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Festa del Cinema di Roma

Festival di Roma 2013 : Hunger Games La ragazza di fuoco Fuori Concorso

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Hunger Games – La ragazza di fuoco di Francis Lawrence, prodotto da Lionsgate e distribuito da Universal Pictures International Italia, sarà presentato Fuori Concorso il 14 novembre nel corso dell’ottava edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, che si svolgerà dall’8 al 17 novembre presso l’Auditorium Parco della Musica. L’atteso sequel di Hunger Games, pellicola che ha ottenuto uno straordinario successo di pubblico in tutto il mondo con un incasso record di oltre 700 milioni di dollari, il quattordicesimo miglior risultato di tutti i tempi al box office USA, è tratto dal romanzo La ragazza di fuoco, scritto da Suzanne Collins ed edito in Italia da Mondadori. Il film vede di nuovo protagonista l’attrice premio Oscar® Jennifer Lawrence (Il lato positivo – Silver Linings Playbook, X-Men – L’inizio, Like Crazy, Un gelido inverno) nella parte di Katniss Everdeen, affiancata da Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Sam Clafin e Stanley Tucci. Hunger Games – La ragazza di fuoco sarà proiettato nelle sale cinematografiche italiane dal 27 novembre 2013.

SINOSSI
hunger-games-la-ragazza-di-fuocoHunger Games – La ragazza di fuoco (The Hunger Games: Catching Fire) Katniss Everdeen (interpretata da Jennifer Lawrence) è tornata a casa dopo aver vinto i 74esimi Hunger Games insieme al compagno tributo Peeta Mellark (interpretata da Josh Hutcherson). La vittoria però li impegna a dover lasciare le loro famiglie e gli amici più cari per intraprendere il “Tour dei Vincitori”, attraversando tutti i distretti di Panem. Lungo la strada Katniss sente che una rivolta è vicina, ma Capitol è ancora sotto il controllo del presidente Snow, che sta allestendo i 75esimi Hunger Games (l’edizione Quarter Quell): una sfida che potrebbe cambiare per sempre Panem. Hunger Games – La ragazza di fuoco, diretto da Francis Lawrence, con la sceneggiatura di Simon Beaufoy e Michael deBruyn, è prodotto da Color Force di Nina Jacobson con il produttore Jon Kilik. Il cast ospita il premio Oscar® Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Lenny Kravitz, Philip Seymour Hoffman, Jeffrey Wright, Sam Claflin, Jena Malone, Stanley Tucci e Donald Sutherland. Il romanzo da cui è tratto il film è il secondo di una trilogia scritta da Suzanne Collins, che solo negli Stati Uniti ha venduto più di 50 milioni di copie cartacee.

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Cinema

RFF13: Il mistero della casa del tempo, conferenza stampa

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Bella come poche attrici al mondo, Cate Blanchett vincitrice per ben due volte del premio Oscar, questa volta si è cimentata in una commedia fantasy per ragazzi dal titolo Il mistero della casa del tempo diretto da Eli Roth. La Blanchett è Mrs. Zimmerman e presenta un look sempre fine ed elegante con capelli grigi sfumati con il viola, ricorda sotto alcuni punti di vista, il personaggio di Mary Poppins. Il film è tratto dal romanzo di John Bellairs, un classico dell’infanzia che in tempi non sospetti, la Blanchett aveva letto quando era bambina. Durante la conferenza stampa incentrata sulla proiezione de Il mistero della casa del tempo, la bellissima attrice ha parlato anche di esperienze personali molto interessanti.

Cosa ha pensato quando ha letto per la prima volta la sceneggiatura?

C’è da dire che ero molto ansiosa di lavorare con un regista come Eli Roth, data la mia passione per il genere horror. Ad incuriosirmi è stato il fatto che questa storia di magia ma ambientata nel mondo reale, era destinata in particolar modo ad un pubblico di ragazzi. Per tanto il film, non doveva avere contenuti troppo pesanti né provocatori, bensì doveva contenere un messaggio giusto: nella vita possiamo cambiare tutto quello che non ci piace, che sia a scuola o all’ università.

Nel film c’è una frase che viene ripetuta spesso: “la magia è dentro di te”. Lei come intende questo concetto legato alla magia interiore? Cosa e quanto ama questo genere di film?

Di questo genere mi piacciono le scenografie e i costumi. Nel film mi piace vedere come la magia riesca ad entrare in azione nel mondo reale. Un mondo che viene trasformato in qualcosa di migliore, proprio attraverso la magia. In questo film, la magia è da intendersi come una metafora del cambiamento, come una necessità dell’evoluzione, di cambiare opinione.

Quando si trova a girare un film sente il dovere di lanciare un messaggio importante ai giovani e in primis ai propri bambini?

Secondo me c’è un messaggio positivo rivolto ai giovani e alle loro famiglie. Non bisogna lasciarsi condizionare dalle etichette che spesso vengono date in luoghi come le scuole e le università. Questo non è un film pesante, non ci sono sermoni destinati ai ragazzi. Ci sono solo tre personaggi stravaganti che attraverso l’utilizzo della magia rendono tutto più incantevole.

 

Lei è madre di quattro figli, una dei quali è stata adottata. Quanto ha messo della sua vita privata in questo film, visto che c’è una storia che parla di adozione?

Il film parli di tre persone rimaste in orfane perché Jonathan se n’è andato di casa. Il mio personaggio ha perso il marito e la propria figlia nello sterminio nazista. Alla fine, si cerca di creare una nuova famiglia con i cocci rotti delle precedenti. Le famiglie si formano in tanti modi, è sempre stato, anche se non sempre viene accettato. Per quanto riguarda la mia vita privata, non c’è alcuna differenza tra l’amore che nutro per mia figlia adottiva e i miei tre figli biologici.

Nel film viene citato l’aggettivo “indomito”. È un termine che sente vicino alla sua persona, magari legato al suo successo?

I fallimenti hanno un valore importantissimo nella vita di un essere umano, perché attraverso questi passi falsi si costruisce il proprio successo. Per quanto mi riguarda, sono stati proprio gli insuccessi che ho avuto nel corso della mia carriera a rendermi “indomita”.

In questo film la magia è la protagonista. Se potesse avere un super potere, quale vorrebbe?

“Bella domanda. Vorrei tanto avere quel potere che faccia andare tutti a votare, in particolar modo i giovani. Le elezioni sono lo strumento democratico di un Paese e  possono avere conseguenze importanti su tutto il mondo”.

 

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Cinema

Il vizio della speranza, la recensione del film

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La maniera migliore per riassumere l’ultimo film di Edoardo De Angelis è citando la frase iniziale: “Anche la speranza è un vizio che nessuno riesce mai a togliersi completamente” dello scrittore italiano di origine ucraine Giorgio Scerbanenco. Il regista napoletano arrivato al successo negli ultimi anni, grazie a pellicole come Mozzarella Stories, Perez e l’acclamato Indivisibili, durante la seconda giornata della tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma ha presentato il film Il vizio della speranza.

Ambientato a Castel Volturno, la totale assenza di civiltà in luoghi che sembrano abbandonati da Dio e la presenza di persone poco raccomandabili, rappresentano il contesto nel quale si svolge la storia di Maria (Pina Turco). Bella ragazza, la classica “scugnizza” napoletana dai lunghi capelli neri, è l’unica persona responsabile di una famiglia disastrata. Maria è costretta a  vivere con la madre Alba (Cristina Donadio) una donna  depressa e totalmente assente con quello che le accade intorno, ed una sorella – parassita Ramona (Mariangela Robustelli), la quale non si preoccupa minimamente di contribuire alle spese, lasciando tutto in mano alla sorella. Maria è rispettata dagli uomini e dalle donne del posto, perché lavora per la matrona del posto, che gestisce un giro di prostituzione, Zì MArì (MarinaConfalone). Il suo ruolo è quello di portare con una barchetta le ragazze rimaste incinte, per risolvere la situazione: abortire o partorire la creatura che hanno in grembo, consapevoli che subito dopo il parto, il proprio bambino verrà venduto ad altre persone.
La vita di Maria improvvisamente subisce uno shock inaspettato, quando scopre di essere incinta. A quel punto, la speranza sarà la sua unica ancora di salvezza.

L’elemento della religiosità è talmente presente, da poter essere considerato come un personaggio. In primo luogo, la scelta di dare dei nomi sinonimo di cristianità e purezza, alle prostitute, come Hope (Speranza), Virgin (Vergine) e Blessing (Benedizione). Il connubio delinquenza e religiosità è presente anche in questo film, evidenziato dalla presenza di un crocifisso in tutti gli ambienti, come le case, un’edicola semi distrutta e la tristemente nota stanzetta degli interventi riparatori. La ciliegina sulla torta è la casa di Zì Marì, nota per essere un’assidua consumatrice dieroina per evadere da una realtà che la sta soffocando. All’interno della sua abitazione non mancano iconografie religiose, compresa una statua enorme della Madonna ben illuminata. Il simbolo per antonomasia della purezza inserita nella casa di colei che sfrutta il corpo di donne disperate, costringendole ad abortire o vendere il proprio figlio.

Un’altra relazione molto interessante è il legame tra uomo ed animale. Il cane di Maria, chiamato Cane, è una cagnolina pitbull, dolcissima, che segue la sua padrona ovunque ed è pronta a difenderla da tutto e da tutti. Un ulteriore accento, merita la correlazione tra Maria e un cavallo nero bellissimo rinchiuso in un recinto che era solito accarezzare quando portava le ragazze ad abortire. Nel momento in cui Maria decide di prendere in mano la propria vita, accettando di correre il rischio di non sopravvivere al parto, a causa di alcune problematiche pregresse, decide di dare una via di fuga anche al cavallo, magari verso un destino migliore.
La speranza di Maria riesce a concretizzarsi quando incontra Carlo Pengue (Massimiliano Rossi), un bravo uomo accusato – ingiustamente – di aver compiuto un atto vile, ai danni di una bambina “speciale” , il giorno della sua prima comunione. A condannarlo fu il fatto di averla salvata con la sua rete da pesca e per questo motivo, in un posto dove regnano l’ignoranza e la necessità di trovare a tutti i costi un colpevole, fu costretto ad un esilio forzato, perdendo l’unica fonte di guadagno: le giostre.

Sebbene la storia sia totalmente al femminile, incentrata su una storia dedicata alla caparbietà, all’amore che solo una donna che sta per diventare mamma può provare, è davvero difficile non trovare delle similitudini con il film  Dogman di Matteo Garrone. Alcuni elementi riscontrabili all’interno de Il vizio della speranza, può essere la scelta di una location molto simile a quella della periferia di Roma, nella quale vive il protagonista Marcello. Un altro punto in comune è il rapporto di simbiosi tra il Canaro (Marcello Fonte) – un uomo insospettabile che si trova a spacciare cocaina – e il proprio cane; ed infine la voglia di riscattarsi e di creare un futuro migliore per amore della figlia. Queste considerazioni, da ritenersi puramente di commento, non vanno ad intaccare il grande e raffinato lavoro di sceneggiatura effettuato da Edoardo De Angelis e da Umberto Contarello.

Come è accaduto negli altri film di De Angelis, la musica continua a ricoprire un ruolo fondamentale, confermato dal sodalizio artistico con il grande Enzo Avitabile. La sua musica, le sue canzoni contengono delle strofe simili a dei versi poetici in lingua napoletana. Nonostante l’uso del dialetto partenopeo, certe frasi riescono ad arrivare al cuore di tutti gli spettatori, sopratutto durante i momenti di silenzio.

In conclusione, tra le tante battute citate dall’attrice Pina Turco, una in particolar può essere di aiuto a tutte quelle donne che vivono realmente, la storia raccontata da De Angelis: “Una mamma non è solo chi fa i bambini. Una mamma è anche quella che li vuole.”

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Cinema

RFF13: Il vizio della speranza, conferenza stampa

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Un film giustamente etichettato come “femminile” . Il nuovo film di Edoardo De Angelis è dedicato alle donne, alla forza che hanno quando tutto ciò che le circonda, sembra schiacciarle al pavimento e lasciarle morire, senza avere la possibilità di reagire. Il vizio della speranza oltre ad essere il titolo della sua pellicola, è anche un modo efficace per descrivere il vizio, il pensiero fisso che la protagonista Maria mostra nei 97 minuti. Presenti alla conferenza stampa il regista Edoardo De Angelis, con i produttori Pierpaolo Verga, Attilio De Razza e il distributore Giampaolo Letta, lo sceneggiatore Umberto Contarello, il compositore Enzo Avitabile e il cast composto da Pina Turco, Cristina Donadio,  Marina Confalone, Massimiliano Rossi.

Come è nata l’idea del film?

Edoardo De Angelis: Il centro del film è uno: vince chi resiste all’inverno, chi decide di fare qualcosa per cambiare il proprio destino. Chi si ribella all’imperativo “servire” e decide di usare la parola “agire” per uscirne fuori.

Solitamente quando fai i tuoi film, sembra che racconti sempre la solita realtà dura e feroce. In questo caso però c’e qualcosa in più, ci sono diversi registri innovativi come tenerezza, dolcezza. Come fai a mostrare sempre qualcosa di diverso?

Edoardo De Angelis: La tentazione di rifare qualcosa che mi è venuta bene, è tanta. Ma avere nella propria vita, una moglie e un produttore folli, non mi consente di andare verso la comodità. Mi spingono sempre a sperimentare, a battere nuove strade. Questo è doveroso per chi racconta storie, usando nuove forme di linguaggio.

Come è stato lavorare con un regista come Edoardo De Angelis?

Enzo Avitabile: Lavorare con un regista come Edoardo è stato molto facile, perché con lui è un piacere collaborare. Gli elementi di cui abbiamo tenuto conto nella composizione delle musiche e delle canzoni sono tre. Il primo è il modo di dire “I‘ ccà ce sent”, creando composizioni adatte al momento raccontato. Il secondo è la musica come esigenza dell’anima, senza aver alcun tipo di limitazioni. Il terzo è stato avere dei temi senza un vestito fisso, lasciare che la musica fosse un elemento di racconto durante il film, nei momenti di silenzio, rispondendo alle frasi “I’ song” e “I‘ sacce”.

Il vizio della speranza è uno dei vizi più belli che si possa avere. Inizialmente non è una cosa che appartiene a Maria, ma tutto cambia quando c’e un motivo per il quale combattere, per la quale sperare in un futuro migliore. Come ti sei rapportata a questo personaggio e tu, in prima persona, sei una persona che spera?

Pina Turco: La speranza ha dentro di se il seme della fiducia, della fede, serve per scrivere il proprio destino. La nascita di un bambino è la cosa più bella che possa accadere nella vita di un essere umano, sopratutto quando si è una donna. Per quanto riguarda la speranza e la mia persona, posso dire che quando ho accettato di fare questo film, mio marito non era convinto fossi pronta per interpretare un ruolo così complesso, per questo motivo dimostrargli che invece si stava sbagliando, è diventato il mio vizio della speranza.

Come hai fatto ad interpretare un personaggio così spietato?

Marina Confalone: Solitamente, sono abituata a lavorare sempre da sola. Ma ho capito che per poter interpretare nel migliore dei modi il ruolo spietato di Marì, era necessario l’aiuto di Edoardo. In particolar modo, sono stata molto a contatto con Pina, così da creare un rapporto più complice, in un set nel quale è stato bellissimo lavorare, in totale armonia.

Come è stato scrivere la sceneggiatura di un film totalmente al femminile e solo con tre uomini?

Umberto Contarello: Edoardo ha fatto una cosa molto difficile. Volevamo fare un film lirico ma immerso in un mondo nemico della lirica. Il film è nato da un’idea esplicitamente cristiana. Vedendo il film, mi è sembrato lampante l’associazione con l’andamento di una parabola. Per poter parlare di attualità si deve attingere al mondo arcaico. In questo film, viene sfatato il concetto che i bambini si fanno solo in relazione al luogo nel quale si fanno.

Quando hai interpretato il ruolo di Chanel in Gomorra ti sei ispirata ad una donna boss della periferia di Napoli, invece per il ruolo di Alba, da chi hai tratto ispirazione?

Cristina Donadio: Alba, la mamma di Maria è una donna affetta da una catatonia esistenziale. Lei non si rende conto di quello che la figlia sta vivendo e patendo. Sostanzialmente è stato fatto un lavoro di sottrazione nel caratterizzare Alba.

Il personaggio di Carlo Pengue è molto interessante. Come ti sei rapportato a questo ruolo?

Massimiliano Rossi: Ogni volta che mi trovo a lavorare con Edoardo, i personaggi che mi vengono assegnati mi sembrano sempre sconosciuti. Sono concreti solo in forma di pensiero, ma restano comunque inarrivabili. Solitamente, a causa del mio aspetto, vengo preso per interpretare ruolo da cattivo, ma forse per la prima volta, mi trovo nel ruolo di un bravo uomo, esiliato ingiustamente. Carlo Pengue è un essere umano, forse l’unico del film. Uno degli aspetti più belli è il legame tra Carlo e Maria, presente all’inizio e alla fine del film.

 

 

 

 

 

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