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Sister Act, il brillante musical con Belia Martin e Suor Cristina al Teatro Brancaccio

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Il 10 dicembre ha debuttato al Teatro Brancaccio uno dei musical più amati di sempre: Sister Act. Diretto da Saverio Marconi e interpretato da Belia Martin, Pino Strabioli, Claudia Campolongo, Elisabetta Tulli, Francesca Taverni e Suor Cristina, Sister Act arrangia in chiave moderna l’omonimo film con Whoopi Goldberg e Maggie Smith del 1992. Deloris Van Cartier (Belia Martin) è una cantante di night club che, dopo aver assistito involontariamente ad un omicidio, viene inserita in un programma di protezione testimoni a dir poco alternativo. L’irriverente e incontrollabile Deloris deve infatti rimanere nascosta sotto le mentite spoglie di Suor Maria Claretta nel convento di St. Katherine. La vita monastica ovviamente non si addice alla donna che, ribellandosi alle rigide regole della Madre Superiora (Francesca Taverni), viene costretta a gestire lo stonatissimo coro del convento. Ma Suor Maria Claretta e il suo incontrollabile talento travolgeranno la chiesa con un vortice di ironia, emozioni e tanta buona musica.

sister act centro

Adattare un cult dei musical come Sister Act non era assolutamente facile, eppure Saverio Marconi è riuscito nell’impresa. Caratterizzato da venticinque brani composti da Alan Menken, l’autore di grandi colonne sonore come La bella e la bestia, Aladdin e La sirenetta, e da una protagonista carismatica e divertente come Belia Martin, Sister Act è una brillante opera che non deluderà i fan del cult con Whoopi Goldberg. Il ritmo serrato, le scenografie suggestive, i costumi incredibili e le coreografie semplici e allo stesso tempo efficaci sono i punti di forza di uno show che, nonostante la durata più che considerevole, convince dal primo all’ultimo minuto. Il merito è ovviamente in gran parte di Belia Martin che con il suo irresistibile accento, la sua notevole verve comica e la capacità di affrontare con disinvoltura brani pop, gospel e rnb regala una performance fuori dal comune. Ma non è tutto. Se Francesca Taverni interpreta una Madre Superiora sospesa tra le classicità liriche dei canti monastici e lo spirito rock di alcuni dei brani di Menken, l’ormai celebre Suor Cristina di The Voice sorprende più volte il pubblico con la sua notevole estensione vocale. Le uniche pecche di questo musical sono probabilmente la totale estraneità delle canzoni rispetto alla soundtrack originale del film e un pizzico di caoticità nel secondo atto; ma sono piccoli errori di uno show originale e divertente che regala allo spettatore un’esperienza degna di Broadway.

Sister Act è in scena al Teatro Brancaccio dal 10 dicembre 2015 al 24 gennaio 2016.

Per info e biglietti: www.teatrobrancaccio.it

Segnato da un amore incondizionato per la settima arte, cresciuto a pane e cinema e sopravvissuto ai Festival Internazionali di Venezia, Berlino e Cannes. Sono sufficienti poche parole per classificare il mio lavoro, diviso tra l’attenta redazione di approfondimenti su cinema, tv e musica e interviste a grandi personalità come Robert Downey Jr., Hugh Laurie, Tom Hiddleston e tanti altri.

Recensioni

ZeroZeroZero | la recensione della serie SKY di Stefano Sollima

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Il nostro Stefano Sollima non ha bisogno di presentazioni: regista di titoli culto per il piccolo e il grande schermo (Romanzo criminale e Gomorra, A.C.A.B. – All Cops Are Bastards e Suburra), ha da poco sbarcato anche ad Hollywood realizzando l’efficace Soldado (2018), sequel più action-oriented di un cult come Sicario (2015). I colleghi Pablo Trapero – messicano – e Janus Metz – danese – sono invece meno conosciuti al grande pubblico italiano, ma hanno entrambi firmato opere di notevole interesse nel recente passato, rispettivamente il drammatico bio-pic Il clan (2015) e l’agonistico Borg McEnroe (2017). Ora i tre cineasti si alternano nella direzione del nuovo progetto SKY, ossia la serie kolossal ZeroZeroZero, osannata all’ultimo Festival del cinema di Venezia dove è stata mostrata in anteprima. Un adattamento, frutto di una co-produzione tra Italia, Stati Uniti e Francia, dell’omonimo romanzo di Roberto Saviano, che offre inaspettate  e piacevoli sorprese.

Leggi anche: Soldado, ecco perché Emily Blunt non sarà nel cast del sequel di Sicario

ZeroZeroZero | La sinossi della serie tv Sky

La storia è ambientata in tre distinti continenti (America, Europa e Africa) e spazia dall’Italia al Marocco, dal Messico agli Stati Uniti. Nelle prime due puntate, qui oggetto di analisi, veniamo introdotti ai principali protagonisti di quest’odissea criminale in otto episodi e già dal pilot sono poste la basi per una narrazione ambiziosa e sfaccettata. ZeroZeroZero tenta di approcciarsi con una certa verosimiglianza alle evoluzioni delinquenziali delle rispettive location, con i primi minuti che ci proiettano in un folkloristico paesino della Calabria dove hanno luogo logiche ed intrighi mafiosi in piena regola, realizzati una volta tanto in maniera meno caricaturale del solito.

Un antipasto che già espleta la serietà di toni da lì a venire, con lo spezzone ambientato nel Paese dell’America Latina che si tinge di tinte ancora più fosche e cupe con l’entrata in scena delle truppe speciali coinvolte in una guerra aperta, senza esclusione di colpi, con i narcotrafficanti: qui la violenza si esaspera in avvincenti sequenze d’azione per le strade cittadine e nei brutali metodi dei soldati, con l’ombra della corruzione che aleggia ovunque. Gli ultimi elementi cardine del trittico visto nelle prime puntate sono Edward Lynwood, trafficante americano, e i suoi due figli, la maggiore Emma (suo braccio destro) e Chris, affetto da una malattia degenerativa. Le strade dei tre nuclei si incroceranno inevitabilmente nello scorrere degli eventi.

ZeroZeroZero | Un sano spettacolo di genere

L’impatto visivo ha un sapore cinematografico, con una sana dose di spettacolo che gareggia qualitativamente con le produzioni destinate alla sala, mentre la fase narrativa è ovviamente più affine alle classiche operazioni seriali, dando vita ad una storia interconnessa che offre già nei passaggi iniziali un buon numero di colpi di scena. ZeroZeroZero utilizza la tecnica del back and forward (flashback e presente si mischiano continuamente per unire i vari passaggi della trama in modo chirurgico) con una robusta immediatezza e riesce in questo modo a razionalizzare i vari stacchi temporali e i relativi cambi d’ambientazione.

La sceneggiatura riesce in questo modo ad esplorare a dovere tutti i principali personaggi coinvolti, trasportandoci in coeve situazioni criminali legate al traffico di droga, elemento ponderante dell’intero costrutto. L’ottima caratterizzazione delle numerose figure coinvolte, con una predominanza di chiaro-scuri a tratteggiare i diversi “sfidanti”, e la scelta di mantenere l’idioma originario (accompagnato da sottotitoli) restituiscono un gradevole senso di veridicità che appassiona ancor più alla vicenda e ai suoi protagonisti. La tensione permea i due episodi dall’inizio alla fine, tra risvolti imprevedibili, spietati tradimenti e drammi privati che mettono in luce il lato più oscuro dell’essere umano, schiavo della cupidigia e pronto a tutto pur di ottenere una facile ricchezza.

Brutali esecuzioni (con tanto di maiali che si cibano di cadaveri), assassinii a sangue freddo e caotiche sparatorie nelle quali, come spesso, pagano anche gli innocenti, sfruttano in maniera cruda e crudele le influenze di genere, mentre diverse sfumature personali lasciano il campo aperto a potenziali vampate melodrammatiche. Se il buongiorno si vede dal mattino, ZeroZeroZero può dirsi una scommessa vinta in partenza, grazie anche all’ottimo cast (tra i tanti Gabriel Byrne, Andrea Riseborough, Dane DeHann e Tcheky Karyo.

ZeroZeroZero | la recensione della serie SKY di Stefano Sollima
4.1 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

 

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Cinema

Cattive acque | la recensione del film con Mark Ruffalo

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Da sempre la metafora della sfida tra Davide e il gigante Golia viene utilizzata per porre parallelismi relativi alla personale impresa dei personaggi coinvolti, spesso per l’appunto costretti ad affrontare nemici o insidie molto più grandi di loro. E in questo caso ci troviamo di fronte ad una battaglia impari che, come si scoprirà poi nella scioccante postilla finale (che non spoileriamo per lasciarvi quel senso di inevitabile, inquietante, sorpresa), riguarda da vicino tutti noi.

Cattive acque si ispira ad un fatto giudiziario realmente avvenuto Oltreoceano e i cui si strascichi continuano ancora oggi: basato sull’articolo The Lawyer Who Became DuPont’s Worst Nightmare di Nathaniel Rich, pubblicato sul New York Times, il film ripercorre la vicenda vedente protagonista l’avvocato Robert Bilott e la sua battaglia legale, durata oltre vent’anni, contro la compagnia DuPont, una delle aziende chimiche più grandi al mondo.

Leggi anche: Mark Ruffalo per le famiglie separate al confine in un video contro Trump

Cattive Acque | La sinossi del film

La storia ha inizio quando Bilott, avvocato dello studio legale Taft Stettinius & Hollister, riceve la visita del contadino Wilbur Tennant, il quale gli consegna un gran numero di filmati che testimoniano le misteriose morti di animali nella zona di Parkesburg, in West Virginia. Tennant ritiene che dietro la moria del bestiame vi sia la diffusione di sostanze inquinanti, scaricate proprio dalla compagnia DuPont nelle acque circostanti. Bilott, che di solito difende coloro che sono ora accusati del danno ambientale, decide di vederci chiaro anche perché sua madre vive nella stessa zona del presunto inquinamento, e contatta in prima persona il responsabile dell’azienda, che promette di verificare quanto prima.

Cosa che ovviamente non avviene, spingendo il protagonista ad indagare per conto proprio: durante le sue ricerche scopre l’esistenza di una sostanza altamente pericolosa per la salute dell’uomo, che sarebbe contenuta anche nel diffusissimo materiale Teflon. Bilott scoperchia una spaventosa verità e decide di gettarsi anima e corpo nella causa contro DuPont, mentre nel frattempo le condizioni di salute di molti abitanti della zona “incriminata” finiscono per peggiorare inesorabilmente con lo scorrere degli anni.

Cattive Acque | Contro tutto e tutti

Un legal-thriller il cui inizialmente apparente sfondo ecologista si trasforma in un vero e proprio scontro tra la gente comune ed un sistema malato, dove i soldi e le giuste conoscenze permettono di farla franca nella gran parte delle occasioni. Una sorta di versione sobria e aggiornata di un grande classico come Tutti gli uomini del presidente (1976) che risveglia in tutti noi quella coscienza civile che troppo spesso viene dimenticata od oscurata dall’opinione pubblica.

E allora il via ad insabbiamenti, lunghissimi e continui rinvii (la narrazione si sviluppa nel corso di anni) e procedimenti giudiziari che tengono con il fiato sospeso fino all’epilogo, dove nei credit una scritta informativa fa luce sul sulla succitata rivelazione. Cattive acque è stato un progetto fortemente voluto da Mark Ruffalo, e la sua dedizione interpretativa nei panni di Bilott è ammirevole così come la scelta di usare, in brevi comparsate, alcune figure realmente coinvolte, come vittime, nel caso. Pur a dispetto di uno svolgimento lineare e con solo un paio di sequenze ad alto tasso di suspense, nelle due ore di visione regna una tensione di sottofondo opprimente e angosciante magistralmente giostrata dal regista Todd Haynes, autore in carriera di cult come Velvet Goldmine (1998) e Carol (2015).

Il cineasta organizza tempi e modi con raffinato equilibrio, lasciando che la pressante verve melodrammatica (accentuata soprattutto nelle dinamiche familiari del protagonista e nella situazione vissuta dall’agricoltore primo accusatore) conviva appieno con la parte legale e d’inchiesta, mantenendo sempre alto l’interesse e spingendo il pubblico ad indignarsi in più occasioni per le ingiustizie perpetrate dai potenti. La colonna sonora, vantante classici di John Denver (Take me home, country roads e non poteva essere altrimenti visto che la West Virginia della canzone è l’ambientazione chiave) e Johnny Cash, si adatta con aria malinconica e struggente al cuore del racconto.

Cattive acque | la recensione del film con Mark Ruffalo
4 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora
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Cinema

Lontano lontano | la recensione del film di Gianni Di Gregorio

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Il primo dicembre del 2018 ci lasciava Ennio Fantastichini, volto conosciuto e amato dal grande pubblico nostrano che ha collaborato, in una carriera lunga oltre trent’anni, con registi quali Gianni Amelio, Ferzan Özpetek e Paolo Virzì, vincendo un David di Donatello per la sua interpretazione nel celebrato Saturno contro (2007).

Lontano lontano, la cui uscita in sala è prevista per il prossimo 20 febbraio, segna la sua conclusiva, postuma, apparizione su grande schermo e lo vede impegnato al fianco di altri noti alfieri del cinema popolare italiano come Giorgio Colangeli e Gianni Di Gregorio, quest’ultimo anche regista e co-sceneggiatore (insieme a Marco Pettenello) del film. Film che si colloca appieno nella realtà contemporanea del nostro Paese e che tenta, nel corso dei suoi novanta minuti di visione, di offrire uno spaccato credibile del mondo di oggi: impresa, come vedremo, riuscita solo parzialmente.

Leggi anche: La Dea Fortuna, la recensione del nuovo film di Ferzan Ozpetek

Lontano Lontano | La trama del film

La storia vede protagonisti tre arzilli settantenni romani, amici da una vita. Attilio, Giorgetto e il cosiddetto Professore amano trascorrere le loro giornate al bar per combattere la noia di un’esistenza ciclica e priva di effettive opportunità di divertimento. Ognuno di loro ha diverse peculiarità: Attilio lavora come restauratore di mobili a domicilio, Giorgetto è il classico pensionato che cerca di sbarcare il lunario e il Professore è un ex maestro di latino ormai vittima della rassegnazione.

Per dare una svolta alla loro spenta quotidianità i tre decidono di informarsi su un possibile trasferimento all’estero, in uno dei tanti “paradisi fiscali” che garantiscono vantaggiose condizioni economiche a chi ha superato una certa età. La loro scelta ricade sulle Azzorre, ma mentre cercano di racimolare il denaro necessario per ricominciare da capo nella meta straniera la situazione che riguarda una persona a loro vicina cambia radicalmente il piano originario.

Lontano Lontano | La recensione

Lontano lontano ha qualche discreto spunto narrativo ma, come tante altre produzioni del nostro cinema, finisce per essere anch’esso schiavo di difetti endemici che rendono certi titoli appetibili soltanto all’interno dei confini nazionali. Ci troviamo infatti davanti ad un film “popolare”, che si rivolge fin da subito ad un determinato tipo di pubblico di matrice televisiva. Sin dal prologo al bar, per poi continuare con il tabacchino, il parrucchiere, il fruttivendolo e così via, la narrazione ripercorre i luoghi simbolo della gente comune, tentando di lanciare un appiglio empatico al relativo target.

Allo stesso modo Di Gregorio inserisce nella trama un sottotesto, poi determinante ai fini degli eventi, sul moderno dramma dell’immigrazione, con un accenno di retorica (fortunatamente non preponderante) a variare le coordinate base del racconto. L’ora e mezza scorre così senza troppi sussulti, tra un’ironia di facile consumo e dialoghi di stampo dialettale, in una sequela di gag e situazioni che si prendono i giusti tempi e offrono campo libero a cammei d’eccellenza, uno su tutti quello del sempre impeccabile Roberto Herlitzka.

A mancare all’insieme è quell’elemento di effettiva novità e la sola riproposizione di dinamiche abituali al filone, con l’arte dell’arrangiarsi che passa dai gratta e vinci e da altri piccoli espedienti e una malinconia virata su toni dolci-amari, è troppo poco per lasciare effettivamente il segno, con una regia dall’approccio lineare che nega sussulti degni di nota.

Lontano lontano | la recensione del film di Gianni Di Gregorio
2.5 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora
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