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Interviste

But I Am Not, il regista Luigi Alberton parla del suo ambizioso progetto

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Luigi Alberton, artista e creativo italiano, ha deciso di impegnarsi nella realizzazione di un film ambizioso e coraggioso che vuole dar voce ad una parte di storia del nostro paese, poco nota e quasi dimenticata. Avendo avuto per le mani una lettera-testamento, egli è venuto a conoscenza di una battaglia che si è svolta il 18 ottobre del 1915 sul Sass De Stria, e ha deciso di raccontare la mitica impresa di un gruppo di uomini guidati dal sottotenente Fusetti, costruendo intorno alcune storie di finzione che arricchiscono e rendono ancora più coinvolgente il film, intitolato But I Am Not. Prendendo ispirazione da una storia vera che merita di essere raccontata, Alberton e la sua troupe tecnica e artistica di alto livello, stanno girando in questi giorni il primo trailer ufficiale del film, mentre da pochi giorni è attiva la campagna crowdfuding che chiede a chiunque voglia partecipare, di dare il proprio contributo alla produzione di un progetto interessante, educativo e originale: http://www.butiamnot.com/it/crowdfunding.html. In una recente intervista, l’autore e il regista di But I Am Not ci ha raccontato la sua idea del progetto, i temi che saranno affrontati e le linee guida che seguirà per le riprese e la realizzazione del film.

Hai un percorso atipico, e sembra che la parola chiave sia “ricerca”.

Credo di sì. Ricerca e sperimentazione. Mi piace esplorare forme espressive libere dai generi codificati e la mia ricerca va “per sottrazione”, mira alla sintesi e all’essenza. Per questo finora ho trovato nel cortometraggio la mia dimensione ideale. L’esempio migliore è “La Giostra”, che per me e il mio team di Immaginario Sonoro è stato il progetto finora più ambizioso, da un lato per i valori che esprime e per la ricerca espressiva, dall’altro per la sperimentazione delle DSLR come unico strumento di ripresa (nel 2009, quando l’abbiamo girato, credo che non ci fossero altri progetti di uguale portata). Anche “Flash – Vivi il mondo in 3D” è stato una bella avventura: una sperimentazione “senza rete” della stereoscopia 3D con DSLR, applicata a un nuovo format di documentario per la divulgazione culturale.

E ora perché un lungometraggio?

Mi piace cambiare. Voglio lasciare la sperimentazione “senza rete” e cimentarmi con i registri narrativi del lungometraggio. Per me il genere storico-drammatico è una strada nuova. La storia ci costringe ad andare oltre l’orizzonte, ci misura rispetto alla continuità e al presente. Trovo tutto questo molto stimolante. Ma voglio raccontarlo “a modo mio”, creando dei cortocircuiti tra passato e presente.

luigi2Cosa significa “raccontare a modo mio”? Qual è il tratto principale del tuo stile narrativo?

Forse perché nasco come musicista, per me il suono ha la stessa potenza narrativa dell’immagine. Anzi di più, perché il suono evoca ciò che l’occhio non vede e tocca corde profonde del sentire. Quindi le mie storie sono racconti “per immagini e suoni”. E le immagini mantengono sempre un che di pittorico, nella luce, nella composizione… non sono mai “rubate” o improvvisate. In tutto questo, la parola detta arriva per ultima, a colmare eventuali vuoti narrativi. E quindi ogni parola ha un suo peso specifico, è necessaria. Ammiro Woody Allen, ma è esattamente agli antipodi rispetto al mio modo di sentire. Sottrarre parole vane credo sia necessario. Ma richiede al pubblico più attenzione, più partecipazione…

La sceneggiatura è scritta a quattro mani…

Sì. Da un lato amo il lavoro di squadra. So per esperienza che 1+1 non fa 2, ma molto di più. Dall’altro, mi piace il gioco dei punti di vista: il mio approccio (immaginativo e maschile) e la sensibilità di Maria Cristina Leardini (più narrativa e femminile) creano insieme un gioco di interazione molto ricco. A volte è “burrascoso”, ma con esiti sempre superiori a 2, per così dire.

Nel film diversi personaggi possono essere visti come protagonisti… Qual è il punto di vista principale?

Mi verrebbe da dire che ci sono più punti di vista, come sempre succede nella vita… Ma la chiave del film è nel personaggio di Alessio: giovane, inquieto, irrisolto, confuso dal frastuono del suo mondo. Noi spettatori seguiamo Alessio nel suo percorso dentro di sé, nel suo tentativo di dare nome e forma all’inquietudine. Ci riconosciamo in questo cercare brancolante. Alessio diventa una sorta di Virgilio al contrario: drammatico e conflittuale, senza risposte, inconsapevole. E la risposta che troverà per sé, in una specie di cortocircuito temporale, sarà solo una delle risposte possibili: a ciascuno di noi il compito di cercare la nostra.

luigi3Possiamo considerare anche il Museo come uno dei protagonisti?

Il Museo “Forte Tre Sassi” è forse l’interprete principale, il “collettore”, il punto di raccordo tra passato e presente. Questo Museo ha qualcosa di speciale: non è una semplice esposizione ragionata di cimeli, ma è una sorta di sacrario. Nella Grande Guerra era una fortificazione austro-ungarica e la guerra si è intrisa nella pietra delle sue pareti. C’è freddo, dentro al Museo, c’è silenzio. Ci sono le voci mute di quei soldati, c’è la loro presenza. Ed è questo che voglio raccontare, ma sottovoce, con rispetto, senza retorica. Voglio lasciare affiorare tracce di quelle voci mute. E in questo, è la potenza evocativa del suono (non della parola), che mi aiuterà a rendere presenti la paura, il freddo, la nostalgia, la solidarietà, lo spirito di sopravvivenza, lo smarrimento… In una parola: gli uomini.

Come racconti la guerra?

La racconto dal punto di vista degli uomini, senza retorica, senza eroismi hollywoodiani. La battaglia al Sass de Stria del 18 ottobre 1915 è un episodio minimo, poco rilevante nello sviluppo del conflitto e “poco spettacolare” secondo i canoni del cinema. Ma è proprio per questo che vogliamo raccontarlo: era questa l’assurda quotidianità della guerra. Non c’era grande consapevolezza politica, se non in pochi: gli uomini combattevano principalmente per tornare a casa vivi, dalle famiglie, dagli affetti. Il concetto di patria era troppo astratto. E anche il concetto di “nemico” era difficile da comprendere, soprattutto in queste terre di confine, dove i “nemici” avevano condiviso per generazioni luoghi, abitudini, lingua, commerci… Nel film, questa fratellanza profonda, estranea alle logiche della politica, emerge nell’episodio della cattura del tenente Stradal. Quindi, il racconto della battaglia è realistico (grazie alla preziosa consulenza di Franz Brunner), ma ha anche una dimensione metafisica e universale, che va al di là del singolo fatto e racconta l’Uomo.

Quali sono i temi principali del film?

A livello narrativo, il nucleo centrale del film è la battaglia al Sass de Stria del 18 ottobre 1915, con uno spaccato della vita di alcuni dei soldati prima che la guerra li portasse via. Ma anche in tempo di pace la vita quotidiana non è meno battagliera e si rivela una lotta continua: la lotta a cui ciascuno di noi è chiamato – per essere, e per divenire. Ci sono poi altri “strati” di significato, altri temi a me cari. Il primo è la memoria del passato. Il passato è parte di noi, è presente. Prendere coscienza di questo, riconoscere la continuità tra passato e presente, qui è ora, è un passo fondamentale per il nostro equilibrio e per la nostra evoluzione, soprattutto adesso, in questa società twittante e sempre più sfilacciata, dove tutto si appiattisce nell’istante presente, senza avere memoria del passato né prospettiva del futuro. Anche raccontare il Museo, l’ascoltare in silenzio la voce muta degli oggetti che vi sono esposti, va in questa direzione. E anche la reincarnazione, che è una possibile chiave di lettura del film (pur restando sempre sul filo dell’incertezza tra sogno, allucinazione, rivelazione), vuole esprimere proprio questo valore: noi siamo il nostro passato. Azione e re-azione, causa ed effetto: sono leggi della Natura e quindi anche dell’uomo, se tornerà a imparare a riconoscerle.

Un altro tema, che affronto per la prima volta, è quello dell’amore omosessuale, che uno dei protagonisti vive come colpa inconfessabile, tormento, dannazione, tanto da tenerlo segreto persino all’amato. Il titolo stesso richiama questa dimensione individuale fondamentale, la negazione di sé che nasce dalla mancanza di riconoscimento del nostro essere più profondo: “Noi non siamo” ciò che gli altri vedono (o vogliono vedere) di noi.

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Per concludere, vuoi dirci qualcosa del tuo team?

Il nucleo più “antico” del team è quello di Immaginario Sonoro, il centro di ricerca artistica che ho fondato nel 2007 e produttore indipendente di questo film: siamo persone che lavorano insieme da tanto tempo e che si sono scelte non solo per le qualità professionali, ma anche per la condivisione dei valori e della visione dell’arte. Poi però, con una naturalezza che continua a stupirci, si sono aggregate intorno al progetto del film numerose altre persone – tecnici e artisti, appassionati di storia e giovani professionisti – con passione ed entusiasmo. Non mi dilungo a parlare delle qualità professionali e umane di tutti: ci vorrebbe troppo tempo! Ma il principio alchemico – semplice e meraviglioso – va detto…

C’è un gruppo di persone unite da una progettualità comune; ciascuno mette in campo le proprie risorse, in relazione con gli altri; c’è condivisione (di conoscenza, di idee, di valori) senza competizione; c’è un “capo-progetto” che si mette al servizio del gruppo per canalizzare e valorizzare le singole competenze; c’è arte e Bellezza; c’è il piacere di fare insieme… Cos’altro è se non un modello di società ideale? E dirò di più: funziona.

 

Il cinema e la scrittura sono le compagne di viaggio di cui non posso fare a meno. Quando sono in sala, si spengono le luci e il proiettore inizia a girare, sono nella mia dimensione :)! Discepola dell' indimenticabile Nora Ephron, tra i miei registi preferiti posso menzionare Steven Spielberg, Tim Burton, Ferzan Ozpetek, Quentin Tarantino, Hitchcock e Robert Zemeckis. Oltre il cinema, l'altra mia droga? Le serie tv, lo ammetto!

Alice nella Città

Sul più bello | Interviste a regista e cast della sorprendente teen dramedy

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Presentato alla 15esima edizione della Festa del Cinema di Roma, nella sezione Alice nella città, Sul più bello è l’opera prima di Alice Filippi, con Ludovica Francesconi, Giuseppe Maggio, Gaja Masciale e Jozef Gjura.

Marta è una giovane come tante, se non che soffre di una malattia genetica ed è ossessionata dalle liste. Le sue giornate trascorrono tra gli studi universitari, il lavoro al supermercato e le chiacchiere tra amici. Sì perchè Marta ha due amici, Federica e Jacopo, che le sono sempre accanto, nel bene e nel male. L’incontro con Arturo sconvolgerà la vita di tutti.

Sul più bello | Tra ossessioni e manie

Abbiamo incontrato i giovani protagonisti e la regista piemontese, in occasione del passaggio alla kermesse capitolina, ed ecco cosa abbiamo scoperto…

Nel film Marta dice che “la lista è vita”. Voi avete un’ossessione o una mania simile?

Gaja Masciale: Ne ho talmente tante… Un’ossessione che ho anch’io e che praticamente ho coltivato da un po’: ho un sacco di diari, dove scrivo ogni giorno più o meno tutte le cose che mi succedono. Tutte. Perchè poi ogni tanto, per esempio oggi prima di venire qui, sono andata a prendere il quaderno di Sul più bello ed ero così emozionata, avevo scritto tutto, come mi sentivo. Poi ovviamente sono flussi di coscienza.

Jozef Gjura: Io ho delle fobie. Odio prendere l’ascensore quindi a volte mi faccio anche sette piani a piedi. Anche io scrivo tante cose ma non sono così meticoloso come Marta, scrivo e mi finiscono i fogli ovunque di qua e di là, quindi in realtà sono molto confusionario.

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Gaja Masciale, Ludovica Francesconi e Jozef Gjura in una scena del film.

Ludovica Francesconi: Ma io ho delle cose che faccio come routine… Non tolgo mai un anello che è di mia nonna e che mi ha regalato. E mi faccio tutti i giorni, la mattina, il the con il latte, perché ho bisogno di riflettere, di prendermi i miei 10 minuti tranquilla.

Giuseppe Maggio: Allora io quando sono stressato, mi pulisco le scarpe con tutto il kit. È una cosa che mi ha insegnato mio nonno ed è una mania perché devono essere proprio fatte bene, lucide. È una cosa anche utile che mi ricorda mio nonno.

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La città di Torino e i riferimenti cinematografici

Quali sono stati i riferimenti o le ispirazioni per il film?

Alice Filippi: Io quando ho letto la sceneggiatura, ho pensato subito ad un film che raccontava delle tematiche molto delicate e in più si indirizza ai ragazzi. Quindi ho pensato che quei colori potessero rappresentare anche il carattere di Marta. Non solo nella storia, nelle battute, nella messa in scena ma anche visivamente mi piaceva raccontare Marta in questo modo.

A me piace moltissimo Wes Anderson per la cura che ha della fotografia, scenografia e costumi, e ho cercato con la mia squadra di fare proprio questo lavoro. Abbiamo lavorato per creare un mondo che fosse colorato e frizzante, però senza essere surreale. Quindi molto al limite, perché sennò c’era il rischio che diventassero delle macchiette. Abbiamo cercato di dosare molto i toni per raggiungere questo obiettivo.

Quanto ti ha aiutato la città di Torino, con i suoi scenari e l’atmosfera?

AF: Torino è una città meravigliosa. Io poi sono piemontese e quindi l’idea di girare il mio primo film a Torino, che è stato un caso perché era un colloquio qui a Roma, devo dire che mi sono sentita di giocare in casa. E sono stata molto contenta perché la conoscevo, conoscevo i luoghi e ci sono dei luoghi meravgliosi. Può essere anche bella colorata Torino, non so perché c’è quell’immagine differente. Potendo raccontare questa bella Torino, per me è stato portare anche la mia terra sullo schermo.

Tre aggettivi per descrivere se stessi

Se doveste descrivervi con tre aggettivi, non tutti positivi…

LF: Sono una persona emotiva, sia in positivo che in negativo… soprattutto in negativo (ride, ndr.). Solare e impacciata.

GM: Sono spesso egocentrico, sono insicuro anch’io e abbastanza fragile.

JG: Impaziente, elegante… o stiloso forse. Lo stile è questione di personalità. Forse un po’ vanitoso, essendo un attore.

GajaM: Sicuramente sono precisa, nella mia confusione ovviamente. Sono una persona determinata, come Federica (il personaggio che interpreta nel film, ndr.) e sono molto disponibile nei confronti degli altri.

AF: Esigente, molto sensibile e attenta.

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Giuseppe Maggio e Ludovica Francesconi in una scena del film.

Quale è stato uno dei momenti più difficili ed uno dei più belli della realizzazione del film?

GM: Penso che il più difficile sia stato quando ci hanno detto che non potevamo più girare e abbiamo dovuto interrompere le riprese.

LF: Sì è stato un duro colpo, perché sei un po’ in una bolla che ti protegge quando sei sul set, quindi non ti rendi realmente conto di quello che accade fuori, soprattutto perché è successo molto all’improvviso. Almeno io l’ho vissuto così. Ero totalmemte concentrata su questa cosa che si stava realizzando… Mi ricordo il preparare di corsa la valigia per poter ripartire – perché abbiamo girato il film a Torino – e tornare dai miei genitori.

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Il momento più bello è stato ricominciare, perché i primi due giorni a marzo io ero comunque tanto emozionata, avevo il terrore di cosa stava accadendo, perché dovevo capire come funzionava tutto, questa macchina che è perfettamente architettata e quindi ero molto agitata. Ritornare sul set sapevo quello che mi aspettava, non vedevo l’ora. Nel momento in cui abbiamo ribattuto il primo ciak ed è stata penso l’emozione più bella.

GM: L’ultimo ciak, per me. Perché ce lo siamo portati a casa.

L’emozione del grande schermo e una canzone da karaoke

Che emozione vi ha fatto rivedervi sul grande schermo, nella cornice del Festival?

GM: Enorme, è stata enorme.

LF: Io sto cercando di metabolizzare. Prima mi stavano facendo delle domande e ho dovuto dire “scusate un attimo, ho appena visto il film, datemi due minuti per riprendermi”. Mi tremavano le gambe, perché cercavo di contenere l’emozione e ripetermi “non pinagere, non piangere, non piangere”.

JG: La prima volta che l’ho visto non riuscivo a vedermi, ero super critico. Oggi invece ho visto che c’è una grossa sintonia tra di noi, quindi sono molto contento per come funziona.

GajaM: Quando mi sono rivista sul grande schermo facevo fatica a contestualizzarmi, poi fa un certo effetto rivedersi, sentire anche la propria voce. Poi invece anche io oggi ci ho preso gusto. Vedi… ho fatto un bel film, ne posso fare un altro? (ride, ndr.)

Scegliete una canzone che cantereste al karaoke.

GajaM: Io l’ho cantata e sono stata csì coraggiosa da voler cantare Mina, Oggi sono io.

JG: Roberto (Proia, sceneggiatore del film, ndr.) ci ha fatto fare il karaoke a fine film E io “non canto, non canto” e ho cantato I will survive.

GM: Sul più bello di Alfa.

LF: Beh io a questo punto canterei Fly me to the moon.

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Can Yaman

Verissimo | la prima intervista italiana all’ attrice turca Demet Özdemir

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Direttamente dalla splendida Istanbul, nonostante gli impegni lavorativi e la minaccia del coronavirus, l’attrice del momento Demet Özdemir è volata in Italia, precisamente negli studi Mediaset di Milano. Arrivata in punta di piedi, presumibilmente per non creare situazioni di assembramento sotto il suo hotel, l’attrice è stata ospite della trasmissione televisiva Verissimo condotta da Silvia Toffanin.

Prima volta nel nostro Paese, prima volta in una trasmissione televisiva italiana e prima volta che si riesce a scoprire qualcosa di più in merito alla sua carriera, la sua famiglia, la vita privata e il rapporto con i fan. Attraverso i suoi 11 milioni di follower su Instagram, la Özdemir è nota non solo per essere stata la dolce Sanem nella serie Daydreamer – Le ali del sogno attualmente in onda su Canale 5 durante il weekend, ma anche per essere portavoce di molte associazioni benefiche legate ai bambini e agli animali.

Grazie alla voce della sua doppiatrice italiana Joy Saltarelli, ecco quali sono state le risposte corpose e molto interessanti date dalla solare Demet alla padrona di casa Silvia Toffanin.

La prima volta in Italia e il rapporto con i fan

Accolta con il brano Ordinary Day dell’indimenticabile Dolores O’Riordan, vestita con un completo grigio molto elegante e giovanile allo stesso tempo è entrata Demet Özdemir accolta da un perfetto “Merhaba” pronunciato dalla Toffanin a sua volta ha risposto con un sorridente “Buongiorno”.

È la prima volta che vieni in Italia?

-Si è la prima volta in Italia. È la prima volta che partecipo a un programma in Italia, per me è bellissimo essere qui. Tu sei bellissima.

Tu sei una star in Turchia, non solo in Italia. Come vivi il successo?

-Devo dire, in due modi diversa. Facciamo questa professione, ed è normale essere conosciuti ed effettivamente viviamo in mezzo alla gente e tutti ci vedono. È un po’ un obbligo, fa parte di questo mestiere. Però, d’altra parte, abbiamo anche la nostra vita privata, abbiamo i nostri passatempi; e sono cose che tengo per me. Cerco di essere, attenta a utilizzare le cose come si deve, ma è che chiaro che tutto sta andando bene. C’è questa unione così bella ed trovo che sia quasi un miracolo. Perché riuscire ad arrivare a tutti, raggiungere le persone nel mondo non è qualcosa che tutti riescono a fare. È questo il messaggio. Quando uno sogna qualcosa, riesce a ottenerlo. Questo è il messaggio che vorrei lanciare. Sono stata un po’ lunga?

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L’infanzia di Demet Özdemir

Dopo aver raccontato le sue origini tra la Bulgaria e la Turchia, Demet ha iniziato a parlare a ruota libera della sua infanzia e adolescenza, rivolgendo un pensiero speciale anche alla sua migliore amica: la mamma Ayşen Şener. Al termine di video di presentazione, la star turca ha dichiarato: “È incredibile, ci sono cose in questo video che persino io ho dimenticato e il fatto che le abbiate trovate e messe insieme è bellissimo. Grazie, grazie con il cuore.”

Tu che bambina sei stata?

-Ero strana. Ero un po’ un maschiaccio, va detto. Scappavo via da casa. Avevo una sorella con la quale andavo molto d’accordo, ma andava a scuola e io restavo da sola a casa. Che cosa potevo fare? Scappavo via e andavo alla sua scuola. Mia mamma non ne poteva più. Devo dire che durante tutti gli anni della mia crescita è stata sempre dietro a me. Ero libera e vivo in una grande città però bisogna dire, che i miei primi anni ho vissuto in un villaggio, dove c’erano tanti alberi, e mi divertivo ad arrampicarmi. Avendo vissuto quella libertà, sono stata molto fortunata. E forse, proprio questo è stato di ispirazione per il mio modo di recitare. Perché durante tutta la mia vita, qualsiasi cosa, la nostra vita in generale, tutto quello che viviamo, poi viene messo da parte e può essere utilizzato durante la recitazione. Quindi è stato bello essere quel tipo di bambina.

Tu sognavi? Eri una bambina sognatrice come il tuo personaggio Sanem?

– È così è così. Forse questo fa un po’ parte del successo. Perché ho incarnato, perfettamente il personaggio, anche se c’è un po’ di differenza, perché Sanem è sempre lì che trema, è come se avesse due mani sinistre. Questa sua serenità, questi suoi rapporti familiari, così calorosi, non so se dico davvero tutto quello che mi passa per la mente come fa Sanem. Però Sanem è coraggiosa e tante volte, fa delle cose, senza pensare a cosa va incontro e credo di avere lo stesso tipo di coraggio anche io. Ecco perché forse, riesco a portare sullo schermo proprio questa caratteristica.

Una mamma per amica

Come anticipato poco fa, il rapporto tra l’attrice e la sua mamma è stato atipico rispetto alla normalità. Prendendo in prestito il titolo di una nota serie tv americana Una mamma per amica, attraverso questa frase potrebbe essere riassunto il loro rapporto fin dai primi anni di età della ragazza.

Che rapporto hai con la tua mamma?

-Ho un rapporto bellissimo, è così carina. Non è proprio quel rapporto mamma e figlia. Mia mamma ha vissuto a Berlino, è stata hostess. Ha avuto una formazione eccellente, istruzione e credo che per tutti valga la pena. Più le mamme diventano meno giovani, diciamo così, più le ragazze, le figlie sono vicine. Quindi talvolta, è come se fossi io la sua mamma e altre volte è lei che è mia mamma, ci scambiamo i ruoli, qualche volta usciamo fuori e le dico: mamma ti prego, stai attenta, fammi sapere quando rientri, mandami un messaggio. Quindi è così, è come una condivisione dei doveri. Lei è la persona che mi dà più coraggio. E poi vorrei parlare delle donne, l’esistenza, i valori della vita, l’amore, l’affetto. Sono tutte cose che mi ha trasmesso lei. Si apprendono dalla famiglia. Quindi il fatto di avere coscienza, di non dover offendere le persone: tutto questo è merito di mia madre. E se oggi sono qui è anche merito suo. So che è molto emozionata per me e penso che stia già piangendo nel vedermi.

Lei però ti sognava avvocato, non attrice…

-Si. È vero, è vero. Questo era il suo sogno. Ma non mi ha detto: Devi essere un avvocato. Io da bambina volevo essere avvocato. E mia madre è sempre stata di sostegno a tutte le mie decisioni. Mi ha sempre detto che non c’è età per essere rispettosi di tutti. Io volevo essere avvocato e a casa avevo quella cosa che utilizzano i giudici e dicevo: La mia decisione è questa!. La vita mi ha messo in un altro percorso e devo dire che mia madre non è stata poi così triste nel non vedermi avvocato. Mi ha sempre sostenuta.

Il primo amore di Demet Özdemir: il ballo

Ballerina, attrice e cantante, visto che la sigla intitolata Gunaydin della serie Daydreamer nella versione originale è cantata da lei, dimostra quanto sia una ragazza completa da un punto di vista professionale. Infatti, non tutti sanno che proprio dal ballo è iniziata la sua carriera nel mondo dello spettacolo.

Tu però a 15 anni – molto presto hai iniziato a lavorare – che lavoretti facevi? Ballavi?

-Si ballavo e vorrei ancora ballare. È ancora un mio desiderio. Ho iniziato a ballare quando avevo 15 anni e dovevo anche lavorare. Dovevo. Ma ho voluto fare qualcosa che mi piacesse. Mia sorella aveva già ballato ed era quindi un settore che conoscevo tramite lei. Per questo ho voluto e avuto una forte volontà e formazione. Non ho detto: Ah! Voglio ballare e sono diventata ballerina. Ho seguito una formazione. Poi è successo che le cose sono andate così come le sognavo. Ma non ho mai detto che sarei diventata ballerina per sempre, che sarebbe stato il mio mestiere. Però il settore del ballo è vissuto con più libertà.

Sei stata anche cheerleader…

-È così, è così. Era bellissimo quel periodo, formidabile! C’erano competizioni. I maschi che giocavano a pallacanestro e io ero in mezzo che ballavo. Era come se smussassi gli angoli. Ed era strano, perché mi guardavo intorno e la gente era impaziente di vedere queste partite. Noi ragazze invece eravamo lì a sorridere e ballare. C’era bisogno di alleggerire l’atmosfera.

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Il successo di Daydreamer – Le ali del sogno

Inutile dire che il motivo della sua venuta in Italia è strettamente legata al clamoroso successo della serie tv turca Daydreamer – Le ali del sogno che dal 10 giugno ha conquistato il pubblico italiano di tutte le età. L’alchimia con il partner della serie, Can Yaman ( clicca qui per leggere la sua intervista andata in onda la scorsa settimana a Verissimo) ha suscitato interesse e curiosità in tutto il mondo, a tal punto da sperare in una possibile relazione tra i due. Ecco cosa ha risposto la Özdemir su questo argomento.

Due anni fa è arrivata la serie Daydreamer la serie che stiamo vedendo adesso in Italia e che sta appassionando tutta il pubblico di Canale5 e Sanem è entrata nel cuore degli italiani. Ti piace rivederti?

-È bello! E dietro c’è tanto impegno. So che adesso lo state vedendo e vi piace molto e questo mi rende felice. Come ho detto è stato veramente un momento importante per me, una svolta nella mia carriera. C’è una sorta di atmosfera magica, e tutti si sono impegnati a fondo. Ci siamo divertiti e io mi sono divertita tanto. Mi è piaciuto tantissimo e vedo che gli echi sono giunti fino a qui in Italia. Sono molto felice e fiera di questo progetto.

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Il rapporto con Can Yaman dopo la fine della serie tv turca

Questa coppia, la vostra coppia sta facendo sognare. Che rapporto hai con Can Yaman?

-Abbiamo un ottimo rapporto. Abbiamo avuto un periodo in cui abbiamo recitato insieme, anche lui è molto bravo e so che ogni tanto viene in Italia. Diciamo che è stato un bel viaggio insieme e spero che lui continui così nella sua carriera. Lo auguro anche a tutti gli altri che hanno partecipato alla nostra serie, perché so che tutti hanno progetti molto ambiziosi e anche io ne ho. Quindi, quando guardo indietro, al passato, mi rendo conto che è stata una serie di cui si può essere fieri.

Ma siete amici anche nella vita o solo professionale?

-Come posso dire? Non voglio assolutamente essere fraintesa. Siamo amici. È una persona piena di valore, una persona a cui sicuramente voglio bene. Abbiamo entrambi grandi progetti, lavoriamo tanto, quindi non riusciamo a vederci così frequentemente. Certamente è una persona a cui tengo molto e tutte le persone che incontro nel mio percorso sono pieni di valore per me.

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Il nuovo progetto: Doğduğun Ev Kaderindir 

Rispetto ai suoi colleghi che hanno recitato con lei in Daydreamer – Le ali del sogno, a distanza di pochi mesi dall’ultimo ciak, Demet si è trovata catapultata in una nuova serie, questa volta dai forti risvolti drammatici. Per il pubblico, il semplice fatto di aver parlato di questa nuova serie, conosciuta con il titolo internazionale My Home My Destiny, ispirata a una storia vera, ha acceso la speranza di poterla vedere in tv prima o poi. Vediamo cosa ha risposto su questo progetto e come stanno vivendo il set lei e il suo partner lavorativo İbrahim Çelikkol, dopo lo stop forzato che hanno subito mesi fa, a causa del coronavirus.

So che tu stai lavorando a grandi progetti in Turchia e sei sempre molto impegnata...

-Esattamente, si. C’è una nuova serie. È finito Daydreamer e dopo tre o quattro mesi dalla fine ho iniziato un altro progetto totalmente diverso rispetto a quello. Dopo che ho letto il copione, mi è piaciuto moltissimo. È una storia vera. La storia di una donna che cerca di restare in piedi e la lotta che deve affrontare è un dramma. È una cosa che ho sentito profondamente perché dopo otto anni è giunto il momento anche per me di affrontare un dramma. Quindi un nuovo percorso per me.

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Italia e Turchia, unite dalla paura a causa della pandemia da coronavirus

Demet com’è stato tornare sul set dopo il lockdown? Anche in Turchia vi siete dovuti fermare a causa del virus…

-È vero, è stato un periodo davvero difficile. All’inizio era ancora più complicato perché nessuno riusciva minimamente a capire, a capacitarsi di cosa stesse succedendo, e poi, man mano che il tempo è passato, le persone si sono abituate a tutto. Questo sia nel senso positivo che nel negativo. È spuntata una mascherina, abbiamo dovuto continuamente disinfettarci le mani e piano piano questa consapevolezza è stata sempre più viva. All’inizio avevo timore, avevo paura per la mia famiglia poi avevo paura soprattutto per le persone più anziane. Poi mi sono resa conto che anche noi siamo fonte di rischio e quindi dobbiamo essere responsabili.

Adesso siamo ancora un po’ timorosi, parlo di Istanbul. Tutti fanno attenzione e tutti hanno questa premura. Anche noi che lavoriamo sul ste facciamo tutto il necessario, facciamo il test. È chiaro che quando si recita non si può portare una mascherina, però cerchiamo veramente di fare del nostro meglio e di prendere tutte le precauzioni necessarie.

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La vita privata della ‘donna bambina’ Demet Özdemir

Qualche mese fa, in un articolo dedicato a lei (clicca qui per leggerlo) avevo definito Demet Özdemir, una donna bambina prendendo in esempio il brano Acqua e sapone del gruppo italiano Gli Stadio. Dalle risposte dichiarate senza remore si percepisce la sincerità e la trasparenza del suo essere, qualità particolarmente apprezzate dai suoi fan in tutto il mondo.

Tu sei una donna felice? Quando ti guardi allo specchio, pensi che sei felice?

-Direi di si! Lavoro così tanto. A volte mi guardo allo specchio e mi vedo vecchia. In questa ultima serie continuo a piangere e piangere. Torno a casa, mi guardo allo specchio e mi rendo conto di essere invecchiata di vent’anni. Ma poi mi riadatto, perché ho tanta energia. Vedi non riesco a stare ferma. Ci sono momenti in cui mi sento più stanca. Non posso farne a meno perché lavoro davvero tanto. Però rimango sempre un po’ birichina, sempre molto movimentata. Sono una persona che ama divertirsi e credo che la gente questo lo sappia, perché sui social vedo che girano tante cose. Lì mi sento come se avessi vent’anni.

Ti piacerebbe diventare mamma? Ci pensi ogni tanto?

Bella domanda! Prima mi hai detto che sembrano giovane e ora mi fai questa domanda? In futuro, futuro, futuro credo di sì. Essere mamma è una cosa bellissima, una cosa stupenda. Però posso dire una cosa, certamente vorrei essere mamma. Però non c’è nessun obbligo. Non è una decisione obbligata. Io vedo mia madre, vedo le altre mamme, delle mie amiche, dei miei amici e dico: un giorno anche io sarò mamma. Sai che spesso mi sono chiesta che tipo di mamma potrei essere. Che cosa sarà? Spero solo di essere una mamma felice, serena e calma. Spero di non avere una bambina o un bambino troppo birichina o birichino.

Ma c’è un fortunato al tuo fianco?

-È una domanda un po’ privata. Normalmente non rispondo a queste cose, però… Sto pensando a come rispondere…Perché anche in Turchia mi fanno sempre questa domanda. Non sono insieme a nessuno. L’avevo già detto anche in Turchia, l’ho detto tante volte però, ci sono momenti in cui potrei sentirmi completamente innamorata e questa cosa io non la potrò nascondere. Ecco questa potrebbe essere la risposta. Se dico che non c’è nessuno, vuol dire che non c’è nessuno. E infatti non c’è nessuno.

C’è l’amore dei tuoi fan che ti adorano. Che cosa ti senti di dire ai fan italiani che sono impazziti d’amore e d’affetto per te, appena hanno saputo che saresti venuta in Italia?

-Potrei risponderti che ci sono i miei fan. Loro sono le mie persone. Guardo anche su Instagram e talvolta sono davvero divertenti, quasi comici. Avevano il dubbio sul fatto che io venissi o meno, ma non erano sicuri. Hanno scritto delle cose meravigliose. Hanno detto cose tipo: Ah, Demet, sei in Italia? Batti un colpo. Vieni da noi. Dove sei? Diccelo! Hanno messo delle faccine bellissime.

Ti ringrazio tantissimo Demet. È stato un piacere averti qui sono felice che tu sia venuta in Italia per la prima volta qui a Verissimo. Ti auguro tanto successo, già ne hai, ancora di più, sei bellissima e sei davvero entrata nel cuore degli italiani. Grazie di cuore Demet, è stato bellissimo incontrarti alla prossima quando vuoi puoi venire qua.

-Grazie a voi!

-Alla prossima quando vuoi!

-Lo spero. Inshallah.

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Can Yaman

Bay Yanlış | Intervista in esclusiva al regista della serie Deniz Yorulmazer

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Per la prima volta in Italia, il regista turco Deniz Yorulmazer noto negli ultimi mesi per aver diretto la serie tv turca Bay Yanlış ha rilasciato per NewsCinema un’interessante intervista. La commedia romantica terminata venerdì scorso con la messa in onda del 14° episodio e interrotta bruscamente e ingiustamente dal canale Fox Turkiye, ha visto la ribellione dei fan di tutto il mondo sui social.
Nonostante il cast abbia ormai detto ‘addio’ ai rispettivi personaggi, la speranza del pubblico di vedere nuovi episodi (o magari un film) nelle principali piattaforme streaming, continua a vivere negli occhi e nei cuori dei sostenitori degli Ezgür.

Ecco cosa ci ha raccontato Deniz Yorulmazer a pochi giorni dalla chiusura del set della serie tv turca, che ha visto il ritorno della coppia artistica formata da Can Yaman e Özge Gurel.
(Un ringraziamento speciale alla traduttrice di lingua turca Silvia Flagella che mi ha aiutato con la traduzione delle risposte.)

1) Ciao Deniz, vorrei ringraziarti per aver accettato questa intervista nonostante gli impegni con Bay Yanlış e farti i complimenti per il lavoro che stai svolgendo. Volevo chiederti come stai? Com’è stata la situazione sul set nonostante il coronavirus? Dalle foto che abbiamo visto tramite i social si respirava una grande armonia, è così?

– Prima di tutto grazie, sto abbastanza bene e sono stato ancora più attento a nome di tutti dato che siamo stati sul set in un momento difficile, anche il nostro team è stato molto felice di lavorare in un ambiente controllato, almeno questo è quello che mi hanno riferito.

2) Dopo il successo che hai ottenuto con Aşk101 su Netflix, ti sei cimentato in questa nuova avventura chiamata Bay Yanlış. Ti aspettavi tutto questo successo da un punto di vista internazionale? L’Italia vi ha seguito sempre con tanto amore ogni venerdì su Fox Turkiye.

– Stavo seguendo i successi internazionali di Can e di alcune delle nostre serie TV nazionali, credevo che anche Bay Yanlış avrebbe trovato una risposta in molti Paesi. Anche se i rapporti tra uomini e donne differiscono leggermente, è fondamentalmente lo stesso che vediamo nei drammi e nei film, speravo di raggiungere tutti con questa buona presentazione e con la qualità della produzione.

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3) Le nostre lettrici sono fan appassionate di Can Yaman e Özge Gurel e amano follemente la coppia Özgür ed Ezgi. Puoi raccontarci com’è lavorare con loro? Durante le scene vi siete scambiati le idee, giocato con le improvvisazioni oppure avete seguito rigorosamente la sceneggiatura?

– Sia Can che Özge sono persone molto laboriose e di talento, le loro percezioni sono molto chiare e amano quello che fanno, il nostro obiettivo più importante sul set ogni giorno era quello di far emergere la forma più efficace delle scene. A volte abbiamo ottenuto determinati risultati improvvisando e talvolta attenendoci alla sceneggiatura o semplicemente lavorando con la telecamera, è importante. A volte ci è capitato di aver discusso per decine di minuti, pur di trovare una parola consona all’emozione che avremmo dovuto rappresentare. La stessa situazione si è presentata anche per gli altri attori del cast.

4) Rispetto ad alcuni colleghi registi turchi, il tuo stile di ripresa in Bay Yanlış sembra essere più affine a quello delle produzioni americane. Hai utilizzato molto i droni per le riprese aeree e allo stesso tempo dei primissimi piani per enfatizzare soprattutto i dettagli, come gli occhi, le mani e le labbra. Che importanza dai ai dettagli all’interno delle scene? Ti ispiri a qualcuno in particolare per svolgere il tuo lavoro?

– Ogni film, ogni serie ci dà qualcosa, i nostri insegnanti sono film, fotografie, romanzi, dipinti, strade. Lavoriamo con la telecamera per dipingere l’emozione giusta, a volte le cose vanno bene e otteniamo esattamente quello che vogliamo, a volte ci sbagliamo, non riusciamo a realizzare quello che sogniamo, o quel sogno non ha lo stesso effetto su tutti, né il cinema dell’Estremo Oriente, Hollywood, il nuovo cinema realistico italiano ci offrono  questo lavoro. Sono le risorse che ci fanno sentire in obbligo e danno forma alla nostra anima.

5) Qualche settimana fa è stato pubblicato un video nel quale Can Yaman ha mostrato diversi stati d’animo lontano dalla sua amata Ezgi. Un piano sequenza particolarmente apprezzato dagli spettatori di tutto il mondo. A chi è venuta l’idea di realizzare una sequenza così complessa da un punto di vista tecnico?

-Il modo in cui la presenti (una scena) è importante tanto quanto esprimere un sentimento. L’idea era mia, e Can senza esitazione ha accettato di amare questa sfida. È sempre pieno di domande su come possiamo fare la differenza, come possiamo essere migliori e fare le cose al meglio. Le riprese settimanali delle serie TV non ci lasciano molto tempo, quindi dobbiamo sognare e realizzare sogni “ragionevoli”. Quella sequenza è avvenuta in pochissimo tempo con una squadra che ci ha creduto. Addetta alle T-shirt, addetta al cane, macchina da presa e un attore di corsa. Ho avuto un’ottima squadra, sono stato a capo di tutti giovani e nessuno è mai venuto a “gestire” il set, tutti sono stati entusiasti e creativi nel contribuire alle riprese.

6) Secondo te, qual è il segreto di Bay Yanlış? Come mai questa serie piace così tanto soprattutto all’estero?

È un lavoro sincero, malizioso e divertente, non inganniamo nessuno, non importa cosa stiamo guardando, ce l’abbiamo fatta con noi stessi. Sono stato costretto a superare i confini, penso che questa energia stia arrivando e sia arrivata dall’altra parte. Penso che sia stato efficace avere Can e Özge nella nostra squadra.

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