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Il nuovo film sul Cammino di Santiago che emoziona con una storia vera è francese

Santiago – Un cammino per ricominciar è al cinema. Il film di Yann Samuell è basato su di un romanzo di Bernard Ollivier e ispirato a molte storie vere.

Di film sul Cammino di Santiago ce ne sono ormai a decine. In Italia siamo ancora freschi dell’ultima avventura di Checco Zalone che ha conquistato il box office. E tutti, in un modo o nell’altro, finiscono per affermare la medesima cosa, raccontando il Cammino innanzitutto come una traiettoria di redenzione. È una metafora talmente immediata da rischiare continuamente di trasformarsi in cliché.

Yann Samuell, con Santiago – Un cammino per ricominciare, non prova realmente a sottrarsi a questa evidenza: piuttosto la assume come principio narrativo, affidandosi alla concretezza dei corpi, alla fatica e soprattutto all’incontro tra due persone che, per ragioni differenti, hanno smesso di sapere dove andare.

Camminare significa avanzare, lasciarsi qualcosa alle spalle, misurare la distanza percorsa non soltanto nello spazio ma rispetto alla persona che si era al momento della partenza.

Santiago film
Santiago film (Foto: Ufficio stampa/© 2025 Marie-Camille Orlando) – Newscinema.it

Di cosa parla Santiago – Un cammino per ricominciare

Adam (Julien Le Berre) ha diciassette anni e alle spalle una storia di abbandono e violenza, nonché una lunga serie di problemi con la giustizia. Il Cammino rappresenta per lui una sorta di ultima possibilità prima della detenzione: una di quelle «marce di rottura» utilizzate nei programmi educativi francesi per allontanare temporaneamente adolescenti in grave difficoltà dal contesto nel quale hanno costruito le proprie abitudini e identità. Ad accompagnarlo c’è Fred (Alexandra Lamy), insegnante a sua volta sospesa dopo aver schiaffeggiato un’alunna, che intraprende questo viaggio mentre il matrimonio sta finendo e il rapporto con la figlia sembra essersi progressivamente deteriorato.

La premessa potrebbe facilmente trasformare Santiago in uno di quei film edificanti nei quali il paesaggio cura miracolosamente le ferite e il viaggio restituisce a ciascuno una versione migliore di sé. Samuell non evita sempre questa tentazione e, soprattutto nella seconda parte, qualche snodo sembra predisposto con eccessiva precisione per condurre lo spettatore verso la commozione. Eppure il film funziona meglio quando dimentica la propria destinazione, narrativa oltre che geografica, e si concentra semplicemente sul gesto elementare che lo sostiene: mettere un piede davanti all’altro.

Niente via di fuga nel cammino

Perché camminare significa anche sottrarre progressivamente ai personaggi ogni possibile via di fuga. Non c’è una stanza nella quale chiudersi, non c’è un’automobile con cui accelerare, non esiste praticamente altra possibilità che continuare. Adam e Fred sono costretti a condividere chilometri, silenzi, stanchezza, irritazione. Ma Samuell lavora lentamente per incrinare questa gerarchia.

Fred scopre presto che la propria esperienza di insegnante non costituisce affatto una garanzia e che accompagnare qualcuno non significa necessariamente conoscere la strada giusta. Adam, parallelamente, smette poco alla volta di essere soltanto il destinatario di un progetto educativo. Il rapporto tra i due acquista così senso proprio quando diventa difficile stabilire chi stia accompagnando chi.

Cammino di Santiago
Cammino di Santiago (Foto: Ufficio stampa/© 2025 Marie-Camille Orlando) – Newscinema.it

Due attori che fanno la differenza

È anche per questo che la scelta di Alexandra Lamy risulta particolarmente efficace. L’attrice evita di trasformare Fred in una figura materna idealizzata, conservandole una certa durezza, un’irrequietezza che impedisce al personaggio di diventare semplicemente la guida morale del ragazzo.

Al suo fianco, Julien Le Berre, al primo grande ruolo cinematografico, costruisce Adam attraverso una fisicità continuamente sulla difensiva: aggressività, ironia e provocazione sembrano altrettanti sistemi escogitati per evitare che qualcuno possa raggiungerlo davvero. Anche la musica diventa parte di questa costruzione: il ragazzo rappa e il film mette in comunicazione il suo universo musicale con registri apparentemente lontanissimi, fino alla musica sacra.

Samuell racconta così una forma di educazione che passa meno attraverso la parola che attraverso la condivisione di un’esperienza fisica. Prima ancora di imparare qualcosa, Adam deve sperimentare la possibilità di stare accanto a qualcuno senza che quella vicinanza si trasformi necessariamente in conflitto, abbandono o sopraffazione.

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Non è casuale, del resto, che dietro la storia ci sia una realtà concreta. Il film prende spunto dal lavoro dell’associazione francese Seuil, che organizza percorsi a piedi di lunga durata per adolescenti seguiti dai servizi sociali o dalla giustizia minorile. Samuell si è ispirato anche al libro di Bernard Ollivier Marche et invente ta vie e alle testimonianze raccolte tra giovani che hanno affrontato questo genere di esperienza.

Questa origine permette al film di allargare progressivamente il discorso oltre Adam e Fred. La questione non è semplicemente se un ragazzo possa cambiare, ma quali condizioni una società sia disposta a creare perché quel cambiamento diventi possibile.

Compostela
Compostela (Foto: Ufficio stampa/© 2025 Marie-Camille Orlando) – Newscinema.it

Più di un feel-good movie, ecco perchè

Il film insiste infatti sul lavoro spesso invisibile di educatori, volontari e operatori, evitando almeno in parte la retorica del singolo adulto eroico capace di «salvare» un adolescente. Fred può accompagnare Adam soltanto perché esiste intorno a loro una struttura pronta a sostenerli. Dietro la solitudine spettacolare dei due corpi che attraversano paesaggi sterminati rimane quindi una comunità che rende possibile quella solitudine.

È proprio quando prova a esplicitare questa dimensione che Santiago rischia però di diventare più convenzionale. Samuell ama i propri personaggi e desidera visibilmente condurli verso una riconciliazione. Di conseguenza tende qualche volta a levigare gli spigoli del racconto, ad anticipare emotivamente allo spettatore ciò che dovrebbe invece lasciargli scoprire. Il percorso di trasformazione segue coordinate riconoscibili e alcuni incontri lungo il viaggio assumono inevitabilmente la funzione di tappe iniziatiche.

Ma sarebbe ingeneroso ridurre il film alle sue concessioni al feel-good movie, perché la sua intuizione più semplice rimane anche la più convincente: nessuno ricomincia davvero cancellando ciò che è stato.

Davide Sette
Davide Sette
Giornalista cinematografico. Fondatore del blog Stranger Than Cinema e conduttore di “HOBO - A wandering podcast about cinema”.

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