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Teatro

Gomorra al Teatro Quirinetta

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Dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano è nato uno spettacolo messo in scena, fino al 1 Aprile al Teatro Quirinetta, dalla Compagnia degli Ipocriti. Scritto dallo stesso Saviano insieme a Mario Gelardi e tratto da un’idea di Ivan Castiglione e Gelardi, Gomorra è il racconto di una città, di un Paese, che appaiono sempre in bilico come il cantiere quasi abbandonato in cui è ambientato lo spettacolo. Lo spettacolo inizia con un documento inedito rispetto al libro, il discorso che Saviano pronunciò a Casal di Principe nel Settembre 2006, che costituisce un vero e proprio documento sociale e politico scagliantesi contro il crimine organizzato. Come nel libro, a teatro vengono descritti due livelli del crimine: da una parte quello istintivo, animalesco, violento, rappresentato dal braccio armato della camorra, che si rivela in tutta la sua ferinità attraverso i due spacciatori Pikachu e Kitkat; dall’altra quello imprenditoriale, impersonato dai personaggi di Mariano e dello Stakeholder, due colletti bianchi del crimine.

Tra di loro emerge la figura di Pasquale, sarto abilissimo che mette la sua arte a servizio di un clan. Infine c’è il personaggio di Roberto, che, come un vero e proprio Virgilio dantesco, conduce gli spettatori tra le varie storie, interrogando i personaggi, scavando nelle dinamiche e ponendosi come coscienza civile di un Paese. Un evento teatrale di importanza civile e sociale enorme, forte segnale dal neonato Teatro Quirinetta, che alla sua prima stagione si conferma come teatro di qualità. Nel cast, composto da Ivan Castiglione, Francesco Di Leva, Giuseppe Gaudino, Giuseppe Miale di Mauro e Adriano Pantaleo, c’è anche lo straordinario Ernesto Mahieux.

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Teatro

Amleto | Al Teatro Argentina un adattamento innovativo e immersivo

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Dal 15 novembre al 4 dicembre 2022, al Teatro Argentina di Roma, torna l’Amleto di Giorgio Barberio Corsetti. Il celebre artista ne firma la regia e l’adattamento, mentre a vestire i panni del tragico eroe shakespeariano ritroviamo il bravissimo Fausto Cabra (L’estate d’inverno, DAnnunzio: l’uomo che inventò se stesso – disponibile su RaiPlay).
Si tratta di una produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale.

Leggi anche: Qualcuno volò sul nido del cuculo | A teatro per la regia di Alessandro Gassmann

Amleto, una tragedia immortale ma rinnovata al Teatro Argentina

Tra le opere più famose, amate e riprese del Bardo, Amleto rivela, in questa versione, un punto di vista diverso, innovativo, rivoluzionario. Per quanto immortali siano i temi affrontati dalla tragedia, non va sottovalutato il potere della modernità e del riadattamento. A partire dall’abbattimento della quarta parete, che permette (e quasi spinge) al pubblico di percepire e sperimentare sulla propria pelle.

Il dolore di Amleto diventa quello della platea, la sua sofferenza si fa tangibile, oltre che completamente visibile. Le luci accese in sala uniscono, in più di un’occasione, chi è sopra il palco e chi è seduto sulla poltrona. Il protagonista è un giovane trentenne alle prese con una perdita e un tradimento incalcolabili, che vanno ad aggiungersi al peso dell’eredità del trono.

Lo stile contemporaneo che emoziona

Scontroso, frustrato, incontenibile nella sua ricerca di verità, Amleto non fa prigionieri. E, alla fine, la scontano tutti. Nel mare di caos in cui vertono i personaggi, ognuno di loro subirà le conseguenze di azioni funeste, crudeli e istintive.

L’opera di William Shakespeare ha un potenziale pressoché infinito. Ecco perché, dinanzi alla versione di Giorgio Barberio Corsetti, si resta ammaliati da come queste vengono declinate. L’utilizzo di uno stile contemporaneo, tra camicie hawaiane e giubbetti di pelle, insegne luminose e vernice spray, tapis roulant e fiori di plastica, si riflette spesso anche nel linguaggio, regalando un’esperienza unica e incancellabile.

Per oltre due ore si viene trasportati dentro un luogo altro, magico e attraversato da sensazioni così potenti e varie da perdersi al suo interno.

Quando la recitazione è vita

Ogni singolo elemento contribuisce a creare questa atmosfera, dalla scenografia, asciutta ma di grande impatto, a cura di Massimo Troncanetti, alle incantevoli musiche di Massimo Sigillò Massara (giusto per citarne alcuni). Ma lo straordinario effetto finale, con tanto di catarsi, lo si deve all’incredibile compagnia di attori sul palcoscenico.

In primis Cabra, di un’intensità fuori dal comune, abile e coraggioso nel farsi letteralmente attraversare (se non, addirittura, possedere) dal suo Amleto. Le lacrime che versa sono vere, salate, pungenti. La voce spezzata, il respiro affannato, la follia necessaria. Sorprendente immaginare come riesca, sera dopo sera, a sostenere una simile performance.

Leggi anche: Prima di Macbeth i 5 migliori film tratti dalle opere di Shakespeare

Accanto a lui, si distinguono Mimosa Campironi nelle vesti di Ofelia, oltre che in quelle di musicista all’occorrenza – canta a cappella e suona in scena vari strumenti – e Francesco Sferrazza, che dona una preziosa umanità al suo Orazio.

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Teatro

Qualcuno volò sul nido del cuculo | A teatro per la regia di Alessandro Gassmann

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Dopo l’entusiasmante passaggio al Sala Umberto di Roma, Qualcuno volò sul nido del cuculo sbarca al Teatro Bellini di Napoli. Lì dove tutto è iniziato – lo spettacolo è infatti una produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Biondo Palermo. Dal 15 al 27 novembre 2022, la suggestiva location campana ospiterà una delle proposte teatrali più emozionanti, intense e imperibili dei nostri tempi. A firmarne la regia, niente meno che da Alessandro Gassmann.

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Qualcuno volò sul nido del cuculo | Le origini dello spettacolo scelto da Alessandro Gassmann

Era il lontano 1975 quando Miloš Forman adattò un romanzo di Ken Kesey, intitolato Qualcuno volò sul nido del cuculo. Cinque premi Oscar – tra cui quello al Miglior attore protagonista (Jack Nicholson) – e l’inserimento nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, fanno della pellicola un vero e proprio classico della Storia del Cinema.

A distanza di quasi mezzo secolo, la storia di Randle Patrick McMurphy e della sua “cricca” continua a suscitare un fascino e un’ammirazione senza tempo. Il motivo è semplice, dietro le vicende narrate, si cela un’umanità vibrante ed encomiabile. Un’umanità messa al bando, costretta a tacere, a nascondersi e a subire trattamenti talvolta disumani. Ma la forza del gruppo riesce, in qualche modo, non senza dei sacrifici, a risollevare gli spiriti, la dignità, le esistenze.

Il nuovo adattamento firmato da Maurizio Di Giovanni

Maurizio Di Giovanni (I Bastardi di Pizzofalcone, Il Commissario Ricciardi) ambienta il racconto nella Napoli degli anni Ottanta, contestualizzandolo con dettagli semplici ma sostanziali. I costumi di Chiara Aversano (presenza fissa e irrinunciabile delle produzioni targate Bellini) restituiscono il sapore, i colori e l’immaginario di un’epoca, meno pretenziosa e rivolta verso un futuro promettente. Fuori il boom economico, dentro coercizione e regole annichilenti.

Le incredibili scene di Gianluca Amodio hanno il potere di immergere il pubblico in un’atmosfera in bilico, tra incubo e incanto, a cui fa da veglia una Madonna in preghiera e dove si avverte la costante minaccia di qualcosa che, da un momento all’altro, potrebbe calare dall’alto a distruggere la vita come la conosciamo.

Il velo e le videografie di Marco Schiavoni, ciliegina sulla torta di un progetto indiscutibilmente sopra la media, spingono a una riflessione quasi inconscia, potente e straziante. Oltre a mettere l’accento sul tocco personale apportato da Gassmann, che ammicca allo stile cinematografico.

Fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni

Ovviamente, non si può prescindere da chi il palco lo calca, portando in scena questi personaggi indelebili, lasciandosene attraversare e segnare. Daniele Russo, punta di diamante del Teatro Bellini, torna a interpretare Dario Danise – quattro anni fa, lo presentò, per la prima volta, anche al Teatro Eliseo di Roma – e lo fa al massimo della sua forma. Travolgente, fascinoso, spaccone, ma con un’anima profonda, in grado di leggere le persone e andare oltre le apparenze.

Se il teatro dà l’idea di quanto un attore possa essere bravo, ci troviamo dinanzi a un esempio oltremodo lampante. Russo ha la presenza scenica e la padronanza di chi quelle tavole le frequenta da sempre, le respira e le interiorizza, riuscendo a spazzare via qualsiasi confine tra il sopra e il sotto il palcoscenico. Letteralmente impossibile non entrare subito in sintonia con il suo protagonista, volergli bene e fare il tifo, per lui e per tutti coloro che lo seguono e che da lui vengono toccati.

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Alfredo Angelici, Emanuele Maria Basso, Gaia Benassi, Renato Bisogni, Antimo Casertano, Sergio Del Prete, Franklyn Gliozzi, Viviana Lombardo, Daniele Marino, Mauro Marino, Giacomo Rosselli. Questi i nomi degli splendidi attori che si intervallano, nel corso dei 160 minuti – sembrano tanti, ma fidatevi, volano via e ne vorreste di più! – e che regalano un pezzetto della loro anima in cambio di un’emozione vera, sentita, avvolgente, condivisa. In fondo, siamo tutti fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni.

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Recensioni

Le Mine Vaganti di Ferzan Ozpetek travolgono il Teatro Verdi di Salerno

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Finalmente Habemus Mine Vaganti in Salerno! Lo ricordo come se fosse ieri. Era il 5 marzo 2020 quando la compagnia teatrale avrebbe dovuto portare in scena la pièce diretta dal regista Ferzan Ozpetek nel capoluogo campano. Nessuno avrebbe mai immaginato che quello stop, ben presto si trasformò in una tremenda battuta di arresto per il mondo dello spettacolo. Una delle tante restrizioni causate dalla pandemia da coronavirus.

Se è vero che dopo la tempesta arriva sempre il sereno, la magia avvenuta ieri sera al Teatro Verdi di Salerno è stata una ventata di normalità molto apprezzata dal pubblico in sala e dagli attori visibilmente emozionati. Lo spettacolo teatrale Mine Vaganti diretto dal Maestro Ferzan Ozpetek sarà in scena al Teatro Verdi di Salerno dal 17 al 20 febbraio. A guidare il cast Francesco Pannofino, Iaia Forte, Simona Marchini, Erasmo Genzini, Carmine Recano. E ancora, Mimma Lovoi, Roberta Astuti, Sarah Falanga, Edoardo Purgatori, Francesco Maggi e Luca Pantini.

La trama dello spettacolo diretto da Ferzan Ozpetek

Nella città di Gragnano, vive la rispettabilissima famiglia Cantone, nel mercato della produzione di pasta ormai da generazioni. Precisamente, da quando l’elegantissima e lungimirante Nonna (Simona Marchini) insieme al cognato Nicola iniziarono a produrla nell’azienda di famiglia. A portarci in questo mondo fatto di ricordi è il più piccolo dei Cantone, Tommaso (Erasmo Genzini). Trasferitosi a Roma per studiare economia e commercio, in realtà il giovane sta vivendo una vita completamente diversa da quella che conosce il resto della famiglia.

Dalla mentalità chiusa e maschilista c’è Vincenzo Cantone (Francesco Pannofino), padre di Tommaso e di Antonio, suo braccio destro in fabbrica. Sposato con Stefania (Iaia Forte) da molti anni, vive insieme alla madre conosciuta solo come ‘Nonna’ e la sorella Luciana (Sarah Falanga), una signora simpatica ma con qualche problemino di vista e una ‘leggerissima’ dipendenza dagli alcolici. Ad aiutare nelle faccende di casa, la simpatica domestica Teresa (Mimma Lovoi), nonché dama di compagnia della Nonna.

Simona Marchini e Francesco Pannofino

L’arrivo a casa di Tommaso porta con sé una serie di eventi che destabilizzeranno la tranquilla vita e reputazione della famiglia Cantone. Antonio, il primo genito, dedito al lavoro in fabbrica, sarà la stessa persona che porterà il padre Vincenzo ad un attacco di cuore dopo aver confessato una verità taciuta per troppo tempo. Al fianco di Tommaso, sconvolto per quanto accaduto, ci sarà la giovane Alba Budetti (Roberta Astuti), figlia di uno dei soci dell’azienda, anche lei impiegata nell’azienda.

La notizia di Antonio, colpirà nell’anima Tommaso, furioso con il fratello non solo per non essersi confidato, ma soprattutto per averlo battuto sul tempo. Ebbene si, anche lui avrebbe voluto confessare alla famiglia di essere omosessuale, di avere un compagno e di essere uno scrittore. Tutte notizie che avrebbero deluso sicuramente il padre, ma lo avrebbero sollevato da un peso troppo grande da continuare a portare.

Erasmo Genzini e Carmine Recano

La Nonna, soprannominata “Mina Vagante” è sempre stata il porto sicuro per i nipoti, schierandosi sempre dalla loro parte, spronandoli a essere sempre loro stessi, nel bene e nel male. Donna elegante, profondamente intelligente e pronta a condannare il figlio Vincenzo, per la sua mentalità ristretta e per aver rinnegato Antonio.

Come se non bastasse, a complicare il breve soggiorno di Tommaso nella villa di famiglia, ci penserà un tornado di simpatia proveniente da Roma. L’arrivo del trio composto dagli amici – dichiaratamente omosessuali – Davide (Edoardo Purgatori) e Andrea (Francesco Maggi) insieme al compagno Marco (Luca Pantini), dal temperamento molto più pacato, romperanno ancora di più i precari equilibri della famiglia Cantone.

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Erasmo Genzini e Francesco Pannofino

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La recensione dello spettacolo diretto da Ferzan Ozpetek

Una volta il grande drammaturgo napoletano Eduardo De Filippo disse: “Nel teatro si vive sul serio quello che gli altri recitano male nella vita”. Una citazione che calza a pennello, con quanto narrato da Tommaso, in questo viaggio nei ricordi, all’interno della famiglia Cantone.
Mine Vaganti (2010) racconta una storia quanto mai contemporanea e purtroppo, con spunti facilmente riscontrabili anche nella realtà. Del resto, il terrore provato da due ragazzi di dichiararsi omosessuali agli occhi della propria famiglia, non lo si può definire come qualcosa di fantascientifico.

La paura di gettare un’onta sul buon dei Cantone e il rischio di essere etichettati come i ‘genitori dei ricchioni’ è l’unico pensiero che ossessiona Vincenzo giorno e notte.
Il ruolo di Vincenzo Cantone interpretato da Francesco Pannofino e della moglie Stafania Cantone interpretata da Iaia Forte, ricreano alla perfezione quel rapporto di amore e odio, provato nel film. A salvarli agli occhi degli spettatori è la loro dirompente simpatia che spesso strappa diverse risate anche in momenti poco divertenti.

Francesco Pannofino e Iaia Forte

Il cuore della storia, che offre il nome al film e allo spettacolo, è la Nonna. Il porto sicuro per i suoi amati nipoti, che cercando di nuotare a fatica in un mare fatto di pregiudizi e di mentalità ristrette. L’attrice romana Simona Marchini in una performance elegante e perfetta, porta sul palcoscenico il ruolo che fu dell’indimenticabile Ilaria Occhini, restituendo forte intensità ed emozione in ogni gesto e parola pronunciata. I monologhi allo specchio e le parole di conforto rivolte ad Antonio e Tommaso, restano i passaggi più toccanti e impossibili da dimenticare delle due ore di rappresentazione.

Le interpretazioni degli attori Carmine Recano ed Erasmo Genzini nei ruoli di Antonio e Tommaso Cantone, fanno emergere la delusione di avere una famiglia perfetta all’esterno ma orribile all’interno. L’elaborazione del lutto da parte del più piccolo di casa, diventa una sorta di terapia alla quale sono invitati anche gli spettatori. Dalle sue parole emerge tutto l’amore provato per la sua Mina Vagante.

Se da un lato c’è la commozione con la Nonna, la comicità è stata affidati a tre personaggi che funzionano benissimo tra loro e separatamente. Il duo formato da Edoardo Purgatori e Francesco Maggi nei rispettivi ruoli dello steward Davide e dell’avvocato Andrea, riescono a smorzare perfettamente il senso di pesantezza che sta schiacciando Tommaso. E poi la stravagante Zia Luciana interpretata dalla bravissima Sarah Falanga, che con il suo iconico “A Ladro! A Ladro!”, catapulta immediatamente il pubblico a Villa Cantone.

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Simona Marchini e Carmine Recano

I punti di forza di Mine Vaganti

La scelta di utilizzare il dialetto napoletano, riesce a rendere ancora più efficaci alcuni scambi di battute, soprattutto tra la domestica Teresa (Mimma Lovoi) e la signora Stefania. Il risultato è un testo molto scorrevole e ben scritto. Punto di forza di Mine Vaganti è la totale assenza della quarta parete, così da permettere al pubblico, di sentirsi parte integrante del racconto e di interagire con gli attori durante lo spettacolo. Ma del resto, trattandosi di una regia curata da Ferzan Ozpetek, non c’è da stupirsi.

Un grande merito del regista è stato quello di inserire momenti diventati cult nel film, come il dialogo della ‘Caterina detta Spiaggia Libera’ e la performance sulle note di “Sorry, I’m a Lady” con Davide, Andrea e un personaggio a sorpresa. Per una spettatrice come me, che conosce a memoria quasi tutte le battute originali, posso dire che ho amato questa pièce, tanto quanto il film del 2010.

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