Con il suo nuovo Wild Horse Nine, tra i film più applauditi della 83esima Mostra del Cinema di Venezia, Martin McDonagh sembra quasi chiudere un cerchio, o quantomeno tornare a interrogare alcuni dei fantasmi che hanno attraversato il suo cinema recente. Il film appare infatti, per molti versi, come una sorta di punto d’incontro fra Gli spiriti dell’isola e Tre manifesti a Ebbing, Missouri.
Dal primo recupera l’ambientazione insulare, l’assurdità di una coppia umana improbabile e quell’umorismo che nasce dal continuo cortocircuito fra tragedia e farsa. Dal secondo riprende invece l’America come spazio cinematografico e mentale, un territorio che McDonagh continua a osservare con lo sguardo straniante dell’europeo, divertito e insieme profondamente inquieto di fronte alle sue contraddizioni.
Wild Horse Nine, la recensione del film
L’isola, questa volta, è quella di Pasqua, luogo remoto e quasi fuori dal tempo che il regista trasforma in un nuovo palcoscenico dell’assurdo. Anche qui, come negli Spiriti dell’isola sembra riflettere la condizione dei personaggi: uomini isolati, incapaci di comunicare davvero, condannati a una convivenza che assume progressivamente i contorni di una partita surreale.
Al centro della vicenda ci sono due killer della CIA, Chris e Lee, una coppia tanto male assortita da sembrare uscita direttamente dal teatro dell’assurdo. È proprio questo rapporto a rappresentare uno dei motori principali del film. Le conversazioni procedono per deviazioni, ripetizioni, silenzi e improvvise esplosioni verbali, come se i personaggi fossero intrappolati in un copione di Beckett o di Pinter.
E tuttavia, dietro la precisione quasi matematica della scrittura, affiora continuamente qualcosa di più oscuro: la sensazione che questi uomini non siano tanto protagonisti di una storia quanto marionette di un sistema che li ha prodotti e poi abbandonati a se stessi.

Se negli Spiriti dell’isola il conflitto irlandese del 1922-23 rimaneva soprattutto un’eco lontana, una presenza storica capace di contaminare i rapporti personali senza mai trasformarsi del tutto in spiegazione narrativa, in Wild Horse Nine la dimensione politica è molto più scoperta.
McDonagh non si limita a evocare una società malata: ne individua alcuni traumi fondativi e li porta direttamente dentro la storia. Il golpe cileno del 1973, l’intervento e le responsabilità della politica statunitense, il delitto Kennedy diventano così tasselli di una riflessione sul potere, sulla violenza di Stato e sulla costruzione di una verità ufficiale che convive con il sospetto permanente.
Tra ironia e ferocia
Il risultato è un film nel quale il grottesco non rappresenta semplicemente una scelta estetica, ma diventa uno strumento politico. McDonagh non cerca il realismo perché la realtà che vuole raccontare gli appare già sufficientemente assurda.
Esasperarla, deformarla, portarla fino al limite del caricaturale significa allora renderne più evidente l’intrinseca follia. I suoi personaggi sono ridicoli proprio perché sono tragici, e sono tragici proprio perché non sembrano rendersi conto di quanto siano ridicoli. È una dinamica tipicamente mcdonaghiana, che qui trova nei corpi e nei volti di John Malkovich e Sam Rockwell due interpreti particolarmente congeniali.

Anche per questo Wild Horse Nine conferma la natura profondamente teatrale del cinema di McDonagh. Più che costruire una narrazione dominata dall’azione, il regista sembra interessato a mettere in scena incontri, collisioni, duelli verbali.
I personaggi parlano, si provocano, si minacciano, si contraddicono; e mentre lo fanno, il film accumula progressivamente una tensione che spesso esplode in modo improvviso e brutale. La scrittura rimane il vero centro gravitazionale dell’opera: una scrittura cesellata, apparentemente leggera, capace di passare in una sola battuta dall’umorismo più demenziale alla violenza più feroce.
Il cinema di McDonagh continua così a muoversi sul confine, sempre più sottile, fra tragedia e commedia. E in Wild Horse Nine, forse più che nei suoi film precedenti, questa realtà ha il volto di un’America che il regista guarda da lontano e che, proprio per questo, riesce a vedere con particolare nitidezza: un Paese fatto di miti, traumi, violenza e paranoia, nel quale persino la Storia sembra essersi trasformata nell’ennesimo, grottesco copione.

