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Blake Lively, le 5 migliori interpretazioni sul grande schermo - NewsCinema
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Blake Lively, le 5 migliori interpretazioni sul grande schermo

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Blake Lively è una delle attrici del momento. Dopo aver debuttato nel mondo del cinema nell’ormai lontano 1998 in Sandman (nel film diretto dal padre Ernie Lively), l’attrice e modella statunitense ha vissuto una carriera in costante ascesa. Il grande successo per Lively è arrivato però con Gossip Girl, serie tv in cui ha vestito i panni di Serena van der Woodsen tra il 2007 e il 2012. Oggi l’attrice è considerata una delle più versatili e ricercate di tutta Hollywood, visto che riesce ad abbinare un ottimo livello recitativo a una presenza che non passa per niente inosservata (non per niente, in passato è stata anche modella). Quali sono finora le migliori interpretazioni di Blake Lively? In questo articolo abbiamo raccolto i film e i ruoli che hanno esaltato al meglio le innegabili doti dell’attrice.

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Krista Coughlin in The Town (2010)

Nel thriller di Ben Affleck The Town, l’attrice interpreta Krista, la sorella single e alcolizzata di Jem. Come impone il suo ruolo, Blake Lively riesce a rappresentare con ottimo realismo una persona sconvolta e pericolosa. Il personaggio in questione ha un ruolo chiave nelle scene finali del film, con l’attrice che non sfigura accanto a un cast di personaggi all’epoca decisamente più affermati. The Town non è solo stato un successo per Lively, ma anche la dimostrazione di come potesse recitare anche in produzioni cinematografiche di alto livello come Ben Affleck, Rebecca Hall, Jon Hamm e Jeremy Renner (che nel film interpreta proprio il fratello di Krista). Krista ha un ruolo chiave nella penultima scena, ma non è questo il motivo per cui questa varietà rende la lista. Il ruolo di Krista di Blake Lively ci ha semplicemente dimostrato che può recitare con i pezzi grossi. La regge contro un cast piuttosto straordinario e nessuno sapeva davvero che ce l’avesse in lei prima di The Town.

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Adaline Bowman in Adaline – L’eterna giovinezza (2015)

In Adaline – L’eterna giovinezza (titolo originale The Age of Adaline) il regista Lee Toland Krieger ha a disposizione una Blake Lively matura, pronta per il ruolo di protagonista in un film importante. Si tratta di un film romantico che racconta di una ragazza (Adeline Bowman) che a causa di una serie di circostanze non invecchia mai. Se questo può essere a prima vista concepito come un grande vantaggio, in realtà comporta solitudine e una serie di problemi per la vita della donna. La performance di Blake Lively in questo film è molto sentita. Adaline è una donna che, a causa delle sue straordinarie circostanze, capisce che non può vivere come tutte le altre persone. Le sue interazioni con il personaggio di Ellis Jones (Michiel Huisman) sono piuttosto toccanti. Nonostante ciò, il rapporto con William Jones, interpretato da Harrison Ford, valorizza in maniera eccezionale Lively.

Ophelia in Le belve (2012)

Il thriller di Oliver Stone Le belve è una pellicola che lascia senza fiato. Nel film, l’improbabile coppia di coltivatori di marijuana Chon & Ben incontra il personaggio di Ophelia, interpretato da Lively. Entrambi ne rimangono estasiati e cominciano una relazione a tre. L’attrice non è solo una figura sessuale, ma un personaggio molto più complesso e profondo, soprattutto quanto dei trafficanti intervengono brutalmente e Ophelia dimostra come il suo legame con i due amanti sia molto più profondo di quanto si possa pensare. Un ruolo interpretato con grande abilità dall’attrice californiana.

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Nancy Adams in Paradise Beach – Dentro l’incubo (2016)

Il film Paradise Beach – Dentro l’incubo (titolo originale The Shallows) ripercorre il filone nato con Lo squalo. Nel film diretto da Jaume Collet-Serra, Blake Lively interpreta Nancy, una studentessa di medicina che ha perso recentemente la madre. Dopo una giornata passata a fare surf con altri ragazzi, si imbatte in un cadavere di balene in decomposizione. Mentre indaga su quanto accaduto, un grande squalo bianco fa la sua apparizione. Nonostante una storia molto semplice, Blake Lively appare estremamente brava nell’emulare il dolore, la paura, la frustrazione e la disperazione. I sentimenti di Nancy sono quasi tangibili e fanno soffrire lo stesso spettatore.

Emily Nelson in Un piccolo favore (2018)

Una delle apparizioni sul grande schermo più recenti dell’attrice è in Un piccolo favore di Paul Feig, dove interpreta la madre di famiglia Emily Nelson. La storia coinvolge anche Stephanie (una altrettanto brava Anna Kendrick), anch’essa madre, che stringe un’amicizia con Emily. Un giorno però, Emily scompare nel nulla… si tratta di un assassinio o di un modo per intascare una lauta assicurazione sulla vita? L’enigmatico modo in cui Blake Lively interpreta Emily è a dir poco perfetto. Persino la sua voce è seducente e allo stesso tempo inquientante. C’è un senso di minaccia e di genialità dietro al volto di Emily davvero impressionante.

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La Stanza | un thriller che usa il corpo degli attori per ingannare lo spettatore

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Dallo scorso 4 gennaio è disponibile in streaming su Amazon Prime Video il thriller psicologico La Stanza, film prodotto dalla Lucky Red di Andrea Occhipinti. Terzo lungometraggio per Stefano Lodovichi, autore anche del soggetto, il film si basa su di uno spunto che inizialmente avrebbe dovuto dare origine ad un documentario sugli Hikikomori, ovvero coloro che hanno scelto di ritirarsi fisicamente dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento. La Stanza è poi diventato un progetto forse ancora più complesso e cinematograficamente ambizioso di quanto inizialmente preventivato.

La Stanza | come una nave in tempesta

Il secondo personaggio che viene presentato, lo Sconosciuto che “invade” la dimora di Camilla il giorno in cui lei ha deciso di farla finita, viene accompagnato dal rombo di un tuono che immediatamente setta l’atmosfera del racconto: la casa in cui si svolgerà la narrazione è subito presentata come una nave in tempesta, in balia delle onde, un luogo precario dove non si è mai al sicuro, dove tutto scricchiola e neanche le pareti sono in grado di nascondere le proprie crepe. Così la gabbia che imprigiona i tre personaggi si presenta come luogo/nonluogo a sé, isola nel cielo, “set spettralvitale” per usare una definizione cara ad Enrico Ghezzi. Ma soprattutto quella entrata in scena, apparentemente illogica ed implausibile, è resa credibile proprio dagli attori in campo. È la loro recitazione a rendere accettabili soluzioni narrative altrimenti improbabili, a cominciare proprio dal pretesto iniziale che sancisce l’entrata dello Sconosciuto nella casa e che innesca l’inizio della trama sceneggiata da Lodovichi con Francesco Agostini e Filippo Gili.

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Il modo in cui Camilla Filippi decide di far entrare lo Sconosciuto nella propria casa (un lugubre b&b in stile art nouveau) suggerisce fin dai primi minuti un senso di consapevolezza e di accettazione che accompagnerà ogni successivo snodo cruciale del film. Lo stesso sentimento di resa che poi, successivamente, spingerà il personaggio di Edoardo Pesce a non farsi troppe domande sulla grande rivelazione finale. Tutti sembrano accettare ipso facto le proprie colpe, sembrano già coscienti del fatto che in qualche modo dovranno espiarle o cercare di rimediare ad esse, inutile fare questioni. Tanto basta per motivare quelle soluzioni, che trovano la loro spiegazione nel modo in cui gli attori le mettono in scena e non nella loro plausibilità narrativa. Tutto questo, infatti, non è raccontato dalla sceneggiatura (che invece in altri momenti interviene a spiegare cose che l’ottima messa in scena forse basterebbe a giustificare), ma semplicemente dal sound-design, dalla recitazione e dal taglio delle inquadrature. Sono i corpi dei protagonisti e il design dell’ambientazione a smentire immediatamente una parvenza di normalità che nessuno può mantenere ma che tutti credono di poter simulare.

Depistare lo spettatore

È come se La Stanza contenesse in sé due film apparentemente diversi e non conciliabili: quello che emerge dalla narrazione e dai dialoghi e quello che invece emerge dalle immagini e dai movimenti dei personaggi, che in ogni momento allontanano l’attenzione dello spettatore da tutti quegli indizi che la sceneggiatura non si fa scrupolo a disseminare per aiutare chi guarda a “comprendere” l’enigma prima che questo venga effettivamente risolto dal film. Una separazione fra ciò che vediamo e ciò che la narrazione vorrebbe farci capire che inganna lo sguardo dello spettatore e lo conduce a conclusioni sbagliate.

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Se infatti, seguendo con freddezza e distacco lo svolgimento del racconto, si potrebbe indovinare la risoluzione finale prima che essa venga esplicitata, i tre interpreti riescono, attraverso il loro atteggiamento ambiguo e le loro espressioni, a depistare lo spettatore, rendendo i propri personaggi difficilmente inquadrabili. In questo senso è encomiabile il lavoro svolto da Guido Caprino, capace, esclusivamente attraverso le movenze e la mimica, di ingannare il pubblico e convincerlo ad immaginare tutt’altro profilo per il suo personaggio Sconosciuto, la cui faccia è paradossalmente una maschera che ne nasconde le reali sembianze.

Tra metafora e pericolo palpabile

In linea con il gusto predominante nell’horror moderno (specialmente in quello indie americano), La Stanza fa della sua trama una enorme metafora per raccontare qualcos’altro. Nonostante ciò, Lodovichi si impegna affinché il significato allegorico del suo film non inghiotta tutto il resto. Così le violenze narrate (anche semplicemente a parole e avvenute fuori scena) sono perpetrate da persone in carne ed ossa e lasciano vere ferite sul corpo di chi le subisce. Tutti i dolori sperimentati dai personaggi sono visibili attraverso i tagli e gli sfregi che hanno lasciato sulla loro pelle. La sofferenza fisica, a cui recentemente il cinema ha preferito paure impalpabili ed invisibili, è tornata ad occupare un ruolo di primo piano in questo tipo di storie.

Anche per questo, La Stanza si rivela un ottimo prodotto di genere. Uno che, nonostante qualche ingenuità, funziona proprio perché Lodovichi sembra sapere perfettamente dove un film come il suo non può permettersi di sbagliare.

La Stanza | il trailer del film

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Cinema

Ma Rainey’s Black Bottom | l’ultima apparizione di Chadwick Boseman

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La versione cinematografica dell’opera teatrale di August Wilson del 1982 segna l’ultima apparizione di Chadwick Boseman, giovanissimo attore tragicamente scomparso quest’anno a causa di un tumore. Il film è ora disponibile su Netflix.

Ma Rainey’s Black Bottom | razza e potere

Didascalico e teatrale, ma anche ferocemente e violento nella sua densissima narrazione: Ma Rainey’s Black Bottom, disponibile su Netflix, è un’opera di passione e dolore. Il film segue le vicissitudini di un gruppo di musicisti afroamericani in uno studio di Chicago di proprietà di ricchi industriali bianchi in una giornata soffocante negli anni ’20, in attesa che la leggendaria cantante blues Gertrude “Ma” Rainey si presenti con il suo entourage in modo da poter completare la sessione di registrazione del suo nuovo album. La traccia principale dell’album è anche il suo successo dal vivo, Black Bottom di Ma Rainey, quello per cui è conosciuta da tutti. Ma un trombettista invadente della band (Levee) insiste affinché venga registrata la sua versione del pezzo. Una discussione agguerrita su come arrangiare ed eseguire il brano diventa un confronto su razza, sesso e potere.

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L’addio a Chadwick Boseman

Impossibile, guardando il film, non pensare al fatto che quella in Ma Rainey’s Black Bottom sia l’ultima apparizione di Boseman sullo schermo: un glorioso spettacolo per congedarsi dalle scene. Lui e Viola Davis sono entrambi oggetti inamovibili del racconto e forze irresistibili della narrazione. Ironicamente, entrambi si preoccupano tantissimo dei propri piedi. Il povero Levee ha appena speso ogni centesimo per un paio di scarpe luccicanti e fiero le mette sempre in mostra, saltellando e ballando come un ragazzino. I piedi di Ma Rainey, invece, sono tutt’altro che a loro agio. La vediamo scendere le scale del suo hotel con grande difficoltà, eppure la sua andatura ondeggiante e pesante è ciò che impone la sua autorità sugli altri. Può indossare un paio di comode pantofole da interno in studio e si muove solo quando lo decide lei. 

Una situazione esplosiva

Ma rifiuta furiosamente la nuova versione, intuendo – accuratamente – che accettarla significherebbe mettersi in secondo piano e che Levee potrebbe così usare il prestigio guadagnato come trampolino di lancio per la propria celebrità. L’unico maschio che può permettersi di farsi bello con la sua musica è il nipote adolescente Sylvester (Dusan Brown), che lei capricciosamente vuole rendere showman, nonostante la balbuzie. Per aumentare la tensione, la splendida ragazza di Ma, Dussie Mae (Taylour Paige), è pericolosamente innamorata di Levee. Tutti elementi che determineranno una situazione destinata ad esplodere in uno splendido finale.

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Mark Hamill | il racconto personale sul duo comico Stanlio e Ollio [VIDEO]

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Un nome iconico del mondo di Star Wars, Sir Mark Hamill di recente ha espresso di provare una vecchia passione per un duo molto noto: Stanlio e Ollio. La dichiarazione è avvenuta attraverso un video pubblicato su YouTube, Turner Classic Movies. Scopriamo cosa è stato detto dall’ex interprete dello jedi Luke Skywalker in questo contenuto che potrete vedere in alto nell’articolo.

Il videomessaggio di Mark Hamill

Il racconto personale del celebre attore di Hollywood, lo ha visto ricordare un particolare momento della sua vita. Quando era solo un ragazzino, abitava a pochi passi dalla scuola e per pranzo era solito tornare a casa. In questo momento di pausa dallo studio, tra un boccone e un altro, si dedicava mezz’ora in compagnia di Stanlio e Ollio.

Nonostante le difficoltà a causa dei cambi di residenza con i suoi genitori, Mark trovava un valido rifugio in quel duo comico. Grazie a loro, indirettamente, il piccolo Hamill riuscì a farsi degli amici, commentando insieme a loro alcune gag viste il giorno prima. Sebbene fosse un bambino, la sua ammirazione per Stan Laurel e Oliver Hardy, riguardava anche il modo di recitare e di amalgamare le due comicità, rendendo ogni scenetta unica tra loro e super divertente.

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La coppia storica: Stanlio e Ollio

La chimica tra la coppia comica più celebre del mondo ha visto la produzione di qualcosa come oltre 100 film nel corso della loro carriera. Il loro modo di lavorare, sempre in maniera impeccabile e al limite della perfezione, doveva avere solo un unico pensiero: rendere il tutto esplosivo. Schiaffi, calci, balletti diventati iconici e sguardi verso il pubblico sono solo alcuni dei punti che arrivarono a conquistare il cuore del giovane Hamill.

A distanza di molti anni, lo stesso dichiarò: “Ho un debito di gratitudine nei confronti di Stanlio e Ollio, ho rubato tutto quello che potevo. Si prende ispirazione dai migliori, e loro erano i migliori. I migliori attori sono quelli che non vedi recitare, ma che sono semplicemente loro stessi.

Un aspetto verissimo e che porta il pubblico di tutte le età ad amarli ancora di più è la consapevolezza che in quelle scenette non vi era mai cattiveria nonostante i litigi. Un esempio assolutamente da seguire.

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