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Cannes: Alessandro Borrelli di La Sarraz Pictures, unico italiano per Producers on the Move

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A Cannes si aprono i lavori di Producers on the Move,  dove l’unico italiano chiamato a presentare i suoi progetti è Alessandro Borrelli di La Sarraz Pictures. Di seguito riportiamo il comunicato stampa relativo a questo progetto:

I produttori di Producers on the Move, progetto sostenuto dal Programma Media, sono scelti dalle European Film Promotion e per l’Italia da Istituto Luce Cinecittà; a rappresentare l’Italia nella sezione Producers on the Move all’interno del Festival di cannes 2012, il torinese Alessandro Borrelli fondatore de La Sarraz Pictures. La Sarraz Pictures è stata fondata nel 2004, dopo alcune esperienze di Alessandro Borrelli come Autore e poi produttore in altre società italiane. Nel 2004 stesso Borrelli dirige e produce in Madagascar il film documentario “Kitantara” che vede anche la partecipazione di Arturo Brachetti. Segue dal 2004 al 2011 la produzione di altri dodici film  documentari di creazione, che hanno sempre uno sguardo rivolto al mercato e alla co-produzione europea, La Sarraz Pictures ha infatti collaborato con società tedesche, francesi, svizzere, rumene, spagnole e danesi per lo sviluppo e la produzione dei propri progetti.

Tra i titoli prodotti, ricordiamo i film dei fratelli torinesi Gianluca e Massimiliano De Serio “L’esame di Xhodi” e “Bakroman” (il primo premiato, il secondo vincitore al Torino film festival), “Giallo a Milano” di Sergio Basso, presentato in oltre quaranta festival nel mondo, premiato in Cina e Francia, “Pink Gang” del torinese Enrico Bisi e “Cadenas” di Francesca Balbo, attualmente in distribuzione nelle sale italiane. Dal 2010 La Sarraz Pictures inizia un’importante collaborazione con i portali on line Corriere.it e Corriere.TV del Corriere della Sera producendo quattro progetti crossmediali/ docuweb e avvia un progetto di distribuzione nelle sale cinematografiche che porterà fino a oggi quattro dei propri film prodotti in sala. Nel 2011 produce il film di finzione dei fratelli Gianluca e Massimiliano De Serio “Sette opere di misericordia”, che vede la sua prima mondiale in concorso al Festival di Locarno, vincitore di quattro festival internazionali (Grenoble, Annecy, Villerupt e Nantes), premiato al festival di Marrakech per la miglior regia e presentato in oltre trenta festival internazionali (tra questi anche Torino, Busan, Londra, Rio de Janiero, Varsavia, Copenhagen).

Sempre nel 2011 Alessandro Borrelli è stato selezionato a partecipare alla 21a sessione dei prestigiosi “Atéliers du Cinéma Européen”, dove ha avuto la possibilità di implementare i contatti della propria società in Cina, in vista di una co-produzione cinese. Producer on the move sarà l’occasione per presentare al più importante festival e mercato mondiale di cinema i nuovi progetti in sviluppo della società. Sempre molto forte il legame con il territorio piemontese e torinese per La Sarraz Pictures, saranno infatti presentati due progetti di grande rilievo internazionale, la co-produzione italo-franco-belga per il prossimo film del regista francese Eugène Green, al quale il 29° Torino film festival ha dedicato una retrospettiva, dal titolo “La Sapienza” che sarà girato fine prossima estate e inizio autunno tra Parigi, Stresa, Torino e Roma. Interamente torinesi, invece, le riprese per il prossimo lavoro di Umberto Spinazzola previste per il 2013 dal titolo di lavorazione “Quello che non ho”, un soggetto che affronta uno dei temi più importanti della nostra contemporaneità: lo spreco alimentare, attraverso una storia di grande impatto emotivo.

Continua anche la proficua collaborazione con Sergio Basso con “E adesso torniamo a casa” un progetto ambizioso a metà tra il musical e il documentario narrativo e “Ti ho sulle punta delle dita” da girare interamente a Shanghai in co-produzione con la Cina. Per ritornare in Piemonte, sono già impegnati nella scrittura del prossimo film Gianluca e Massimiliano De Serio, dopo l’entusiasmante esordio di “Sette opere di misericordia”, rappresenterebbe per La Sarraz Pictures la quarta collaborazione con quelli che sono definiti dalla critica italiana e internazionale tra i più promettenti registi della nuova generazione di cineasti italiani. Prosegue anche l’impegno nella produzione di documentari di creazione e nello sviluppo di piattaforme “transmediali” soprattutto per la parte documentaria con prestigiosi partner italiani e internazionali. L’obiettivo de La Sarraz Pictures quindi è quello di promuovere un cinema di qualità, attento alle innovazioni tecnologiche e alle potenzialità offerte dal mercato europeo e, dove possibile, cercando di attrarre e sviluppare progetti nella regione Piemonte, in modo da implementare oltre alla già esistente ottima industria tecnica, anche un virtuoso circolo creativo che vede nascere, sviluppare e produrre film che saranno poi protagonisti nei festival e mercati internazionali.”

 

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Cinema

TFF 37: un nuovo spazio tematico nella sezione TFFdoc

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torino film

Il 37° Torino Film Festival (22-30 novembre) annuncia un nuovo spazio tematico nella sezione TFFdoc dal titolo “L’unica cosa che ho è la bellezza del mondo”, composto da quattro documentari e dalla conversazione con lo scrittore e filosofo Franco “Bifo” Berardi.

Si tratta di un’ulteriore riflessione rispetto a quanto affrontato lo scorso anno nel focus TFFdoc/apocalisse: in questo periodo connotato dall’attesa della catastrofe e angosciato dall’ urgenza di evitarla, TFFdoc ha deciso di concedersi il tempo di fermarsi a contemplare ciò che abbiamo intorno, di godere del piacere dello stare nel mondo.

“L’esaurimento non concerne solo le risorse fisiche ma anche l’energia nervosa della popolazione il cui cervello tende all’ esplosione psicotica” (Franco “Bifo” Berardi, L’esaurimento, Nero Magazine, 2019); noi riteniamo che la bellezza, sottraendoci alla logica dell’accumulo, ci possa salvare.

Incontro con Franco “Bifo” Berardi 

Franco “Bifo” Berardi, l’autore di Dopo il futuro. Dal futurismo al cyberpunk (2013), Il secondo avvento. Astrazione apocalisse comunismo (2018), e Futurabilità (2019), terrà un incontro abbinato alla proiezione del documentario di Christian LabhartPassion – Beetwen Revolt and Resignation, con l’obiettivo di guidare lo spettatore e aiutarlo a orientarsi nella follia del mondo contemporaneo, travolto dal global warming, dal consumo eccessivo di merci, dalle continue guerre “locali” e dalle migrazioni senza sosta, che provocano le diseguaglianze globali.

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Comme si, comm ça diretto da Marie-Claude Treilhou

Nel suo studio pieno di libri Michel Deguy, uno dei più grandi poeti viventi, continua senza tregua a lanciare sfide, a inventare un pensiero critico, a plasmare e trasformare il linguaggio. Adottando la stessa compostezza formale del poeta, il documentario si pone un obiettivo ambizioso: a partire da una conversazione frontale immergersi nel profondo della scrittura poetica, nel vivo del suo pensiero “ecopoeticologico”.

Time and Tide diretto da Marleen Van Der Werf

La quiete della natura. Il piacere dello stare nel mondo. La macchina da presa segue i movimenti del vento che accarezza un paesaggio che diviene emotivo.

Últimas Ondas diretto da Emmanuel Piton

Da qualche parte nel nord della Spagna. Un viaggio psicologico e geografico in quei luoghi che sono tornati selvaggi, un’elegia degli esseri che li hanno segnati con il loro passaggio. Un film di fantasmi che raccontano storie di un tempo che non c’è più.

L’ultimu sognu diretto da Lisa Reboulleau

Nel cuore della foresta corsa, nel centro dell’isola, una donna vaga di notte. Le sue partite di caccia sono oniriche e negli occhi delle bestie che uccide le viene rivelato il futuro funesto degli abitanti del suo villaggio. Lei è una mazzera.

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Cinema

RomaFF14: Judy, una toccante Renée Zellweger è Judy Garland nel biopic di Rupert Goold

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A soli tredici anni Frances Ethel Gumm, poi in arte Judy Garland, viene messa sotto contratto dalla MGM e lanciata verso quella che dovrebbe essere una brillante carriera costellata di successi. E i successi arriveranno, in primis quel Mago di Oz che la condurrà attraverso il sentiero dorato e poi sotto i riflettori del successo, ma arriveranno di pari passo anche i tanti fallimenti e momenti bui, a connotare un’esistenza che finirà di brillare precocemente a soli 47 anni.

judy film

Rupert Goold, regista inglese specializzato in teatro, adatta per il grande schermo il dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, e cuce addosso a un’ottima Renée Zellweger i panni “striminziti” di una stella del cinema hollywoodiano “nata in un baule, nelle quinte di un teatrino di provincia”, e schiacciata dalle regole e dai paradossi del suo stesso successo. Raccontando l’ultima tournee della diva nel night club londinese Talk of the Town, Goold tratteggia la stella, il talento, la voce luminosa, ma anche tutte le ansie, le dipendenze, le depressioni sperimentate a ciclo continuo dall’attrice statunitense. Nel mondo patinato dello spettacolo e sotto le luci di proscenio, Judy racconta i risvolti tragici della storia di una bambina cresciuta troppo in fretta, svezzata a regole ferree e pillole (per spezzare la fame, dormire, tranquillizzarsi – dipendenze poi mai del tutto abbandonate) divenuta una giovane diva osannata ma letteralmente sbranata dai propri demoni interiori e dalla sofferenza. Una sofferenza a cui nemmeno l’amore viscerale per i figli o per l’ultimo marito Micky Deans riuscirà a strapparla. 

Curiosità: Tutti i volti di Londra al cinema

Renée Zellweger si cala a pieno regime, con trasporto e partecipazione espressiva ed emotiva nella bravura così come nei tic e nel male di vivere della celebre interprete di Dorothy, e ne porta alla luce tutti i tratti salienti di quella profonda insicurezza e senso di smarrimento che ne sanciranno poi l’uscita di scena e la precoce scomparsa. Sempre più dipendente da alcol e pillole, meno affidabile e assicurabile, e dunque spendibile per il mercato del crudele e impietoso showbiz, la minuta Judy pagherà a proprie spese il conto di quel mondo luccicante che non ammette fragilità, tentennamenti, diversità, e che è pronto a darti il benservito tra uno spettacolo e l’altro.

Renee Zellweger Judy

Renee Zellweger in Judy

Goold dal canto suo dirige con sensibilità e trasporto, sfruttando l’alternanza di tempi storici che tra ’39 e ’69 sanciscono inizio e fine di questa vita drammatica, il dettaglio (la vita privata) e la panoramica (la vita pubblica) di un’eroina bella e fragile, avvolta dalle spire del successo e rimasta molto probabilmente impigliata in quella ricerca del sogno e di quel luogo magico, oltre l’arcobaleno, dove i sogni riescono in qualche modo anche a diventare realtà (senza che la realtà torni poi a spezzarli) “Somewhere over the rainbow Way up high And the dreams that you dream of Once in a lullaby”. 

Lo sapevi che: Il Mago di Oz diventa un film horror

Nell’adattamento per il grande schermo del dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, Rupert Goold dirige un’ottima Renée Zellweger in Judy, che racconta l’ultima tournee di Judy Garland attraverso luci e ombre di un talento precocemente spezzato dalla malia controversa del successo. Un biopic onesto che ripercorre il sentiero di un’esistenza tragica senza insistere nel pietismo o nel sentimentalismo, ma cercando piuttosto di disegnare il complesso ritratto di bambina, e poi donna, nascosti dietro al volto inquieto della diva.

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Cinema

RomaFF14: Honey Boy, l’infanzia traumatica di Shia LaBeouf

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Otis (interpretato dai bravi Noah Jupe nella versione bambina e Lucas Hedges in quella adulta) è un dodicenne prodigio, un talento indiscusso sui set, ma anche un Honey Boy (dolce bambino) come lo chiama il padre alcolista e tossicodipendente (interpretato da Shia LaBeouf) che gli fa da accompagno e “manager”. Padre e figlio vivono in un comprensorio popolare circondati da prostitute e gente che, proprio come loro, vive alla giornata e si ritrova sempre nello stesso cortile.

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Honey Boy

Divenuto adulto e alle prese con un’avviata carriera da stuntman ma una vita sempre più scombinata, Otis ripercorrerà mentalmente l’infanzia turbata e disturbante vissuta accanto a quel padre problematico e incapace di fare il genitore, e proiettata tutta nel sogno di sfondare mettendo a frutto il suo talento per riscattare quella vita ai margini e anche in qualche modo l’esistenza di quel padre sgregolato e “bambinesco” ma in fondo buono. Cresciuto troppo in fretta e costretto nel paradosso a fare da genitore al proprio padre (sostenendolo anche economicamente con il suo lavoro sul set) Otis è bambino di grande sensibilità e talento che incanalerà nella sua vita adulta tutte le intemperie e le fratture di quell’infanzia, caratterizzata dalla mancanza di punti di riferimento adulti e affidabili, e dalla mancanza di una famiglia unita e di amorevole supporto. 

Storia di formazione autobiografica scritta dallo stesso attore Shia LaBeouf durante un periodo di in clinica per disintossicarsi dall’alcol, Honey Boy è una dura storia di precoci talenti e infanzie spezzate che trova in Shia LaBeouf (estremamente in parte nei panni del padre) e nel piccolo Otis (sguardo a un tempo dolce e sveglio)  il giusto confronto emotivo per parlare in maniera toccante ma non retorica, coinvolgente ma non ricattatoria di famiglie disfunzionali e rapporti padre-figlio burrascosi. Una tematica già ampiamente affrontata nel cinema (più o meno indipendente) ma che nell’occhio dell’esordiente regista israelo-americana Alma Har’el (già autrice di video musicali e documentari) lo sguardo giusto e il giusto equilibrio tra partecipazione e oggettività per indagare il cuore di quelle mancanze che creano dipendenze, e di quei circoli esistenziali viziosi che più si originano precocemente e più sono – in assoluto – difficili da spezzare.

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Lucas Hedges nel film Honey Boy

Alma Har’el realizza un’opera intima e a suo modo toccante che parla di metabolizzazione del dolore, di imparare a lasciar andare il rancore, e di quel “seme che deve distruggersi per diventare fiore”. Un film piccolo ma onesto che ha tutte gli elementi del film indipendente di qualità e che poggia gran parte del suo carattere emotivo sull’interpretazione funzionale di Shia LaBeouf e del piccolo Noah Jupe.

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