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Interviste

Hunger Games: Il Canto della Rivolta – Parte 1, le video interviste al cast

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HG1

Pochi giorni fa si è svolta l’anteprima mondiale di Hunger Games: Il Canto della Rivolta – Parte 1 a Londra, dove il regista Francis Lawrence e il cast hanno sfilato sul red carpet, firmato autografi e fatto qualche foto insieme ai numerosi fans che li hanno aspettati per ore ed ore dietro le transenne. In attesa di vedere finalmente al cinema il nuovo capitolo della fortunata saga il prossimo 20 Novembre, vi regaliamo di seguito le simpatiche ed interessanti video interviste a Jennifer Lawrence, Julianne Moore, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth e Sam Claflin. Buona Visione!

INTERVISTA A JENNIFER LAWRENCE

INTERVISTA A JULIANNE MOORE

INTERVISTA A SAM CLAFLIN

INTERVISTA LIAM HEMSWORTH

INTERVISTA A JOSH HUTCHERSON

Il cinema e la scrittura sono le compagne di viaggio di cui non posso fare a meno. Quando sono in sala, si spengono le luci e il proiettore inizia a girare, sono nella mia dimensione :)! Discepola dell' indimenticabile Nora Ephron, tra i miei registi preferiti posso menzionare Steven Spielberg, Tim Burton, Ferzan Ozpetek, Quentin Tarantino, Hitchcock e Robert Zemeckis. Oltre il cinema, l'altra mia droga? Le serie tv, lo ammetto!

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Cinema

Cannes 75 | Godland, intervista al regista islandese Hlynur Pálmason

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Con il suo terzo lungometraggio, presentato nella sezione Un Certain Regard della 75esima edizione del Festival di Cannes, il regista islandese Hlynur Pálmason firma un capolavoro dalle grandi ambizioni. Raccontando la storia di un giovane sacerdote danese a cui è affidata la missione di costruire una piccola chiesa in un remoto villaggio dell’Islanda, Pálmason coglie le carenze del corpo in preda ad un ambiente ostile, mette in scena un faticosissimo viaggio in barca, a cavallo, a piedi in una terra dove non tramonta mai il sole, accompagnato da persone con cui non riesce a comunicare e che lo guardano con diffidenza.

Godland (che ha emblematicamente due titoli, uno in danese e uno in islandese) filma l’Islanda, terra vulcanica per eccellenza, come una roccia gigantesca, tagliente e pericolosa. La lascia esprimere attraverso i suoi specifici suoni, come se fosse un enorme strumento musicale. L’organicità dell’immagine in 35mm (splendidamente sgranata e sfarfallante nella fotografia di Maria von Hausswolff) suggerisce una inquietudine che i personaggi cercano di nascondere all’esterno, fino a quando le tensioni tra loro non deflagheranno e diventeranno esplicite. Tutto, nel cinema di Pálmason, è materia. Una materia che si oppone alla spiritualità del protagonista, che lo ancora al suolo e lo trascina nel fango e nella neve.

Abbiamo parlato con Pálmason della lunga lavorazione del film e di alcune scene che hanno richiesto anni di lungo lavoro. Il suo Godland è, come il viaggio intrapreso dal giovane prete Lucas, frutto di pazienza, attesa e fatica. Ecco cosa ci ha raccontato. 

Alla base del film c’è sicuramente una ricerca molto approfondita sulle dinamiche tra Islanda e Danimarca in quel periodo storico. Puoi chiarirci qualcosa in più sul contesto in cui si svolge la narrazione?

Nel film non viene mai menzionato l’anno in cui si svolgono gli eventi, ma siamo tra il 1870 e il 1875. In quel periodo, Cattolici e Luterani si stavano contendendo il primato religioso su una popolazione, come quella degli islandesi, ancora molto legata al paganesimo o comunque incline a credere in divinità risalenti all’età vichinga. L’Islanda si trovava sotto il dominio danese e i giovani preti erano soliti trasferirsi in Danimarca per studiare e perfezionare la loro conoscenza della dottrina, facendo poi ritorno nella loro terra per mettere in pratica quanto appreso. In questo caso succede il contrario: c’è un prete danese che vuole recarsi in Islanda per conoscere meglio questa terra per lui sconosciuta. Siamo alla fine del secolo, quindi molti cambiamenti stavano avvenendo. Ciò che mi interessava mettere in scena erano le differenze tra queste due nazioni e questi due popoli. Iniziando dalle cose più semplici e poi man mano approfondendo ciò che divideva profondamente queste persone, come ad esempio la lingua: un islandese aveva difficoltà a capire un danese e viceversa. E poi c’è il contrasto del paesaggio. In Islanda c’è un paesaggio vulcanico, con montagne, ghiacciai e spiagge nere. In Danimarca ci sono spiagge bianchissime ed è una terra prevalentemente collinare, con tantissimi alberi. Il film cerca di creare una tensione mettendo in scena queste differenze.

È vera la storia di cui parla il cartello all’inizio del film, delle sette vecchie fotografie che avrebbero ispirato il racconto?

È sempre una finzione, qualcosa che mi sono inventato. Ho cominciato a lavorare alle riprese di questo film già nel 2014, quando ho iniziato a girare del materiale per le scene riguardanti il passaggio delle stagioni o per quella della carcassa del cavallo che progressivamente si decompone, che ho filmato per due anni di tempo…

Quindi era un cavallo vero?

Sì, era il vecchio cavallo di mio padre. Quando non ce l’ha fatta più ed è caduto a terra, sfinito dalla vecchiaia, lo abbiamo lasciato lì e ho cominciato a filmare il suo corpo nelle diverse stagioni. Non l’abbiamo ucciso per il film, questo sia chiaro (ride, ndr). Tutte queste scene le ho girate quando ancora non sapevo se il film sarebbe stato finanziato. Ma questo è il mio modo di lavorare. Ci sono sempre delle scene che richiedono tanta pazienza e una lunga attesa, quindi comincio a lavorarci già nella fase di ricerca e ideazione del film. 

Al di là del contesto storico che ci hai illustrato, com’è arrivata l’idea di questa storia nello specifico e di questo prete-fotografo?

C’è sicuramente qualcosa di autobiografico. Sono nato e cresciuto in Islanda, ma mi sono traferito in Danimarca per studiare ed è lì che ho messo su famiglia. Come la bambina del film, che poi è mia figlia, sono metà danese e metà islandese. Però se vuoi sapere come ho scovato questa storia, probabilmente l’idea risale ad una conferenza di uno studioso islandese a cui ho assistito anni fa. Parlava di vecchi metodi di fotografia e c’erano delle diapositive che mostravano dei fotografi nel 1860 con queste enormi macchine fotografiche, molto pesanti e ingombranti da spostare. Mi è sembrata un’immagine molto simbolica e questi fotografi che erano quasi delle figure cristologiche, che avevano sulle proprie spalle il peso della croce-camera da sostenere. Stavo scrivendo il film in quel periodo e mi è sembrato sensato inserire questo elemento.

Immagino che la scelta dell’Academy Ratio per questo film sia anche un richiamo alla macchina fotografica che utilizza il protagonista per documentare il suo lungo viaggio…

Sì, sicuramente. Ho girato il mio precedente film in Super 35, che è un formato più ampio, ma con un’immagine più piccola. Nel senso che appare più grande a noi che la vediamo, ma il negativo è più piccolo. Quindi avevo difficoltà nel riprendere i volti. E sapevo invece che per questo film sarebbe stato fondamentale soffermarmi molto sui primi piani. Perciò la scelta del vecchio Academy Ratio, di cui ho mantenuto anche le leggere curve che sagomano l’immagine per dare sensualità, se vogliamo. La camera che utilizza Lucas ha un formato molto simile a quello utilizzato dal film, quindi alla fine tutto è combaciato. 

Hai cominciato a scrivere questo film prima di realizzare A White, White Day. L’esperienza su quel film ti ha spinto a modificare e a riscrivere la sceneggiatura di questo?

Quando ho finito la scuola di cinema nel 2012, ho cominciato a lavorare a tre progetti contemporaneamente, che sono i tre film che ho realizzato fino a questo momento: Winters Brothers, A White, White Day e questo, che all’epoca si chiamava semplicemente A Priest. Ho sempre lavorato parallelamente a tutti questi progetti e sicuramente uno ha influenzato l’altro. Quindi è vero che la lavorazione di A White, White Day ha inciso molto sullo sviluppo finale di questo film, che è stato completato dopo. Adesso sto lavorando contemporaneamente a due progetti, che però sono ancora in attesa di finanziamento. Mi sento come se fossi arrivato ad un bivio della mia carriera, ad un punto di svolta.

In che modo le location naturali hanno influenzato le riprese? Ti sei in qualche modo dovuto adattare ad esse?

Scrivo le mie storie già con alcuni luoghi in mente. Ad esempio, le scene nelle diverse stagioni con Lucas sono state girate dove andavo a raccogliere i funghi da piccolo. Molti dei sentieri che ho ripreso li percorrevo da bambino con i miei genitori. Lunghissime strade, molto strette, che attraversano le montagne e non sono percorribili con la macchina, ma si possono percorrere solo camminando, o magari a cavallo. Non sono “location” per me. Sono posti che conosco bene, che vivo e abito ancora adesso. Per scrivere i miei film, ho bisogno di passare molto tempo in questi luoghi. Mi è impossibile immaginare una sceneggiatura senza essere fisicamente presente nei luoghi in cui questa è ambientata. 

Il ritmo del racconto segue le difficoltà, le continue pause e i movimenti in avanti che caratterizzano il viaggio del protagonista. Era qualcosa già presente in sceneggiatura o che si è andata delineando durante le riprese?

Io intendo i film come delle composizioni musicali, quindi il ritmo del racconto è fondamentale. Ci sono momenti in cui devi rallentare, perché vuoi dare agli spettatori la possibilità di respirare determinate atmosfere. Altri in cui devi accelerare. Quindi non è mai una questione di lentezza o velocità, ma di scorrevolezza del racconto. Io e il mio montatore pensiamo di aver fatto un buon lavoro in questo caso, ma ovviamente chi è abituato ad un tipo di cinema più frenetico, o magari al ritmo delle serie televisive, potrebbe trovarlo lento. È come un albero che cresce. Cominci col seguire il tronco, ma poi magari un ramo si sviluppa in una direzione diversa e tu lo segui.

Vorrei sapere qualcosa di più a riguardo del sound design, che è molto ricco e dettagliato. Generalmente registri i suoni solo sul set o hai creato un tuo database nel corso degli anni?

Questa è una bella domanda. Stiamo effettivamente creando un archivio di suoni della natura e delle diverse stagioni, perché, come dicevo prima, ogni settimana o ogni mese giriamo qualcosa che poi, si spera, finirà in film futuri. Quindi stiamo cercando di creare un database di suoni molto specifici, in base al periodo dell’anno e al luogo in cui li registriamo. Ad esempio, in primavera, che tipo di uccelli ci sono? E quando vanno via? Tutte queste cose sono fondamentali per me. Mi piace che i suoni siano familiari e credibili, perché devono suggerire un preciso stato d’animo e magari evocare ricordi di un determinato luogo. Se pensiamo di aver bisogno di più tempo per registrare il sonoro mentre stiamo girando, diamo assolutamente priorità a questo. Non ci precipitiamo in un’altra scena. 

Parlandone, ho l’impressione che tu conosca persino le specie di uccelli che ci sono in un determinato luogo e in un determinato momento dell’anno…

Sì, è assolutamente così. Una volta è capitato che un collaboratore in Danimarca inserisse uno strano verso di un uccello nel montaggio preliminare del film. Allora ho interrotto la proiezione per chiedere che tipo di uccello fosse. Mi disse che si trattava di un uccello notturno islandese. Gli risposi: in Islanda non esiste questo tipo di uccello. E gli feci rimuovere quel suono. Non sono un ornitologo, ma conosco gli uccelli che volano e cantano attorno a casa mia. 

Quindi è una conoscenza che hai sviluppato attraverso l’osservazione del paesaggio…

È proprio così. Alla Berlinale ho presentato un cortometraggio dal titolo Nest che ho girato in due anni, per il quale ho costruito una casetta che poi ho ripreso nei vari momenti dell’anno e con le varie stagioni. Questo mi dà la possibilità di registrare cose molto precise. Ad esempio, c’è un suono molto specifico che fanno gli uccelli che arrivano in volo da oltre l’Atlantico verso aprile. È un momento molto intenso. L’Islanda rimane immobile tutto l’inverno, che è molto lungo, e poi improvvisamente, in primavera, senti che la vita sta arrivando. Queste sono le cose che mi piace catturare con il mio cinema. 

C’è un filo comune che tiene insieme questi tuoi primi tre film?

Realizzare i miei film è una grande sfida e vorrei che lo spettatore percepisse questo sforzo guardandoli. Capisse quanto tempo ci è voluto, quanti sacrifici e quanta pazienza sono serviti per raggiungere quel risultato. Ma allo stesso tempo, da spettatore, amo quelle opere che sembrano essere state realizzate senza alcuno sforzo, come un quadro di Monet, così bello nella sua apparente facilità di esecuzione. Spero, quindi, invecchiando, di diventare più saggio e magari di non dover lottare più così tanto per un film. Forse sta già avvenendo. Perché ho una squadra di persone davvero eccezionali e pian piano ci stiamo migliorando e perfezionando.  

Cosa c’è nel film del tuo rapporto con la spiritualità?

Penso che ci siano cose che accadono attorno a noi e che non siamo in grado di percepire, come avviene con la fotografia, che cattura cose che l’occhio umano non vede. Il mondo attorno a noi è così: abbiamo dei sensi che non ci permettono di afferrare tutto ciò che avviene. E ovviamente la natura è una di queste cose che non possiamo completamente dominare e comprendere.Non sono Cattolico o Luterano. La mia fede è nella natura. 

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Cinema

FEFF 24 | Baz Poonpiriya ci racconta “One for the Road” e il suo lavoro con Wong Kar-wai

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Dopo aver vinto il Premio del Pubblico del Far East Film Festival con Countdown (2012), il regista Baz Poonpiriya torna a Udine con la sua opera più personale: One for the Road, per la quale si è avvalso della collaborazione del leggendario Wong Kar-wai. Presentato in anteprima al Sundance International Film Festival, One for the Road è stato il primo film thailandese a vincere il World Cinema Dramatic Special Jury Award. Con solo tre lungometraggi all’attivo Nattawut è quindi oggi uno dei registi thailandesi più in voga e più richiesti sulla scena internazionale, grazie anche all’incredibile successo dell’heist movie Bad Genius, campione di incassi in Thailandia e in Cina.

One for the Road è un road movie che ha protagonista una coppia di amici. Boss (Tor Thanapob), emigrato a New York, riceve inaspettatamente una telefonata dal vecchio amico Aood (Ice Natara), che gli chiede di tornare a Bangkok per aiutarlo a realizzare il suo ultimo desiderio, prima che la malattia li costringa ad un doloroso addio. Ma qual è l’ultimo desiderio di Aood? Quello di avere Boss al suo fianco in un lungo viaggio per restituire a tutte le sue ex ragazze dei vecchi regali ricevuti o della roba dimenticata a casa sua prima della separazione. Una richiesta alquanto stravagante, che però nasconde delle motivazioni ben precise.

Abbiamo avuto modo di conversare con Baz Poonpiriya per farci raccontare la genesi del suo nuovo film e il lavoro fianco a fianco con Wong Kar-wai.

Qual è stato l’apporto di Wong Kar-wai a questo film e quanto è cambiata la sceneggiatura dalla prima versione che ti fece leggere all’inizio della vostra collaborazione?

L’obiettivo era quello di realizzare il mio film fino a questo momento più personale. E per raggiungerlo è stata fondamentale la presenza di Wong Kar-wai, che mi ha spinto a sperimentare qualcosa che da regista di film più commerciali non avevo mai potuto concedermi. Fare affidamento sulle mie emozioni, cercare una storia che avesse un significato per me. Lui è stato il principale motore di questo film e la sceneggiatura è cambiata parecchio dalla prima che mi fece leggere, che aveva in comune con quella finale solo il fatto di avere un protagonista malato con una lista di cose da fare prima di morire. Inizialmente abbiamo lavorato su storie diverse, ma ci rendevamo conto che mancava sempre qualcosa, che bisognava cercare qualcosa di diverso. Ci sono voluti mesi di lavoro, con incontri ad Hong Kong ogni quattro settimane, per venirne a capo.

La colonna sonora del film è un elemento fondamentale della narrazione. Come sono state scelte le canzoni e cosa hai cercato di veicolare attraverso esse?

Penso che anche questo aspetto sia stato influenzato notevolmente dal lavoro con Wong Kar-wai, nei cui film la musica è sempre molto presente e spesso detta il tono delle scene. Ma le canzoni le ho selezionate io anche in base ai miei ricordi di quando era ragazzino, quando mi capitava di ascoltare in radio con mio padre molte canzoni internazionali, magari durante un viaggio in auto. Spesso non capivo le parole di quelle canzoni, sicuramente non conoscevo tutti i cantanti che le cantavano. Ma molte di esse le associo a dei ricordi precisi, riuscivano comunque a comunicarmi uno stato d’animo preciso. Ed è quello che ho cercato di fare nel film, utilizzandole per suggerire ogni volta un’emozione differente.

Il film, anche grazie alla formula del “road movie”, mostra tantissime città diverse della Thailandia. Come hai scelto le location e ci sono città che ti sono care per esperienza personale?

Sì, nel film ci sono molte città che mi sono care… ma non sempre per motivi che non posso svelare (ride, ndr). Ma hai ragione, questo film è una lettera d’amore a tutte le persone che ho conosciuto e quindi ovviamente al mio Paese d’origine. 

One for the road è dedicato alla memoria di un tuo amico recentemente scomparso. Che ruolo ha avuto nella realizzazione del film?

È stata una cosa che è avvenuta per caso e che vorrei non fosse mai accaduta. Avevo terminato di scrivere la sceneggiatura da qualche settimana quando ho saputo che il mio amico Lloyd aveva il cancro. Lo stesso tipo di cancro del protagonista del film che avevo appena finito di scrivere. È un caso in cui la realtà si trasforma in ciò che stai inventando. Sono andato a trovarlo in ospedale, una volta risvegliatosi dal coma, e gli ho detto che sarebbe stata la mia musa per il film, la principale fonte di ispirazione per il personaggio di Ice. Quando abbiamo cominciato a girare, è stato lui a decidere di venire con noi. Ha scelto di aiutare gli attori, di dare loro consigli su come vestirsi, su come camminare. Speravamo di poter finire il film in tempo perché lo vedesse, ma sfortunatamente se n’è andato via prima. Ecco perché gli abbiamo dedicato questo film.

Come hai lavorato con gli attori? C’era spazio per l’improvvisazione sul set o tutto era già previsto in sceneggiatura?

Tutti gli attori principali di questo film sono degli assoluti fuoriclasse, sono tra gli attori più ricercati e in voga oggi in Thailandia. Quindi sono stato molto felice di averli con me per questo progetto. Ed è stato un grande lavoro di squadra, basato sulla fiducia. E la fiducia permette anche un po’ di improvvisazione. È sempre bello quando capita qualcosa di inaspettato, che funziona e magari è persino meglio di ciò che avevi inizialmente in mente. 

Per questo film, sono tornate a lavorare con te molte delle persone coinvolte nel precedente Bad Genius, tra cui il direttore della fotografia, lo scenografo, il montatore e il compositore. Hai creato una squadra con cui pensi di continuare a lavorare anche in futuro e che tipo di relazione c’è tra di voi sul set?

In passato ho lavorato per molte pubblicità e per molti videoclip musicali. Alcune delle persone che hai menzionato le ho conosciute in quel periodo e da allora abbiamo sempre lavorato insieme. È la mia famiglia, adesso. E sono sempre pronti per nuovi progetti. Sicuramente è più facile lavorare con persone di cui ti fidi e con cui hai una connessione immediata.

Qual è il consiglio più prezioso che Wong Kar-wai ti ha dato come regista? 

È difficile dirlo. Perché Wong Kar-wai non è mai esplicito. Non dice mai le cose ad alta voce. Non ti dà consigli, non ti fa vedere come vanno fatto le cose. Bisogna imparare a cogliere i suoi suggerimenti, a farli propri, leggendo tra le righe. Ma sicuramente mi ha fatto capire che non ci sono limiti quando si fanno film. Ed è questo il motivo per cui tutti lo amiamo.  

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Cinema

Freaks Out | intervista in esclusiva all’uomo calamita Giancarlo Martini

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Il cinema italiano sta vivendo delle giornate d’oro grazie alla genialità e l’audacia di Gabriele Mainetti e dei suoi meravigliosi quattro super eroi pronti a combattere il nazismo nel film Freaks Out. I social sono letteralmente esplosi dal primo giorno e continuano a osannare questo gioiello ‘made in Italy’ che non ha niente da invidiare al cinema spettacolare americano. A tal proposito abbiamo voluto intervistare uno dei protagonisti, Giancarlo Martini che nel film interpreta il ruolo di Mario, l’uomo calamita, pronto a buttarsi in qualsiasi avventura sempre con il sorriso sulle labbra.

Intervista a Giancarlo Martini

Ciao Giancarlo, vorrei ringraziarti per aver accettato il mio invito per NewsCinema.it. Sono certa che attraverso le tue parole scopriremo ancora di ‘più il magico mondo di Freaks Out creato dal regista Gabriele Mainetti insieme allo sceneggiatore Nicola Guaglianone.

D: “L’immaginazione diventa realtà e niente è come sembra”. Questa è la frase che racchiude Freaks Out. Secondo te, il pubblico che decide di andare in sala a vederlo cosa dovrebbe aspettarsi?

R: Uno spettacolo grandioso, che fa sognare, che ti aiuta ad imparare, ad indagare oltre l’apparenza. Per conoscere la magia della diversità attraverso una storia intima e fantastica, dove personaggi con poteri semplici, ma singolari contribuiscono alla sconfitta del male.

D: Negli ultimi giorni sui social non si parla d’altro che dell’uscita di Freaks Out, tanto da esser riuscito a mettere d’accordo critica e pubblica con bellissimi commenti e recensioni che parlano di una nuova pagina del cinema italiano. Durante le riprese ti saresti mai immaginato un successo del genere?

R: Dal primo giorno di riprese ero talmente affascinato dalla magnificenza di quest’opera e dalla perfezione scenografica delle ambientazioni, che tutto mi sembrava un sogno: la cura minuziosa di ogni dettaglio; le soluzioni straordinarie ai problemi che si presentavano; le condizioni estreme di lavoro hanno confermato la mia sensazione che il film avrebbe regalato emozioni forti allo spettatore.

Giancarlo Martini (Mario) e Aurora Giovinazzo (Matilde) in una scena del film

D: Il regista Gabriele Mainetti in un post sul suo profilo Instagram ha raccontato il vostro primo incontro, facendo intendere che il personaggio di Mario, ti è stato praticamente cucito addosso. Sei a tutti gli effetti uno dei pochi personaggi che riesce a far sorridere il pubblico, nonostante le atrocità che avvengono nella Roma occupata dai nazisti. Come ti sei preparato a dover affrontare il personaggio dell’uomo calamita?

R: All’inizio il personaggio di Mario era stato pensato in un modo un po’ diverso da quello interpretato da me, doveva avere addirittura la testa microcefala. Poi lavorando con Gabriele su molta improvvisazione si è sviluppato un personaggio avente la mia struttura fisica e sentimentale. La preparazione per poter affrontare il personaggio è avvenuta – oltre che con le improvvisazioni insieme a Gabriele – facendo ricerca sulle caratteristiche di persone con quel particolare comportamento umano, che per la nostra società è considerato ritardo mentale.

Il lavoro fondamentale è avvenuto insieme a mia moglie. Abbiamo deciso di accogliere la percezione di avere un figlio come Mario nella nostra famiglia e quindi nella vita quotidiana: mangiavamo con lui; dormivamo con lui; lo accudivamo; lo difendevamo; piangevamo e ridevamo insieme, era nostro figlio a tutti gli effetti. Tutte queste percezioni ho cercato di immagazzinarle dentro di me, immedesimandomi in Mario con tutto l’amore possibile.

Per dare a Mario una personalità sempre positiva mi sono ispirato a quella purezza d’animo dell’essere umano non intaccato da sovrastrutture che avvelenano lo spirito. Mi sono immaginato che Mario fosse la rappresentazione dell’inclusività, dell’uomo libero. Un Mario che si concede a tutti senza moralismi, si prende cura indistintamente di tutta la comunità, sia della sua famiglia patchwork sia dei nemici quando si fanno male. Che riesce ad essere allegro e a ricostruire la forza di reagire.

Leggi anche: Freaks Out | quattro supereroi in lotta contro il nazismo nel film di Mainetti

Leggi anche: FREAKS OUT | un gruppo ‘mostruoso’ contro i nazisti nel trailer del film

D: Una storia come quella raccontata in Freaks Out non si era mai vista e nessuno ha mai avuto il coraggio di spingersi a questo punto, anche negli effetti speciali. Qual è stata la tua prima impressione/reazione quando hai letto la sceneggiatura?

R: Sono rimasto molto colpito e affascinato dall’originalità di questa storia, ma anche un po’ perplesso da come si potessero realizzare certe visioni così atipiche per il cinema italiano. Per fortuna questa esperienza mi ha insegnato che con un regista come Gabriele ‘L’IMMAGINAZIONE DIVENTA REALTÀ’ per davvero.

Freaks Out | Il profondo valore dell’amicizia dentro e fuori il set

D: I protagonisti del film sono quattro freaks dotati di super poteri differenti ma uniti da una profonda amicizia. Com’è stato il rapporto con il resto del cast sul set?

R: Abbiamo lavorato per entrare in empatia dal momento che era fondamentale risultare uniti come una famiglia patchwork. Per questo Gabriele ci ha fatto fare un ritiro di quattro giorni in una location isolata dal mondo. In quei giorni ci siamo dedicati completamente ai personaggi, parlavamo, dormivamo e mangiavamo come fossimo Fulvio, Aurora, Cencio e Mario, Gabriele ci dirigeva creando delle situazioni inerenti alcune scene del film. Gli ultimi due giorni è arrivato anche Giorgio che si è inserito come nostro padre putativo e abbiamo così amplificato il legame che si stava costruendo.
Un’esperienza fondamentale e nutriente.

Successivamente il rapporto con Franz è stato molto piacevole, Franz è una persona speciale e il suo modo moderno di essere tedesco e cittadino del mondo mi riportava con la mente al mio adorato nipotino Otis, tedesco anche lui, in lui vedevo, dalle sue movenze e dalla sua dolcezza disinibita Otis da grande. Vederlo come crudele e tormentato antagonista nel film è stato per me affascinante e istruttivo.

Franz Rogowski (Franz), Pietro Castellitto (Cencio) e Giancarlo Martini (Mario) in Freaks Out

D: Prima di chiudere e rinnovarti i complimenti per il ruolo di Mario, hai qualche aneddoto inedito accaduto durante le riprese di Freaks Out da voler condividere con i lettori di NewsCinema.it?

R: Mi domandavo come sarebbero riusciti a realizzare la scena a piazza Margana dovendo bloccare tutto il traffico della città. Un giorno andando negli sudi di Videa mi sono ritrovato catapultato nel centro di Roma e piazza margana era stata completamente ricostruita, perfettamente uguale, solo con le sembianze del 1943. Per me è stato uno shock emotivo: ho sentito nel petto quell’angoscia degli orrori dell’epoca.

Un evento invece lieto e commovente è stato dopo circa un mese dall’inizio delle riprese. Gabriele aveva ingaggiato un vero circo, il Rony Roller, per le scene del Zirkus Berlin del film. Mentre lavoravamo a fianco a dei veri circensi sono nati due cuccioli di tigre in perfetta salute che sono stati le mascotte del film di quel periodo. Tant’è vero che uno dei tigrotti è stato inserito nella scena del delirio chiaroveggente di Franz.

Un altro aneddoto che ricordo, fu durante la scena nella sala delle torture, per riprendermi sulla ruota che girava, fecero per quattro ore, tentativi, riprendendomi da più angolazioni. Presi dalla realizzazione della scena non davano peso alla posizione in cui mi lasciavano quando Gabriele dava lo stop, mi trovavo una volta capovolto a testa in giù, una volta obliquo o appeso in orizzontale. Nonostante io gridavo per farmi rimettere in posizione verticale loro continuavano a ragionare sulla resa della scena, e questo provocava scrosci di risate di tutto il resto della troupe che alla fine decideva spontaneamente di venirmi ogni volta in soccorso.

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