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Intervista ad Alessandro Tartaglia Polcini, autore di Tutti Giù per Aria: la crisi dell’Alitalia in un documentario

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Finalmente negli ultimi mesi abbiamo assistito allo sbarco del documentario nelle sale cinematografiche. Anche quei progetti definiti sempre ‘indipendenti’ o ‘ sperimentali’, ovvero  non adatti alla fruizione di massa, invece di essere relegati a proiezioni di nicchia presso Festival dedicati o qualche evento in particolare, sono arrivati sul grande schermo. Solo nel mese di Gennaio il pubblico ha potuto vedere al cinema ben cinque di questi: L’Era Legale, Litfiba Day, Bobby Fischer Against the World, Love it or Leave it e Tutti giù per aria.  Questo avvenimento si può considerare una vera e propria conquista, poichè tali prodotti hanno bisogno di essere visti e ascoltati, molto più dei film veri e propri, poichè portano con sè un messaggio importante o un ricordo da condividere per arricchire la nostra conoscenza e ampliare le nostre prospettive.

 

Tra questi abbiamo scelto di parlare di Tutti giù per aria, il documentario di Francesco Cordio che ha voluto raccontare il duro travaglio dei dipendenti Alitalia durante il periodo di maggiore crisi della Compagnia, attraverso filmati amatoriali realizzati sul campo e interviste ai protagonisti della vicenda. Sceneggiato da Guido Gazzoli e Francesco Staccioli, questo film nasce dall’idea brillante di Alessandro Tartaglia Polcini che insieme ad altri collaboratori impegnati nella protesta, ha deciso di documentare giorno per giorno tutto quello che accadeva durante i presidi e le manifestazioni assolutamente pacifiche presso l’aereoporto di Fiumicino e alcune sedi del Governo. Tutto il materiale raccolto riguarda il periodo tra settembre 2008 e novembre 2009 e crea un perfetto ritratto dell’intera questione sia dal punto di vista politico e aziendale, sia dal punto di vista umano, portando in primo piano l’estremo disagio e dolore di tutti quei lavoratori, che in pochi giorni, hanno sentito crollare sulle loro spalle il lavoro di una vita e hanno assistito impotenti allo sgretolamento della loro dignità, senza poter fare niente nè per loro stessi nè per i loro figli. Tutti giù per aria è un documentario che si avvale di una parte prettamente filmica con un dipendente Alitalia, interpretato da Fernando Cormick, che vive giorno per giorno il lento decadere della sua posizione lavorativa, intervallato poi da vari filmati di repertorio che mostrano la verità di ciò che si è vissuto in quei giorni, anche con contributi in prima persona di personaggi importanti come Ascanio Celestini, Dario Fo e Marco Travaglio. 

Uno degli autori principali di “Tutti giù per Aria”, Alessandro Tartaglia Polcini ci ha gentilmente concesso un’intervista, nella quale ci racconta il suo progetto, dalla nascita dell’idea alla realizzazione pratica e i suoi sentimenti riguardo la grande crisi che ha colpito la compagnia di bandiera.

Come ti è venuta l’idea di realizzare un documentario su questa triste avventura dell’Alitalia?

Immediatamente. Già da tempo si avvertiva una situazione, che poi si è verificata, che sarebbe degenerata in quella disastrosa vertenza di cui il paese intero è stato immobile spettatore. Ho preso la mia telecamera è ho iniziato a riprendere tutto quanto accadeva durante manifestazioni, presidi, assemblee. Ho fatto in modo di non perdere nulla. Ho intervistato tutti coloro che ritenevo in qualche modo parte in causa. Da Matteoli, il cui figlio è pilota proprio in Alitalia, (assunto quando le assunzioni erano già bloccate da tempo, passando inspiegabilmente avanti a molti altri piloti che da tempo aspettavano di essere a loro volta assunti) alla Carfagna, alla Lorenzin e tanti altri ancora. Alla base di questo documentario c’è l’assoluta convinzione che la storia della vertenza Alitalia valesse la pena di essere raccontata. Un’opera necessaria, per mettere a conoscenza l’intero paese sulla direzione che avrebbero preso le relazioni industriali, relazioni che oggi si applicano in tutti i comparti. Ovviamente non abbiamo la presunzione di aver condensato in poco più di 1 ora di filmato tutta l’orgia di sentimenti, emozioni, strumentalizzazioni che ha caratterizzato la vita dei lavoratori Alitalia dal 26 agosto 2008, data della nascita della CAI Compagnia Aerea Italiana, in poi. Non abbiamo neanche la velleità di aver detto esattamente tutto quello che c’era da dire rispetto alle situazioni che hanno cadenzato quel periodo. Siamo però convinti di aver fornito un punto di vista diverso, di chi quei giorni li ha vissuti dall’altra parte della barricata, sulle strade e sulle piazze della capitale, nello stesso aeroporto di Fiumicino; il punto di vista di chi parlava del suo lavoro e del suo futuro, molte volte schiacciato da protagonisti di “ben altra levatura” e ignorato dalla stampa.

Abbiamo cercato di far vedere le facce delle persone, le loro voci, così importanti per capirne le emozioni, di quelle fatte di carne, ossa e sangue, del “materiale umano” (come l’A.D. Sabelli ama chiamarlo) che troppo spesso è stato rappresentato da gelidi numeri di esuberi, di assunti, di cassaintegrati e di precari ora disoccupati.
Quei gelidi numeri che avevano gridato, proprio nel mentre della vertenza, uno degli slogan più in voga tra i lavoratori dell’Alitalia: “Oggi tocca a noi, domani tocca a voi”. Quel “domani” di ieri è oggi… ed ecco i drammatici risultati. Mi verrebbe da dire: noi lo avevamo detto… Ma non lo dirò.

In quei giorni sei stato in prima linea?

Ero in prima linea come migliaia di lavoratori, anche perché quanto accadeva mi vedeva direttamente coinvolto. Ho lavorato in Alitalia per 15 anni come assistente di volo. Ho svolto questa professione come meglio non potevo fare, con responsabilità e dedizione. Ed è per questo che ho inteso mettere in mostra l’umanità dell’ex compagnia di bandiera, sia quando era protagonista delle prime pagine dei giornali sia dopo, quando i riflettori si sono inesorabilmente spenti ed è iniziata per tutti il confronto con una nuova drammatica realtà.

Qual’ era l’aria che si respirava?

L’aria che si respirava, e che ahimé ancora oggi si respira, era pesante in vizio di quel che sapevamo ci sarebbe accaduto di lì a breve. Era pesante ma era altresì un’aria propositiva: eravamo pronti a tutto pur di non vedere mortificata la straordinaria professionalità di migliaia di lavoratori. Quei lavoratori che non volevano vedere una compagnia mortificata, data in mano a un drappello di filibustieri, una parte dei quali sono indagati e pregiudicati. Un certo patrimonio industriale di questo paese fa venire il voltastomaco.

Ti ha colpito qualcosa in particolare?

Un episodio in particolare mi ha colpito: girando con la mia telecamera mi sono imbattuto in un padre di famiglia, mio ex collega. L’ho visto in disparte a piangere. Mi ha guardato negli occhi e mi ha chiesto scusa. Ho spento la mia telecamera e tentato di confortarlo, ovviamente senza successo. Mi ha detto: “Cosa darò ora ai miei figli? Quale futuro potrò garantirgli?”

Come hai deciso di coinvolgere gli altri nel progetto?

Questo progetto ha visto la luce perché alcuni professionisti, gente del mestiere, ci hanno creduto e si sono impegnati con estrema pazienza, dedizione e disponibilità che, in una situazione normale, sarebbero state difficilmente riscontrabili. Alcuni che vi hanno partecipato sono miei colleghi come Francesco Staccioli e Guido Gazzoli che hanno sostanzialmente scritto la sceneggiatura, con i quali ho trovato una comunità di intenti. Volevamo dare luogo a una denuncia forte e credo che ci siamo riusciti.

Hai trovato qualche porta chiusa?

Questo progetto è riuscito a diventare realtà grazie all’autofinanziamento da parte di un gruppo di lavoratori che hanno dato denaro senza chiedersi neanche come sarebbe stato il prodotto finale. Lavoratori che hanno dato un contributo personale in un momento drammatico per le loro possibilità economiche. Come tutti coloro che sono indipendenti e che non hanno grandi finanziatori alle spalle, abbiamo dovuto rivolgerci anche a Istituzioni di varia natura per reperire i fondi che permettessero di pagare almeno le spese vive che solo in parte ancora oggi sono state coperte. Ho bussato a numerose porte molte delle quali non sono state mai aperte. Altre aperte e sbattute sul muso e altre ancora aperte. Il film è stato possibile anche grazie al supporto della Regione Lazio e del Comune di Roma.

Pensi che un film come questo possa servire a cambiare le cose o ad evitarle in futuro?

Personalmente non vorrei che questo prodotto fosse valutato come un epitaffio o un amarcord, perché intende essere esattamente l’opposto. Un modo, come altri e più forte di altri, di dire semplicemente “noi esistiamo ancora” e non abbiamo dimenticato ciò che ci è successo e ciò che ci succede ancora. In poche parole, una pessima notizia per chi ci vorrebbe già sotterrati nell’oblio generale. Ad ogni modo il cinema, si sa, è un eccellente veicolo di informazione nonostante la crisi che anche questo settore da tempo vive. E’ anche vero però che il cinema è oggi visto, specialmente nel nostro paese, come un strumento di evasione e di ricreazione, non di riflessione. Certi temi si preferisce vederli comodamente a casa propria con la possibilità di cambiare canale quando non si ha più voglia di scuotere le proprie coscienze. Ahimè “Tutti giù per aria” non  ha avuto l’intento sperato, ovvero quello di mettere in guardia il paese su quanto oggi sta accadendo. Ma non è mai troppo tardi.

 

Pensavi che questo film arrivasse addirittura al cinema?

Ho lavorato sodo affinché questo film trovasse tutti i canali di divulgazione possibili. Dopo Editori Riuniti, che ha distribuito l’opera in tutte le librerie d’Italia, è arrivato anche Distribuzione Indipendente che ha consentito di far girare il film nelle sale. L’ho pensato e l’ho voluto, con non poca fatica.

I tuoi prossimi progetti?

Sto lavorando a una sorta di capitolo secondo di “Tutti giù per aria” dove ad andare giù per aria questa volta non è solo Alitalia, ma il paese intero. E’ davvero singolare che debba essere un cassaintegrato a muoversi per informare il paese attraverso dei prodotti cinematografici che, per quanto a basso costo, sono e rimangono prodotti di qualità. Esistono operazioni analoghe a questa di cui purtroppo non si parla. Ne dico una su tutte: “Una montagna di balle”, un documentario sul dramma dell’immondizia a Napoli. Davvero ben fatto. Cercatelo e vedetelo.

Quali sono state le maggiori difficoltà?

Il reperimento di fondi e autorizzazioni di vario tipo.

Cosa ne pensi del recente sbarco dei documentari nelle sale cinematografiche?

Ne sono felicissimo. Sono però ancora pochi. Dovrebbero essere ancora di più. Una cinematografia di qualità che merita di essere distribuita nei circuiti tradizionali. Distribuzione Indipendente è una realtà, forse l’unica, che si è preso la briga di dare seguito a questa operazione divulgativa. Spero che case di distribuzioni più importanti prendano iniziative in questo senso. Magari non lo sanno ma rischiano di essere prodotti che possono portare un discreto profitto.

Come ti sei trovato a lavorare con Francesco Cordio, regista del film e gli altri collaboratori?

Molto bene. Francesco è molto bravo. Un autentico professionista che lavora con passione e serietà.

Il personaggio della parte romanzata del film con il volto di Fernando Cormik, tra i vari filmati di repertorio, sei tu? E’ una parte autobiografica?

Sono io, è Luca, è Giorgio, è Luisa, sei tu. E tutta quella popolazione di lavoratori che non intende arrendersi alla logica di relazioni industriali pensate e fatte da cialtroni. Una popolazione di lavoratori che ieri rischiava di perdere il lavoro, oggi lo ha perso. Ad ogni modo un po’ di me certamente c’è.

Come è nata la collaborazione con Ascanio Celestini, Marco Travaglio e Dario Fo?

Insieme a loro tanti altri come Gianni Dragoni, Vauro Senesi, il prof. Ugo Arrigo si sono resi disponibili per un importante supporto. Ad ogni modo mi sono limitato a chiamarli e chiedere loro aiuto. Non si sono fatti pregare neanche un istante.

Hai riscontrato sostegno da parte dei colleghi dell’Alitalia, o qualcuno non ha apprezzato la resa sul grande schermo del periodo difficile passato?

Sostanzialmente la stragrande maggioranza dei miei colleghi hanno apprezzato l’opera, se non altro per la denuncia che è stata fatta ed è stata resa visibile. C’è stata però anche una minoranza che non solo ha disapprovato l’opera ma l’ha anche osteggiata. Sono coloro che hanno fatto e fanno ancora parte di quel tipo di sindacato che ha appoggiato l’operazione CAI. Ma si sa, quando ci si espone, si è inevitabilmente soggetti a critiche. Ma va bene così.

Il cinema e la scrittura sono le compagne di viaggio di cui non posso fare a meno. Quando sono in sala, si spengono le luci e il proiettore inizia a girare, sono nella mia dimensione :)! Discepola dell' indimenticabile Nora Ephron, tra i miei registi preferiti posso menzionare Steven Spielberg, Tim Burton, Ferzan Ozpetek, Quentin Tarantino, Hitchcock e Robert Zemeckis. Oltre il cinema, l'altra mia droga? Le serie tv, lo ammetto!

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Intervista al regista Marco Tullio Giordana: “Bertolucci mi ha salvato la vita”

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La XXI edizione del Festival del cinema di Porretta Terme ieri sera ha celebrato un evento speciale dedicato al cinquantesimo anniversario dalla prima proiezione italiana del film Ultimo tango a Parigi diretto da Bernardo Bertolucci. Una ricorrenza speciale non solo per la manifestazione cinematografica, ma anche per il regista Marco Tullio Giordana, che abbiamo avuto di intervistare telefonicamente.

Ultimo tanto a Parigi compie 50 anni

Tra i film più acclamati e discussi della storia del cinema italiano, Ultimo tango a Parigi ricopre sicuramente un posto d’onore. Ben cinquanta anni fa, per la première italiana di questo film, il 15 dicembre 1972, venne scelta la location di Porretta Terme, più precisamente del cinema Kursaal. Giudicata un capolavoro e uno scandalo, allo stesso tempo, questa pellicola diretta da Bernardo Bertolucci vide la partecipazione di attori del calibro di Marlon Brando e Maria Schneider.

Nonostante sia trascorsi così tanti anni dalla sua realizzazione, ancora oggi, viene ricordato come uno dei titoli rimasti vittima della censura giudiziaria, tanto che nel 1976 vennero distrutte moltissime copie del film. La versione proiettata ieri sera si tratta della pellicola restaurata da Vittorio Storaro per il CSC – Cineteca Nazionale nel 2018.

Marco Tullio Giordana e il legame con Ultimo tango a Parigi

A prendere parte all’unico evento ideato e realizzato per celebrare il cinquantesimo anniversario di questo film è stato il regista e sceneggiatore Marco Tullio Giordana (I cento passi, La meglio gioventù, Romanzo di una strage). Nell’intervista rilasciata per NewsCinema, il cineasta milanese non solo rende omaggio alla professionalità di Bertolucci, ma ricorda anche l’esatto momento nel quale, il regista – inconsapevolmente – con la sua arte, gli salvò letteralmente la vita a Parigi.

Intervista al regista e sceneggiatore Marco Tullio Giordana

Buon pomeriggio signor Giordana. Sono solita aprire le interviste con una domanda: come sta?
Ho un po’ di mal di gola, ma professionalmente sto benissimo. Sono a Padova per l’ultima settimana di repliche su uno spettacolo di Pasolini che ho realizzato con Luigi Lo Cascio, scegliendo anche le poesie di Pasolini e creando una drammaturgia intorno a queste poesie. Lo spettacolo ha debuttato a Venezia, poi è stato a Verona, a Milano e adesso Padova. Lo spettacolo si chiama Pa’ come erano soliti chiamarlo i ragazzi in tono dispregiativo.

Era da tempo che non lavoravo con Lo Cascio e mi sono chiesto chissà come lo avrei ritrovato. Invece è stato bellissimo ritrovare una persona così allegra, pronta a cambiare. È stato meraviglioso ritrovarlo intatto nel tempo, come uno strumento musicale che non si è fatto scalfire dal tempo ma ha acquisito solo maggiore esperienza nel suono.

Domani al Festival di Porretta Terme verrà celebrato il cinquantesimo anniversario del film cult Ultimo tango a Parigi diretto da Bernardo Bertolucci. Cosa la lega emotivamente e professionalmente a questo film? Cosa ha provato la prima volta che ha avuto modo di vederlo finito?
Sicuramente una sensazione strana, perché nei titoli di testa erano stati inseriti dei quadri di Francis Bacon, che io avevo visto alla mostra e che erano state all’origine dell’incontro fortuito con la troupe di Ultimo tango a Parigi. E poi, perché la prima scena di apertura del film è quella che io ho visto girare. Ho pensato ma questo è proprio il mio film, ma non avevo nessuno con cui vantarmi. Aver avuto la possibilità di vedere quella scena in macchina da presa mi ha dato tutta un’altra visione rispetto a quella del film. Il film mi è piaciuto molto e l’ho trovata molto conturbante.

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Leggendo alcune delle dichiarazioni che ha rilasciato in varie occasioni, mi ha sorpresa molto scoprire che dopo aver visto dal vivo Bernardo Bertolucci dirigere Ultimo tango a Parigi, lei abbia desistito nel compiere un gesto estremo, a causa di una grande delusione artistica. Quindi possiamo dire che il regista, inconsapevolmente, le ha salvato la vita?
È assolutamente vero! Lo devo ringraziare! A me è capitato di andare sul set di alcuni amici, ma devo dire che è il luogo più noioso del mondo. Se uno non è lì per fare qualcosa, c’è solo un tempo infinito ad aspettare qualcosa che non si capisce. Spesso regna il malumore, la tensione e per questo non sono molto felice di andarci.

Invece in quel set a Parigi, si respirava un’aria allegra, seducente, dove tutti erano pronti a compiacere questo regista molto affascinante e che non aveva bisogno di alzare la voce per farsi rispettare. Tutti lo volevano assecondare. Questa atmosfera mi colpì molto. Non avevo mai visto girare prima, pensavo che il cinema fosse così. Tanti anni dopo, quando mi sono ritrovato a lavorare su un set, ho voluto assomigliare a lui non solo come regista, ma come atmosfera nel quale si lavora.

Mi chiedevo, ma lei ha mai pensato a cosa sarebbe potuto accadere se lei non fosse mai passato di lì? O se al posto di Bertolucci avesse visto un altro regista?
Io sapevo chi era Bertolucci. Stavo un po’ lontano perché avevo paura che mi cacciassero, che mi prendessero per uno stalker. Però man mano mi avvicinavo come un camaleonte, per prendere i colori. Io avevo visto il film Prima della Rivoluzione di Bernardo Bertolucci perché mi piaceva molto andare al cinema. La sera al quartiere latino, davano Strategia del ragno e quello è stato il film che mi ha portato a dire: “voglio fare anche io cinema”.

È pazzesco vedere come un uomo ti può cambiare la vita senza saperlo. Tra l’altro questa cosa gliela raccontai molti anni dopo, a Bologna nel 2005. Anno nel quale il mio film La meglio gioventù era riuscito a battere ai David di Donatello i miei due maestri, Bertolucci e Bellocchio. Ricordo che rimase molto colpito dal mio ricordo.

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Negli ultimi anni, la figura di Aldo Moro è stata spesso portata sul piccolo e grande schermo. Lei stesso lo ha fatto con il film Romanzo di una strage, nel quale vediamo Fabrizio Gifuni calarsi perfettamente nel leader politico della DC, prima ancora di Esterno Notte diretto da Marco Bellocchio. Tra i suoi primi titoli, appare il documentario Forza Italia di Roberto Faenza, al quale partecipò in veste di autore, incentrato sulla crisi della DC. Un esordio che avvenne durante un periodo complesso per l’Italia, dato che uscì nel 1978, a pochi giorni dal rapimento e omicidio proprio di Aldo Moro. Secondo lei, come mai la figura di questo politico è diventata così necessaria da raccontare al cinema o in televisione?
Guardi lei mi ha fatto riaffiorare un ricordo molto forte per me, legato al film Forza Italia, realizzato con materiali di repertorio. Tranne poche cose girate, che tra l’altro girai io stesso. Ricordo che quello che avrei dovuto riprendere era l’arrivo di questi democristiani nella sede di Piazza del Gesù a Roma in occasione di una Direzione Nazionale. Ovviamente avevo la debita autorizzazione come operatore e vidi arrivare Fanfani, Forlani, Andreotti e anche Moro.

Ricordo che lo seguimmo e lui non prese le scale come gli altri ma prese un ascensore che non però non arrivava mai. Moro pazientemente stette per alcuni minuti ad aspettare in silenzio. Non appena le porte si aprirono, si girò verso di noi e disse: “siete sazi?” entrò in ascensore e andò via. Aldo Moro è stato il primo attore che ho inquadrato nella mia vita. Quando ho fatto il mio primo film, Maledetti vi amerò (1979) era passato appena un anno dal suo rapimento e assassinio. In quel film ho sentito il bisogno di parlare sia di Aldo Moro e sia di Pasolini. Due figure le cui morti hanno segnato e cambiato il destino dell’Italia.

Il film Buongiorno, notte di Marco Bellocchio è la cosa migliore fatta per raccontare quel periodo. Ho trascorso anni ad arrovellarvi, cercando di trovare la chiave giusta per raccontare quegli anni. Quando ho visto il film di Bellocchio mi sono sentito liberato. Lo spirito del tempo e ciò che ha raccontato è stato fantastico e io stesso non sarei stato capace di farlo meglio.

Pensando al vostro modo di fare cinema, trovo in lei e in Marco Bellocchio, una capacità di riuscire a raccontare storie realmente accadute e che hanno segnato pagine drammatiche del nostro Paese, in maniera profondamente incisiva e in grado di arrivare alla mente e al cuore dello spettatore.
La ringrazio molto. Diciamo che c’è anche una parentela ideale con il film che ho girato io, Romanzo di una strage in cui Gifuni interpreta un Moro più giovane. Fabrizio Gifuni è un uomo molto intelligente, persona serissima e a volte lo sgrido e gli dico “Fabrizio sorridi!”.

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Nei suoi film vengono spesso raccontate storie di giovani, uno su tutti Peppino Impastato, e di fatti realmente accaduti nella storia del nostro Paese. Per quale motivo ha voluto orientare il suo cinema verso questo genere che non sfrutta la finzione o la fantasia?
A me non interessa di raccontare il passato, ma di andare a scoprire e di tirar fuori dal buio, delle cose che uno crede siano andate in un modo e invece sono andate in un’altra. Rivelare l’altra faccia di luoghi comuni. Pensando a Peppino Impastato è stato detto che lui fosse una specie di terrorista, morto mentre cercava di armeggiare un ordigno per far saltare un treno. Questo è segno anche della vigliaccheria con cui i mafiosi non hanno voluto attribuirsi quel delitto, cosa che di solito fanno sempre, perché serve per intimidire.

Questa mi sembrava un’ingiustizia nei confronti di una figura così affettuosa. Non era un uomo burbero che scagliava gli anatemi. Era una personalità divertente che utilizzava l’arte, la commedia attraverso la sua radio per rappresentare i conflitti della terra in cui viveva in maniera fantasiosa. Mi è sembrato bello raccontare la storia di questo ragazzo. E devo dire che poi quando uscì, fece una fortuna immensa proprio per questa caratteristica di non raccontare la storia di un eroe inimitabile e che facesse dire a chiunque lo guardasse “io non riuscirò mai ad essere come lui”.

Vedere nei comportamenti quotidiani lottare con allegria e promettere sollievo, anziché tetraggine. Poi ebbi la fortuna di incontrare un interprete fenomenale, quale Luigi Lo Cascio. Fui molto fortunato. Ricordo la lavorazione in Sicilia, la collaborazione di tutti. Noi abbiamo girato a Cinisi, proprio nella città, nei posti veri. Non abbiamo dovuto nasconderci da un’altra parte.

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Questo film quindi è stato un atto di verità e di giustizia per Peppino Impastato, riuscendo ad entrare e a restare nel cuore degli spettatori. Cosa pensa quando viene invitato nelle scuole per parlare di film I cento passi?
Ogni volta che mi invitano nelle scuole medie e superiori sono molto felice di andarci. Mi è capitato anche durante il periodo del lockdown di connettermi al pc per parlare con loro. Lo faccio molto volentieri perché i ragazzi inizialmente fanno sempre un po’ di chiasso, ma poi il film prende e si identificano e capiscono tutti i passaggi. Alla fine si è creato un rapporto, come se fossimo amici. Il cinema è anche questo.

Ultimamente è uscito il film Yara, nel quale viene raccontato il brutale omicidio della giovane ginnasta Yara Gambirasio. Se dovesse scegliere di raccontare un fatto di cronaca realmente accaduto in Italia negli ultimi vent’anni, la sua scelta su quale vicenda ricadrebbe?
Non saprei. Il film si intitola giustamente Yara perché racconta l’indagine, il processo e come si è arrivati alle tre sentenza di giudizio. Mi sono basato su tutte le carte processuali. Ma il cuore del film è rappresentato dal personaggio della giudice che malgrado tutte le interferenze, le ostilità, i partiti presi, vuole andare fino in fondo.

A me piace raccontare le storie di persone per bene e che hanno volontà di fare qualcosa di buono. Se non c’è questo elemento a me passa la volontà di raccontare la storia. Non mi piace raccontare di storie di criminali e farli diventare degli eroi. Adesso tra i delitti che vedo accadere, non vedo elementi sui quali posso appoggiarmi per affrontare tutto il dolore che comporta raccontare queste storie.

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Intervista a Fabrizio Gifuni: “Trent’anni che faccio l’attore e non ho mai perso l’entusiasmo”

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Il Festival del cinema di Porretta Terme giunto alla XXI edizione (dal 3 al 10 dicembre) ha visto tra i suoi illustri ospiti, l’attore e regista romano Fabrizio Gifuni, vincitore del prestigioso Premio Speciale Elio Petri. Pochi minuti prima della cerimonia di premiazione, avvenuta ieri pomeriggio presso lo Spazio FCP, abbiamo avuto modo di intervistarlo telefonicamente e di ascoltare tutta la sua emozione nel ritirare questo premio, a lui molto caro per una serie di motivi che potrete scoprire leggendo le sue dichiarazioni.

Il successo della serie Esterno Notte di Marco Bellocchio

L’ ultimo successo – in ordine di tempo – di Fabrizio Gifuni è stata la serie Esterno Notte diretta da Marco Bellocchio e andata in onda lo scorso novembre su Rai Uno. L’interpretazione molto intensa e apprezzata da pubblico e critica, lo ha visto raccontare gli ultimi giorni di vita del fondatore della Democrazia Cristiana, a seguito del suo rapimento ordito dalle Brigate Rosse.

Tristemente protagonista di una via crucis durata cinquantacinque giorni di prigionia, prima della sua uccisione avvenuta il 9 maggio 1978, l’attore romano ha dato prova di un’altra interpretazione magistrale nei panni del fondatore della Democrazia Cristiana. Un racconto risultato ancora più intenso e toccante agli occhi dello spettatore, grazie ad una straordinaria somiglianza e trasformazione fisica di Fabrizio Gifuni nelle vesti di Aldo Moro.

Premio Speciale Elio Petri a Fabrizio Gifuni | la motivazione

Proprio sulla scia di questo grande risultato, la giuria del Festival del cinema di Porretta Terme ha voluto conferire a Fabrizio Gifuni il Premio Speciale Elio Petri con la seguente motivazione.

La straordinaria capacità di Fabrizio Gifuni nel confrontarsi con tutti i grandi personaggi e le più importanti situazioni del Novecento è alla base della sua straordinaria carriera come attore. Da Aldo Moro a Franco Basaglia, da Alcide De Gasperi all’economista illuminato di “La meglio gioventù”, Gifuni ha saputo con i suoi personaggi raccontare contraddizioni e sentimenti delle generazioni del secondo dopoguerra.

A teatro, poi, ha saputo portare sulla scena Pier Paolo Pasolini e Aldo Moro con grande intensità, senza rinunciare a partecipazioni straordinarie importanti come in “Il capitale umano” di Paolo Virzì e senza rinunciare a importanti sperimentazioni come quelle nelle quali è stato diretto da Giuseppe Bertolucci e da Franco Battiato. Gifuni unisce una straordinaria tecnica recitativa a una grande sensibilità personale, che lo rendono un attore unico nel panorama dello spettacolo italiano.”

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Intervista a Fabrizio Gifuni

Ciao Fabrizio, complimenti e grazie per la disponibilità. La prima domanda che vorrei porti, forse è anche la più complessa: come stai?

Bella domanda, che bel modo per iniziare un’intervista. Sto bene. Compatibilmente con i tempi che non sono particolarmente luminosi e sono abbastanza apocalittici. Quest’anno sono trent’anni che ho scelto di fare questo lavoro professionalmente. Sono felice che in questa lunga marcia, non ho mai perso l’entusiasmo, la passione e la voglia di rendere onore al gioco che per me è la più alta delle attività umane.

Come sapevano gli antichi greci “solo chi sa giocare, può salvare la città”. I greci raccontavano nell’Edipo che si usciva dalle pandemie e dalle pestilenze risolvendo un indovinello e uccidendo la Sfinge. Credo che quella fosse una metafora molto precisa, che aveva a che fare anche con la capacità ludica dei cittadini, di mantenersi in contatto con il gioco e con l’infanzia.

Cosa vuol dire per te aver ricevuto il Premio Elio Petri al Festival del Cinema di Porretta Terme?

È una cosa che mi emoziona moltissimo. I premi naturalmente fanno sempre piacere quando arrivano, perché sono un riconoscimento al lavoro fatto fin qui. Ma questo mi fa particolarmente piacere, perché Elio Petri è stato uno dei registi, se non il regista, che ha maggiormente influenzato e determinato la mia scelta di fare questo mestiere più di trent’anni fa. La scoperta travolgente dei suoi film, a partire da Indagine, Classe operaia, Todo Modo, mi ha portato a pescare in questo pozzo meraviglioso delle meraviglie.

La visione di quei film e che non capivo durante la mia adolescenza e giovinezza, che non riuscivo a mettere a fuoco, sentivo che mi emozionavano particolarmente. Credo che il lavoro fatto da Elio Petri e la stagione che ha condiviso con l’altro gigante assoluto del nostro lavoro, Gian Maria Volonté, abbia portato qualcosa di realmente nuovo nel nostro Paese, non solo da un punto di vista artistico, ma da un punto di vista etico e intellettuale.

Un’altra cosa che mi emoziona, che ho detto recentemente, risale a trent’anni fa, quando ho iniziato a fare questo lavoro e mi sono imbattuto in un piccolo saggio della benemerita casa editrice che è Il Castoro, con la collana “Il Castoro cinema” dedicato ai registi. Ho letto un saggio su Elio Petri di Alfredo Rossi, davvero illuminante e che secondo me, meglio di qualsiasi altro scritto è riuscito a raccontare in profondità il cinema di Elio Petri. Scoprire che trent’anni dopo, nella giuria del premio Petri che mi verrà attribuito c’è proprio Alfredo Rossi, è qualcosa che mi emoziona particolarmente.

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Possiamo dire che è come un cerchio che si chiude?

Sono tanti cerchi che si chiudono. Questo premio arriva anche al termine di un anno e di un lavoro fra i tanti, molto impegnativo e gratificante come è stato Esterno Notte di Marco Bellocchio, che si aggira in territori abbastanza vicini al Todo Modo di Elio Petri. Tornare a lavorare su una figura come quella di Aldo Moro, che Volonté aveva incontrato due volte sul suo cammino cinematografico, una delle volte con Petri, mi fa pensare che a tanti piccoli segni, tanti piccoli fili che si riuniscono.

Elio Petri ha realizzato diversi film di denuncia, sulla classe operaia, che hanno alimentato qualche polemica. Anche tu hai fatto film impegnati in questo senso come La meglio gioventù, Romanzo di una strage, Il Capitale Umano, per citarne alcuni. Cosa ne pensi del ruolo del cinema per veicolare messaggi di cambiamento e ideologia?

Questo è un discorso complesso che meriterebbe molto più tempo, perché temo che in due battute si riduca molto il discorso. Credo che il cinema continui ad essere, sia pure con un tempo profondamente diverso rispetto a come si muovevano cineasti come Elio Petri, Rosi, Montaldo, i grandi protagonisti della stagione del grande cinema italiano. Per questo credo che è difficile fare un qualsiasi tipo di raffronto.

Il cinema continua a esserci nonostante i cambiamenti, nonostante le crisi profonde, a essere uno strumento straordinariamente grande. Così come lo è il teatro, al quale io dedico sempre molti mesi del mio lavoro durante l’anno, che non ho mai lasciato e che è profondamente collegato per vasi comunicanti al lavoro che cerco di fare al cinema e in televisione, quando se ne presenta l’occasione. Non ho mai creduto agli attori teatrali, agli attori cinematografici e agli attori televisivi. La pratica e la professione è una sola, poi sta a ciascun interprete declinare a seconda della propria passione, del proprio talento o dell’occasione il proprio lavoro in un ambito piuttosto che in un altro, però l’attore resta una cosa sola.

Il cambiamento più grande è stata la saturazione delle immagini. Da alcuni decenni, anzi negli ultimi vent’anni, siamo affogati quotidianamente da immagini che ci arrivano dai computer e dai telefoni, per cui, riuscire attraverso le immagini a restituite ancora una sorpresa, uno stupore, uno scandalo e essere particolarmente incisivi da un punto di vista emotivo, oltre che intellettuale, è molto più difficile rispetto a un tempo. Poi ci sono temi che non tramontano mai, come la libertà di espressione, dell’autocensura, ricordando quanto sia importante resistere in ogni epoca alle censure di ogni Paese. Questa forma di repressione viene portata avanti anche a Paesi apparentemente democratici ma dotate di forme molto più suadenti di autocensura per cui un’artista è chiamato a smarcarsi.

I Festival sono sempre un’occasione per toccare il cinema con mano in un certo senso, come le sale cinematografiche che permettono l’esperienza di uscire di casa e ritrovarsi in un luogo per condividere le emozioni di un film con gli altri. Vorrei chiederti, cosa ne pensi del futuro della sale e dell’ascesa dello streaming? Tra l’altro, anche tu stesso hai avuto modo di interpretare il ruolo di protagonista in un film d’azione, La Belva per Netflix, mostrandoti in una versione inedita, sconvolgente e molto ben riuscita.

Grazie mille, mi fa piacere che sia piaciuto il personaggio interpretato ne La Belva. Come dicevo all’inizio, questo vuol dire anche rendere onore al gioco. La produzione cinematografica e televisiva con l’avvento delle piattaforme hanno cambiato inevitabilmente la sala. Passare dal personaggio de La Belva a quello di Esterno Notte, significa smarcarsi da un certo tipo di pigrizia, soprattutto del sistema produttivo che tende molto a incasellare gli attori dividendolo come attore drammatico, comico, borghese, proletario, ed è la morte di questo lavoro. Penso che siamo nel pieno di un cambiamento epocale, che non riguarda solo il nostro lavoro, ma tutto il Pianeta.

Per quanto riguarda il nostro lavoro, trovo che sia una sfida tutta da giocare, perché credo che ci siano tutti i margini per recuperare la funzione e l’affascinazione della sala cinematografica, senza negare quello che è successo e dal quale non si tornerà indietro. Credo che sia necessario, soprattutto per le nuove generazioni, uno sforzo di inventiva e di fantasia, per reinventare quei luoghi. Le sale cinematografiche novecentesche sono in grandissima difficoltà e come sono state concepite un tempo, corrispondevano a una società che non è più questa.

Bisogna trovare il modo di far resuscitare il desiderio di uscire di casa, di andare in un luogo, di condividere un’esperienza e di staccarsi dal divano, in cui comodamente possiamo usufruire di milioni di titoli. Ci vuole uno sforzo di fantasia, di inventiva, è una bella sfida che non credo sia persa in partenza, però non è solo con gli slogan o gli appelli che si può risolvere il problema, ci vuole qualcosa di più.

Prima di salutarci vorrei porti un’ultima domanda: guardandoti indietro, professionalmente parlando, rifaresti tutto ciò che hai fatto?

Si. Naturalmente ci sono cose di cui sono più contento e altre meno contento. Ma non c’è niente che non rifarei e questo mi da un certo sollievo perché vuol dire che questi primi trent’anni di marcia sono stati fatti con un certo criterio e quindi rifarei tutto. Sicuramente alcune cose le rifarei in un altro modo, ma non c’è qualcosa di cui mi pento.

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Interviste

Improvvisamente Natale: video intervista a Diego Abatantuono, Violante Placido e Sara Ciocca

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Questa mattina è stato presentato in anteprima a Milano, il film Improvvisamente Natale diretto da Francesco Patierno e interpretato da Diego Abatantuono, Violante Placido, Lodo Guenzi, Anna Galiena, Antonio Catania, Sara Ciocca, Michele Foresta, Gloria Guida, Paolo Hendel e con la partecipazione straordinaria di Nino Frassica. Adatto a tutta la famiglia, questa commedia natalizia sarà disponibile dal 1° dicembre su Prime Video.

La video intervista con il cast

A un mese dal Natale, questo pomeriggio abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con Diego Abatantuono, Violante Placido e la giovane attrice Sara Ciocca. Se volete ascoltare i loro aneddoti personali legati al Natale e in che modo considerano la famiglia raccontata nel film, cliccate nel player in basso.

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Improvvisamente Natale | La sinossi ufficiale

Per Chiara (Sara Ciocca) il Natale è un momento speciale, ancor più di quanto lo sia per ogni bambino. Ogni anno, infatti, il Natale è anche l’occasione per rivedere l’adorato nonno Lorenzo (Diego Abatantuono), proprietario del delizioso alberghetto d’alta montagna che ospita i festeggiamenti della famiglia.

Quest’anno, però, i genitori di Chiara, Alberta (Violante Placido) e Giacomo (Lodo Guenzi), hanno deciso di mettersi in macchina sotto il sole bollente d’agosto, per una visita fuori stagione a Lorenzo, perché hanno bisogno di lui per dare a Chiara l’amara notizia: si stanno separando. Forse, se glielo dicesse lui, la piccola soffrirebbe meno…

Il nonno, già in crisi perché rischia di dover vendere il suo amato hotel, accetta l’ingrato incarico di dare la notizia alla nipotina, ma prima vuole regalarle l’ultimo Natale felice… a Ferragosto!

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