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Giffoni 2016: My Name is Emily, in viaggio per l’Irlanda con Evanna Lynch

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Una ragazza, un ragazzo, una vecchia automobile gialla che attraversa un’Irlanda piovosa e densa di luce, diretta a nord. Una figlia che cerca di salvare un padre fragile e forse folle dalla clinica psichiatrica, dopo che la morte della madre ha spezzato la vita di entrambi. My name is Emily, in concorso al GFF 2016, del regista irlandese Simon Fitzmaurice, è un film poetico, ironico e struggente.  Protagonista è Emily (Evanna Lynch, attrice irlandese nota al grande pubblico come la stralunata Luna Lovegood della saga di Harry Potter), una ragazzina orfana di madre, ospite di una famiglia affidataria perché il padre Robert (Michel Smiley), brillante scrittore, è stato ricoverato in una clinica psichiatrica dopo la morte della moglie. Emily, fragile e chiusa, preoccupata perché non riceve più lettere dal padre, decide di scappare di casa ed andare nel Nord del paese per farlo evadere dalla clinica. Arden (George Webster), il suo unico amico, oppresso da un padre prepotente e freddo, decide in un lampo di buttarsi a capofitto nell’ignoto e fugge con lei.

A bordo della vecchia macchina della nonna di Arden, tenera complice di questa avventura, i due partono verso Nord, affrontando un breve ed intenso viaggio che li porterà soprattutto a scoprire se stessi. Numerosi  flashback rivelano allo spettatore cosa agita la mente di Emily, fatalmente bloccata nel ricordo struggente della madre e dei giorni trascorsi sola con il padre, da lei adorato. “I fatti sono soltanto punti di vista” insegna Robert alla figlia, mentre il desiderio di ritrovare la moglie perduta in ogni molecola dell’universo, in un filo d’erba o nell’acqua del mare, lo allontana inesorabilmente da Emily facendolo scivolare verso la follia. Sullo sfondo, il paesaggio di un’Irlanda che sembra riecheggiare gli stati d’animo dei  protagonisti, fra piogge ostinate e spiagge deserte.

Scena da My Name is Emily presentato al Giffoni 2016

Scena da My Name is Emily presentato al Giffoni 2016

Evanna Lynch presta un volto mobile ed espressivo ad Emily, rivelandosi un’attrice completa e sensibile, capace di andare con le proprie gambe ben oltre il personaggio della saga di Harry Potter, che le ha dato la fama e che ha rischiato di imprigionare altri suoi colleghi. “In questo film il mio personaggio ha difficoltà ad esprimere le emozioni” ha raccontato la Lynch ai giovani giurati del festival, “perché cerca di proteggere se stessa, invece è importante anche esprimere le proprie fragilità. Nel costruirlo ho seguito il consiglio del regista, che mi ha suggerito di non preoccuparmi eccessivamente di tutto il peso della sua storia, ma di interpretarlo con semplicità. Mi sono anche lasciata ispirare dai miei colleghi, George Webster e Michael Smiley, perché penso che si impari sempre molto dagli altri, aprono nuove prospettive sulla vita e sui personaggi. Allo stesso modo traggo ispirazione dai libri, che adoro leggere chiusa nella mia stanza, e anche dai miei gatti, perché gli animali sono creature molto spirituali!” .

Evanna Lynch nel film My name is Emily

Evanna Lynch nel film My name is Emily

Sorretti da una felice sceneggiatura, ricca di riferimenti letterari e non solo, in bilico tra una lacrima e una risata, Arden ed Emily incarnano il volto più profondo e sensibile dell’adolescenza, capace di toccare la verità delle cose sfidando le convenzioni.  Come sempre accade, il viaggio li aiuterà a ritrovarsi, ad aprirsi all’ignoto e alla fiducia nell’altro. Il film scorre così in maniera avvincente, narrando una visione della vita estremamente personale, in un momento in cui un trend generale sembra invece privilegiare film che indulgono ad una rappresentazione stereotipata e quasi compiaciuta della perdita e del disagio. “Questa è una storia di redenzione. La gente è schiacciata tutti i giorni dalla tristezza e dalla perdita. Questo non è un tentativo di negarlo. Ma semplicemente una storia in cui ciò non accade” spiega il regista. E in effetti il tono del film, oscillante tra tristezza e ironia, trasmette un desiderio di leggerezza ed accettazione, sospeso tra dialoghi semplici e sinceri ed immagini fortemente simboliche. 

Fitzmaurice, affetto da SLA ed ormai completamente paralizzato, ha scritto e diretto il film comunicando con il movimento degli occhi attraverso un computer, in un certo senso incarnando in se stesso il messaggio del film. “Non siamo noi a scegliere  cosa ci emoziona. Siamo scelti. Proprio come la SLA ha scelto me. Sei quel che sei. Sta a te decidere cosa fare. Volere sempre il lieto fine è una sorta di malattia, se nasce dalla paura di vedere le cose per quelle che sono. Ma c’è un altro impulso, più profondo della paura. La volontà di vivere. Vivere con la tristezza, la perdita e l’amore che fanno parte della vita. Affrontarla, senza mollare. Perché credo nel potere di  accettare tutto ciò che ti capita senza farti schiacciare a morte dalla tristezza e dalla perdita.”

Un film che ha dunque un messaggio forte, come è da tradizione del Giffoni Film Festival, e narrato con un linguaggio cinematografico avvincente, dai dialoghi alla colonna sonora ed alla fotografia, che ci fa sperare in un suo approdo nelle sale italiane.

TRAILER MY NAME IS EMILY

Autrice per Newscinema della rubrica Fuoriscena, insieme con l’illustratore Giovanni Manna, scrivo racconti per ragazzi dove immagini e testo si intrecciano indissolubilmente… non assomiglia al cinema? Vedere un bel film, o una mostra d’arte, è un piacere che va assolutamente raccontato, ovviamente su Newscinema!

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Stateless | quello che sappiamo sulla nuova serie con Cate Blanchett

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Con l’avvento del coronavirus il tema dell’immigrazione e dei rifugiati è passato momentaneamente in secondo piano, con la psicosi collettiva (amplificata e non poco dal sensazionalismo mediatico) che domina le pagine dei telegiornali. Il festival del Cinema di Berlino, in corso proprio in questi giorni, sembra per ora non risentire eccessivamente del chiacchericcio intorno al flusso epidemico e proprio alla kermesse tedesca, nelle sezione Berlinale series, è stata appena presentata Stateless, nuova serie televisiva ideata, prodotta e interpretata da Cate Blanchett che si concentra proprio sul cruciale argomento, sempre attuale in ogni angolo del mondo, della ricerca di una vita migliore da parte di coloro che vivono nelle aree più povere del pianeta o sono in fuga da situazioni di guerra.

La prima stagione, in sei puntate, è stata acquistata da Netflix che la manderà in onda nel corso dell’anno dopo la trasmissione in anteprima assoluta sulla rete australiana ABC, che ha commissionato il progetto, il prossimo 1 marzo.

Stateless | Una storia dei nostri giorni

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Una drammatica scena di Stateless

Cosa sappiamo ad oggi di Stateless? La sinossi è, come prevedibile vista l’imminente uscita in patria e il debutto a Berlino, già disponibile. La storia racconterà le parallele vicissitudini di quattro personaggi che si ritrovano a condividere le proprie esperienze in centro detentivo per l’immigrazione situato nel deserto australiano. I protagonisti sono Sofie Werner, una hostess di compagnie aeree in fuga da un misterioso culto, il rifugiato di origini afghane Ameer che sta scappando dalla persecuzione nel suo Paese, il padre di famiglia Cam Samford che si trova in gravi difficoltà economiche e deve badare ai tre figli e la burocrate Claire Kowitz, reduce da un recente scandalo.

Tra il quartetto si instaurerà un solido legame nonostante la situazione diventi più difficile per ognuno di loro giorno dopo giorno. La sceneggiatura si ispira a fatti realmente accaduti, avvenuti nel 2004 e coinvolgenti una cittadina tedesca trattenuta illegalmente, liberamente adattati per risultare maggiormente incisivi e coniugare al contempo impegno civile e un maturo intrattenimento per il grande pubblico.

Leggi anche: Cate Blanchett, 5 curiosità sull’attrice ospite alla Festa del Cinema di Roma 2018

Stateless | Un progetto importante

Yvonne Strahovski è Sofie Werner

Cate Blanchett interpreterà un ruolo di supporto, quello di Pat, che segna anche la sua prima effettiva partecipazione davanti alla macchina da presa in un format destinato al piccolo schermo. L’attrice è da tempo ambasciatrice dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani e ha lavorato in prima persona alla creazione della serie, scritta con la collaborazione di Tony Ayres ed Elise McCredie.

Il cast di Stateless è quello delle grandi occasioni, con volti noti del panorama sia televisivo che cinematografico come Yvonne Strahovski (Chuck), Dominic West (The Wire) e Jai Courtney e interpreti meno conosciuti di provenienza autoctona, mentre in cabina di regia si alternano, per tre episodi ciascuna, Jocelyn Moorhouse (The Dressmaker – Il diavolo è tornato) ed Emma Freeman (Glitch). La Blanchett ha dichiarato “Stateless è frutto di un lavoro di anni e la diffusione worldwide su Netflix è il mezzo migliore per diffondere su scala globale spunti di riflessione sulla logica di protezione dei confini attraverso una storia dal carattere universale“.

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Berlinale

Berlino 70 | My Salinger Year, la recensione del film di apertura

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my salinger year

Johanna è una giovane aspirante scrittrice che vive in una avvolgente e tenue New York degli anni 90. Il suo sogno è uno di quelli tenuti nel cassetto da tutti coloro che tentano di realizzarsi tra le strade della grande mela, come se quella città, da sempre fonte di ispirazione di cineasti e poeti, avesse dei poteri magici. Quando inizia a lavorare come assistente di Margaret, la famosa agente letteraria di scrittori di successo come J.D. Salinger, Johanna si avvicina un po’ di più al mondo della letteratura, seppur da una diversa prospettiva.

Oltre a rispondere al telefono e assecondare i capricci del capo, le viene assegnato il compito di leggere le numerose lettere indirizzate al celebre scrittore de Il Giovane Holden. Colpita dalle riflessioni e confessioni dei vari ammiratori di Salinger, Johanna comincia a rispondere, andando incontro ad alcune inevitabili conseguenze.

my Salinger year

Sigourney Weaver in My Salinger Year

Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”. Il regista Philippe Falardeau sembra voler portare sullo schermo queste parole dello scrittore americano con il film My Salinger Year che ha aperto la 70° edizione del festival di Berlino.

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La sua protagonista, interpretata da una carismatica e tenera Margaret Qualley, ha l’occasione di ricevere preziosi consigli da Salinger in persona attraverso una serie di telefonate improvvisate. Cosa può volere di più una ragazza che sogna di diventare scrittrice ed è in cerca della sua grande occasione? Il film di Falardeau si nutre di una storia delicata, emozionante, immersa in un’atmosfera che ricorda i film di Woody Allen senza jazz di sottofondo. 

Ispirato al romanzo Un anno con Salinger di Joanna Rakof, My Salinger Year esplora il fascino del mondo della letteratura e dell’editoria di un periodo storico in cui non si avverte la minaccia della scrittura digitale e l’assenza degli smartphone permette ai vari personaggi una maggiore consapevolezza di quello che accade intorno a loro. Mentre di rado appare la presenza misteriosa di J.D. Salinger sempre di spalle per scelta del regista, al centro della sceneggiatura il rapporto tra Margaret e Johanna, due donne così diverse accomunate da un’esperienza comune che le fa crescere e maturare, ognuna a suo modo. La dinamica tra loro sembra ricordare quella di Miranda Priesley (Meryl Streep) e la giovane sognatrice Anne Hathaway. Infatti un difetto del film – se può considerarsi tale – è l’eccessiva similitudine con la commedia di David Frankel del 2006.

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Margaret Qualley My Salinger Year

Margaret Qualley in My Salinger Year

All’inizio Margaret e Johanna sono come due pianeti diversi che piano piano si connettono e riescono a condividere una visione. My Salinger Year è un film intimo, adorabile e senza pretese, che ci invita a credere nelle proprie ambizioni fino alla fine, magari dando una sbirciatina a chi ce l’ha fatta prima di noi.

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Berlino 2020 | 10 film da non perdere al festival tedesco

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Dopo Cannes e Venezia, è sicuramente l’evento più atteso dai cinefili di tutto il mondo: stiamo naturalmente parlando del Festival internazionale del cinema di Berlino, la cui 70ª edizione si terrà nella capitale tedesca dal prossimo 20 febbraio. L’ambito premio finale, il celeberrimo Orso d’oro, è uno dei riconoscimenti più prestigiosi nel mondo della Settima Arte, ma tra sezioni parallele e proiezioni fuori concorso sono tantissimi i titoli che promettono emozioni e sorprese nel corso della kermesse. Per l’occasione abbiamo deciso di dare un’occhiata a dieci titoli che faranno sicuramente parlare durante l’imminente manifestazione tedesca, scopriteli insieme a noi!

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My Salinger Year

Apriamo le danze proprio con il film che avrà il compito di inaugurare il festival, ossia My Salinger Year. Scritto e diretto dal canadese Philippe Falardeau, conosciuto per il raffinato comedy-drama Monsieur Lazhar (2011), il film è tratto dall’omonimo libro autobiografico di Joanna Rakoff, giornalista freelance e collaboratrice del noto scrittore J. D. Salinger: la donna aveva il compito di rispondere alle numerose lettere indirizzate all’autore, conosciuto per il suo carattere schivo. Nei panni della protagonista la lanciatissima Margaret Qualley, “Manson girl” in C’era una volta a… Hollywood (2019), in un cast che vanta anche la presenza di Sigourney Weaver.

The salt of tears

Philippe Garrel, regista tra i fondatori della cosiddetta new wave del cinema francese, firma un film drammatico incentrato sulla relazione tra Luc, un ragazzo di provincia giunto nella capitale transalpina per entrare in una prestigiosa accademia universitaria, e la coetanea Djemila. Una breve avventura destinata a terminare quando il protagonista deve far ritorno nella sua città natale, dove inizia a frequentarsi con Geneviève. Il fim, co-scritto da Garrel insieme ad i suoi storici collaboratori Arlette Langmann e Jean-Claude Carrière, vede nel cast vecchi e nuovi volti del cinema nazionale come Oulaya Amamra, André Wilms, Logan Antuofermo, Louise Chevillotte e Souheila Yacoub.

The Woman who Ran

Hong Sang-soo, regista sudcoreano amato non solo dagli appassionati del cinema orientale e già premiato in carriera sia a Cannes, nella sezione Un Certain Regard, che a Locarno con il Pardo d’oro, firma un ambiguo e torbido dramma con protagonista una donna. Gamhee organizza un incontro con tre amici mentre il marito si trova fuori città per lavoro, e la reunion rischia di scatenare reazioni contrastanti, tra svolte più liete ed altre più amare. L’autore, noto per un cinema ellittico e improntato sui rapporti umani, è pronto ancora una volta ad offrire emozioni genuine e verosimili al pubblico.

Days

Vincitore di due Orsi d’argento (il premio speciale della giuria), rispettivamente per Il fiume (1997) e Il gusto dell’anguria (2005), il regista taiwanese Tsai Ming-liang torna a Berlino con un dramma che farà discutere, incentrato sul rapporto omosessuale tra due uomini, Kang e Non, che si incontrano e si perdono nello scorrere ineluttabile dei giorni. Unico titolo in lingua cinese nella competizione principale, il film segna l’ennesima collaborazione dell’autore con il suo inseparabile attore feticcio Lee Kang-sheng.

Siberia

siberia

Abel Ferrara, da sempre autore di opere controverse e spesso illuminanti, presenta un’opera con protagonista Willem Dafoe, con il quale ormai da qualche anno ha luogo un rapporto di profonda amicizia anche fuori dal set. Il popolare attore interpreta Clint, uomo alla ricerca della serenità perduta e andato a vivere in una baracca tra i ghiacci, dove gestisce un locale che si rivela fondamentale per i coraggiosi turisti che si addentrano in quelle zone fredde e inospitali. Ma quando la pace tanto agognata non arriva, il protagonista sceglie di partire per un viaggio senza meta in compagnia dei suoi cani da slitta, cercando di ritrovare il senso di vivere.

The roads not taken

Un cast delle grandi occasioni per il nuovo film di Sally Potter, regista di opere raffinate del calibro di Orlando (1992): tra i tanti attori coinvolti citiamo Javier Bardem, Elle Fanning, Salma Hayek e Laura Linney. La storia della pellicola segue per una giornata intera la giovane protagonista, una ragazza poco più che adolescente, che deve badare al padre, vittima di problemi mentali che condizionano la sua vita di tutti i giorni.

First Cow

first cow

Salita definitivamente agli onori delle cronache cinefile nello scorso decennio, con opere raffinate e conturbanti come il western al femminile Meek’s Cutoff (2012) e il più recente Certain Women (2016), Kelly Reichardt è ormai uno dei nomi di punta della scena indie d’Oltreoceano. In quest’occasione la regista si concentra sul rapporto tra un cuoco e un immigrato cinese che si organizzano per creare un’attività di successo, le cui fortune dipendono da una mucca di proprietà di un loro vicino.

Undine

Il regista “di casa” Christian Petzold, conosciuto anche dal pubblico italiano per lavori come La scelta di Barbara (2012) e Il segreto del suo volto (2014), torna al Festival con una storia drammatica che farà sicuramente discutere visto il tema trattato. La trama di Undine infatti vede l’omonima protagonista, una ragazza che lavora come guida di un museo, meditare di uccidere il suo fidanzato, colpevole di averla lasciata. Ma l’incontro con un altro uomo potrebbe cambiare il suo intento omicida.

Volevo nascondermi

Conosciuto anche con il titolo internazionale Hidden Away, il nuovo film del “nostro” Giorgio Diritti vede per protagonista Toni, figlio di emigranti, la cui vita cambia completamente dopo l’incontro con lo scultore Mazzacurati, che riaccende in lui la passione per la pittura e lo trasforma in un rinomato artista. La storia è ispirata alla storia del pittore Antonio Ligabue, qui interpretato da un irriconoscibile, per via del sensazionale make-up, Elio Germano.

The Intruder

Dopo il poliziesco Morte a Buenos Aires (2014), la regista Natalia Meta firma un’altra produzione di genere con un thriller psicologico che promette sussulti ed emozioni. La trama di The Intruder vede infatti per protagonista la giovane Ines, una ragazza colpita da disturbi del sonno che le provocano incubi sempre più crudi e realistici durante i quali le figure che incontra cercano di impossessarsi del suo corpo e, forse, della sua anima. Nel ruolo principale troviamo Erica Rivas, già vista in alcune recenti cult del cinema in lingua latina come Storie pazzesche (2014), mentre un’attrice di razza come Cecilia Roth è presente in una parte secondaria.

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