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Festival

Da Glee Darren Criss al Giffoni Film Festival 2015

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Darren Criss Giffoni 2015

Per la gioia di tutti i seguaci di Glee e del Giffoni Experience, si rinnova anche per la 45esima edizione (17-26 luglio 2015) l’appuntamento con il Gleeffoni, evento ormai cult nell’ambito del Giffoni per i gleeks di tutta Europa.  Dopo aver accolto negli ultimi tre anni le più amate stelle femminili del teen-drama creato da Ryan Murphy, a grande richiesta della community del GEX arriva quest’anno Darren Criss. L’attore e cantautore statunitense che nella serie interpreta Blaine Devon Anderson, lo studente apertamente gay dell’Accademia Dalton e membro degli Usignoli (Warblers), coro rivale delle Nuove Direzioni, sarà a Giffoni il 24 luglio.

Come già accaduto negli scorsi anni per il Gleeffoni, ad accoglierlo troverà un tripudio di cori e cuori in festa: si prevede l’arrivo di migliaia di ragazzi da ogni parte d’Europa, fan scatenati che si assieperanno nella Cittadella del Cinema sin dalla notte prima dell’arrivo dell’amata star. Sarà organizzato un Meet & Greet per dare la possibilità ad altri mille ragazzi, oltre i giurati, di incontrare Darren. A breve sul portalewww.giffonifilmfestival.it saranno rese note tutte le informazioni utili. Chi non potrà essere a Giffoni, invece, potrà godersi l’appuntamento inLive Streaming Web sulla piattaforma ufficiale del Festival che lo scorso anno, proprio in occasione del Gleeffoni, ha registrato il record italiano assoluto con 3.548.489 utenti unici (superando i request che la diretta streaming della Finale dei Campionati Europei Italia – Spagna ha totalizzato).

Sarà un appuntamento dal sapore ancora più speciale, visto che il sogno di Glee si è appena concluso: a fine marzo è andata in onda l’ultima puntata della serie tv che in sei stagioni ha emozionato il pubblico di mezzo mondo tra canzoni, coreografie, storie d’amore, pianti e sfide. E a regalare una delle emozioni finali più belle è stato proprio Darren Criss con il brano scritto per Lea Michele This time, “una lettera d’amore relativa all’intera esperienza” come lui stesso ha definito la canzone strappalacrime con cui la Rachel della serie si congeda dal pubblico.

Del resto, è proprio il talento musicale ad aver spianato a Darren Criss l’ascesa verso il mondo del cinema e della televisione. Classe 1987, già all’età di cinque anni studia violino e a dieci debutta in una produzione del musical Fanny, intraprendendo così la strada verso una brillante carriera di attore, cantautore, compositore, doppiatore e musicista. Nel 2009 mette in scena nel campus dell’Università del Michigan la sua prima opera, A Very Potter Musical, parodia della saga di Harry Potter con musica e testi scritti dallo stesso Criss con A.J. Holmes e libretto di Nick Lang e Brian Holden. Caricato su YouTube, divenne un successo ottenendo milioni di visualizzazioni tanto da convincere Criss e gli altri fondatori della compagnia teatrale StarKid Productions a mettere in scena da allora altri cinque musical.

Nel 2010 viene pubblicato il suo EP Human mentre è alla fine dello stesso anno, con l’esordio nella serie televisiva musicale Glee nel ruolo di Blaine Anderson, che Darren conquista la popolarità internazionale e il premio come rivelazione dell’anno (Breakout Star) in occasione dei Teen Choice Awards (2011). La sua cover di Teenage Dream esordisce all’ottava posizione nella Billboard Hot 100 e il suo personaggio raggiunge un così grande successo da meritare una raccolta delle canzoni interpretate nello show: Glee: The Music presents The WarblersNel gennaio 2012 Criss debutta a Broadway nel musical How to Succeed in Business Without Really Trying, interpretando, per tre settimane, il ruolo di J. Pierrepont Finch, precedentemente impersonato da Daniel Radcliffe, che gli vale il Broadway.com Award come Migliore Rimpiazzo (Best Replacement), battendo il record di incassi degli 11 mesi del musical, con un totale di 4 milioni di dollari.

E proprio in questi giorni (dal 29 aprile al 19 luglio del 2015) Darren è tornato a Broadway come protagonista nel musical rock Hedwig and the Angry Inch, tratto dal libro di John Cameron Mitchell, in cui veste i panni di Hansel, un ragazzo originario della Germania dell’Est che dopo una fallimentare operazione per cambiare sesso si ritrova ad essere né uomo né donna, abbandonato dal fidanzato e costretto a ripartire da zero in America. Apprezzatissimo doppiatore per diverse serie animate (The Cleveland ShowTransformers: Robots in Disguise), anche al cinema, oltre a partecipare al film di Robert Pulcini Girl Most Likely – Fingere un suicidio per ritrovare l’amore (USA 2013), Darren ha prestato la sua voce a tre opere di animazione, The Wind Rises (2013), Stan Lee’s Mighty 7 (2014) e The Tale of The Princess Kaguya (candidato agli Oscar 2015).

 

Berlinale

Berlinale 71: Natural Light, la recensione del film premiato per la regia

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natural light berlinale

Pellicola che ha debuttato il 2 marzo 2021 in World Premiere alla Berlinale 71, Natural Light è diretto da Dénes Nagy. Durata 103 minuti. Una produzione realizzata con la collaborazione di Ungheria, Francia, Germania e Lettonia, che ha vinto l’Orso d’Argento per la Miglior Regia.

Natural Light: sinossi

Il caporale István Semetka, prima semplice contadino ungherese, si trova in una situazione più grande di lui e contro la sua volontà. Facente parte di un’unità speciale il cui scopo è cacciare partigiani nell’Unione Sovietica ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, dovrà fare i conti con il susseguirsi degli eventi, in una morsa che procede per inerzia, tra paure ed impotenza.

Natural Light: recensione

Un war movie che basa la sua funzione primaria non tanto nello scontro, quanto nell’elaborazione personale di un semplice uomo. Il regista ungherese vince meritatamente l’Orso d’Argento proprio per la sua precisa e maniacale direzione. Scenografie accurate, location immersive ed un’attenzione alla ricostruzione storica con l’ausilio esemplare di costumi d’epoca, collaborano all’unisono per dipanare una vicenda che si imprime negli occhi dello spettatore principalmente per goduria visiva. Tecnicamente grandioso, forte di un’estetica calamitica, vive di luci naturali proprio come il titolo suggerisce.

natural light film recensione

Quasi unicamente girato senza l’aiuto di artificiosità, fa della fotografia un enorme punto di forza, spesso sono i focolai, gli incendi, il fuoco stesso l’unica fonte di luce ed è inutile sottolineare la magia che si crea nell’infrangersi sui volti e su ogni superficie, rispecchiando colori impossibili da replicare in modo costruito. Perfetto nel creare un’atmosfera quasi disturbante nella sua sensazionale bellezza, disegna ambientazioni naturali, panoramiche, albe, tramonti che sono quasi un vero e proprio personaggio.

In tutto questo troviamo un dramma, fatto di paure, del superamento di esse e talvolta di immagini qua e là inquietanti, utili a rafforzare ciò che già è potente di suo. Silenzi, sospiri, l’ampio spazio ceduto agli sguardi e ai primissimi piani, che identificano una struttura quasi in sottrazione, in cui la narrazione risulta una rincorsa a vivere il film invece che osservarlo.

Il sonoro in generale è bilanciato accuratamente ed accompagna questi volti consumati, stanchi, sporchi, privati di qualcosa in un percorso visivo cupo e desaturato, in cui la tavolozza sembra avere solo tonalità verdastre, giallognole e marroni. Sbalorditivo dunque principalmente a livello tecnico e per l’essenza che trasmette grazie alla maestria scrupolosa, nel catturare lo spettatore senza alcuna riserva, inutile dire che sul grande schermo ovviamente sarebbe stato superlativo.

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Berlinale

Berlinale 71: Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy) la recensione

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Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy) è stato presentato in anteprima mondiale alla Berlinale 71 il 4 marzo 2021. Diretto e scritto da Ryusuke Hamaguchi, il film giapponese della durata di 121 minuti ha vinto l’Orso d’Argento Gran Premio della Giuria.

Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy) Sinossi

Diviso in tre differenti archi narrativi autonomi, il film racconta personaggi femminili in diverse circostanze: il primo Magic si basa su un triangolo amoroso, il secondo Door Wide Open si incentra su una seduzione fallita ed infine il terzo, Once Again, narra di un incontro inaspettato. 

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Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy), la recensione

Interessante e ben delineato, il film di Ryusuke Hamaguchi tende a farci assaporare diversi sentimenti, dettati da personalità femminili, ma allo stesso tempo caratteristici di un’identità singola. Queste tre storie partono tutte con la stessa idea di base: raccontare il punto di vista femminile in situazioni totalmente divergenti.

Con questi presupposti però, ciò che si può notare è appunto come tre donne che non condividono alcuna circostanza e calate in contesti differenti, risultino allo stesso modo delicate e riservate nell’elaborazione del caso. Il tempo poi è ben scandito in ognuna delle vicende, è presente una parte introduttiva per poi metterci di fronte ad un doveroso sbalzo temporale ed infine riagganciarsi dopo mesi o anni, con le conseguenze che tutto ciò ha comportato.

Uno scorrere del tempo dunque per valutare gli effetti delle scelte fatte in precedenza. Compromessi, false illusioni, rimpianti, tutti aspetti che sono oltre che femminili, propri di ogni essere umano, perciò è come se il regista avesse voluto metterci davanti semplicemente alla vita stessa, a ciò che può accadere a tutti noi.

Se ci si fa caso ogni mini storia concepisce gli attimi inaspettati, ossia getta le sue fondamenta sul concetto di qualcosa che è involontario, non programmato, succede e basta. Degna di merito la scelta di voler dettare delle linee guida similari per poi ramificarsi in elaborazioni singole, si percepisce in maniera chiara l’intento e questo grazie ad una narrazione fluida e corposa.

Inquadrature spesso statiche, senza bisogno di grandi evoluzioni, riescono a farti empatizzare con i personaggi, la macchina da presa scompare quasi nella totalità del minutaggio, un grande pregio per un genere di film che fa del suo vanto l’immersione dello spettatore nel racconto. Concludendo ciò che si può trovare in questa pellicola è poesia, stupore, sensibilità e tutto questo espresso ai nostri occhi con una morbidezza che non è affatto da tutti.

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Cinema

TFF 38: Fried Barry, la recensione del delirante film di Ryan Kruger

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Diretto, prodotto e sceneggiato da Ryan Kruger, approda al Torino Film Festival edizione n.38, una  commedia fantascientifica intitolata Fried Barry. Il Sud Africa è il paese d’origine e Gary Green il suo protagonista.

Un uomo tossicodipendente e già di suo alquanto svalvolato, almeno all’apparenza, un giorno di punto in bianco viene scelto  dagli extraterrestri come cavia. L’alieno dentro di lui vuole provare dunque ogni tipo di esperienza umana e così come un’ameba l’uomo/alieno inizia a muoversi per inerzia in giro per la città, facendo ogni cosa e lasciandosi trasportare dagli eventi senza capacità di giudizio, finchè l’ospite avrà finito con questo inutile involucro.

Un film assurdo, con poca possibilità di percezione positiva. Tutta colpa o merito (dipende dal personale gradimento) di Ryan Kruger, visto il suo coinvolgimento nell’opera, avendo ricoperto i ruoli di regista, produttore e sceneggiatore. La scrittura come la messa in scena, peccano di banalità e troppo semplicismo; al nostro protagonista succedono cose davvero incredibili, ma non per spettacolarità quanto più per scadente plausibilità, come se ad ogni angolo della strada ci fosse qualcuno che aspetta proprio lui, per fare sesso o regalargli droghe o chissà cos’altro.

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Situazioni impensabili, personaggi strambi e poca cura per le performance attoriali come per il realismo delle azioni che compiono, con errori riconducibili ad un principiante alle prime armi.
Una nota positiva risiede invece nella fotografia, contraddistinta da un tono quasi finto patinato, mediante un uso accurato di luci e colori, che senz’altro esaltano il film perlomeno visivamente. 

Se si volesse provare a fare una sovralettura con l’intento di trovare un significato recondito e strettamente ispirato, si potrebbe parlare del corpo umano come semplice involucro, che viaggia parallelamente all’animo, all’essenza, a ciò che costituisce la coscienza e la volontà di agire.
Oltre a questo, noi umani abbiamo anche limiti dettati dalla nostra fragilità e dall’essere mortali, che gli alieni (almeno quelli di questo film) non sembrano avere. Pertanto da un lato ci si trova di fronte a limiti fisici, dall’altro ad emozioni che invece sono solo nostre, come l’amore, che per un alieno provare potrebbe voler dire godere di autenticità, un potere sconsiderato ed inaspettato agli occhi di un essere superiore.

Sicuramente il protagonista ha un impatto visivo peculiare, sottolineato da questo sguardo sempre allucinato che vanta una valenza macchiettistica, anche forte dell’aspetto fisico stesso dell’attore Gary Green. Detto questo, credo di aver voluto cercare un qualche messaggio un po’ troppo sofisticato per un prodotto delirante che si rivela essere caratterizzato da un potenziale interessante, ma realizzato davvero male, che non credo rimarrà nell’immaginario comune o meglio ci resterà saldo, ma per essere d’esempio quando ci si riferirà a prodotti di qualità infinitamente bassa.

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