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Festa del Cinema di Roma

Richard Gere si racconta tra carriera e privato al Festival di Roma

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In occasione della consegna del Marc’Aurelio D’oro alla carriera, Richard Gere ha incontrato la stampa questa mattina all’Auditorium, in una conversazione aperta tra i giornalisti e l’amico Claudio Masenza. Questa sera riceverà il premio alle 19.30, in occasione della presentazione della versione restaurata del film Days Of Heaven di Terrence Malick, in cui l’attore americano è protagonista.

 

Che cosa rappresenta questo premio per lei e come è cambiata Hollywood ed il cinema da Days Of Heaven  ad oggi e come è cambiato Richard Gere?

Per la prima parte della domanda, innanzitutto, amo l’Italia, amo Roma, e credo che il primo premio internazionale ricevuto come attore è stato il David di Donatello proprio per questo film, Days Of Heaven. L’Italia è stato il primo paese a riconoscere il mio lavoro svolto come meritorio. A volte quando ti danno questi premi te li consegnano quando sei in punto di morte o quando hai finito la carriera. Amo l’Italia, amo gli italiani per me quindi questo premio vale molto. Per la seconda parte, io ho fatto film nell’era d’oro del cinema, ma anche difficile, facevamo i film che volevamo fare ed i film che volevamo vedere. Le cose sono cambiate anche dal punto di vista finanziario, oramai vediamo blockbuster in franchise, è difficile fare film indipendenti, autoriali. È difficile seguire regole di questo tipo, non incoraggiano certo la creatività.

Quali sono stati i cambiamenti che la filosofia zen ha creato in lei e quanto c’è voluto per cambiare, qual è stato l’impatto sulla tua vita, qual è stato il cammino?

Credo che tutti provino un certo disagio nei confronti dell’universo in cui viviamo, questa è una cosa che provavo già da giovane e per capire meglio ho fatto degli studi e delle ricerche ed il buddismo mi ha colpito. Noi generalmente vediamo la realtà e gli altri con un certo scetticismo, abbiamo intorno a noi tanti stimoli e quello che percepiamo finisce per fuorviarci quindi con certe pratiche si riesce a stabilire un rapporto con la realtà più profondo, diverso da quello che la scienza ci vuole insegnare, ne nasce un maggiore senso di comunità, di vivere. Sono convinto di essere sulla strada giusta per andare oltre le menzogne che ci insegnano sull’universo

Qual è la sua impressione nel vedersi in questo film, Days Of Heaven, che cosa l’aspetta adesso? Noi lo vediamo ancora in tv con Pretty Woman ma la sua fase è un’altra ora, cosa si aspetta?

Scusato è passato così tanto tempo che neanche me lo ricordo. Quando abbiamo iniziato a girare quel film avevo appena 26 anni, 36 anni fa! Io e mia moglie aspettiamo con ansia, gira voce che sia una copia perfetta. Fare l’attore è un ottimo lavoro ma non ho aspettative eccessive su questo mestiere, quello che mi aspetto veramente tanto è dalla vita, faccio del mio meglio ma sono abbastanza umile nei confronti di quello che faccio, non credo sia un gran chè quello che faccio, quindi sono modesto. Una società di produzione l’avevo avviata  ma è stata uno spreco di forze, faccio altro. Per quanto riguarda il futuro, non l’ho mai programmato, non faccio piani, ci sono momenti in cui ho dedicato le mie forze a progetti in particolare ma mai troppo a lungo termine. In genere scelgo film che creino punti interrogativi, che facciano interrogare le persone su loro stesse e su quello che vedono, sono questi i film che mi piacciono. Più che una carriera vedo la mia vita come un viaggio.

Ora come ora sarebbe propenso a leggere una sceneggiatura sul Free Tibet?

Ho letto già tante sceneggiature sul Tibet che mi sono state proposte e generalmente non sono eccezionali, proprio perché sono affezionato a questo tema, sono molto critico. In genere faccio documentari, prestando proprio la mia voce ad essi, penso ci sia una realtà ancora maggiore nei documentari. Il partito comunista cinese in questo periodo ha adottato linee ancora più dure contro i tibetani ma sono disposto a fare qualsiasi cosa per aiutarli.

Quali sono le cose più importanti per lei? Dove dedica le sue energie, la famiglia i suoi progetti? Quali sono le priorità?

Il rapporto con la mia famiglia ovviamente è al primo posto, sullo stesso piano è il rapporto con i miei maestri, sono appena tornato dal Kathmandu nel Nepal ed uno dei miei maestri era morto quindi ci siamo riuniti, il 49esimo giorno dopo la morte è molto importante nella tradizione tibetana. Si tratta di una figura che ha avuto una enorme influenza su di noi. La mia vita è incentrata sulla mia famiglia, sui tibetani ma ovviamente mi diverte anche fare il cinema e grazie ad esso viaggiare, conoscere realtà diverse e per esempio essere qui a parlare con voi. Se si dovesse interrompere questa carriera non sarebbe un problema, gliel’assicuro.

Le è mai pesato essere un sex symbol?

Mah, io non me ne sono mai reso conto e questo è un aspetto che viene sollevato solamente durante le conferenze stampa. Vede io faccio il mestiere dell’attore e questo mi piace, vorrei che altri si rendessero conto che questo per me è un lavoro, che dedico tutto me stesso ad esso ma non hanno significato queste etichette per me.

Come riesce a mantenersi ottimista in un momento storico critico come questo?

Posso dire quanto sto per dire quello che sto per dire perché non ho 22 anni ma 62. La realtà, ciò che siamo è l’amore, l’empatia, la generosità, non è la durezza è una cosa che credo, che provo nel mio intimo. Ciò che provoca così tanti conflitti, rabbia e paura non è l’essenza di cui siamo composti, se riusciamo ad eliminare questo, riusciamo a tirar fuori l’entità alla base di cui siamo fatti ed è ben altro. Mi rendo conto che siamo come in un incubo, dobbiamo svegliarci, mi rendo conto che sia difficile ma sono certo che ci riusciremo.

Per lei in questo momento qual’è il disagio maggiore a livello mondiale? Oggi trova nelle giovani leve qualche attore che le possa assomigliare, che sente vicino?

Non ho visto purtroppo Too Big To Fail, presentato a questo Festival, ma è stato fatto un altro film, Inside Job, io ho votato agli Oscar per quel documentario perché dava una visione molto chiara di come siamo arrivati a questa situazione, l’ironia è che quelli responsabili di questa crisi hanno addirittura fatto carriera, hanno ottenuto incarichi governativi. Ecco quel film mi ha molto turbato, in genere queste manifestazioni, contro il sistema sono sempre state pacifiche e fanno capire alle istituzioni che c’è bisogno di parlare con la gente. So che in Italia non è stato un movimento ancora grande, ma so che da internet è nato e che si sta sviluppando, la gente dovrà per forza ascoltare anche qui. Siamo tutti riscattabili ma dobbiamo assumere le nostre responsabilità, purtroppo queste perso

Quanto ad un mio possibile successore, Ryan Gosling penso sia un attore straordinario, mia moglie lo adora!

 

 

Quale dei suoi personaggi l’hanno marcato di più e l’hanno accompagnato fino ad oggi?

Lasciano tutti un segno, io una volta ho parlato con uno dei miei maestri del fatto che qualche volta devo interpretare personaggi distruttivi che possono lasciare un segno negativo nella mia vita e lui mi ha detto, devo essere onesto con te, un residuo minimo resta sempre e questo è vero, ovviamente il personaggio nasce da me e quindi anche le parti negative partono da me ma c’è anche un modo sano per affrontarle, è possibile in una vita breve di 80, 100 anni, come attore di imparare da questi ruoli.

Secondo lei la tecnologia nel cinema è d’aiuto oppure no,  e che rapporto lei ha con essa?

Quando ho Cotton Club, diretto da Francis Ford Coppola, all’inizio degli anni ‘80, Coppola stesso stava dicendo che all’epoca avrebbe potuto fare un film usando un computer, pensavamo fosse pazzo ma in realtà oggi vediamo film fatti a computer ma la magia della recitazione non si può ricreare, bisogna sempre avere una base attoriale. Le scenografie erano uniche all’epoca, ora sembrano primitive. La tecnologia è divertente ma è relativa, cambia rapidamente, ma non mi fa paura.

Che rapporto ha con la politica e oggi ha ancora un grande sogno da realizzare?

Il mio sogno riguarda mio figlio, io e mia moglie stiamo vivendo un momento particolare, abbiamo un figlio di undici anni, un bambino che ha tutta la vita davanti, ora quello che conta è lui ed i miei maestri ovviamente. Ciò che i tibetani hanno imparto nel corso di 1400 anni è una cosa dalla quale devo sempre trarre insegnamento, per me è importantissimo. Tornando a quello che dicevamo prima, il cinema è meraviglioso ma è niente in confronto a queste due cose.

C’è stato qualche ruolo che lei ha rifiutato ed adesso si pente?

Sì, non posso dire di avere rimpianti ma posso dire di aver compiuto errori e non è che posso dire siano stati tanti i ruoli che ho rifiutato. Non sai mai quello che dovresti fare, ti tormenti ma in realtà non sappiamo mai cosa ci riservi la vita. Si possono fare delle scelte però noi non vediamo quello che veramente abbiamo intorno, siamo troppo vicini per avere una prospettiva ampia.

Come ha approcciato il buddismo, un approccio intellettuale o qualcosa di più?

Il mio obbiettivo non è il buddismo ma la libertà, la possibilità di esprimere compassione, il buddismo è solo un cammino, avevo da poco superato i 20 anni quando mi sono avvicinato a questo cammino. Il nostro fine deve essere la libertà e sono tante le strade per poterla raggiungere, secondo me questa era la strada giusta e sono stato fortunato di incontrare i miei maestri, persone che hanno saputo insegnare la strada.

Quando e perché ha deciso di fare l’attore?

In realtà non ho ancora deciso, forse quando sarò diventato grande prenderò questa decisione. Immagino che lo volessi certo ma ci sono stati dei momenti in cui sapevo che avrei intrapreso una strada che poi avrei continuato a seguire. Mi piaceva molto il teatro, il palcoscenico, ero molto timido ed il teatro mi ha permesso di superare questa limitazione. Ero ancora all’università quando in massachussets feci un provino e venni scelto e mi ricordo di aver provato questo calore incredibile che saliva e mi sono detto, adesso è iniziato qualcosa, mi son sentito pieno di energia, sono corso fuori, ho corso quasi dieci miglia per scaricare quest’energia. Ci sono stati momenti nella mia carriera in cui ho provato certezze come quella ora sono cambiate le prerogative nella mia vita ma ancora mi ricordo quel momento.

Mi chiedo se lei sarebbe interessato a lavorare in tv, per esempio quella via cavo, abbiamo visto che è un campo in grande fermento, l’ha mai considerato?

I film dell’HBO per esempio sono straordinari, costano quanto la maggior parte dei film indipendenti, il talento, la qualità delle sceneggiature, degli attori è straordinaria, alcune delle ultime cose che ho visto sono proprio sulla HBO quindi sarei onorato di parteciparvi.

Come mai non ha mai pensato di fare regia?

A me interessa anche andare sulla luna, come mi interessa fare il regista certo. Io e Claudio ne parliamo molto, lui insiste sul fatto che io debba fare qualcosa del genere ma questo porterebbe via un sacco di tempo alla mia famiglia ed alla mia religione ed ora come ora ho altre priorità.

Piacerebbe fare un film sul Dalai Lama?

Devo dire che diverse persone si sono rivolte a me, persone di grande talento, molto capaci, che mi hanno parlato di fare un film sul Buddha, ma nessuno sul Dalai Lama. Scorsese l’ha fatto, certamente, è una delle vite più affascinanti di un nostro contemporaneo e penso che potremmo tutti essere grati nel vivere nello stesso periodo di questa persona. Ho visto diversi film che hanno voluto rappresentare il buddhismo ma non ho visto ancora sceneggiature convincenti.

 

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Cinema

Passing: la recensione del debutto alla regia di Rebecca Hall

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Passing
3 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Presentato durante la 16esima edizione della Festa del Cinema di Roma, dopo essere sbarcato in anteprima al Sundance Film Festival il 30 gennaio 2021, godrà di una distribuzione targata Netflix arrivando il 10 novembre sulla piattaforma.

Passing è il titolo (probabilmente ‘Due donne’ diventerà nella versione italiana) e si tratta del debutto alla regia di Rebecca Hall che, oltre a dirigerlo, ne firma la sceneggiatura, adattandolo dall’omonimo romanzo del 1929 di Nella Larsen.

Della durata di 98” è stato prodotto in società da diversi investitori, ma poi assorbito dal leader dello streaming che ha acquisito i diritti distributivi per 15,75 milioni di dollari. 

Passing: la sinossi del film

New York, fine anni Venti, due donne all’apparenza simili ma completamente agli opposti come ruolo e posizione all’interno della comunità, si uniranno e scontreranno tra desideri e crudeltà. Irene da una parte, Clare dall’altra, nostalgia del passato, vecchi ricordi, nuovi dissapori e intrecci che porteranno a dinamiche sempre più contorte.

Rapporti familiari ed amorosi messi a dura prova, giungeranno a spiacevoli conseguenze all’interno di una società razzista, sconvolgendo gli apparenti sani e idilliaci equilibri.

PASSING – (Pictured) RUTH NEGGA as CLARE. Cr: Netflix © 2021

Passing: la recensione del film

Rebecca Hall come tanti attori prima di lei, sceglie il 2021 come anno di debutto per il suo primo lungometraggio da regista, sviluppando immediatamente un occhio intrigante nei confronti delle tematiche sociali e del design fotografico.

Con questo bianco e nero avvolgente e d’atmosfera, ma non così funzionale nel caso di Passing, la Hall trova una strada di certo sofisticata per raccontare una delicata storia al femminile, mettendo in scena escamotage furbamente ben posizionati. La mancanza di colori della pellicola va a distogliere l’attenzione dal poco realismo nello scegliere una protagonista come Tessa Thompson, che non riuscirebbe facilmente a passare inosservata in una società così razzista, quando prova a passare per donna caucasica.

La probabile esigenza di casting a favore di una star in ascesa, non è appunto corrispondente a quanto la trama racconta, al contrario Ruth Negga è molto più calzante nel ruolo, oltre che a livello estetico anche di gran lunga migliore sotto la sfera interpretativa.

La pellicola si propone quasi come un doppelganger, ogni situazione è doppia, con una parte contrapposta all’altra. Due amiche, due scelte di vita differenti, due modi per essere falsamente felici ed infine due luoghi vicini ma opposti, Harlem da un lato e la New York più benestante dall’altro.

La storia che la regista (e il romanzo prima di lei) vuole raccontarci, si focalizza sulle vite di queste due ragazze nere, calate in una società razzista e retrograda, vittime di abituali discriminazioni tramite anche “soltanto” una dialettica dispregiativa, che passa senza troppi problemi per essere giustificata e perfettamente incorniciata in quel deprimente contesto. 

Pragmatiche conversazione su persone di colore, caricate di un disprezzo tale da sembrare una specie animale vista in un documentario, pazzesche risate rabbiose inquietano lo spettatore, mentre cerca di divincolarsi tra l’odio razziale ed i pregiudizi di personaggi privi di dignità morale.

Ci si illude di intraprendere la strada più giusta, ma come insito nell’animo umano, alla fine ci si ritrova ad essere invidiosi o desideranti della scelta altrui. Clare si prende quello che vuole, prima una vita da bianca poi quella dell’amica, senza scrupoli né troppi complimenti, arrivando ad un finale inatteso ma anche debole sulla chiusura.

Purtroppo gli appena 98 minuti risultano spesso piatti, si salvano quasi solamente in resa visiva, grazie a giochi di focus e di sguardi, a tonalità che spaziano tra scale di grigi ma soprattutto esponendo molto il contrasto luce/buio. Il film si avvale di questo bianco e nero per disegnare sagome scure, immerse in oceaniche luci cristalline, sugellando il tutto con suggestivi silenzi, pause, respiri, attimi sospesi. 

Una pellicola di certo non priva di morali interessanti, quali una sorta di rassegnazione che diviene quasi inconsapevole realtà e questa ostinata volontà nel voler “passare per bianca”, come fosse l’obiettivo per trovare un’accettazione ed un equilibrio, sperando in un miraggio di libertà o in un’utopistica parità, al fine d’inserirsi nella comunità dell’epoca, calandosi in un’idea che di idilliaco ha ben poco. 

Non ci resta che procrastinare ad una seconda opera il giudizio nei confronti della Hall in veste di direttrice, in quanto questo primo tuffo nel mondo registico non è di certo da buttar via, ma decisamente da migliorare.

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Cinema

Caro Evan Hansen: la recensione del musical che non ci fa sentire soli

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Caro Evan Hansen
4.1 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, Caro Evan Hansen uscirà il 2 dicembre nelle nostre sale. Il musical diretto da Stephen Chbosky, sceneggiato da Steven Levenson e della durata di 2h 17min, si propone ai nostri occhi come un adattamento dell’omonimo spettacolo teatrale di Broadway, da cui la Universal Pictures ha acquisito i diritti nel 2018, per poter realizzare un film.

Caro Evan Hansen: la sinossi

Evan Hansen è un adolescente emarginato, molto solo, senza amicizie. Un giorno viene coinvolto in dinamiche inaspettate e si ritrova catapultato in qualcosa di più grande di lui, che lo porterà a fare scelte istintive, via via più intricate. Preda di un vortice di eventi, il ragazzo si renderà involontariamente popolare agli occhi di tutti, ma allo stesso tempo schiavo di un indomabile senso di colpa.

Julianne Moore in Caro Evan Hansen

Caro Evan Hansen: la recensione del film

Per cominciare credo sia doveroso seppur scontato chiarire che essendo un musical, è essenziale tenersi pronti a più di due ore di canzoni e personaggi che prendono a cantare senza un motivo apparente. E’ il genere che lo richiede e questo deve essere messo in conto fin da subito.

Se si è preparati a questo, allora di certo ci si calerà nella storia, ci si farà coinvolgere, divertire, commuovere e perchè no anche rapire nei giorni seguenti dalle musiche furbamente orecchiabili. Lo stile è quello classico per questo genere, ma le tinte attuali e la drammaticità che influenzano il contenuto donano frizzantezza e spontaneità, determinando un buon risultato finale.

Tutto è decisamente ben orchestrato per arrivare alla lacrimuccia (o agli Oscar che dir si voglia), ma questo non pesa nè tantomeno viene avvertito come volontario. Al contrario i messaggi sociali come bullismo, emarginazione e accettazione personale, sono esposti con delicatezza, finendo per emozionare senza calcare la mano.

Purtroppo qualche nota sgradevole non manca, a cominciare dal potenzialmente interessante carattere di Evan. La sua fobia sociale pare fortissima all’inizio, ci viene presentato come un ragazzo estremamente problematico, da non riuscire neanche a ordinare la cena per paura di parlare con l’impiegato, ma poi tutto svanisce già poche scene più tardi, facendoci intendere sia “soltanto” molto asociale ma non così estremo.

Ben Platt in Caro Evan Hansen

Ben Platt (figlio del produttore del film) interpreta il protagonista Evan Hansen e, oltre ad essere un magistrale cantante, stupisce anche a livello attoriale, finendo per rubare completamente la scena in più di un’occasione. Grazie al suo carisma conquista sia l’obiettivo della macchina da presa, sia noi spettatori, empatizzando a tal punto da diventare quasi nostro amico.

Tramite la propria voce restituisce l’emozione che il personaggio prova e rende in maniera esaustiva e funzionale i complessi da cui è attanagliato ed il suo disagio interiore. Julianne Moore e gli altri satelliti attorno a Platt, possono soltanto fare del proprio meglio per esaltarlo ancora di più, tramite dialoghi canori o parlati ma sempre coesi a favore del protagonista.

Il feeling del cast risulta ottimo dando l’impressione che il tutto sia omogeneo e che proceda come per inerzia. Molteplici sono le tematiche che lancia la pellicola, morali costruttive ed essenziali affrontate come non accade spesso. Dalla depressione giovanile all’istinto suicida, fino a prediligere una chiave di lettura realista nell’evitare di elogiare persone defunte come fossero Santi, quando invece erano tutt’altro.

Inoltre viene ottimamente rappresentata anche la modernità, i social, gli smarthphone che possono rivelarsi un’arma a doppio taglio, da un lato condividendo emozioni e messaggi positivi, dall’altro divenendo fonte offensiva con lo scopo di deridere e schernire esseri umani. 

Caratterizzato da un ritmo dinamico, ben cadenzato e brioso non ti lascia un’istante avvolgendoti nel suo tessuto narrativo. Spesso molto emozionante si focalizza su precise sequenze in maniera polarizzante, come quando Evan parte a raccontare di un’amicizia che noi spettatori sappiamo essere inventata, ma che tramite le sue parole lui stesso inizia a sognare, credendoci talmente tanto da convincersi sia reale.

La speranza è di certo una ed essenziale, che del film non venga doppiato il cantato, sia per la qualità canora di Platt sia perchè ne perderebbe in musicalità e scorrevolezza uditiva, arrivando sino ad un ipotetico ed involontario malcontento.

Tirando le fila, si puó giungere alla conclusione che questo non è di certo un film che puó abbracciare il favore di tutti, ma al contrario gode peró di tanto cuore e di sti tempi un’iniezione di positività credo faccia bene a chiunque.

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Festa del Cinema di Roma

Eternals | conferenza stampa con il cast stellare del nuovo film della Marvel

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Per chiudere in bellezza questa edizione della Festa del Cinema di Roma, che ha simboleggiato la rinascita del mondo del cinema dopo la pandemia, è stato presentato in anteprima il film Eternals.
Il 25° capolavoro della Marvel, in uscita il 3 novembre, ha goduto della presenza di molte stelle di Hollywood, a partire dalla regista Chloé Zhao e gli interpreti Angelina Jolie, Richard Madden, Gemma Chan e Kit Harington.

Vivere per sempre? No, grazie

Prendendo spunto dal titolo, Gli Eterni, che rapporto hanno con l’eternità i protagonisti della nuova squadra di supereroi della Marvel?

R. Madden: “Onestamente non mi piacerebbe essere eterno. Sarei felice di arrivare a 80 anni, non mi piace pensare all’infinito”.
A. Jolie: “Anche io la penso come lui. Dobbiamo sempre guardare quello che abbiamo e quello abbiamo perso.”
K. Harington: “La vita eterna è bella, ma in fondo nessuno vuole vivere per sempre. Questi personaggi infatti soffrono proprio questo aspetto. “
G. Chan: “Tutte le cose belle devono finire prima o poi”.
C. Zhao: “Io invece vorrei vivere per sempre”.

Leggi anche: Eternals | il primo teaser trailer ufficiale dell’atteso film Marvel Studios

Eternals e la grande famiglia della Marvel

Per alcuni di loro è stata la prima esperienza nella famiglia Marvel, mentre per Gemma Chan ha simboleggiato un gradito ritorno dopo il film Captain Marvel. Ecco cosa hanno dichiarato a riguardo.

G.Chan: Sono fortunatissima di aver preso parte a un altro film della Marvel”.
K. Harington: “Per me è stata la prima volta. In passato ho preso parte a una serie tv, ma partecipare a un film dell’Universo Marvel è qualcosa di straordinario.”
A. Jolie: “Chi non vorrebbe farne parte. Mi sento una privilegiata in questo. Amo molto questa storia, fatta di diversità, di inclusioni e di questo gruppo che è una grande famiglia. Spero che queste diversità diventino normali e spero che il pubblico possa riconoscersi nelle loro storie.
R. Madden: “Io sono un fan della Marvel. Per me è stato straordinario anche citare delle battute su Thor”.

Rispetto ai soliti film della Marvel, in Eternals ci sono dei supereroi poco conosciuti alla maggior parte del pubblico, come avete vissuto questo aspetto?

A. Jolie: ” Io sono una fan della Marvel. Solitamente i personaggi partono singolarmente, c’è in loro un’evoluzione e poi diventano una squadra. Qui invece siamo già un gruppo, siamo come una grande famiglia, ed è una delle cose particolari di questo film che mi piacciono di più.”

K. Harington: “Per quanto mi riguarda, io non sono un supereroe in questo film, diciamo che rappresento l’umanità. Ma non dovrebbe mai essere sottovalutata la troppa bontà. Se c’è una cosa che mi affascina dei supereroi è il processo che si crea tra il conflitto e il suo superamento attraverso i poteri”.

Il peso dei ricordi e la forza a non arrendersi mai

Tra gli argomenti cardine del film Eternals, il tema del danno, della sofferenza è presente in vari personaggi. La stessa Angelina Jolie ha dichiarato: “Fare ruoli diversi è bello. Tutti abbiamo dei segni dovuti a dei danni, dei traumi. Anche io li ho. Il mio personaggio soffre molto, ma Chloé è riuscita a fare un lavoro molto preciso, riuscendo a parlare del danno causato dal trauma, per dimostrare che chi ha problematiche mentali può comunque essere forte e speciale. Mi auguro che molti giovani lo vedano.”

Un’altra domanda molto interessante sempre rivolta all’attrice, che nel film interpreta il ruolo di Thena, con un look molto sofisticato ed elegante nonostante le scene di azione, ha parlato del suo rapporto con i ricordi. “I ricordi possono essere un peso, ma sono questi che ci formano umanamente. Non credo nei rimpianti, perché tutte le esperienze, le memorie ti formano e questo deve farci sempre riflettere.”

Leggi anche: RomaFF16 | Eternals chiuderà l’edizione della Festa del cinema e di Alice nella città

L’amore è ‘Eternals’ finché dura

A completare la conferenza stampa, non poteva mancare la domanda sulla storia d’amore tra Ikaris (Richard Madden) e Sersei (Gemma Chan).

G. Chan: “Sicuramente aiuta molto il fatto che ci conosciamo da più di 10 anni, perciò so come farlo ridere e come farlo arrabbiare. Una storia d’amore lunga 7000 anni ti fa riflettere e chiedere su cosa ti porta ad amarlo così tanto.”

R. Madden: “Abbiamo cercato di avere dei momenti di tranquillità, di fiducia. Questo atteggiamento lo abbiamo usato soprattutto per la fase iniziale. Tutti i personaggi sono diversi da Ikaris, perché lui vede il mondo con gli occhi di Sersei.”

C. Zhao: “Posso dire che entrambi hanno portato in scena la loro amicizia, così da rendere più bella una storia d’amore molto complessa. L’amore tra i due definisce il destino dell’umanità.”

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