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Interviste

Tommaso Arnaldi, intervista al protagonista della web serie con Pino Insegno

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Tommaso Arnaldi è un giovane attore ed autore romano formatosi al Centro Sperimentale di Cinematografia e poi successivamente al Tribeca Film Center di New York. Dopo aver mosso i primi passi nel mondo del piccolo schermo, partecipando prima alla fiction I liceali 3 per la regia di Francesco Miccichè e, in seguito, ricoprendo diversi altri ruoli di rilievo in importanti produzioni italiane come I Cesaroni e Distretto di Polizia, adesso Arnaldi è uno degli interpreti della nuova serie pensata per il web Mamanero, con protagonista un gigante della comicità italiana come Pino Insegno.

Ma il suo lavoro da attore, che lo vede impegnato anche a teatro, lo ha portato su importanti set come quello del nuovo Twins di Lamberto Bava, lungometraggio che segna il tanto atteso ritorno alla regia del maestro di Demoni. Il giovane artista capitolino è però anche sceneggiatore, un ruolo che ha recentemente ricoperto per il cortometraggio Miss e per il nuovo spettacolo teatrale che porterà in scena nei prossimi mesi.

Cosa puoi dirci della web serie Mamanero ? Ti sei divertito sul set e come è stato dividere la scena con Pino Insegno ?

È stato sicuramente un set molto interessante. Io conoscevo il regista, Mauro Meconi, e uno degli organizzatori di produzione, Francesco Incognito, con cui avevo già lavorato. Quindi sono stati loro a coinvolgermi in questo progetto un po’ a sorpresa, ma mi ha fatto molto piacere recitare con un cast del genere, da Alessia Navarro ad Angela Favella, ed ovviamente con Pino Insegno, che è una persona straordinaria. Lui ci tiene moltissimo alla collaborazione con i ragazzi giovani e quando può dà sempre una mano, cerca sempre la collaborazione con l’altro attore ed è bello lavorare con lui proprio per questa sua generosità.

Pensi che il web, attraverso questi nuovi prodotti brevi ed immediati, possa rappresentare una risorsa per i giovani attori e registi?

Assolutamente sì. Io mi ricordo che quando avevo diciannove anni cominciava a prendere piede questa realtà del web, ma non si trattava ancora di un ambiente consolidato. Oggi invece i giovani registi ed i giovani attori possono avere un primo approccio con la macchina da presa subito, non devono aspettare ma possono mettersi immediatamente alla prova ed aprirsi al grande pubblico attraverso piattaforme come Facebook o YouTube. E Mamanero rappresenta un ottimo prodotto per il web ed una serie davvero divertente e di intrattenimento.

Pino Insegno, che è il protagonista di Mamanero, è anche un celebre doppiatore. Qual è il tuo parere su questo eterno scontro, recentemente alimentato dalle parole di Vincent Cassel, tra attori stranieri e doppiatori italiani ?

Io sono un po’ di parte avendo origini americane, quindi ho la tendenza ad ascoltare ogni cosa in lingua originale, che sia in coreano, in inglese o in italiano. L’arte del doppiaggio in Italia è però qualcosa che va al di là del mero business: è cultura ed è un fenomeno più storico che commerciale. Apprezzo ed ammiro la bravura dei doppiatori italiani e questo l’ho detto anche a Pino Insegno. Quando vai fuori e senti le cose doppiate in altre lingue sono terribili, mentre in italiano hanno sempre un corpo ed una struttura. Però dobbiamo essere coscienti di essere davanti ad un prodotto che non è l’originale. Quindi se uno vuole sentire Robert De Niro recitare per davvero, allora dovrà sentirselo in lingua originale. Le piattaforme nuove ad esempio danno accesso immediato ai sottotitoli e permettono il cambio della lingua. Io capisco che in tanti magari non padroneggiano l’inglese come se fosse la loro prima lingua e quindi di sera, quando si è stanchi, si preferisce seguire una serie nella lingua che si parla ogni giorno.

Sei stato sceneggiatore del cortometraggio Miss, che figura anche nella selezione ufficiale per i David di Donatello. Di cosa parla?

Il cortometraggio mi è stato commissionato da Stefano Madonna, che è un ragazzo molto giovane che organizza da anni concorsi di bellezza. Mi ha chiesto quindi di scrivere una sceneggiatura che potesse rappresentare il suo concorso e questo Miss Spettacolo si differenza dai tantissimi che già ci sono perché punta alla speranza ed al talento. Quindi ho voluto raccontare una storia che parlasse proprio di speranza. E per scoprire se questa speranza è destinata ad essere tradita o meno bisognerà vedere il corto !

Lo scorso anno hai partecipato alle riprese del nuovo Twins di Lamberto Bava. Quale sarà il tuo ruolo nella storia ?

Abbiamo girato l’anno scorso e si tratta di un bellissimo prodotto con attori internazionali come Gèrard Depardièu e Lars Eidinger, completamente girato in inglese e che segna il ritorno alla regia di Lamberto Bava dopo vent’anni. Io ho interpretato il ruolo di Francesco, che in qualche modo è l’ossessione di uno dei due protagonisti, che sono due preti esorcisti. Uno di questi preti deve fare i conti con il rimorso di non essere riuscito a salvare un ragazzo, che è appunto Francesco, che quindi lo perseguita sia come ricordo che come demone. È come se fosse la personificazione del suo senso di colpa.

Come è stato il tuo rapporto con Lamberto Bava, nome storico del cinema italiano, e cosa puoi dirci sulla uscita del film ?

Lamberto Bava è un’ esplosione di energia ed è un regista che ha sempre una idea molto chiara di quello che vuole e di quello che si deve fare. Riesce a tirarti fuori ciò che lui desidera senza che tu nemmeno te ne accorga ed è una cosa davvero incredibile! È riuscito a gestire attori che parlavano cinque lingue diverse senza nessun problema. L’uscita era prevista per l’anno scorso ma poi ci sono stati un po’ di problemi ed il produttore purtroppo si è spento al termine delle riprese. Adesso si sta cercando qualcuno in grado di prendere in mano il progetto e spero che possa vedere finalmente la luce perché ne vale davvero la pena.

Hai partecipato anche ad Alice e il paese che si meraviglia, un progetto per il cinema decisamente particolare per la regia di Giulia Grandinetti. Che esperienza è stata?

Alice e il paese che si meraviglia è un progetto che Giulia Grandinetti segue da un sacco di tempo. Lei nasce come attrice ma si è specializzata ormai come regista. Devo dire che è un progetto molto interessante perché pone le storie di Lewis Carroll all’interno del contesto italiano e rende quella che nasce come una storia di fantasia qualcosa di reale e concreto, che ognuno può toccare con mano, senza però perdere quella intangibilità tipica delle favole. Giulia è stata molto brava perché sia nella preparazione che nello girare è stata attenta ai minimi dettagli, dal ruolo più grande a quello più piccolo. Abbiamo lavorato quasi sempre tutti insieme per la costruzione dei personaggi e spero che questa opera prima possa dare un po’ di luce ad una regista veramente straordinaria.

Il crowdfunding è una pratica che sta prendendo sempre più piede e che in parte ha reso possibile anche la realizzazione di questo progetto. Qual è il tuo parere?

Il crowdfunding è una cosa straordinaria perché mette in diretto contatto il pubblico con quello che avviene dietro le quinte. In questo modo lo spettatore diventa partecipe del prodotto che vuole e si creano anche delle aspettative su ciò che ha aiutato a finanziare. Spero possa diffondersi sempre di più perché permette una maggiore libertà nel proprio lavoro. Quando ci sono piccole donazioni e non un grosso finanziamento stanziato da qualche major, si è anche meno vincolati da possibili influenze esterne. Perché se una società investe una cifra ingente su di un progetto è naturale che punterà poi a garantirsi un ritorno economico.

Cosa cerchi in un personaggio e cosa ti porta ad accettare un lavoro piuttosto che un altro?

A me piace sempre analizzare la follia che c’è dentro ogni essere umano, i rapporti che ci sono con le altre persone. Quindi quando mi propongono un personaggio la prima cosa che faccio è vedere quale tipo di nevrosi e psicosi può nascondere la sua personalità. Credo che in ognuno di noi, specialmente nell’epoca contemporanea, ci sia qualche rotella nel cervello che non va come dovrebbe. Poi naturalmente dipende dal regista e dal tipo di storia, ma in generale è la ricerca della follia che mi appassiona quando accetto un ruolo.

Tu sei un attore teatrale molto attivo. Ci sono differenze per te nel recitare su di un palco piuttosto che davanti ad una macchina da presa?

Sono due ruoli davvero diversi per me. E se al cinema il momento tra due attori è rubato dal regista, a teatro è lo spettatore che decide dove guardare. C’è un’aura di sacralità all’interno del teatro che lo rende quasi un tempio religioso. E a me piace molto l’atmosfera che si crea e soprattuto l’energia che ci si scambia con il pubblico.

Che consiglio daresti ad un ragazzo che vuole intraprendere la carriera di attore in Italia ?

Dirò una cosa un po’ strana: la cosa importante per chi vuole cominciare a fare questo mestiere, oltre allo studio indispensabile per essere preparati sia per il set che per il palco, è stare lontani dai guru. Cercate di ampliare i vostri orizzonti, prendete i vostri maestri ed imparate ad abbandonarli. Quando si prende un modello di riferimento e lo si segue fino alla fine, non sempre funziona e si diventa più psicologi di se stessi che attori. Questo lavoro lo facciamo per noi ma anche per il pubblico.

Quali sono i progetti in cantiere per il prossimo futuro ?

A gennaio andrò in scena a teatro con un testo di Giuseppe Manfredi. E sto preparando la mia seconda regia con un testo che ho scritto io. Sempre una commedia nera, come l’ultima che avevo scritto che si chiamava Point of View e che abbiamo messo in scena in diversi teatri per la regia di Claudia Genolini. Questa volta cercherò io di mettere in scena questa storia che mi interessa moltissimo perché mi tocca a livello personale. Si chiama Le cose che ti direi.

Studente presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Autore di diversi articoli pubblicati su mensili locali quali Bisceglie in Diretta e Il Biscegliese e siti d’informazione online locali e non. Ha collaborato con siti di informazione videoludica, come GameBack, GamesArmy e gamempire.it. Attualmente è redattore di Bisceglie24 e gestisce il blog cinematografico Strangerthancinema.it.

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Cinema

Le Mans ’66, James Mangold parla del suo nuovo film a Roma

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le mans 66

Il regista James Mangold (Walk The Line, Logan – The Wolverine) ha presentato  a Roma il suo ultimo film Le Mans ’66, ambientato nel mondo delle corse automobilistiche al tempo della spietata concorrenza tra Ford e Ferrari, e ispirato alla vera storia dell’amicizia tra Carroll Shelby e Ken Miles, rispettivamente interpretati dai due formidabili attori Matt Damon e Christian Bale. Alla presenza della stampa, e insieme a Remo Girone (che nel film interpreta Enzo Ferrari) il regista Mangold ha spiegato com’è nato questo film e cos’è per lui il cinema.

Signor Mangold, le volevo chiedere se è vero che da un grande storyteller (narratore di storie) derivano grandi responsabilità? 

J. Mangold: in verità io non so se sono un grande storyteller, ma di sicuro so di prendermi le mie responsabilità facendo film. La cosa più semplice che mi viene da dire è che in effetti spesso i film che vediamo possono essere noiosi o non appassionanti, e quindi dal momento che io amo fare film, se avessi mai davvero pensato di far annoiare le persone o di “addormentarle” lascerei proprio perdere il mestiere di regista.

Signor Girone, che indicazioni ha ricevuto sul set da James Mangold?

R. Girone: James Mangold è un grande direttore di attori e io credo che mi abbia insegnato molte cose. Lui ha un occhio molto attento e si accorge subito se un attore dà l’impressione di recitare e se lavora solo in favore della macchina da presa senza essere veramente calato nel personaggio. 

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D: Questo film è una metafora del filmmaking moderno, o della società moderna? Le corporation da un lato e dall’altro il talento e l’arte?

Certamente io mi rivedo molto in Shelby e Miles e in tutto questo ambiente anche se per il cinema non è esattamente la stessa cosa. Da una parte è pur vero che per fare film devi avere soldi, idee, sponsor, e devi convincere le persone della realtà dei tuoi sogni. Lo sforzo, in generale, che dobbiamo fare tutti in questo mondo per realizzare le nostre idee è quello di convincere, e quindi se la domanda è sì o no, la mia risposta è sì! Poi c’è anche da dire che lo sport negli anni in cui è ambientato il film era senz’altro un qualcosa di più puro, innocente, adesso invece è molto più simile a una corporazione, una questione di profitti e interessi, ed è un sistema che è molto peggiorato negli anni. Anche nel cinema senza dubbio devi trovare un equilibrio tra arte e commercio, ma è il motivo anche per cui amo fare film, ed è sempre una scelta quella di entrare nell’arena o meno.

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D: Com’è stato lavorare con due superstar come Matt Damon e Christian Bale?

J. Mangold: Come sa anche Remo, Matt e Christian sono due attori davvero “facili”, nel senso che hanno la testa sulle spalle e amano il loro mestiere, amano recitare. E non si considerano delle grandi superstar ma quando sono sul set si considerano semplicemente degli attori al lavoro, e poi io non sono molto paziente con chi non approccia il mestiere di attore in questo modo. In questo film ci sono davvero tanti grandi attori e in ogni caso io sul set mi sento sempre un po’ il papà di tutti loro e non posso spendere tutto il mio tempo solo con due attori, ho bisogno che ci sia un team e che collabori. Matt e Christian sono esattamente così, sono generosi, sempre disponibili con i loro colleghi. Io li conosco entrambi da oltre vent’anni e quindi mi è sembrato davvero come se stessi girando un film con degli amici.

D: Remo, in questo film Enzo Ferrari è visto un po’ come l’uomo da battere. Com’è stato interpretare questo personaggio che per il nostro Paese ha rappresentato davvero tanti successi?

R. Girone: É stato davvero bello interpretare Enzo perché si tratta di un personaggio conosciuto universalmente oltre che di un uomo di fondamentale importanza per la storia italiana. Sul set tutte le macchine sono a grandezza naturale, ricostruite, ed erano tutte portate da un team di tecnici che non mi conoscevano come attore, ma quando hanno visto che io ero quello che faceva Ferrari hanno tutti voluto fare una foto con me. 

D: Quanto è stato importante la ricerca di materiale per il film?

J. Mangold: Beh in un film come questo si tratta di uno sforzo monumentale di ricerca. Avevamo un intero team di persone a fare ricerche perché bisognava raccogliere davvero tante informazioni. Non solo libri e lettere ma anche documentari da visionare, materiale d’archivio, e c’erano davvero tante registrazioni interessanti di eventi, foto, film. Abbiamo visionato tutto e devo dire che per quanto mi riguarda gli elementi più intimi dei personaggi sono sempre quelli che mi interessano di più. E c’è un aneddoto relativo a una scena e al rapporto con Miles e suo figlio Peter: la scena in cui sta tramontando il sole e loro sono all’aeroporto e Miles descrive il suo punto di vista, la sua filosofia in merito alle corse e a tutto quel mondo. Ecco, quel dialogo è stato diciamo tratto da un’intervista radiofonica di Ken Miles che noi abbiamo poi inserito nella sceneggiatura. In quel dialogo è spiegato bene quello che Miles concepiva come una sorta di “matrimonio” che deve instaurarsi tra il pilota e la macchina da corsa, in maniera da capire nei minimi dettagli e nelle sfumature fin dove una macchina può spingersi o meno, guidando con la consapevolezza di quei limiti. 

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R. Girone: Oggi per un attore è anche un po’ più facile reperire informazioni perché grazie a internet si possono trovare tante cose. Io per esempio ho visto le interviste di Enzo Biagi a Ferrari, i video degli amici e dei collaboratori che parlano di lui. Documentarsi oggi come attore è senz’altro più a portata di mano e ti permette di accedere a tanti dettagli ed elementi che magari prima era davvero difficile avere. 

D: Quanto conta il lavoro estetico e di fotografia in questo film?

J. Mangold: Io e il mio direttore della fotografia Phedon Papamichael abbiamo un rapporto davvero stretto. Ci conosciamo da tanto tempo e la cosa che più ci unisce è il fatto che quando siamo su un set entrambi cerchiamo l’interiorità dei personaggi, la loro vita intima e più profonda. Io vedo il mio lavoro in maniera molto semplice e questo da un lato mi aiuta anche a realizzare film più complessi.  D’altronde, secondo me l’effetto più speciale che si può ottenere in un film è quello di riuscire a fotografare il volto umano e carpirne i pensieri, i sentimenti, percepirne le emozioni. Il mio obiettivo ultimo è quello di fare film che poi la gente ricorda. E infatti i film che io amo di più non sono quelli più costosi o spettacolari ma quelli che riescono a farmi sentire qualcosa, suscitarmi qualche emozione. E in fondo la cosa che accomuna me e Phedon è il fatto che siamo sulla stesa linea d’onda, entrambi cerchiamo nell’immagine quel pensiero umano capace di catturare e restituire l’emozione in un film.  

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Cinema

Maleficent 2: Signora del Male, Angelina Jolie e Michelle Pfeiffer a Roma (conferenza stampa)

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Maleficent 2 (In uscita il 17 ottobre prossimo). Un mondo di fiaba tra creature magiche, principesse e regine. Ma anche un mondo fatto di donne dolci, forti e volitive, pronte a lottare per il proprio posto nel mondo. Pre-apertura della sezione  – dedicata ai ragazzi – Alice nella città della Festa del Cinema di Roma edizione 2019, è stato presentato alla stampa Maleficent 2: Signora del Male. Presenti alla Conferenza stampa le due bellissime attrici coprotagoniste Angelina Jolie (nei panni dark di Malefica) e Michelle Pfeiffer (nei panni della regina Ingrith).

Nel film ci sono dei personaggi complessi, stratificati. Cosa è stato, davvero, ad appassionarvi di questa storia?

Jolie: La cosa interessante di questo film è la rappresentazione della forza nelle sue varie forme. Ci sono donne forti, ma anche uomini forti, ed è stato interessante vedere l’interrelazione esistente tra tutti questi elementi.

M. Pfeiffer: Credo che Angie abbia detto bene. Nel film noi siamo  – Aurora (interpretata da Elle Fanning), Malefica, e Ingrith – tutte donne  molto forti anche se in maniera estremamente diversa, e credo che di fatto sia questa la parte più interessante del film.

Nel film si parla di maternità, vissuta diversamente dalle due protagoniste. Cosa ne pensate e cosa pensate in generale del concetto di famiglia?

Jolie: Il personaggio di Malefica diventa madre in un modo del tutto particolare, e probabilmente lei stessa pensava che non sarebbe mai diventata madre, ovvero un po’ quello che è successo anche a me. Da giovane pensavo che non sarei mai stata abbastanza “brava” da poter essere una madre, anche se mia madre diceva che proprio il fatto di dubitare mi avrebbe reso una brava madre. Eppure, in fondo Malefica crede di essere la persona giusta per Aurora e si impegna molto nel suo ruolo, impara a suo modo a essere madre. E in quella sorta di lotta con sé stessa lei diventa più sicura del suo ruolo, e in qualche modo è proprio la maternità a salvarla, a darle equilibrio, dal momento che di suo Malefica non è proprio un personaggio così stabile o equilibrato.

Sono sicura che la famiglia non sia solo quella rappresentata dai legami di sangue, e credo di essere stata molto fortunata ad avere la famiglia che ho sempre voluto, con tanti figli, e da ognuno di loro ho imparato qualcosa. Per questo motivo, per il fatto di condividere l’esperienza di una maternità “diversa”, il personaggio di Malefica mi sta molto a cuore, tocca delle corde legate a un’esperienza che in fondo ci accomuna.

M. Pfeiffer: Spesso si sente fare dalle persone domande come: è il tuo vero figlio? Sei la sua vera madre? – E penso che queste domande siano davvero fuori luogo, e che fondamentalmente le persone le facciano per superficialità, ignoranza. Io ho cercato di interpretare il mio ruolo di madre nella maniera più naturale, e innocente possibile.

Di solito un attore/un’attrice si cimenta con personaggi tratti dalla realtà. In questo caso invece siamo in una dimensione prettamente di favola. Quali sono le difficoltà nell’interpretare ruoli come questi?

Jolie: A essere onesti è davvero divertente. Senz’altro voi penserete che vestirmi da grande uccello nero con le ali non sia stata proprio la mia felicità, ma in realtà è stato molto divertente. Interpretare un ruolo così ti dà una libertà estrema che non hai con altri ruoli. Hai le ali, le corna e di fatto sei mentalmente proiettato in un mondo parallelo. A volte come attore devi interpretare ruoli davvero seri e devi cercare di ricreare fedelmente un personaggio, ma in film come questi noi attori giochiamo anche molto e invitiamo il pubblico a giocare con noi. 

M.Pfeiffer: Di base l’approccio è esattamente lo stesso a quello di un personaggio reale, ovvero si cerca di rintracciarne l’umanità. Ovviamente si tratta un po’ di una sfida quando devi interpretare una fata con le ali, ma penso che allo stesso tempo sia più divertente perché puoi sottrarti a molte regole. Nel film io interpreto un’umana quindi non c’è stato tutto il divertimento che si sperimenta a interpretare un essere magico, però sono anche piuttosto maligna e cattiva e quindi per me il divertimento  e la sfida sono stati tutti nel rendere il mio personaggio multi cromatico, con varie sfaccettature. Il fatto di essere cattiva, di spaventare le persone e di rappresentare una minaccia per Malefica sono stati tutti elementi di estremo divertimento. 

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Angelina Jolie e Michelle Pfeiffer a Roma

M. Pfeiffer, come si fa a invecchiare con tanta grazia?

M. Pfeiffer: Beh ainvecchiare con grazia non so in realtà come si faccia. Si cerca di fare del proprio meglio considerando che c’è molta pressione in particolare sulle donne e sul loro processo d’invecchiamento. Credo che ognuna di noi faccia del proprio meglio e credo sia davvero la risposta più saggia che io possa darti. 

Nel film c’è un invito all’inclusione e alla diversità. Quanto è importante oggi questo tipo di messaggio?

Jolie: Si tratta di un messaggio estremamente importante perché oggigiorno i ragazzi delle nuove generazioni sono sempre più interconnessi tra loro. Eppure, nonostante siamo così connessi e vicini, assistiamo a una crescente ondata di odio, indipendenza, divisioni, tanto è vero che anche la politica riesce a ottenere appoggio cavalcando queste visioni. Si tratta di un processo destabilizzante e dettato perlopiù dall’ignoranza, però è anche vero che questo tipo di idee non potranno mai vincere perché il mondo è in realtà un posto bello e pieno di diversità, multiculturalità. E tutti noi in fondo sappiamo che possiamo solo restare uniti e accettare le diversità se vogliamo un mondo migliore per i nostri figli. 

Nel film ci sono dolo due scene in cui siete entrambe sullo schermo. Vi sarebbe piaciuto fare qualche scena in più insieme?

Jolie:  Sì assolutamente, mi sarebbe piaciuto perché ci siamo divertite davvero tanto insieme. Però è anche vero che è stato divertente sapere che stavamo andando una incontro all’altra. Magari però nel prossimo film…

Le protagoniste sono tre donne.  Secondo voi è vero che negli ultimi anni le donne al cinema stanno conquistando maggiori ruoli da protagoniste?

Jolie: No, in realtà non credo. Anche sei anni fa eravamo due donne. Il fatto è che in questo film anche il cattivo, ovvero l’antagonista, è una donna. Credo che in questo film però sia importante anche vedere il rapporto che le donne hanno con gli uomini, e quanto apprendono da loro, quanto si affidino all’idea di costruire dei legami, una famiglia.

D’altro canto è pur vero che c’è in atto una discussione sulle donne e su come dovrebbero essere, magari più forti, o combattive. Per esempio, per il film abbiamo discusso molto sul ruolo di Aurora. Ci siamo domandati se infine avesse dovuto prendere la spada e combattere, ma poi abbiamo creduto che fosse giusto lasciare che Aurora restasse dolce e mite, perché la forza di Aurora è proprio nella sua dolcezza. E infine abbiamo pensato come sia sempre giusto lasciare a ogni donna il proprio ruolo, lasciare che segua la propria indole, lasciare che resti così com’è.   

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Cinema

X-Men: Dark Phoenix, intervista a Michael Fassbender e Nicholas Hoult

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X-Men: Dark Phoenix (puoi leggere qui la nostra recensione) l’ultimo capitolo della saga dedicata ai celebri mutanti che hanno popolato i fumetti Marvel, arriva al cinema il 6 giugno distribuito da 20thCentury Fox. Scritto e diretto da Simon Kinberg, il nuovo episodio è interpretato da Sophie Turner, James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, Nicholas Hoult, Tye Sheridan, Alexandra Shipp e Jessica Chastain. In occasione dell’uscita nelle sale cinematografiche italiane a partire da domani, potete scoprire di più su alcuni dei personaggi principali del film sui mutanti.

Nella prima intervista l’attore Michael Fassbender parlerà del suo ruolo nei panni di Magneto.

Questo atteso episodio è la storia di uno dei personaggi più amati della saga degli X-Men, Jean Grey, che si evolve nell’iconica Dark Phoenix. Nel corso di una pericolosa missione nello spazio, Jean viene colpita da una potente forza cosmica che la trasforma in uno dei più potenti mutanti di tutti i tempi. Lottando con questo potere sempre più instabile e con i suoi demoni personali, Jean perde il controllo e strappa qualsiasi legame con la famiglia degli X-Men, minacciando di distruggere il pianeta.

La seconda intervista riguarda l’attore Nicholas Hoult nel ruolo della Bestia.

Il film è il più intenso ed emozionante della saga, mai realizzato prima. È il culmine di vent’anni di film dedicati agli X-Men, la famiglia di mutanti che abbiamo amato e conosciuto deve affrontare il nemico più devastante: uno di loro. Ed infine la terza intervista vede come protagonista proprio Jean Grey, la Dark Phoenix, interpretata da Sophie Turner, reduce dal successo de Il Trono di Spade.

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