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Intervista ad Alessandro Tartaglia Polcini, autore di Tutti Giù per Aria: la crisi dell’Alitalia in un documentario

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Finalmente negli ultimi mesi abbiamo assistito allo sbarco del documentario nelle sale cinematografiche. Anche quei progetti definiti sempre ‘indipendenti’ o ‘ sperimentali’, ovvero  non adatti alla fruizione di massa, invece di essere relegati a proiezioni di nicchia presso Festival dedicati o qualche evento in particolare, sono arrivati sul grande schermo. Solo nel mese di Gennaio il pubblico ha potuto vedere al cinema ben cinque di questi: L’Era Legale, Litfiba Day, Bobby Fischer Against the World, Love it or Leave it e Tutti giù per aria.  Questo avvenimento si può considerare una vera e propria conquista, poichè tali prodotti hanno bisogno di essere visti e ascoltati, molto più dei film veri e propri, poichè portano con sè un messaggio importante o un ricordo da condividere per arricchire la nostra conoscenza e ampliare le nostre prospettive.

 

Tra questi abbiamo scelto di parlare di Tutti giù per aria, il documentario di Francesco Cordio che ha voluto raccontare il duro travaglio dei dipendenti Alitalia durante il periodo di maggiore crisi della Compagnia, attraverso filmati amatoriali realizzati sul campo e interviste ai protagonisti della vicenda. Sceneggiato da Guido Gazzoli e Francesco Staccioli, questo film nasce dall’idea brillante di Alessandro Tartaglia Polcini che insieme ad altri collaboratori impegnati nella protesta, ha deciso di documentare giorno per giorno tutto quello che accadeva durante i presidi e le manifestazioni assolutamente pacifiche presso l’aereoporto di Fiumicino e alcune sedi del Governo. Tutto il materiale raccolto riguarda il periodo tra settembre 2008 e novembre 2009 e crea un perfetto ritratto dell’intera questione sia dal punto di vista politico e aziendale, sia dal punto di vista umano, portando in primo piano l’estremo disagio e dolore di tutti quei lavoratori, che in pochi giorni, hanno sentito crollare sulle loro spalle il lavoro di una vita e hanno assistito impotenti allo sgretolamento della loro dignità, senza poter fare niente nè per loro stessi nè per i loro figli. Tutti giù per aria è un documentario che si avvale di una parte prettamente filmica con un dipendente Alitalia, interpretato da Fernando Cormick, che vive giorno per giorno il lento decadere della sua posizione lavorativa, intervallato poi da vari filmati di repertorio che mostrano la verità di ciò che si è vissuto in quei giorni, anche con contributi in prima persona di personaggi importanti come Ascanio Celestini, Dario Fo e Marco Travaglio. 

Uno degli autori principali di “Tutti giù per Aria”, Alessandro Tartaglia Polcini ci ha gentilmente concesso un’intervista, nella quale ci racconta il suo progetto, dalla nascita dell’idea alla realizzazione pratica e i suoi sentimenti riguardo la grande crisi che ha colpito la compagnia di bandiera.

Come ti è venuta l’idea di realizzare un documentario su questa triste avventura dell’Alitalia?

Immediatamente. Già da tempo si avvertiva una situazione, che poi si è verificata, che sarebbe degenerata in quella disastrosa vertenza di cui il paese intero è stato immobile spettatore. Ho preso la mia telecamera è ho iniziato a riprendere tutto quanto accadeva durante manifestazioni, presidi, assemblee. Ho fatto in modo di non perdere nulla. Ho intervistato tutti coloro che ritenevo in qualche modo parte in causa. Da Matteoli, il cui figlio è pilota proprio in Alitalia, (assunto quando le assunzioni erano già bloccate da tempo, passando inspiegabilmente avanti a molti altri piloti che da tempo aspettavano di essere a loro volta assunti) alla Carfagna, alla Lorenzin e tanti altri ancora. Alla base di questo documentario c’è l’assoluta convinzione che la storia della vertenza Alitalia valesse la pena di essere raccontata. Un’opera necessaria, per mettere a conoscenza l’intero paese sulla direzione che avrebbero preso le relazioni industriali, relazioni che oggi si applicano in tutti i comparti. Ovviamente non abbiamo la presunzione di aver condensato in poco più di 1 ora di filmato tutta l’orgia di sentimenti, emozioni, strumentalizzazioni che ha caratterizzato la vita dei lavoratori Alitalia dal 26 agosto 2008, data della nascita della CAI Compagnia Aerea Italiana, in poi. Non abbiamo neanche la velleità di aver detto esattamente tutto quello che c’era da dire rispetto alle situazioni che hanno cadenzato quel periodo. Siamo però convinti di aver fornito un punto di vista diverso, di chi quei giorni li ha vissuti dall’altra parte della barricata, sulle strade e sulle piazze della capitale, nello stesso aeroporto di Fiumicino; il punto di vista di chi parlava del suo lavoro e del suo futuro, molte volte schiacciato da protagonisti di “ben altra levatura” e ignorato dalla stampa.

Abbiamo cercato di far vedere le facce delle persone, le loro voci, così importanti per capirne le emozioni, di quelle fatte di carne, ossa e sangue, del “materiale umano” (come l’A.D. Sabelli ama chiamarlo) che troppo spesso è stato rappresentato da gelidi numeri di esuberi, di assunti, di cassaintegrati e di precari ora disoccupati.
Quei gelidi numeri che avevano gridato, proprio nel mentre della vertenza, uno degli slogan più in voga tra i lavoratori dell’Alitalia: “Oggi tocca a noi, domani tocca a voi”. Quel “domani” di ieri è oggi… ed ecco i drammatici risultati. Mi verrebbe da dire: noi lo avevamo detto… Ma non lo dirò.

In quei giorni sei stato in prima linea?

Ero in prima linea come migliaia di lavoratori, anche perché quanto accadeva mi vedeva direttamente coinvolto. Ho lavorato in Alitalia per 15 anni come assistente di volo. Ho svolto questa professione come meglio non potevo fare, con responsabilità e dedizione. Ed è per questo che ho inteso mettere in mostra l’umanità dell’ex compagnia di bandiera, sia quando era protagonista delle prime pagine dei giornali sia dopo, quando i riflettori si sono inesorabilmente spenti ed è iniziata per tutti il confronto con una nuova drammatica realtà.

Qual’ era l’aria che si respirava?

L’aria che si respirava, e che ahimé ancora oggi si respira, era pesante in vizio di quel che sapevamo ci sarebbe accaduto di lì a breve. Era pesante ma era altresì un’aria propositiva: eravamo pronti a tutto pur di non vedere mortificata la straordinaria professionalità di migliaia di lavoratori. Quei lavoratori che non volevano vedere una compagnia mortificata, data in mano a un drappello di filibustieri, una parte dei quali sono indagati e pregiudicati. Un certo patrimonio industriale di questo paese fa venire il voltastomaco.

Ti ha colpito qualcosa in particolare?

Un episodio in particolare mi ha colpito: girando con la mia telecamera mi sono imbattuto in un padre di famiglia, mio ex collega. L’ho visto in disparte a piangere. Mi ha guardato negli occhi e mi ha chiesto scusa. Ho spento la mia telecamera e tentato di confortarlo, ovviamente senza successo. Mi ha detto: “Cosa darò ora ai miei figli? Quale futuro potrò garantirgli?”

Come hai deciso di coinvolgere gli altri nel progetto?

Questo progetto ha visto la luce perché alcuni professionisti, gente del mestiere, ci hanno creduto e si sono impegnati con estrema pazienza, dedizione e disponibilità che, in una situazione normale, sarebbero state difficilmente riscontrabili. Alcuni che vi hanno partecipato sono miei colleghi come Francesco Staccioli e Guido Gazzoli che hanno sostanzialmente scritto la sceneggiatura, con i quali ho trovato una comunità di intenti. Volevamo dare luogo a una denuncia forte e credo che ci siamo riusciti.

Hai trovato qualche porta chiusa?

Questo progetto è riuscito a diventare realtà grazie all’autofinanziamento da parte di un gruppo di lavoratori che hanno dato denaro senza chiedersi neanche come sarebbe stato il prodotto finale. Lavoratori che hanno dato un contributo personale in un momento drammatico per le loro possibilità economiche. Come tutti coloro che sono indipendenti e che non hanno grandi finanziatori alle spalle, abbiamo dovuto rivolgerci anche a Istituzioni di varia natura per reperire i fondi che permettessero di pagare almeno le spese vive che solo in parte ancora oggi sono state coperte. Ho bussato a numerose porte molte delle quali non sono state mai aperte. Altre aperte e sbattute sul muso e altre ancora aperte. Il film è stato possibile anche grazie al supporto della Regione Lazio e del Comune di Roma.

Pensi che un film come questo possa servire a cambiare le cose o ad evitarle in futuro?

Personalmente non vorrei che questo prodotto fosse valutato come un epitaffio o un amarcord, perché intende essere esattamente l’opposto. Un modo, come altri e più forte di altri, di dire semplicemente “noi esistiamo ancora” e non abbiamo dimenticato ciò che ci è successo e ciò che ci succede ancora. In poche parole, una pessima notizia per chi ci vorrebbe già sotterrati nell’oblio generale. Ad ogni modo il cinema, si sa, è un eccellente veicolo di informazione nonostante la crisi che anche questo settore da tempo vive. E’ anche vero però che il cinema è oggi visto, specialmente nel nostro paese, come un strumento di evasione e di ricreazione, non di riflessione. Certi temi si preferisce vederli comodamente a casa propria con la possibilità di cambiare canale quando non si ha più voglia di scuotere le proprie coscienze. Ahimè “Tutti giù per aria” non  ha avuto l’intento sperato, ovvero quello di mettere in guardia il paese su quanto oggi sta accadendo. Ma non è mai troppo tardi.

 

Pensavi che questo film arrivasse addirittura al cinema?

Ho lavorato sodo affinché questo film trovasse tutti i canali di divulgazione possibili. Dopo Editori Riuniti, che ha distribuito l’opera in tutte le librerie d’Italia, è arrivato anche Distribuzione Indipendente che ha consentito di far girare il film nelle sale. L’ho pensato e l’ho voluto, con non poca fatica.

I tuoi prossimi progetti?

Sto lavorando a una sorta di capitolo secondo di “Tutti giù per aria” dove ad andare giù per aria questa volta non è solo Alitalia, ma il paese intero. E’ davvero singolare che debba essere un cassaintegrato a muoversi per informare il paese attraverso dei prodotti cinematografici che, per quanto a basso costo, sono e rimangono prodotti di qualità. Esistono operazioni analoghe a questa di cui purtroppo non si parla. Ne dico una su tutte: “Una montagna di balle”, un documentario sul dramma dell’immondizia a Napoli. Davvero ben fatto. Cercatelo e vedetelo.

Quali sono state le maggiori difficoltà?

Il reperimento di fondi e autorizzazioni di vario tipo.

Cosa ne pensi del recente sbarco dei documentari nelle sale cinematografiche?

Ne sono felicissimo. Sono però ancora pochi. Dovrebbero essere ancora di più. Una cinematografia di qualità che merita di essere distribuita nei circuiti tradizionali. Distribuzione Indipendente è una realtà, forse l’unica, che si è preso la briga di dare seguito a questa operazione divulgativa. Spero che case di distribuzioni più importanti prendano iniziative in questo senso. Magari non lo sanno ma rischiano di essere prodotti che possono portare un discreto profitto.

Come ti sei trovato a lavorare con Francesco Cordio, regista del film e gli altri collaboratori?

Molto bene. Francesco è molto bravo. Un autentico professionista che lavora con passione e serietà.

Il personaggio della parte romanzata del film con il volto di Fernando Cormik, tra i vari filmati di repertorio, sei tu? E’ una parte autobiografica?

Sono io, è Luca, è Giorgio, è Luisa, sei tu. E tutta quella popolazione di lavoratori che non intende arrendersi alla logica di relazioni industriali pensate e fatte da cialtroni. Una popolazione di lavoratori che ieri rischiava di perdere il lavoro, oggi lo ha perso. Ad ogni modo un po’ di me certamente c’è.

Come è nata la collaborazione con Ascanio Celestini, Marco Travaglio e Dario Fo?

Insieme a loro tanti altri come Gianni Dragoni, Vauro Senesi, il prof. Ugo Arrigo si sono resi disponibili per un importante supporto. Ad ogni modo mi sono limitato a chiamarli e chiedere loro aiuto. Non si sono fatti pregare neanche un istante.

Hai riscontrato sostegno da parte dei colleghi dell’Alitalia, o qualcuno non ha apprezzato la resa sul grande schermo del periodo difficile passato?

Sostanzialmente la stragrande maggioranza dei miei colleghi hanno apprezzato l’opera, se non altro per la denuncia che è stata fatta ed è stata resa visibile. C’è stata però anche una minoranza che non solo ha disapprovato l’opera ma l’ha anche osteggiata. Sono coloro che hanno fatto e fanno ancora parte di quel tipo di sindacato che ha appoggiato l’operazione CAI. Ma si sa, quando ci si espone, si è inevitabilmente soggetti a critiche. Ma va bene così.

Il cinema e la scrittura sono le compagne di viaggio di cui non posso fare a meno. Quando sono in sala, si spengono le luci e il proiettore inizia a girare, sono nella mia dimensione :)! Discepola dell' indimenticabile Nora Ephron, tra i miei registi preferiti posso menzionare Steven Spielberg, Tim Burton, Ferzan Ozpetek, Quentin Tarantino, Hitchcock e Robert Zemeckis. Oltre il cinema, l'altra mia droga? Le serie tv, lo ammetto!

Cinema

Il corto Eyes al Nuovo Cinema Aquila di Roma il 28 Gennaio

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Martedì 28 Gennaio alle 21.30 al Nuovo Cinema Aquila Mimmo Calopresti presenta il corto ‘Eyes’ , in testa al suo ‘Aspromonte-la terra degli ultimi’. A grande richiesta torna nella sala del Pigneto il film indipendente campione d’incassi: tutti i martedì del mese ‘Aspromonte-La terra degli ultimi’ verrà presentato dall’autore e preceduto da un cortometraggio selezionato da Calopresti stesso. Il 28/1 sarà il turno di ‘Eyes’ di Maria Laura Moraci.

‘Eyes’ è stato scritto, diretto e autoprodotto a 23 anni da Maria Laura Moraci, che è anche una delle 9 protagoniste; ha la fotografia del Maestro Daniele Ciprì e la color di Andrea Baracca (Red). Ha due tematiche centrali: violenza sulla donna e indifferenza. La sua particolarità è quella di avere 28 attori su 30 che recitano con gli occhi chiusi proprio come metafora del guardare le cose senza vederle veramente. Il corto è infatti dedicato a Niccolò Ciatti e a tutte le altre vittime dell’Indifferenza. Il corto di Maria Laura Moraci da Maggio 2018 è stato selezionato in oltre 55 festival e ha vinto 23 premi, tra cui: i Corti D’Argento nella sezione “Società e Solidarietà”, Miglior Corto al Roma Web Fest, un premio al Campidoglio e un premio offerto dalla Sony all’Ischia Film Festival.

SINOSSI

Personaggi di diversa età, etnia ed estrazione sociale sono ingabbiati in una società frenetica incline alla violenza e al consumismo. In scena 30 attori, di cui 28 ad occhi chiusi per indicare l’indifferenza e la superficialità che ci trascinano sempre più a guardare senza vedere veramente. Aspromonte – La terra degli ultimi è ambientato ad Africo, un paesino arroccato nell’Aspromonte calabrese, negli anni ’50, dove una donna muore di parto perché il dottore non riesce ad arrivare in tempo perché non esiste una strada di collegamento. Gli uomini, esasperati dallo stato di abbandono, vanno a protestare dal prefetto. Ottengono la promessa di un medico, ma nel frattempo, capeggiati da Peppe, decidono di unirsi e costruire loro stessi una strada. Tutti, compresi i bambini, abbandonano le occupazioni abituali per realizzare l’opera. Dichiara il regista Mimmo Calopresti: «Il Sud è da sempre luogo geografico e luogo dell’anima. Inferno e paradiso, cronaca e favola. Così è questo film. Africo è in Europa, e ci ricorda cosa, solo un secolo fa, poteva essere la nostra terra, ma in quanto Sud assomiglia nei suoi sogni e nelle sue sconfitte, più che al nostro continente, a tutti i luoghi ai margini del mondo. Ancora vivi, ancora presenti, ancora disperatamente alla ricerca di un futuro, alle porte dell’Europa.»

Aspromonte – La terra degli ultimi diretto da Mimmo Calopresti vede nel cast Valeria Bruni Tedeschi, Marcello Fonte, Francesco Colella, Marco Leonardi e con Sergio Rubini. È una produzione IIF – Italian International Film – società di Lucisano Media Group – con Rai Cinema, prodotto da Fulvio e Federica Lucisano, con il contributo di Regione Calabria e Calabria Film Commission; scritto da Mimmo Calopresti con Monica Zapelli, già autrice de I cento passi, con la collaborazione di Fulvio Lucisano, tratto dall’opera letteraria di Pietro Criaco Via dall’Aspromonte (Rubbettino Editore). Il film è distribuito da IIF – Italian International Film dal 21 novembre.

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Cinema

Libera Uscita, via al crowdfunding per il nuovo corto di Michele Saia

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Il 25 Novembre 2019 parte la campagna di crowdfunding per raccogliere i fondi necessari a produrre LIBERA USCITA, il nuovo cortometraggio scritto e diretto da Michele Saia. Dopo IO NON HO MAI, Saia racconta come i sentimenti, l’amore e la sessualità possono essere vissuti in maniera del tutto differente e come spesso ci si sofferma troppo poco a riflettere sulle conseguenza delle nostre azioni.

Sinossi Ufficiale: 1997, Pietro e Francesco vivono in un convitto, lontano dalle proprie famiglie. Pietro si trova lì per motivi di studio mentre Francesco per tentare una carriera da calciatore. La timidezza impedisce a Pietro di vivere appieno le esperienze tipiche della sua età. Al contrario Francesco, bello, sicuro di se e fortemente competitivo, vive con grande determinazione ogni situazione. Poi c’è Ramona che comprenderà a sue spese che il sentimento che prova per Francesco non è ricambiato, in un contesto sociale capace di tessere quella visione stereotipata dei generi che distorce la realtà e spesso sfocia nella violenza.

LIBERA USCITA mostra come la violenza sulle donne viene argomentata in due maniere (dagli uomini ma spesso anche dalle stesse donne): “normalizzata”, quando non si ha la percezione della gravità delle proprie azione e si minimizza o “romanticizzata”, quando si giustificano le proprie azione con un amore distorto, una contorta premura, così da rendere tutto ammissibile.

Ambientare questa storia a fine anni ‘90 è una scelta ben precisa che ha permesso di prendere le distanze da un argomento oggi tanto dibattuto. L’idea di creare dibattito sul film è l’obiettivo primario di questo lavoro che non ha intenzione di portare avanti una denuncia, ma si limita a offrire degli spunti di riflessione che ognuno può tradurre in base al suo paradigma. 

Per aiutare il progetto e contribuire alla produzione basta cliccare qui e fare la propria offerta, ognuno in base alle proprie possibilità.

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Cinema

Io non ho mai, la recensione del cortometraggio di Michele Saia

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L’opera prima di Michele Saia, cortometraggio dal titolo Io non ho mai, è innanzitutto un racconto di fisici giovanili e corpi che si muovono nello spazio. Rispettando la tradizione dei film per ragazzi avviata di Rob Reiner, anche il protagonista del corto di Saia dovrà fuggire da altri ragazzi che lo vogliono acchiappare, dovrà saltare, cadere e correre per mettersi al riparo. Sarà lui ad insegnare suo fratello più grande, un ragazzone imponente e grosso ma affetto da ritardo mentale, ad andare in bici nonostante la contrarietà della loro madre. Anche in questo caso, quindi, l’emancipazione passerà attraverso l’utilizzo del proprio corpo, la capacità di coordinazione e l’attività fisica.

È come se il corpo fosse lo strumento attraverso il quale i ragazzini esprimono le loro aspirazioni e i loro sentimenti. Non a caso, quindi, anche la ragazza di cui il protagonista è innamorato sarà caratterizzata innanzitutto da un segno sul viso e questo “difetto” estetico ne determinerà la personalità. Ancora una volta è il corpo che viene prima di tutto il resto. La conosceremo prima attraverso la sua faccia e solo successivamente attraverso le sue parole e le sue intenzioni. 

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Saia, laureato con lode in grafica d’arte e progettazione, sembra ragionare come un regista di cartoni animati. Grazie alla precisa e dettagliata progettazione delle inquadrature, basata sull’utilizzo dello storyboard, ogni scena di Io non ho mai sembra avere alla base un’idea visiva prima ancora che di scrittura. Il modo in cui la macchina da presa si avvicina ai personaggi, invadendo la loro intimità, per poi allontanarsi, come a volerli osservare da lontano senza intromettersi nelle vicende, suggeriscono una consapevolezza ben precisa di voler narrare innanzitutto attraverso le immagini e solo successivamente attraverso i dialoghi e le azioni. Saia utilizza quindi tutti gli elementi propri del mezzo cinematografico per compiere una intelligente sintesi di ciò che vuole veicolare attraverso il racconto.

Così ad esempio il sound design, utilizzato brillantemente per interferire con il realismo delle scene, per suggerire la presenza di qualcosa che non possiamo vedere o per amplificare ed estremizzare i rumori dell’ambiente in cui si svolge l’azione, sembra quasi mettere in discussione la veridicità di ciò che stiamo osservando. Si tratta di un’avventura reale o del ricordo nostalgico, per definizione “manomesso”, di un evento verificatosi nel passato? Questa aleatorietà del racconto, questa vaghezza ricercata, sottolineata dal fatto di non aver dato un nome al ragazzo di cui si narra, contribuisce all’astrazione della vicenda specifica che viene messa in scena e aiuta a rendere universale la condizione di un giovane protagonista alla ricerca di un proprio posto nel mondo e di un modo “giusto” di relazionarsi con gli altri (ma anche con se stesso).

Saia riesce a fare tutto questo senza rinunciare alla ricercatezza formale e al gusto estetico (il “rifugio” dei due ragazzi è un piccolo gioiello andersoniano) e allo stesso tempo riuscendo a trasmettere un genuino senso di avventura, conferendo dinamismo alle scene attraverso i momenti degli attori e quelli della macchina da presa. I protagonisti di Io non ho mai veicolano attraverso la loro presenza scenica le loro ansie e i loro desideri più sopiti. Ogni loro gesto, anche quello apparentemente meno spiegabile, ci rivela qualcosa di loro che prima non sapevamo. E il “vagabondaggio” del giovane protagonista avviene in uno spazio molto più ampio e indefinito di quanto possa essere quello di un piccolo paese di provincia. Un territorio inesplorato ancora da conquistare, un passo alla volta. Da soli o, preferibilmente, assieme alle persone giuste. 

IO NON HO MAI – trailer – from Michele Saia on Vimeo.

Photo Credit: Barbara Tucci e Gianluca Scerni

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