La vicenda di Roberto Savi e della Banda della Uno Bianca rappresenta una delle pagine più oscure e drammatiche della cronaca nera italiana. La particolarità agghiacciante di questa organizzazione criminale risiede nel fatto che quasi tutti i suoi componenti erano, all’epoca dei fatti, membri della Polizia di Stato.
Ecco un resoconto dettagliato sull’arresto, le accuse e la condanna ufficiale del capo della banda.
L’arresto: quando e come è caduto Roberto Savi
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Roberto Savi, soprannominato “il Corto“, è stato il primo membro della banda a finire in manette. Il suo arresto è avvenuto la sera del 21 novembre 1994, un lunedì che segnò la fine di sette anni di terrore. L’operazione fu il risultato dell’intuizione di due poliziotti di Rimini, l’ispettore Luciano Baglioni e il sovrintendente Pietro Costanza.
I due, conducendo indagini indipendenti, notarono che le modalità operative dei banditi (precisione balistica, sangue freddo e conoscenza delle procedure) suggerivano una preparazione militare o di polizia. Dopo aver monitorato una serie di sospettati, arrivarono a Roberto Savi, allora assistente capo presso la centrale operativa della Questura di Bologna.
Savi fu prelevato proprio mentre era in servizio in Questura. Ai colleghi che lo stavano arrestando, rivolse una frase che ancora oggi gela il sangue: “Potevo farvi saltare tutti in aria“. Pochi giorni dopo, l’intera banda (tra cui i fratelli Fabio e Alberto) fu smantellata.
Le accuse e il modus operandi
La Banda della Uno Bianca ha agito tra l’Emilia-Romagna e le Marche dal 1987 al 1994. Roberto Savi è stato identificato come la mente strategica e il leader del gruppo. Le accuse mosse contro di lui nel corso dei vari processi sono state gravissime:
- Omicidio volontario plurimo (per i 24 morti provocati).
- Tentato omicidio (oltre 100 feriti).
- Rapina a mano armata (più di 100 colpi a banche, uffici postali e caselli autostradali).
- Associazione a delinquere.
- Attentato con finalità di eversione (in riferimento ad alcuni assalti che sembravano mirare a creare instabilità sociale).
Le vittime della Banda della Uno Bianca
In sette anni, la banda ha ucciso 24 persone e ne ha ferite 115. Le vittime non erano scelte casualmente, ma cadevano durante rapine feroci o attacchi mirati. Tra gli episodi più tragici si ricordano:
La Strage del Pilastro (4 gennaio 1991): A Bologna, la banda aprì il fuoco contro una pattuglia di Carabinieri, uccidendo i giovani militari Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini.
L’attacco ai campi nomadi: La banda manifestò anche un’ideologia razzista, sparando contro i campi nomadi di Bologna (via Gobetti) e uccidendo Rodolfo Bellinati e Patrizia Della Santina.
Omicidi casuali: Persone come Paride Pedini, ucciso solo perché si era avvicinato troppo alla “Uno bianca” dei banditi ferma dopo un colpo, o Luigi Pasqui, freddato durante una rapina a un distributore.
La condanna di Roberto Savi e dove si trova oggi
Al termine dei processi celebrati a Bologna, Pesaro e Rimini, la giustizia italiana ha emesso verdetti inappellabili. Roberto Savi è stato condannato all’ergastolo. La sentenza è definitiva e Savi sta scontando la pena nel carcere di Bollate (Milano). Nel corso degli anni, ha presentato diverse istanze per ottenere benefici o la grazia, ma sono state sistematicamente rigettate.
Infatti l’intervista per Belve Crime con Francesca Fagnani è stata realizzata proprio all’interno del carcere e andrà in onda su Rai 2 il 5 maggio 2026 e poi si può vedere anche in streaming a partire dal giorno dopo su RaiPlay.
A differenza di altri membri della banda che hanno ottenuto permessi premio o la semilibertà (come Marino Occhipinti), Roberto Savi rimane detenuto in regime di massima sicurezza, non avendo mai mostrato un reale pentimento accettato dalle autorità e dai familiari delle vittime.


