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Festival di Cannes

James Franco, foto dal set di As I Lay Dying

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La EW ha rilasciato la prima immagine ufficiale di As I Lay Dying, film con cui James Franco gareggerà al Festival di Cannes 2013 nella sezione Un Certain Regard. Scritto, diretto e interpretato da lui, la pellicola è tratta dall’omonimo romanzo del 1930 Mentre Morivo di William Faulkner e racconta la storia della famiglia Bundren, poveri contadini della fittizia contea di Yoknapatawpha nel Mississipi, che si ritrovano a percorrere un lungo viaggio verso Jefferson ricco di simboli archetipici e allegorie bibliche per seppellire la madre Abbie. In questo durissimo e terribile viaggio vengono svelati i passati e i rancori dei singoli componenti dei Bundren: la madre Addie, il marito Anse e i cinque figli (Cash, Darl, Jewel, Dewey Dell e Vardaman).

James Franco, che interpreta il narratore Darl Bundren, recita al fianco di Jim Parrack (True Blood), suo fratello Cash, insieme a Tim Blake Nelson (Anse), Danny McBride (Vernon), Ahna O’Reilly (Dewey), Logan Marshall-Green (Jewel) ed Elisabeth Grant (Addie). Franco racconta in un’intervista di aver letto per la prima volta il romanzo quando era ancora un ragazzo: “As I Lay Dying mi è stato regalato da mio padre e ricordo di aver passato un intero fine settimana a leggerlo anche a tarda notte senza fermarmi rimanendo a casa sia venedrì che sabato mentre tutti i miei amici erano fuori a divertirsi. Senza dubbio è un libro difficile ma ho cercato di capire ogni singola frase. Questo romanzo mi è rimasto nel cuore.”

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Fonte: EW.comBest Movie.it

Fervida comunicatrice e irrimediabile giramondo, scopre le sue prime scene dai palcoscenici teatrali alle sale di cinema, passando a passi spediti tra la triennale DASS, il master Silvio D'Amico e la magistrale CORIS. Critica da anni per lavoro e passione e accanito studio e dedizione, le storie dagli schermi sono per lei come un inseparabile strato di burro al suo pane.

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Cinema

Cannes 2019 – Mektoub, My Love: Intermezzo – Destino, amore e sesso secondo Kechiche

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In Mektoub, My Love: canto uno avevamo conosciuto il bellissimo Amin, i suoi sogni di sceneggiatore e fotografo, l’intrigante Ophélie, e tutta la comitiva di amici e parenti radunata a Sète, attorno al mare bellissimo della costa mediterranea, e di una dimensione giovane, caliente, disinibita e affamata di esperienze. In questo “Intermezzo” ritroviamo quella stessa spiaggia e quello stesso mare, gli stessi amici, ma la comitiva si amplia e la giovanissima e studiosa parigina Marie (solo 18 anni) viene inglobata nel gruppo e poi trascinata alla lunga nottata in discoteca dove, di nuovo, sarà un tripudio di promiscuità di corpi, l’esibizione tronfia di una gioventù esuberante, l’intrecciarsi labirintico di situazioni, emozioni, relazioni reali o potenziali, sessualità disinibite che forse nascondono e non sono altro che le tante insicurezze di un’età in cui si è ancora alla disperata ricerca di sé stessi.

Amin, palesatosi in questo Intermezzo solo a serata inoltrata, resta ancora una volta spettatore algido e quasi passivo, lo sguardo giovane e ficcante di un’artista forse alla continua e necessaria ricerca d’ispirazione. Kechiche, il fato, l’amore e la sessualità Abdellatif Kechiche torna al suo Mektoub – liberamente ispirato a ‘La Blessure, la vraie‘ di François Bégaudea – e a quel fato predestinato che forse regola a monte il percorso di ogni vita, e dunque anche gli sviluppi amorosi. In questo Intermezzo, sorta di limbo tra il primo capitolo e quello che sarà poi l’epilogo, Kechiche costruisce quasi quattro ore in cui i contenuti sono ancora più esili di quelli del primo film, e dove a governare la scena per quasi la totale durata dell’opera sono i corpi nudi o seminudi dei protagonisti.

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Seguendo quello stile oramai consolidato di un realismo scenico che sfrutta il tempo reale per immergere lo spettatore nell’estemporaneo del film, trascinarlo di fatto alla mattinata in spiaggia alla serata in discoteca e perfino nella sessualità verace di alcune scene, in quella lunga scena di sesso orale senza filtri, il regista tunisino (quasi sempre al centro di polemiche legate alla dimensione fortemente sessuale e disinibita dei suoi film), qui centra tutto il film tra atmosfera “discotecara” e sesso, muovendo corpi nella musica e nel fluire continuo di parole, contatti fisici, sguardi incrociati, e realizzando un film meno equilibrato del primo ma che mantiene comunque un suo senso se visto nel ruolo di traghettatore tra prologo ed epilogo.

Con una lunga scena in spiaggia, una lunghissima serata in discoteca e una discretamente lunga e molto esplicita scena di sesso orale (già origine di diverse polemiche) questo Intermezzo, immersione totale in un vivere giovanile raccontato senza filtri, manifesta comunque la stessa dirompente capacità di Kechiche di far aderire il tempo reale a quello filmico, e di far fluire naturalmente il film con un’estetica trascinante governata da un’osservazione a tratti quasi morosa di movimenti pelvici e lati b ripresi da ogni angolazione e proiezione. Di sicuro un’opera che divide e che determina (come sempre) reazioni forti: una totale complicità con la dimensione filmica oppure il rifiuto netto nei confronti di uno stile così esuberante e sessualmente esplicito.

Cannes 2019 – Mektoub, My Love: Intermezzo – Destino, amore e sesso secondo Kechiche
3 Punteggio
Riepilogo Recensione
Il regista Abdellatif Kechiche porta in concorso a Cannes 2019 Mektoub, My Love: Intermezzo, il secondo capitolo di una trilogia incentrata sul destino e sulle sue incontrollabili traiettorie. Nuovamente immerso in una totalità di corpi, contatto fisico, sessualità e sesso, questo secondo capitolo risulta meno equilibrato del primo pur mantenendo intatti lo stile e l’estrosità di una regia che trasforma il tempo filmico in tempo reale.
Regia
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Cinema

Il Traditore, la longa manus della mafia in un film che brilla per lucidità narrativa e cast

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Sicilia, primi anni ’80. Mentre a Palermo sono tutti impegnati a festeggiare Santa Rosalia e in cielo impazzano i fuochi d’artificio, tra le mura di una fastosa villa vecchi e nuovi clan mafiosi brindano a una pace solo apparente, e che mai realmente ci sarà, tra famiglie rivali. Qualche tempo dopo, mentre Tommaso Buscetta finirà a nascondersi da latitante nella caliente vita brasiliana con la terza moglie Cristina e i figli più giovani, a Palermo la lotta per la supremazia criminale continuerà a impazzare a suon di morti e relativi funerali da celebrare. E quando poi a fare le spese di vendette e resoconti trasversali di “Cosa Nostra” saranno i due figli maggiori e il fratello dello stesso Buscetta, l’uomo tornerà a essere di nuovo al centro della scena.

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Arrestato ed estradato in Italia, a quel punto Buscetta sarà sottoposto a una serie di “pressioni” che lo porteranno a fare una scelta, e a infilare la via del collaboratore di giustizia, a diventare dunque “Il traditore”. Una scelta che poi aprirà a cascata il varco a tanti altri che come lui sceglieranno di collaborare. In particolare, però, il contributo di Buscetta con l’allora giudice Giovanni Falcone (poi brutalmente giustiziato nella famosa strage di Capaci) porterà all’arresto di ben 366 mafiosi, dando il via a una vera e propria e capillare attività di ricostruzione dell’organizzazione e struttura mafiosa. Per Buscetta sarà però anche l’inizio di una nuova vita, di un nuovo ruolo, dove la fedeltà allo Stato significherà il voltare le spalle alla vecchia famiglia mafiosa, mettendosi contro tutti i vecchi “amici” di un tempo. Storie di mafia, e di uomini italiani. Marco Bellocchio porta in Concorso a Cannes 2019 (e contemporaneamente sul grande schermo) Il traditore, storia del primo grande pentito di mafia Tommaso Buscetta (uno straordinario Pierfrancesco Favino), cogliendo nella biografia dell’uomo stralci di vita mafiosa ma anche e soprattutto mettendo a fuoco la verità dell’uomo, con tutte le implicazioni del caso.

Bellocchio cuce addosso a un Favino in odor di premi un personaggio altamente interessante e sfaccettato, attraversato da tante anime ma, poi, fondamentalmente e umanamente solo come tutti. Rimasto più volte solo e lontano dalla famiglia, solo a testimoniare contro i suoi ex amici, e infine solo anche su una terrazza californiana con un fucile a fianco a scrutare l’infinito, Il traditore sviscera la storia di uomo dalla doppia anima: l’uomo goliardico che canta al karaoke Historia de un amor, ma anche quello trucido capace di giustiziare a sangue freddo un amico inerme. Con un film dallo stile energico e moderno, Marco Bellocchio affronta dunque un altro pezzo/cruccio di storia italiana ma soprattutto sviscera il simbolismo intrinseco del valore della scelta, nella doppia valenza del bivio e della presa di coscienza. Come ad esempio la scelta comunque forte, al netto del tornaconto personale, di collaborare affrancandosi da un sistema corrotto per consegnarsi a una nuova vita di continua fuga, sempre e comunque in incognito.

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Con una narrazione che alterna il volto più intimo della storia a quello pubblico e processuale (con ricostruzioni incisive soprattutto nella puntualità dei dialoghi), e che mostra da un lato il mafioso senza scrupoli e dall’altro l’uomo a tratti fragile, lacerato e auto-colpevolizzato dalla perdita dei figli, Il traditore parte dalla fotografia di gruppo di una grande famiglia per poi andare a stringere sulla singolarità delle tante esistenze che la compongono, mettendo poi a fuoco il multiforme personaggio di Buscetta all’interno della sua rete di relazioni più strette e intime, e portando avanti sempre di pari passo dinamiche umane e processuali. Oltre due ore di film che scivolano via veloci sull’onda di uno specifico quadro storico politico e sociale italiano (Cosa Nostra, gli arresti, i processi, Capaci), ma che poi rilancia la riflessione su un quadro più generale e universale che s’interroga sulla valenza dei rapporti e degli affetti, delle interconnessioni politiche e sociali legate al potere, dei compromessi che si è disposti ad accettare pur di avere qualcosa in cambio, nella consapevolezza di trovarsi spesso stretti in una drammatica morsa esistenziale in cui si può aver fatta salva la vita o la dignità, ma non entrambe.

Il Traditore, la longa manus della mafia in un film che brilla per lucidità narrativa e cast
4 Punteggio
Riepilogo Recensione
In concorso a Cannes 2019, Marco Bellocchio presenta Il traditore, che ripercorre e analizza la vita del super pentito di mafia Tommaso Buscetta. Un ottimo film, dallo stile moderno e accattivante, che brilla per il taglio analitico scelto e anche per l’intensa interpretazione del sempre ottimo Pierfrancesco Favino.
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Cast
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Cinema

Cannes 2019 – Matthias & Maxime, l’emozionalità dirompente di Xavier Dolan

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matthias & Maxime

Matthias (Gabriel D’Almeida Feitas) e Maxime (Xavier Dolan) si conoscono da sempre. Sono stati amici d’infanzia e ancora condividono gran parte della loro vita, degli amici, dei loro gesti quotidiani. Una banale scommessa e un’amica comune con un film da realizzare saranno poi il motivo che porterà a un fatidico bacio tra loro. All’apparenza una messa in scena, un momento di finzione, che sarà però fattore scatenante di molte altre cose. E proprio in nome e nel tempo di quel film dal profetico titolo “Limbo”, per i due amici si aprirà una nuova fase di vita, una voragine di dubbio e incertezza, paure e tensioni. Perché da quel momento la natura del loro rapporto sarà destinata a cambiare, dovrà confrontarsi con l’orco del non detto, di ciò che si prova ma non si può e non si vuole confessare nemmeno a sé stessi. Infilato dunque di forza il limbo del cambiamento, Matthias e Maxime dovranno poi andare anche verso la strada della consapevolezza. La fetta di strada più ardua e difficile. Ma il tempo stringe e le paure aumentano. Perché Maxime sta per partire e il tempo per chiarirsi e comprendersi potrebbe non tornare mai più. 

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Xavier Dolan in Matthias & Maxime

Xavier Dolan, genio ribelle ed enfant terrible (varcata da pochissimo la soglia dei trenta), torna al suo cinema di pura emozione catalizzata in energia che si libera attraverso le immagini, la musica, e le parole. Fluido e veloce, Matthias & Maxime è una pedalata liberatoria, una discesa libera all’interno di un sentimento e di una passione da tempo implosi e che scalpitano per rompere i loro argini ed esondare, travolgere tutto. Quell’enorme conflitto interiore che sembra placarsi solo nelle bracciate frenetiche in acque placide, che trova conforto in quella catarsi fisica e che cerca, specularmente, anche una liberazione mentale ed emotiva che però è sempre molto più lenta, complessa. In due ore di film Dolan catalizza l’emozione e la passionalità come solo lui sa fare, fotografando gli attimi di vita che scivolano via tra sequenze urlate e pause silenti, tra risate e lacrime, nel disagio di quei tanti vuoti e di quegli isterismi che, insieme e all’unisono, parlano il linguaggio dell’emozione esasperata e incontrollata.

Attraverso un uso iperbolico dell’immagine e del sonoro, raccogliendo briciole di vita e ritagli estemporanei del quotidiano, partendo da uno sguardo dolente che segue un cartellone pubblicitario di “famiglia felice” e subito dopo un mozzicone di sigaretta lasciato rotolare sull’asfalto, Dolan (s)muove tutta la tensione di un’amicizia irrimediabilmente mutata in passione, ma che fatica a rivelarsi, accettare e ratificare la sua nuova identità. Controparte contemporanea e al maschile del film della Sciamma, quest’ultima opera del giovane e talentuosissimo regista canadese fa scoppiare il temporale del sentimento e della passione muovendo insieme ordinario ed extraordinario, passando nella distanza di qualche finestra da un gruppo di amici che corre a tirar via dalla pioggia i panni stesi e altri due amici immobilizzati e rapiti dentro il loro personale diluvio emotivo. Accostamenti, ellissi ed elusioni che aprono e chiudono, veloci, i sipari della vita.

Matthias & Maxime

Di nuovo capace di toccare vette altissime dell’emozione, e di realizzare un film che scava dritto nel profondo dei nostri dolori più forti e del nostro non detto più lancinante, ma che ha di contro ha anche un grande ritmo e una straordinaria tenuta narrativa sempre in bilico tra tensione ed evasione, lacrime e risate, Dolan qui compie un nuovo slalom gigante tra le pieghe più insidiose dell’emozione, affrontando il tema di una sessualità implosa e negata, e che poi – una volta risvegliata – fagocita tutto, sbaragliando ogni idea e illusione precedentemente e penosamente costruiti. Un film che brilla per la capacità di trasportare ogni evento esterno in una percezione intima e personale, di filtrare ogni cosa attraverso gli occhi e i cuori dei due bravissimi protagonisti: lo stesso Dolan che scrive, dirige e veste con pienezza emotiva i panni di Maxime e Gabriel D’Almeida Feitas nel ruolo di Matthias. Un saliscendi emozionale che in alternanza rallenta o impenna il livello emotivo dell’opera, anche grazie all’uso come sempre eccentrico del sonoro e della musica, che a volte sovrasta e mette fuori campo le voci mentre altre volte va in dissolvenza per restituire, invece, l’enorme valore dei silenzi. 

Cannes 2019 – Matthias & Maxime, l’emozionalità dirompente di Xavier Dolan
4 Punteggio
Riepilogo Recensione
Cresciuto a “pane e Croisette” (a soli 19 anni era già nella sezione Quinzaine des Réalisateurs con la sua opera prima J'ai tué ma mère), e largamente osannato in terra francese, con Matthias & Maxime Xavier Dolan realizza un’altra perla cinematografica dall’emozionalità pura e sincera, che entra di diritto (come gran parte degli altri suoi film) nel panorama del cinema contemporaneo e giovane più efficace e toccante, un cinema che mette la qualità di uno stile eccentrico e funzionale al servizio di una sensibilità spiccata, di un’emotività enorme e senza dubbio molto fuori dal comune.  
Regia
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