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Interviste

The Bourne Legacy: la conferenza stampa

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Si è svolta questa mattina la conferenza stampa di The Bourne Legacy, il nuovo attesissimo capitolo della saga iniziata nel 2002 con The Bourne Identity. Diretto da Tony Gilroy e interpretato da Jeremy Renner, Rachel Weisz, Edward Norton, Albert Finney, Joan Allen , Scott Glenn e Oscar Isaac, The Bourne Legacy espande l’universo di Jason Bourne introducendo un nuovo interessante personaggio, Aaron Cross, costretto a sfuggire alle grinfie del colonnello Ric Byer, direttore della agenzia segreta National Research Assay Group. Potete trovare qui sotto alcune interessanti domande poste a Jeremy Renner, Edward Norton e Tony Gilroy:

Come è stato l’ingresso da regista in questa incredibile saga action?

Tony Gilroy: Abbiamo appena finito di montare il film e nei 25 minuti che avete visto credo ci siano molte cose già conosciute, come le location, i viaggi e le incredibili scene di azione. In ogni caso come potete vedere vi è anche qualcosa di diverso nella narrazione, una prospettiva più ampia per quanto riguarda i ruoli e il panorama del film, decisamente più epico.

C’è un confronto molto forte tra i personaggi interpretati da Norton e Renner. Cosa ne pensate?

Jeremy Renner: Il film intero dura più di 25 minuti, ci sono in realtà un paio di ore di cinema fantastico. Ovviamente c’è il rapporto tra il buono e il cattivo, con Ed ci siamo trovati a lavorare sulla stessa scena per una sola giornata ma ha reso molto semplice il mio lavoro. C’è un grande scontro di intelligenze che fa fluire bene il film.

Edward Norton: Io sono un grande ammiratore di entrambi questi personaggi e lo sono da molto tempo. E quando si salta dentro qualcosa che è una saga di cui sono già usciti molti episodi ti chiedi perché continuare a narrare la storia. E Tony avendo già scritto le altre parti era interessato a realizzare storie diverse. Amo molto i suoi film e mi chiedevo cosa lo spingesse a fare ancora Bourne.

Che differenza c’è tra il personaggio che hai interpretato in The Hurt Locker e questo Aaron Cross? Sono due eroi?

Jeremy Renner: Non saprei bene le differenze tra eroi. Non so come si possano paragonare due film, sono come due quadri, due cose completamente diverse. Io non vedo questi personaggi come eroi, non credo di essere in grado di rappresentare un eroe, cerco solo di fare una rappresentazione onesta del personaggio. Questo film oltre a grandi scene di azione mostra anche una grande intelligenza. Aaron Cross più che un eroe è un anti eroe. E una vittima delle circostanze.

The Bourne Legacy forse è una nuova versione del celebre 007?

Tony Gilroy: E un momento molto interessante nella industria cinematografica. Ci sono questi grossi franchise e tanti autori che cercano di scrivere delle storie in più episodi, come negli anni ’30. Dopo la prima trilogia c’era grande appetito per continuare a fare questo film e l’idea da cui siamo partiti era proprio se tutto ciò che finora avessimo visto fosse solo una piccola parte della storia. The Bourne Ultimatum è l’avvio di The Bourne Legacy. Un personaggio riceve una telefonata e da avvio a un nuovo capitolo. In ogni caso per Bourne lo standard è di non avere mai nulla di cinico. Noi non strizziamo l’occhio come Bond, non facciamo merchandising e The Bourne Legacy rappresenta un nuovo modo di fare narrazione cinematografica.

Sappiamo che è un grande attore. Quale è il personaggio che ha preferito interpretare e come lo lega a quello di questo film?


Edward Norton: Credo che in via generale ogni attore è attratto da personaggi complessi. Credo che i personaggi su cui ho lavorato mi hanno portato ad una esperienza ricca e soddisfacente, soprattutto quando si trattava di personaggi difficili da ridurre ad una certa categoria, personaggi contraddittori, come quello che interpreto anche in questo film. Qui dentro c’è un ritratto che vede ognuno di questi personaggi prendere delle decisioni che da un canto si basano su una serie di ideali, mentre dall’altro scendono a compromessi per realizzare un obiettivo patriottico. Ci sono persone che fanno cose cattive per un bene superiore e questa è una prospettiva interessante. Queste razionalizzazioni sono molto reali nella cultura odierna e come diceva Tony in questi film c’è molta azione, ci si diverte molto, ma oltre a questo c’è anche il ritratto di un mondo che esiste. Mission Impossible, 007, sono dei film di super eroi. I film invece della serie di Bourne sono ambientati in un mondo che effettivamente esiste, in cui esistono persone che dicono e fanno cose cattive per un bene superiore. Questo radica questi film nel momento in cui viviamo.

I primi tre film di Bourne si sono identificati con il protagonista, Matt Damon. Sostituire Damon credo sia stata una delle cose più complicate. Come è stato affrontato questo momento e come è ricaduta la scelta su Jeremy Renner?

Tony Gilroy: L’ultima volta che ho partecipato alla saga di Bourne è stato durante la stesura del copione di The Bourne Ultimatum. Quando abbiamo finito The Bourne Ultimatum tutti hanno pensato che avremmo trovato un modo per continuare, ma non era facile capire cosa fare con questi personaggi. La trilogia era venuta bene e non era facile capire cosa fare dopo. E allora ci hanno proposto di fare una espansione della prima trilogia, che mantenesse fede al personaggio di Matt Damon. Per me non c’era motivo di continuare se non attraverso un personaggio equivalente a Jason Bourne, ci ho messo tempo per creare un personaggio che facesse valere il film. E quando si è presentato il personaggio di Aaron Cross allora finalmente ho trovato interessante fare questo film. La cosa più difficile è stata convincere le persone che erano titubanti a credere nel film, che è stata la decisione più difficile.
Aaron Cross in cosa si differenzia da Jason Bourne?

Tony Gilroy: In realtà ciò che vogliamo dire con questo film è che voi avete visto tre film e avete visto una storia. Il personaggio di Norton ad esempio c’è sempre stato nella storia di Bourne, ma ora ha costruito una sua organizzazione a Washington. Bourne era un assassino come ricorderete ed era una narrazione molto interessante passare poi ad una visione più etica. Per quanto riguarda il programma di Jeremy lo abbiamo immaginato invece molto più complesso.

Jeremy Renner: Io non sono Jason Bourne. Però per quel poco che so del personaggio vedo che Aaron Cross sa cosa sta facendo. Vuole essere parte di qualcosa, una persona che ha un obiettivo, come tutti noi.

Per quali registi vorrebbe lavorare? Quale è la sua opinione sul mestiere dell’attore?

Edward Norton: La recitazione è un lavoro splendido se si riesce a farlo. Il mondo in cui viviamo oggi è difficile, la situazione di avere un lavoro che piace è molto difficile. Non sono mai stato cinico, per me è un gran divertimento fare un film, è un apprendimento costante, per ogni film si entra in un mondo diverso, in una situazione che non avevamo approfondito prima. Il mio lavoro mi consente di continuare a crescere e molto di ciò che avviene attorno al mondo del cinema e della televisione è sovradimensionato. Raccontare storie al pubblico è splendido, le persone vanno a vedere un film per divertirsi ma anche per affrontare temi scottanti e giungere ad una maggiore conoscenza del mondo e di se stessi. Spesso le forze che noi abbiamo si bilanciano con le nostre debolezze, non credo di essere diverso da qualsiasi altra persona e sono sempre riluttante a dire cosa porto nel mio lavoro e cosa apprendo dai miei personaggi. Io cerco di esaminare questo processo come una sorta di ricerca/analisi in cui cerco di rivestire i panni del personaggio nel modo migliore. E’ sicuramente un lavoro divertente ma la sceneggiatura è fondamentale. Ciò che ha realizzato Tony in maniera eccellente è proprio questa situazione. Ciò che mi è piaciuto del personaggio che interpreto è che non è un cattivo esplicito, tutti i personaggi sono sfumati,non è il classico cattivo con ambizioni cattive, è molto complesso. Inoltre adoro il cinema italiano, ho visto Mamma Roma e Anna Magnani è veramente straordinaria, sembra quasi uscire dallo schermo.

Come ti sei preparato a questo ruolo conoscendo i film precedenti?

Jeremy Renner: Ho fatto molto stretching. C’è stata molta preparazione fisica, la cosa più importante è proprio la grande capacità atletica di Aaron Cross. Se non fossi stato allenato avrei compromesso tutta la storia del film.

Nella 25ora interpreti uno spacciatore senza remore, mentre in questo film un altro uomo oscuro? Li trovi simili?

Edward Norton: Il trucco è capire come sono giunti a questo punto della loro vita. Questo è il tipo di personaggi che adoro interpretare. Ma ho anche interpretato un intrattenitore per bambini, un mostro verde. E questa è la cosa bella del mio mestiere. La possibilità di fare cose molto diverse tra loro. La 25ora è un film molto diverso. È divertente fare cose diverse.

Quali sono i grandi cattivi del passato che considera punti di riferimento?

Edward Norton: Questa è una interrogazione di storia della cinematografia. Recentemente ho pensato a Daniel Day Lewis in There Will Be Blood, adoro Gene Hackman in Superman, John Huston in Chinatown, mi piacciono i cattivi che sono persuasivi, con cui magari vorresti andare a cena.
Negli ultimi anni c’è la Renner mania, è ovunque in questi film? Se fosse uscito prima avrebbe rimpiazzato Ethan Hunt o Jason Bourne? Nelle scene ambientate a Manila ha guidato solo lei?

Jeremy Renner: Non lo so. Non fatemi domande impossibili. L’unica cosa che posso dire è che non avrei mai voluto fare Ethan Hunt o Jason Bourne. Nessun attore vorrebbe fare questi personaggi già così perfettamente rappresentati sul grande schermo. A Manila ho guidato per il 90% delle scene. Avevo Rachel come passeggera e non volevo prendermi dei rischi anche per lei.

Se le offrissero una parte in una commedia/storia romantica, sarebbe contento?

Jeremy Renner: Ho fatto molti film di azione perché mi divertono moltissimo. Ed ho fatto cose molto diverse. Sinceramente non so cosa farò dopo, credo però che il prossimo non sarà un film di azione. Una commedia romantica? Credo di poterla fare, ma non credo mi interessi più di tanto. Nei personaggi cerco la complessità e la commedia romantica a volte è un po’ povera di personaggi complessi. La tragedia romantica invece sarebbe più interessante. O anche un Kramer contro Kramer? O un Tootsie? Questi film purtroppo non li fanno più a Hollywood.

The Bourne Legacy uscirà in tutti i cinema italiani a partire dal 14 settembre 2012.

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Classe 1988, nato con l'idea del cinema come momento magico, cresciuto con la prassi di vedere (almeno) un film a sera, abituato a digerire qualsiasi tipo di opera (commedia, splatter, dramma, horror) sin dai primissimi anni di età, propenso a scavare nei meandri più nascosti per trovare sconosciute opere horror da torcersi le budella... appassionato, commerciale, anti-commerciale, romantico, seriofilo, burtoniano...disponibile davanti e dietro le quinte e disposto per tutti voi ad intervistare le più grandi celebrità italiane e internazionali... questo è Carlo Andriani ovvero: IO.

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Cinema

Le Mans ’66, James Mangold parla del suo nuovo film a Roma

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Il regista James Mangold (Walk The Line, Logan – The Wolverine) ha presentato  a Roma il suo ultimo film Le Mans ’66, ambientato nel mondo delle corse automobilistiche al tempo della spietata concorrenza tra Ford e Ferrari, e ispirato alla vera storia dell’amicizia tra Carroll Shelby e Ken Miles, rispettivamente interpretati dai due formidabili attori Matt Damon e Christian Bale. Alla presenza della stampa, e insieme a Remo Girone (che nel film interpreta Enzo Ferrari) il regista Mangold ha spiegato com’è nato questo film e cos’è per lui il cinema.

Signor Mangold, le volevo chiedere se è vero che da un grande storyteller (narratore di storie) derivano grandi responsabilità? 

J. Mangold: in verità io non so se sono un grande storyteller, ma di sicuro so di prendermi le mie responsabilità facendo film. La cosa più semplice che mi viene da dire è che in effetti spesso i film che vediamo possono essere noiosi o non appassionanti, e quindi dal momento che io amo fare film, se avessi mai davvero pensato di far annoiare le persone o di “addormentarle” lascerei proprio perdere il mestiere di regista.

Signor Girone, che indicazioni ha ricevuto sul set da James Mangold?

R. Girone: James Mangold è un grande direttore di attori e io credo che mi abbia insegnato molte cose. Lui ha un occhio molto attento e si accorge subito se un attore dà l’impressione di recitare e se lavora solo in favore della macchina da presa senza essere veramente calato nel personaggio. 

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D: Questo film è una metafora del filmmaking moderno, o della società moderna? Le corporation da un lato e dall’altro il talento e l’arte?

Certamente io mi rivedo molto in Shelby e Miles e in tutto questo ambiente anche se per il cinema non è esattamente la stessa cosa. Da una parte è pur vero che per fare film devi avere soldi, idee, sponsor, e devi convincere le persone della realtà dei tuoi sogni. Lo sforzo, in generale, che dobbiamo fare tutti in questo mondo per realizzare le nostre idee è quello di convincere, e quindi se la domanda è sì o no, la mia risposta è sì! Poi c’è anche da dire che lo sport negli anni in cui è ambientato il film era senz’altro un qualcosa di più puro, innocente, adesso invece è molto più simile a una corporazione, una questione di profitti e interessi, ed è un sistema che è molto peggiorato negli anni. Anche nel cinema senza dubbio devi trovare un equilibrio tra arte e commercio, ma è il motivo anche per cui amo fare film, ed è sempre una scelta quella di entrare nell’arena o meno.

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D: Com’è stato lavorare con due superstar come Matt Damon e Christian Bale?

J. Mangold: Come sa anche Remo, Matt e Christian sono due attori davvero “facili”, nel senso che hanno la testa sulle spalle e amano il loro mestiere, amano recitare. E non si considerano delle grandi superstar ma quando sono sul set si considerano semplicemente degli attori al lavoro, e poi io non sono molto paziente con chi non approccia il mestiere di attore in questo modo. In questo film ci sono davvero tanti grandi attori e in ogni caso io sul set mi sento sempre un po’ il papà di tutti loro e non posso spendere tutto il mio tempo solo con due attori, ho bisogno che ci sia un team e che collabori. Matt e Christian sono esattamente così, sono generosi, sempre disponibili con i loro colleghi. Io li conosco entrambi da oltre vent’anni e quindi mi è sembrato davvero come se stessi girando un film con degli amici.

D: Remo, in questo film Enzo Ferrari è visto un po’ come l’uomo da battere. Com’è stato interpretare questo personaggio che per il nostro Paese ha rappresentato davvero tanti successi?

R. Girone: É stato davvero bello interpretare Enzo perché si tratta di un personaggio conosciuto universalmente oltre che di un uomo di fondamentale importanza per la storia italiana. Sul set tutte le macchine sono a grandezza naturale, ricostruite, ed erano tutte portate da un team di tecnici che non mi conoscevano come attore, ma quando hanno visto che io ero quello che faceva Ferrari hanno tutti voluto fare una foto con me. 

D: Quanto è stato importante la ricerca di materiale per il film?

J. Mangold: Beh in un film come questo si tratta di uno sforzo monumentale di ricerca. Avevamo un intero team di persone a fare ricerche perché bisognava raccogliere davvero tante informazioni. Non solo libri e lettere ma anche documentari da visionare, materiale d’archivio, e c’erano davvero tante registrazioni interessanti di eventi, foto, film. Abbiamo visionato tutto e devo dire che per quanto mi riguarda gli elementi più intimi dei personaggi sono sempre quelli che mi interessano di più. E c’è un aneddoto relativo a una scena e al rapporto con Miles e suo figlio Peter: la scena in cui sta tramontando il sole e loro sono all’aeroporto e Miles descrive il suo punto di vista, la sua filosofia in merito alle corse e a tutto quel mondo. Ecco, quel dialogo è stato diciamo tratto da un’intervista radiofonica di Ken Miles che noi abbiamo poi inserito nella sceneggiatura. In quel dialogo è spiegato bene quello che Miles concepiva come una sorta di “matrimonio” che deve instaurarsi tra il pilota e la macchina da corsa, in maniera da capire nei minimi dettagli e nelle sfumature fin dove una macchina può spingersi o meno, guidando con la consapevolezza di quei limiti. 

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R. Girone: Oggi per un attore è anche un po’ più facile reperire informazioni perché grazie a internet si possono trovare tante cose. Io per esempio ho visto le interviste di Enzo Biagi a Ferrari, i video degli amici e dei collaboratori che parlano di lui. Documentarsi oggi come attore è senz’altro più a portata di mano e ti permette di accedere a tanti dettagli ed elementi che magari prima era davvero difficile avere. 

D: Quanto conta il lavoro estetico e di fotografia in questo film?

J. Mangold: Io e il mio direttore della fotografia Phedon Papamichael abbiamo un rapporto davvero stretto. Ci conosciamo da tanto tempo e la cosa che più ci unisce è il fatto che quando siamo su un set entrambi cerchiamo l’interiorità dei personaggi, la loro vita intima e più profonda. Io vedo il mio lavoro in maniera molto semplice e questo da un lato mi aiuta anche a realizzare film più complessi.  D’altronde, secondo me l’effetto più speciale che si può ottenere in un film è quello di riuscire a fotografare il volto umano e carpirne i pensieri, i sentimenti, percepirne le emozioni. Il mio obiettivo ultimo è quello di fare film che poi la gente ricorda. E infatti i film che io amo di più non sono quelli più costosi o spettacolari ma quelli che riescono a farmi sentire qualcosa, suscitarmi qualche emozione. E in fondo la cosa che accomuna me e Phedon è il fatto che siamo sulla stesa linea d’onda, entrambi cerchiamo nell’immagine quel pensiero umano capace di catturare e restituire l’emozione in un film.  

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Cinema

Maleficent 2: Signora del Male, Angelina Jolie e Michelle Pfeiffer a Roma (conferenza stampa)

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Maleficent 2 (In uscita il 17 ottobre prossimo). Un mondo di fiaba tra creature magiche, principesse e regine. Ma anche un mondo fatto di donne dolci, forti e volitive, pronte a lottare per il proprio posto nel mondo. Pre-apertura della sezione  – dedicata ai ragazzi – Alice nella città della Festa del Cinema di Roma edizione 2019, è stato presentato alla stampa Maleficent 2: Signora del Male. Presenti alla Conferenza stampa le due bellissime attrici coprotagoniste Angelina Jolie (nei panni dark di Malefica) e Michelle Pfeiffer (nei panni della regina Ingrith).

Nel film ci sono dei personaggi complessi, stratificati. Cosa è stato, davvero, ad appassionarvi di questa storia?

Jolie: La cosa interessante di questo film è la rappresentazione della forza nelle sue varie forme. Ci sono donne forti, ma anche uomini forti, ed è stato interessante vedere l’interrelazione esistente tra tutti questi elementi.

M. Pfeiffer: Credo che Angie abbia detto bene. Nel film noi siamo  – Aurora (interpretata da Elle Fanning), Malefica, e Ingrith – tutte donne  molto forti anche se in maniera estremamente diversa, e credo che di fatto sia questa la parte più interessante del film.

Nel film si parla di maternità, vissuta diversamente dalle due protagoniste. Cosa ne pensate e cosa pensate in generale del concetto di famiglia?

Jolie: Il personaggio di Malefica diventa madre in un modo del tutto particolare, e probabilmente lei stessa pensava che non sarebbe mai diventata madre, ovvero un po’ quello che è successo anche a me. Da giovane pensavo che non sarei mai stata abbastanza “brava” da poter essere una madre, anche se mia madre diceva che proprio il fatto di dubitare mi avrebbe reso una brava madre. Eppure, in fondo Malefica crede di essere la persona giusta per Aurora e si impegna molto nel suo ruolo, impara a suo modo a essere madre. E in quella sorta di lotta con sé stessa lei diventa più sicura del suo ruolo, e in qualche modo è proprio la maternità a salvarla, a darle equilibrio, dal momento che di suo Malefica non è proprio un personaggio così stabile o equilibrato.

Sono sicura che la famiglia non sia solo quella rappresentata dai legami di sangue, e credo di essere stata molto fortunata ad avere la famiglia che ho sempre voluto, con tanti figli, e da ognuno di loro ho imparato qualcosa. Per questo motivo, per il fatto di condividere l’esperienza di una maternità “diversa”, il personaggio di Malefica mi sta molto a cuore, tocca delle corde legate a un’esperienza che in fondo ci accomuna.

M. Pfeiffer: Spesso si sente fare dalle persone domande come: è il tuo vero figlio? Sei la sua vera madre? – E penso che queste domande siano davvero fuori luogo, e che fondamentalmente le persone le facciano per superficialità, ignoranza. Io ho cercato di interpretare il mio ruolo di madre nella maniera più naturale, e innocente possibile.

Di solito un attore/un’attrice si cimenta con personaggi tratti dalla realtà. In questo caso invece siamo in una dimensione prettamente di favola. Quali sono le difficoltà nell’interpretare ruoli come questi?

Jolie: A essere onesti è davvero divertente. Senz’altro voi penserete che vestirmi da grande uccello nero con le ali non sia stata proprio la mia felicità, ma in realtà è stato molto divertente. Interpretare un ruolo così ti dà una libertà estrema che non hai con altri ruoli. Hai le ali, le corna e di fatto sei mentalmente proiettato in un mondo parallelo. A volte come attore devi interpretare ruoli davvero seri e devi cercare di ricreare fedelmente un personaggio, ma in film come questi noi attori giochiamo anche molto e invitiamo il pubblico a giocare con noi. 

M.Pfeiffer: Di base l’approccio è esattamente lo stesso a quello di un personaggio reale, ovvero si cerca di rintracciarne l’umanità. Ovviamente si tratta un po’ di una sfida quando devi interpretare una fata con le ali, ma penso che allo stesso tempo sia più divertente perché puoi sottrarti a molte regole. Nel film io interpreto un’umana quindi non c’è stato tutto il divertimento che si sperimenta a interpretare un essere magico, però sono anche piuttosto maligna e cattiva e quindi per me il divertimento  e la sfida sono stati tutti nel rendere il mio personaggio multi cromatico, con varie sfaccettature. Il fatto di essere cattiva, di spaventare le persone e di rappresentare una minaccia per Malefica sono stati tutti elementi di estremo divertimento. 

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Angelina Jolie e Michelle Pfeiffer a Roma

M. Pfeiffer, come si fa a invecchiare con tanta grazia?

M. Pfeiffer: Beh ainvecchiare con grazia non so in realtà come si faccia. Si cerca di fare del proprio meglio considerando che c’è molta pressione in particolare sulle donne e sul loro processo d’invecchiamento. Credo che ognuna di noi faccia del proprio meglio e credo sia davvero la risposta più saggia che io possa darti. 

Nel film c’è un invito all’inclusione e alla diversità. Quanto è importante oggi questo tipo di messaggio?

Jolie: Si tratta di un messaggio estremamente importante perché oggigiorno i ragazzi delle nuove generazioni sono sempre più interconnessi tra loro. Eppure, nonostante siamo così connessi e vicini, assistiamo a una crescente ondata di odio, indipendenza, divisioni, tanto è vero che anche la politica riesce a ottenere appoggio cavalcando queste visioni. Si tratta di un processo destabilizzante e dettato perlopiù dall’ignoranza, però è anche vero che questo tipo di idee non potranno mai vincere perché il mondo è in realtà un posto bello e pieno di diversità, multiculturalità. E tutti noi in fondo sappiamo che possiamo solo restare uniti e accettare le diversità se vogliamo un mondo migliore per i nostri figli. 

Nel film ci sono dolo due scene in cui siete entrambe sullo schermo. Vi sarebbe piaciuto fare qualche scena in più insieme?

Jolie:  Sì assolutamente, mi sarebbe piaciuto perché ci siamo divertite davvero tanto insieme. Però è anche vero che è stato divertente sapere che stavamo andando una incontro all’altra. Magari però nel prossimo film…

Le protagoniste sono tre donne.  Secondo voi è vero che negli ultimi anni le donne al cinema stanno conquistando maggiori ruoli da protagoniste?

Jolie: No, in realtà non credo. Anche sei anni fa eravamo due donne. Il fatto è che in questo film anche il cattivo, ovvero l’antagonista, è una donna. Credo che in questo film però sia importante anche vedere il rapporto che le donne hanno con gli uomini, e quanto apprendono da loro, quanto si affidino all’idea di costruire dei legami, una famiglia.

D’altro canto è pur vero che c’è in atto una discussione sulle donne e su come dovrebbero essere, magari più forti, o combattive. Per esempio, per il film abbiamo discusso molto sul ruolo di Aurora. Ci siamo domandati se infine avesse dovuto prendere la spada e combattere, ma poi abbiamo creduto che fosse giusto lasciare che Aurora restasse dolce e mite, perché la forza di Aurora è proprio nella sua dolcezza. E infine abbiamo pensato come sia sempre giusto lasciare a ogni donna il proprio ruolo, lasciare che segua la propria indole, lasciare che resti così com’è.   

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Cinema

X-Men: Dark Phoenix, intervista a Michael Fassbender e Nicholas Hoult

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X-Men: Dark Phoenix (puoi leggere qui la nostra recensione) l’ultimo capitolo della saga dedicata ai celebri mutanti che hanno popolato i fumetti Marvel, arriva al cinema il 6 giugno distribuito da 20thCentury Fox. Scritto e diretto da Simon Kinberg, il nuovo episodio è interpretato da Sophie Turner, James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, Nicholas Hoult, Tye Sheridan, Alexandra Shipp e Jessica Chastain. In occasione dell’uscita nelle sale cinematografiche italiane a partire da domani, potete scoprire di più su alcuni dei personaggi principali del film sui mutanti.

Nella prima intervista l’attore Michael Fassbender parlerà del suo ruolo nei panni di Magneto.

Questo atteso episodio è la storia di uno dei personaggi più amati della saga degli X-Men, Jean Grey, che si evolve nell’iconica Dark Phoenix. Nel corso di una pericolosa missione nello spazio, Jean viene colpita da una potente forza cosmica che la trasforma in uno dei più potenti mutanti di tutti i tempi. Lottando con questo potere sempre più instabile e con i suoi demoni personali, Jean perde il controllo e strappa qualsiasi legame con la famiglia degli X-Men, minacciando di distruggere il pianeta.

La seconda intervista riguarda l’attore Nicholas Hoult nel ruolo della Bestia.

Il film è il più intenso ed emozionante della saga, mai realizzato prima. È il culmine di vent’anni di film dedicati agli X-Men, la famiglia di mutanti che abbiamo amato e conosciuto deve affrontare il nemico più devastante: uno di loro. Ed infine la terza intervista vede come protagonista proprio Jean Grey, la Dark Phoenix, interpretata da Sophie Turner, reduce dal successo de Il Trono di Spade.

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