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Cinema

Il Professore e il pazzo, la recensione del film

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Oxford, anno 1857. Al professor James Murray (Mel Gibson), privo di laurea ma autodidatta e con una conoscenza delle lingue e in particolare della lingua inglese senza pari, viene assegnato il compito improbo di realizzare un lavoro monumentale: ovvero la compilazione della prima edizione dell’Oxford English Dictionary. Un lavoro di rara ed estrema complessità che il professore affronterà con assoluta diligenza e passione, come fosse l’obiettivo ultimo di una vita intera. Ma, in breve tempo, la sfida si rivelerà ben più ardua del previsto. Insieme a un team di studiosi ma anche di comuni lettori riuniti dall’amore per la lingua inglese, Murray porterà ostinatamente avanti il suo progetto. Eppure, nonostante gli sforzi compiuti, a un certo punto il lavoro sembrerà sperimentare una sorta di stallo in cui sarà poi determinante anche l’aiuto “a distanza” del Dr. W. C. Minor (Sean Penn), medico accusato di omicidio (una colpa reale ma involontaria, originata dalle paranoie e allucinazioni dell’uomo) e rinchiuso da tempo in un ospedale psichiatrico, ovvero il terribile manicomio di Broadmoor, in cui si eseguivano sperimentazioni psichiatriche sui ‘degenti’.

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Mel Gibson e Sean Penn nel film “Il Professore e il Pazzo”

Film biografico e ambizioso che nasce dalla volontà di ripercorrere un momento fondamentale per la lingua inglese (ovvero la realizzazione del primo e rinomatissimo dizionario oxfordiano), Il professore e il pazzo (The professor and the Madman) poggia tutto il suo peso sul valore della storia e su un cast di grandi nomi in cui spiccano – per l’appunto – Mel Gibson e Sean Penn nel ruolo di co-protagonisti. Un confronto che tutto sommato diventa cuore e anima del film, perché vede il faccia a faccia tra un autodidatta assai volitivo e lucido e un uomo di studi (medico e chirurgo) parzialmente oscurato dalla malattia psichiatrica. Un confronto particolare e interessante che infine troverà nella passione per la lingua, e in tutte le sue sfumature, un terreno fertile di dibattito e unione. Eppure, al netto di un progetto interessante e di una storia con un suo indubbio potenziale, il film diretto da P.B. Shemran mostra quasi subito le sue molte debolezze, dettate forse in particolar modo dalla non capacità della scrittura di rendere fluida e affascinante una storia con così tanti risvolti, valori e sottotesti.

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Una scena del film “Il Professore e il Pazzo”

Una scrittura che resta invece e suo malgrado sempre troppo monocorde e priva del mordente necessario a rendere l’opera di Shemran realmente appassionante. L’importanza dell’elemento linguistico così come il confronto tra questi due uomini diversi ma accomunati dal loro ideale ‘espressivo’ non vengono, infatti, mai di fatto sviscerati a sufficienza. Ne risulta un’opera che appare per certi versi troppo artificiosa, e che manca di approfondire i numerosi spunti di riflessione che la vicenda – reale – comunque solleva, in primis il discorso chiave sulla magia delle parole che prendono vita nella lettura, liberandoci dai nostri stati di oppressione reali e mentali.

Il Professore e il pazzo, la recensione del film
2.5 Punteggio
Pro
Soggetto Costumi Cast
Contro
Durata Sceneggiatura Approfondimento
Riepilogo Recensione
Adattando per il grande schermo il best-seller di Simon Winchester, Il professore e il pazzo di P.B. Shemran è un’opera che trova nella rilevanza della storia e del cast i suoi punti di maggiore forza. Eppure, l’opera di Shemran, giocata tutta attorno alla straordinaria storia della compilazione della prima edizione dell’Oxford English Dictionary e nel resoconto di collaborazione e amicizia tra due uomini diversi uniti dalla passione per le parole, risulta in generale priva del mordente capace di rendere giustizia a una vicenda così emblematica.
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

In me la passione per il cinema non è stata fulminea, ma è cresciuta nel tempo, diventando però da un certo punto in poi una compagna di viaggio a dir poco irrinunciabile. Harry ti presento Sally e Quattro matrimoni e un funerale sono da sempre i miei due capisaldi in fatto di cinema (lato commedia), anche se poi – crescendo e “maturando” – mi sono avvicinata sempre di più e con più convinzione al cinema d’autore cosiddetto di “nicchia”, tanto che oggi scalpito letteralmente nell’attesa di vedere ai Festival (toglietemi tutto ma non il mio Cannes) un nuovo film francese, russo, rumeno, iraniano, turco… Lo so, non sono proprio gusti adatti ad ogni palato, ma con il tempo (diciamo pure vecchiaia) si impara anche ad amare il fatto di poter essere una voce fuori dal coro...

Cinema

Doctor Sleep, l’atteso teaser trailer italiano del sequel di Shining

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Warner Bros. è lieta di presentarvi il teaser trailer ufficiale in italiano del film Doctor Sleep è il seguito della storia di Danny Torrance, a 40 anni dalla sua terrificante permanenza all’Overlook Hotel in ShiningPer vedere il trailer di Doctor Sleep cliccate nel player qui sopra. Doctor Sleep è diretto dal regista Mike Flanagan e vede la presenza di Ewan McGregor, Rebecca Ferguson e Kyliegh Curran.

Curiosità: L’hotel di Shining diventa un museo horror aperto tutto l’anno

La sinossi: Ancora irrimediabilmente segnato dal trauma che ha vissuto da bambino all’Overlook, Dan Torrance ha combattuto per trovare una parvenza di pace. Ma questa tregua va in frantumi quando incontra Abra, un’adolescente coraggiosa con un potente dono extrasensoriale, noto come la “luccicanza”. Riconoscendo istintivamente che Dan condivide il suo potere, Abra lo contatta, invocando disperatamente il suo aiuto contro la spietata Rose the Hat e i suoi seguaci, i membri del ‘True Knot’, che si nutrono della Luccicanza degli innocenti alla ricerca della loro immortalità. Formando un’improbabile alleanza, Dan e Abra si impegnano in una brutale lotta tra la vita e la morte contro Rose the Hat. L’innocenza di Abra e l’intrepida consapevolezza della sua Luccicanza costringono Dan a invocare i suoi stessi poteri come mai prima d’ora – affrontando immediatamente le sue paure e risvegliando i suoi fantasmi del passato.

Doctor Sleep sarà nei cinema italiani a partire da ottobre 2019.

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Cinema

5 biopic musicali da rivedere dopo il successo di Rocketman e Bohemian Rhapsody

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I biopic musicali sono ufficialmente diventati la nuova tendenza di Hollywood. Complice il successo planetario di Bohemian Rhapsody e di Rocketman, le biografie di tantissime pop e rock star stanno allettando i maggiori studios americani. Nei prossimi mesi, infatti, sono in arrivo numerosi film dedicati alla carriera (o a stralci di essa) di grandi musicisti o cantanti: Baz Luhrmann affronterà Elvis e nel frattempo anche David Bowie (dopo Velvet Goldmine) subirà il trattamento cinematografico con Stardust, film sulla nascita del concept album The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars e dell’alter ego più celebre del glam rock (Ziggy Stardust). Ma già in passato questo genere cinematografico ha stuzzicato l’interesse di parecchi registi. Ecco cinque biopic musicali da recuperare. O, nel caso, da rivedere.

Io non sono qui – Todd Haynes

Per il suo atipico biopic su Bob Dylan, Todd Haynes sceglie uno stile di regia differente per ogni direttrice della carriera del poliedrico menestrello (e ovviamente anche interpreti differenti). Si passa dalla prospettiva delirante che richiama Otto e Mezzo (che viene citato anche esplicitamente nella scena di Cate Blanchett sospesa in aria appesa ad una corda) a quella più sfacciatamente melò che ricorda gli esordi del regista con Lontano dal Paradiso, passando per momenti più intimi ed introspettivi che ricordano Truffaut (la psicologa de I 400 Colpi). Ogni momento della carriera di Dylan sembra essere un film a sé, girato da troupe differenti e con idee diverse di cinema e fotografia. Invece sono frutto di una sola, instancabile, immaginazione: quella di Todd Haynes (di cui vale la pena recuperare anche Velvet Goldmine su David Bowie, citato in apertura).

Leggi anche: 5 curiosità su Cate Blanchett

Jersey Boys – Clint Eastwood

Il classicismo elegante e minimalista di Clint Eastwood messo al servizio di un film che narra della corsa al successo del jazzista Valli e del suo gruppo come se fosse la scalata al potere di gangster e dei suoi scagnozzi. In Jersey Boys emerge chiaramente una componente del cinema di Eastwood spesso taciuta: la sua vitalità. Una vitalità che emerge anche nei momenti più crepuscolari, che risuona in piccoli balli e in velocissimi brindisi. Come nel suo più recente Attacco al Treno, anche i protagonisti di Jersey Boys sono dei predestinati. E come in Flags of our fathers, anche i musicisti del biopic firmato Eastwood sono costretti a ripetere incessantemente uno stesso gesto. Un gesto che non si svilisce nella reiterazione, ma mantiene inalterata la propria purezza.

Summer – Kirill Serebrennikov

I punk rivoluzionari e sovversivi di Kirill Serebrennikov, costretti a suonare clandestinamente per sfuggire alla censura dell’Unione Sovietica, non fanno mai nulla di davvero eclatante o pericoloso. Lontani dalle esagerazioni dei loro idoli occidentali (Lou Reed, Iggy Pop, David Bowie) eppure ugualmente coraggiosi nei loro concerti “silenziati”, nelle loro esibizioni fatte con il freno a mano per evitare che qualcuno si accorga di loro. Summer è il racconto più o meno biografico dell’esordio di un artista (Viktor Coj) grazie ad un amico che lo ha valorizzato, spinto e aiutato (Mike Naumenko). Ma la vera intuizione del film sta nelle sue continue fughe dalla realtà, nelle sue digressioni oniriche: momenti che sarebbero normalissimi in un qualsiasi altro film musicale, ma che nella Leningrado di Serebrennikov possono esistere solo in forma di fantasie irrealizzabili.

Last Days – Gus Van Sant

Gus Van Sant mette in scena Kurt Cobain (e i suoi ultimi giorni di vita) attraverso l’alter ego Blake interpretato da Michael Pitt (è sul suo corpo che il film comincia e si chiude). Ma Last Days è anche il capitolo conclusivo di una ideale trilogia sulla morte di Van Sant, cominciata con Gerry, che narrava il viaggio senza punti di riferimento di due giovani perduti nel deserto, e proseguita poi con Elephant, che esponeva in tutta la sua tragedia il gesto feroce di due studenti stragisti alla Columbine High School. Quindi come già in Gerry ed Elephant, anche in Last Days lo spazio filmico è unico: la casa, dopo il deserto e la scuola. È un film “disabitato”, in cui le immagini sembrano sempre vuote ed impossibilitate a comunicare qualcosa. Un film che come pochi altri trasmette con efficacia la frustrazione data dalla mancanza di qualcosa o di qualcuno.

A Proposito di Davis – Joel ed Ethan Coen

Pur non essendo propriamente un biopic musicale (il film si ispira solo parzialmente alla vita del cantante folk Dave Van Ronk, attivo a New York negli anni sessanta), A Proposito di Davis è, come il precedente A serious man, l’ennesima odissea coeniana di un pover’uomo (un cantante folk nella New York degli anni ’60, per l’appunto) sopraffatto dagli eventi. Una storia priva di qualsivoglia intreccio ma colma comunque di eventi clamorosi (eppure messi in scena con un tranquillità disarmante). A Proposito di Davis è il manifesto del cinema dei fratelli Coen, quello che meglio sintetizza la loro filosofia secondo cui non si può fuggire dall’indeterminabilità del vivere e dalla mancanza di senso che “conduce” le nostre esistenze. A Proposito di Davis parla di tutto questo attraverso un complesso, quanto invisibile, lavoro sulle immagini (come sempre avviene con i Coen) e attraverso la musica, che risuona attraverso il mezzo filmico di emozioni sempre più contrastanti grazie soprattutto alla voce di Oscar Isaac.

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Cinema

#AnneFrank. Vite parallele, la voce di Helen Mirren racconta

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helen mirren in anne frank. vite parallele 2 @martinolombezzi4261

Sarà Helen Mirren, Premio Oscar® come migliore attrice per The Queen, la guida d’eccezione del documentario #AnneFrank. Vite parallele, scritto e diretto da Sabina Fedeli e Anna Migotto, con la colonna sonora di Lele Marchitelli, prodotto da 3D Produzioni e Nexo Digital in collaborazione con l’Anne Frank Fonds di Basilea, Sky Arte il Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa, in uscita nei cinema italiani solo l’11, 12 e 13 novembre (elenco sale a breve su nexodigital.it).

Questa è una storia che non dobbiamo mai dimenticare. Stiamo iniziando a perdere la generazione dei testimoni di quanto è successo in Europa in quei terribili giorni. Per questo è più importante che mai mantenere viva la memoria guardando al futuro. Con le guerre in Siria, Libia, Iraq, con l’immigrazione che sta interessando tutta l’Europa, è così facile puntare il dito su popoli, culture, persone diverse e dire “Sono la causa dei nostri problemi” – racconta Mirren – Per questo ritengo che il diario di Anne Frank rappresenti un incredibile insegnamento, uno strumento capace di offrire una reale comprensione delle esperienze umane del passato sino al nostro presente e quindi nel nostro futuro. Lo trovo fondamentale ed è per questo che ho voluto prendere parte al progetto”.

Anne Frank, nata a Francoforte il 12 giugno 1929, quest’anno avrebbe compiuto 90 anni. Il docu-film a lei dedicato la racconta attraverso le pagine del suo diario: un testo straordinario che ha fatto conoscere a milioni di lettori in tutto il mondo la tragedia del nazismo, ma anche l’intelligenza brillante e il linguaggio moderno di una ragazzina che voleva diventare scrittrice. La storia di Anne si intreccia con quella di 5 sopravvissute all’Olocausto, bambine e adolescenti come lei, con la stessa voglia di vivere e lo stesso coraggio: Arianna Szörenyi, Sarah Lichtsztejn-Montard, Helga Weiss e le sorelle Andra e Tatiana Bucci.

Come sarebbe stata la vita di Anne Frank se avesse potuto vivere dopo Auschwitz e Bergen Belsen? Cosa ne sarebbe stato dei suoi desideri, delle speranze di cui scriveva nei suoi diari?  Cosa ci avrebbe raccontato della persecuzione, dei campi di concentramento? Come avrebbe interpretato la realtà attuale, il rinascente antisemitismo, i nuovi razzismi? Certo è che, ancora oggi, Anne resta un punto di riferimento, uno specchio attraverso cui i ragazzi imparano a guardare il mondo e a farsi delle domande.  Anne scriveva di sé, di ciò che accadeva nell’Europa in fiamme, del Nazismo. E per confidare le sue paure e le sue riflessioni inventa un’amica immaginaria: Kitty.

Helen Mirren accompagna gli spettatori nella storia di Anne attraverso le parole del diario. Il set è la camera del rifugio segreto di Amsterdam in cui la ragazzina resta nascosta per oltre due anni. È stata ricostruita nei minimi dettagli dagli scenografi del Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa fondato da Giorgio Strehler. Una straordinaria e dettagliata ricostruzione ambientale che ci riporterà al 1942. Nella stanza ci sono gli oggetti della sua vita, le fotografie con cui aveva tappezzato le pareti, i quaderni su cui scriveva.

Una giovane attrice, interpretata da Martina Gatti, ha invece il ruolo di guidarci nei luoghi di Anne e delle superstiti della Shoah. È lei a viaggiare per l’Europa alla scoperta delle tappe della breve vita di Anne.  È una giovane di oggi che vuole conoscere la storia dell’adolescente ebrea diventata simbolo della più grande tragedia del ‘900 e ci parla soprattutto attraverso i social. Sono le foto e i post il suo linguaggio. Attraverso questi, la Gatti racconta e interpreta quello che scopre, quello che vede, dal campo di concentramento di Bergen-Belsen in Germania (dove Anne e sua sorella Margot muoiono) al Memoriale della Shoah di Parigi, fino alla visita nel rifugio segreto nella capitale olandese. Martina rappresenta una delle migliaia di teenager che si sentono vicine ad Anne, una delle tante amiche immaginarie, delle tante Kitty che ovunque nel mondo sognano di avere un posto speciale nel cuore della Frank.

helen mirren in anne frank. vite parallele@martinolombezzi4262

Martina scrive una sorta di diario digitale capace di parlare ai suoi coetanei: un modo immediato per mettere in relazione le tragedie passate con il presente, di capire quale sia oggi l’antidoto contro ogni forma di razzismo, discriminazione e antisemitismo. È la sua curiosità, la sua voglia di non restare indifferente, a farci riscoprire l’assoluta contemporaneità delle parole di Anne Frank, ma anche la potenza delle voci di chi ancora può ricordare. Quelle di Arianna, Sarah, Helga, Andra e Tatiana, le storie parallele. Come Anne Frank hanno subito, da giovanissime, la persecuzione e la deportazione. A loro è stata negata l’infanzia, hanno perduto nei lager madri, padri fratelli, amici, amori. I racconti delle sopravvissute alla Shoah danno voce al silenzio del diario di Anne, che si interrompe improvvisamente con l’arresto di tutti gli ospiti del rifugio segreto di Amsterdam il 4 agosto 1944. Donne che si raccontano, a volte interrotte dall’emozione. Come quando Arianna, deportata a 11 anni, rievoca i suoi incontri con la madre attraverso il filo spinato di Auschwitz. Ma nel loro narrare c’è anche forza, sfida, ironia. Un esempio è la descrizione del gioco “surreale” che Sarah organizzava in campo con le altre ragazzine: una gara fra pulci. Non si vinceva niente ma aiutava a vivere.

Nel documentario, tra le altre, le voci del rabbino Michael Berenbaum, storico e docente di studi giudaici in diverse università americane, dello storico della Shoah Marcello Pezzetti, direttore del nascente Museo della Shoah di Roma, dell’etnopsicologa francese Nathalie Zajde, delle testimoni Doris Grozdanovicova e Fanny Auchbaum, della violinista di fama internazionale Francesca Dego, di Yves Kugelmann giornalista e membro dell’Anne Frank Fonds, Basel, di Ronald Leopold – direttore dell’Anne Frank House, del direttore del magazine online Jewpopo Alain Granat, del fotografo Simon Daval.

La colonna sonora del docu-film è di Lele Marchitelli, che ha firmato le musiche dei film di importanti registi come Giuseppe Piccioni, Renato De Maria, Cinzia TH Torrini, Riccardo Milani, Carlo Verdone, Paolo Sorrentino. Tra i suoi lavori, anche la colonna sonora de La Grande Bellezza. In occasione dell’uscita del docu-film, nasce anche il profilo Instagram @CaraAnneFrank: come Kitty contemporanee, tutti noi possiamo parlare ad Anne e alle altre testimoni raccontando loro i nostri pensieri e le nostre emozioni sul tema della memoria. È questo l’invito rivolto a studenti e lettori in occasione dell’uscita in sala di #AnneFrank. Vite parallele, che si prefigge di mettere nuovamente in luce l’assoluta contemporaneità del messaggio e delle testimonianze di Anne, Arianna, Sarah, Helga, Andra e Tatiana come strumento per decifrare il mondo attuale e come antidoto contro ogni forma di razzismo.

È stato inoltre ideato un progetto specifico che prevede la programmazione di speciali matinée al cinema dedicate alle scuole (per prenotazioni: Maria Chiara Buongiorno, progetto.scuole@nexodigital.it, tel 02 805 1633).

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