissime madri che impongono commissioni e giudicano le loro azioni, ma sono le mamme, ormai diventate nonne, ad essere tenute in ostaggio da figli che rivelano ben presto la propria avidità.

Il termine “giovane” viene utilizzato quasi come uno spauracchio, un aggettivo che incute timore e sospetto. Il “nuovo” parroco e il “nuovo” sindaco non sono migliori di quelli che un tempo aveva conosciuto (e disprezzato) il protagonista. Anzi, sono due manigoldi che non si fanno scrupoli ad abusare del proprio potere, molto più disinibiti nella gestione truffaldina della cosa pubblica e dei beni altrui. E degli unici due Carabinieri presenti nel paese, è quello giovane il più fiscale e severo, incapace di giudicare con l’occhio della morale ciò che è giusto al di là della legge (mentre l’altro, quello più attempato, sotto sotto comprende le motivazioni di chi si trova ad ammonire). L’unico ragazzo connotato positivamente è, ancora una volta, un “Gianni in divenire”, come il fidanzato della figlia in Gianni e le donne, un giovane che non ha una casa, non ha un lavoro e non ha alcuna fretta di trovare l’una o l’altro. La solidarietà tra generazioni passa quindi attraverso la condivisione di un comune atteggiamento nei confronti della vita e dalla disponibilità reciproca ad aiutarsi vicendevolmente (se tu ripari un vecchio fornello, c’è chi poi lo userà per cucinare per te).

Una storia d’amore dalla dolcezza senile

Come sempre avviene nel cinema di Di Gregorio, tutti i personaggi secondari e i comprimari si definiscono interagendo con il protagonista e le loro personalità vengono scolpite dalle continue interazioni con lui. Ed è così che, a poco a poco, Astolfo ospiterà nel palazzo un tempo abbandonato tanti paesani che troveranno in quel luogo un ambiente informale in cui chiacchierare e passare le giornate. Ovviamente, anche in questo caso, non sarà mai lui ad invitarli esplicitamente a restare, ma sarà sempre la sua dolce indolenza a suggerire una non-opposizione rispetto alla possibilità di co-abitare con loro.

Sarà un personaggio femminile, quello di Stefania Sandrelli, ad avere la determinazione che manca al suo spasimante, scegliendo di fare di testa propria nonostante il figlio e la moglie di lui facciano di tutto, egoisticamente e moralisticamente, per dissuaderla dal proseguire una storia d’amore che giudicano ambigua. Una storia d’amore in cui loro leggono il tentativo di un pensionato squattrinato di mettere le mani sull’eredità della madre (e quindi anche la loro), ma che in realtà è più banalmente il tentativo di un uomo incapace di ordire macchinazioni di trovare una persona con cui passare il tanto tempo libero, con cui cominciare una relazione dalla serenità senile, senza grandi progetti per il futuro se non quelli di organizzare qualche scampagnata nei fine settimana. Tutto è semplice: «basta guardarsi» per capirlo (o ascoltare, quando in un momento raffinatissimo del film il sound-design si fa improvvisamente più complesso e definito).

La forza della gentilezza

Astolfo non ha più il fisico adatto a sostenere il conflitto e lo scontro. È un personaggio che mal tollera l’autorità (politica ed ecclesiastica), ma che non ha mai la forza sufficiente per ribellarsi agli abusi subiti, finendo per accontentarsi della prima risposta di circostanza ricevuta (“Il sindaco non c’è”, “Provvederemo a riparare la grondaia”) e mettersi così l’anima in pace. Il suo è un fisico che ormai può sostenere solo gesti di premura e gentilezza. Per questo assume ancora più valore un epilogo che non chiude davvero alcun arco narrativo, che non trova una soluzione a tutti quei piccoli problemi che si sono aggravati nel corso degli anni (in alcuni casi, secoli!). Una conclusione in cui due corpi ormai “crivellati di slanci”, per dirla con Tiziano Scarpa, affaticati dopo tante rincorse prese e terminate sulla linea d’inizio, cercano, in una lercia e vecchissima utilitaria, una posizione comoda per volersi bene.

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Alice nella Città

Piggy | Il sorprendente film di chiusura di Alice nella città

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Film di chiusura dell’edizione 2022 di Alice nella città, presentato fuori concorso, Piggy di Carlota Pereda è tra le opere più interessanti, notevoli e d’effetto della kermesse dedicata ai ragazzi. Il lungometraggio, che rappresenta il debutto per la cineasta spagnola, prende origine da un cortometraggio

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Piggy | La trama

Sara (Laura Galán) è una giovane a cui piace la musica – va sempre girando con le sue cuffie bianche che le incorniciano il viso – e starsene per conto suo. Molto è dovuto al fatto che i suoi coetanei si divertono a prenderla in giro e a fargliene di ogni sorta, per via del suo peso. La stessa Claudia (Irene Ferreiro), che dice di essere sua amica, non fa nulla per difenderla, e anzi se ne va in giro con i bulli del paese.

Siamo in estate, in un paesino del Sud della Spagna, dove tutti si conoscono ma spesso ignorano la gravità della situazoione. Anche in casa, con la famiglia, le cose per Sara non vanno proprio rose e fiori. Così, un giorno, per tentare di evadere dalla bruttura che la circonda, la ragazza decide di andare alla cosiddetta “piscina”, per rilassarsi e staccare un po’. Ma i guai la raggiungono sin lì. Costretta a tornare a casa scalza e in bikini, Sara si ritrova ad assistere a ciò che forse ha sempre sognato, ma non ha mai osato sperare.

Il ribaltamento del punto di vista

Distribuito in Italia da I Wonder Pictures, Piggy pone lo spettatore in una posizione delicata e tragica, al tempo stesso. Il punto di vista della protagonista spinge a riflettere sulle conseguenze e sulle implicazioni legate agli atti di bullismo. Quando la prospettiva viene ribaltata, e la vittima si fa, in un certo senso, carnefice, crollano tutti i riferimenti e le certezze. Ed è proprio qui che la pellicola si distacca completamente dal genere, andando a sorprendere e a imprimersi nella mente del pubblico.

Un gesto gentile nei confronti di qualcuno può fare la differenza. In tantissimi modi e maniere. E se da quello stesso gesto ne derivasse qualcosa di malvagio? La giustizia vira vertiginosamente e pericolosamente verso la vendetta, spingendo a confonderne i confini, o a non farci più troppo caso.

Giochi di colori per un giallo sui generis

Piggy gioca con i canoni del giallo più puro, mentre presenta una realtà vera e attuale. Tematiche complesse e potenti vengono affrontate attraverso una lente particolare, talvolta spingendo forse i meccanismi verso soluzioni poco verosimili, ma comunque perfette a raggiungere lo scopo. Che non è una semplice denuncia sociale o una critica aperta alla società, quanto piuttosto un appassionato invito a riflettere su ciò che ci circonda, su quando e come possiamo agire, sulla necessità di non chiudere gli occhi.

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La violenza esibita durante la narrazione disturba, volontariamente, portando spesso il pubblico a provare il medesimo disagio di Sara. Nel frattempo, prende vita un gioco di colori che sfrutta le atmosfere dell’estate, ma che si scontra con il senso della storia. Viene così a crearsi un corto circuito importante, utile a mantenere alta l’attenzione, la curiosità e l’interesse nei confronti del progetto.

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Festa del Cinema di Roma

L’innocent | Il brillante ritorno di Louis Garrel alla Festa del Cinema

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Fresco, brillante, ironico, Louis Garrel torna alla Festa del Cinema di Roma con il suo nuovo lavoro da regista, dal titolo L’innocent. Presentato nella sezione Best of 2022, il film vede protagonisti lo stesso Garrel, affiancato dai bravissimi Roschdy Zem, Anouk Grinberg e Noémie Merlant.

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L’innocent | La trama

Abel (Garrel) ha perso la moglie in un incidente d’auto, in cui era lui alla guida. Per questo motivo non siede più dietro a un volante, e lascia che sia la mamma, Sylvie (Grinberg), a scarrozzarlo per la città. Con tutti i rischi che ciò comporta.

Una mattina, infatti, la donna si mette in macchina, in compagnia del figlio, all’inseguimento di un van della polizia penitenziaria. All’interno viaggia colui che diventerà presto, all’insaputa di Abel, suo marito, Michel (Zem). Tra urla e suonate di clacson, i due arrivano sani e salvi e la cerimonia può svolgersi nel massimo dell’allegria.

Louis Garrel e Anouk Grinberg

Sylvie sembra molto felice, ma Abel sospetta che Michel sia ancora coinvolto in loschi traffici. Decide così di seguirlo e di carpirne i segreti, prima che sia troppo tardi. Ad aiutarlo, la migliore amica della moglie, Clémence (Merlant).

L’ironia come punto di forza

Il nuovo lavoro firmato da Garrel – impegnato nella triplice veste di regista, attore e sceneggiatore – diverte ed emoziona con una semplicità e una delicatezza assolutamente encomiabili. L’ironia, di cui il cineasta francese è indubbiamente molto dotato, sprizza da ogni poro della pellicola.

Ci sono momenti nei quali è impossibile trattenersi dal ridere di pancia, testimoni di una follia talmente realistica e genuina. I personaggi che si incontrano sembrano essere stati pescati dalla vita di tutti i giorni. E tutto ciò va a creare questa atmosfera leggera, spassosa, positiva, ma non priva si spessore.

Il poster del film

La speranza della felicità

I protagonisti, in un modo o in un altro, hanno subito una perdita importante, di cui ancora oggi portano le conseguenze, incise nello spirito ed espresse dalle azioni. A volte istintive, a volte inconsapevoli, oppure ingenue, le scelte compiute da Abel, Sylvie, Michel e Clémence fanno sì che le loro esistenze possano andare avanti, a dispetto del resto e nella speranza di un miglioramento.

Il rapporto tra madre e figlio appare centrale all’interno della narrazione. Abel vuole proteggere la mamma, investito spesso di un ruolo che non gli spetterebbe. Sylvie, dal canto suo, sogna che il figlio possa ritrovare una sua dimensione di felicità. Magari un nuovo amore, proprio come è accaduto a lei.

Le suggestioni de L’innocent

La scrittura di Garrel tratteggia un microcosmo pieno di sorprese e di movimento. L’innesto di situazioni in stile heist movie permette di incrementare il dinamismo già fornito dalle relazioni interpersonali, andando, contemporaneamente, ad arricchire il progetto dal punto di vista narrativo. Registicamente, tante sono le trovate che mirano il medesimo obiettivo – e che richiamano i grandi generi cinematografici – dallo split screen al fish eye.

Roschdy Zem e Louis Garrel

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Tra i momenti più commoventi de L’innocent, va senza dubbio annoverata la scena al ristorante, tra Abel e Clémence. Se, come viene detto,la sincerità è tutto, diventa naturale anche far emergere la verità dei sentimenti attraverso una farsa.

Un’ultima nota positiva alla scelta della canzone sui titoli di coda, significativa e godibile: I maschi di Gianna Nannini.

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