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Jane Fonda e Robert Redford a piedi nudi al Lido: “Tra noi una connessione perfetta”

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La terza giornata della 74° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia ha accolto due icone di Hollywood, Robert Redford e Jane Fonda, che hanno ostentato una simpatica complicità durante la conferenza stampa del film Our Souls at Night, che sarà a breve disponibile su Netflix.

Diretto da Ritesh Batra, questo film racconta la storia di Addie Moore, una vedova di una certa età che riceve una visita inaspettata dal suo vicino Louis Waters. Entrambi sono soli da dieci anni e, pur abitando a pochi metri uno dall’altro, non si erano mai frequentati sul serio. I loro figli vivono lontani da casa e le loro case sono enormi. Così un giorno lei decide che è arrivato il momento di conoscersi meglio e di sfruttare al meglio il tempo che le è rimasto.

Dopo A Piedi nudi nel Parco, La Caccia e Il Cavaliere Elettrico, le due star del grande schermo, la cui carriera è sempre stata in continua ascesa, sono tornati a lavorare insieme. Ecco cosa ci hanno raccontato di questa esperienza e del loro legame speciale.

A piedi nudi nel Parco

Perché ha voluto realizzare questo film di cui è anche produttore?

Robert Redford: Ho avuto l’idea di un’industria cinematografica che andasse verso i giovani e che ci fossero pochi film per un pubblico più adulto. Secondo me le storie d’amore avranno sempre una vita e poi volevo fare un altro film con Jane prima di morire. Questo è un film che può riflettere la nostra vera età.

Entrambi siete attivisti per l’ambiente e vi impegnate in tal senso. Cosa pensate di questo momento storico? C’è una speranza per l’America?

Robert Redford: Non voglio parlare di politica quindi non posso rispondere, semplicemente perché porterei l’arte nella politica e non voglio farlo. Però posso pensare che c’è speranza per il futuro. Dobbiamo preoccuparci per le generazioni future e dobbiamo fare quello che possiamo per conservare tutto quello che resta del nostro pianeta.

Jane Fonda: Dobbiamo salvare il pianeta e per questo ci vogliono molti cambiamenti, soprattutto nel nostro paese, per evitare il disastro climatico.

Come è stato innamorarsi di nuovo dopo il celebre A Piedi nudi nel parco?

Jane Fonda: Avevo paura all’inizio di fare questo film. Ma poi ho pensato che il Sundance ha cambiato il cinema americano in un modo profondo e ammiro Robert non solo come attore e regista, ma anche per questa sua iniziativa. Quindi ho pensato di voler passare del tempo con lui e vedere cosa fosse diventato, ed innamorarmi di nuovo di lui. Il film ha al centro la speranza, non è mai troppo tardi per fare un salto di fede e raggiungere quello che si vuole.

Our Souls at Night

Come mai ha affidato questo film ad un regista così giovane?

Robert Redford: Ha molto a che fare con il Sundance e quello che significa: se uno ha successo deve fare delle scelte, ovvero portarlo avanti e basta o utilizzarlo per dare opportunità ad altri e questo mi fa sentire meglio. Quindi posso prendere registi indipendenti e dare loro una voce.

La vostra prima opinione uno dell’altro ai tempi di A Piedi nudi nel parco?

Jane Fonda: All’epoca ero io che non riuscivo a non toccarlo, dovevo mettergli le mani ovunque, mentre in questo film anche se molto diverso, la dinamica presenta analogie. Lei prende l’iniziativa e lo incoraggia ad agire. Mi sono molto divertita, questo film ha coronato il nostro lavoro. Lui bacia benissimo.

Robert Redford: Il primo film di Jane era The Change ma il nostro film ci ha uniti per la prima volta in senso artistico. Per me le cose con lei sono sempre andate perfettamente, senza prepararci o discutere a lungo. Il nostro rapporto non aveva bisogno di spiegazioni, tuto andava al suo posto. C’è amore, connessione, contatto e lavoro.

L’amore romantico invecchiando cambia?

Robert Redford: No, non cambia ma aumenta.

Jane Fonda: Migliora perché non abbiamo nulla da perdere e siamo più coraggiosi. La mia pelle magari non è più soda come un tempo ma si conosce il proprio corpo meglio e non si ha paura di chiedere di cosa si ha bisogno. Il sesso non c’è in questo film, ma è meraviglioso desiderare ancora una vita sessuale. Queste due persone si amano molto anche se poi dovranno separarsi.

Il vostro amore è stato sempre solo sul set? 

Robert Redford: Ci sono state cose dette e non dette.

Jane Fonda: Confesso di aver avuto una serie di fantasie su Robert ai tempi del nostro primo film insieme. Forse non te lo avevo mai detto ma per questo volevo stare con lui. Molte cose non ho detto sulla preparazione di quel film.

Una riflessione sulla vecchiaia…

Robert Redford: Quando si è giovane non pensi che puoi invecchiare, cogli tutte le opportunità senza pensarci. Improvvisamente ti rendi conto che devi stare attento quando ti muovi e per me questa cosa è difficile da gestire. Devi rinunciare ad alcune cose quando invecchi, una restrizione e limitazione anche creativa che è triste in una certa misura.

 

Il cinema e la scrittura sono le compagne di viaggio di cui non posso fare a meno. Quando sono in sala, si spengono le luci e il proiettore inizia a girare, sono nella mia dimensione :)! Discepola dell' indimenticabile Nora Ephron, tra i miei registi preferiti posso menzionare Steven Spielberg, Tim Burton, Ferzan Ozpetek, Quentin Tarantino, Hitchcock e Robert Zemeckis. Oltre il cinema, l'altra mia droga? Le serie tv, lo ammetto!

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Cinema

TFF 37: un nuovo spazio tematico nella sezione TFFdoc

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torino film

Il 37° Torino Film Festival (22-30 novembre) annuncia un nuovo spazio tematico nella sezione TFFdoc dal titolo “L’unica cosa che ho è la bellezza del mondo”, composto da quattro documentari e dalla conversazione con lo scrittore e filosofo Franco “Bifo” Berardi.

Si tratta di un’ulteriore riflessione rispetto a quanto affrontato lo scorso anno nel focus TFFdoc/apocalisse: in questo periodo connotato dall’attesa della catastrofe e angosciato dall’ urgenza di evitarla, TFFdoc ha deciso di concedersi il tempo di fermarsi a contemplare ciò che abbiamo intorno, di godere del piacere dello stare nel mondo.

“L’esaurimento non concerne solo le risorse fisiche ma anche l’energia nervosa della popolazione il cui cervello tende all’ esplosione psicotica” (Franco “Bifo” Berardi, L’esaurimento, Nero Magazine, 2019); noi riteniamo che la bellezza, sottraendoci alla logica dell’accumulo, ci possa salvare.

Incontro con Franco “Bifo” Berardi 

Franco “Bifo” Berardi, l’autore di Dopo il futuro. Dal futurismo al cyberpunk (2013), Il secondo avvento. Astrazione apocalisse comunismo (2018), e Futurabilità (2019), terrà un incontro abbinato alla proiezione del documentario di Christian LabhartPassion – Beetwen Revolt and Resignation, con l’obiettivo di guidare lo spettatore e aiutarlo a orientarsi nella follia del mondo contemporaneo, travolto dal global warming, dal consumo eccessivo di merci, dalle continue guerre “locali” e dalle migrazioni senza sosta, che provocano le diseguaglianze globali.

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Comme si, comm ça diretto da Marie-Claude Treilhou

Nel suo studio pieno di libri Michel Deguy, uno dei più grandi poeti viventi, continua senza tregua a lanciare sfide, a inventare un pensiero critico, a plasmare e trasformare il linguaggio. Adottando la stessa compostezza formale del poeta, il documentario si pone un obiettivo ambizioso: a partire da una conversazione frontale immergersi nel profondo della scrittura poetica, nel vivo del suo pensiero “ecopoeticologico”.

Time and Tide diretto da Marleen Van Der Werf

La quiete della natura. Il piacere dello stare nel mondo. La macchina da presa segue i movimenti del vento che accarezza un paesaggio che diviene emotivo.

Últimas Ondas diretto da Emmanuel Piton

Da qualche parte nel nord della Spagna. Un viaggio psicologico e geografico in quei luoghi che sono tornati selvaggi, un’elegia degli esseri che li hanno segnati con il loro passaggio. Un film di fantasmi che raccontano storie di un tempo che non c’è più.

L’ultimu sognu diretto da Lisa Reboulleau

Nel cuore della foresta corsa, nel centro dell’isola, una donna vaga di notte. Le sue partite di caccia sono oniriche e negli occhi delle bestie che uccide le viene rivelato il futuro funesto degli abitanti del suo villaggio. Lei è una mazzera.

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Cinema

RomaFF14: Judy, una toccante Renée Zellweger è Judy Garland nel biopic di Rupert Goold

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judy recensione

A soli tredici anni Frances Ethel Gumm, poi in arte Judy Garland, viene messa sotto contratto dalla MGM e lanciata verso quella che dovrebbe essere una brillante carriera costellata di successi. E i successi arriveranno, in primis quel Mago di Oz che la condurrà attraverso il sentiero dorato e poi sotto i riflettori del successo, ma arriveranno di pari passo anche i tanti fallimenti e momenti bui, a connotare un’esistenza che finirà di brillare precocemente a soli 47 anni.

judy film

Rupert Goold, regista inglese specializzato in teatro, adatta per il grande schermo il dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, e cuce addosso a un’ottima Renée Zellweger i panni “striminziti” di una stella del cinema hollywoodiano “nata in un baule, nelle quinte di un teatrino di provincia”, e schiacciata dalle regole e dai paradossi del suo stesso successo. Raccontando l’ultima tournee della diva nel night club londinese Talk of the Town, Goold tratteggia la stella, il talento, la voce luminosa, ma anche tutte le ansie, le dipendenze, le depressioni sperimentate a ciclo continuo dall’attrice statunitense. Nel mondo patinato dello spettacolo e sotto le luci di proscenio, Judy racconta i risvolti tragici della storia di una bambina cresciuta troppo in fretta, svezzata a regole ferree e pillole (per spezzare la fame, dormire, tranquillizzarsi – dipendenze poi mai del tutto abbandonate) divenuta una giovane diva osannata ma letteralmente sbranata dai propri demoni interiori e dalla sofferenza. Una sofferenza a cui nemmeno l’amore viscerale per i figli o per l’ultimo marito Micky Deans riuscirà a strapparla. 

Curiosità: Tutti i volti di Londra al cinema

Renée Zellweger si cala a pieno regime, con trasporto e partecipazione espressiva ed emotiva nella bravura così come nei tic e nel male di vivere della celebre interprete di Dorothy, e ne porta alla luce tutti i tratti salienti di quella profonda insicurezza e senso di smarrimento che ne sanciranno poi l’uscita di scena e la precoce scomparsa. Sempre più dipendente da alcol e pillole, meno affidabile e assicurabile, e dunque spendibile per il mercato del crudele e impietoso showbiz, la minuta Judy pagherà a proprie spese il conto di quel mondo luccicante che non ammette fragilità, tentennamenti, diversità, e che è pronto a darti il benservito tra uno spettacolo e l’altro.

Renee Zellweger Judy

Renee Zellweger in Judy

Goold dal canto suo dirige con sensibilità e trasporto, sfruttando l’alternanza di tempi storici che tra ’39 e ’69 sanciscono inizio e fine di questa vita drammatica, il dettaglio (la vita privata) e la panoramica (la vita pubblica) di un’eroina bella e fragile, avvolta dalle spire del successo e rimasta molto probabilmente impigliata in quella ricerca del sogno e di quel luogo magico, oltre l’arcobaleno, dove i sogni riescono in qualche modo anche a diventare realtà (senza che la realtà torni poi a spezzarli) “Somewhere over the rainbow Way up high And the dreams that you dream of Once in a lullaby”. 

Lo sapevi che: Il Mago di Oz diventa un film horror

Nell’adattamento per il grande schermo del dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, Rupert Goold dirige un’ottima Renée Zellweger in Judy, che racconta l’ultima tournee di Judy Garland attraverso luci e ombre di un talento precocemente spezzato dalla malia controversa del successo. Un biopic onesto che ripercorre il sentiero di un’esistenza tragica senza insistere nel pietismo o nel sentimentalismo, ma cercando piuttosto di disegnare il complesso ritratto di bambina, e poi donna, nascosti dietro al volto inquieto della diva.

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Cinema

RomaFF14: Honey Boy, l’infanzia traumatica di Shia LaBeouf

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honey boy recensione

Otis (interpretato dai bravi Noah Jupe nella versione bambina e Lucas Hedges in quella adulta) è un dodicenne prodigio, un talento indiscusso sui set, ma anche un Honey Boy (dolce bambino) come lo chiama il padre alcolista e tossicodipendente (interpretato da Shia LaBeouf) che gli fa da accompagno e “manager”. Padre e figlio vivono in un comprensorio popolare circondati da prostitute e gente che, proprio come loro, vive alla giornata e si ritrova sempre nello stesso cortile.

honey boy

Honey Boy

Divenuto adulto e alle prese con un’avviata carriera da stuntman ma una vita sempre più scombinata, Otis ripercorrerà mentalmente l’infanzia turbata e disturbante vissuta accanto a quel padre problematico e incapace di fare il genitore, e proiettata tutta nel sogno di sfondare mettendo a frutto il suo talento per riscattare quella vita ai margini e anche in qualche modo l’esistenza di quel padre sgregolato e “bambinesco” ma in fondo buono. Cresciuto troppo in fretta e costretto nel paradosso a fare da genitore al proprio padre (sostenendolo anche economicamente con il suo lavoro sul set) Otis è bambino di grande sensibilità e talento che incanalerà nella sua vita adulta tutte le intemperie e le fratture di quell’infanzia, caratterizzata dalla mancanza di punti di riferimento adulti e affidabili, e dalla mancanza di una famiglia unita e di amorevole supporto. 

Storia di formazione autobiografica scritta dallo stesso attore Shia LaBeouf durante un periodo di in clinica per disintossicarsi dall’alcol, Honey Boy è una dura storia di precoci talenti e infanzie spezzate che trova in Shia LaBeouf (estremamente in parte nei panni del padre) e nel piccolo Otis (sguardo a un tempo dolce e sveglio)  il giusto confronto emotivo per parlare in maniera toccante ma non retorica, coinvolgente ma non ricattatoria di famiglie disfunzionali e rapporti padre-figlio burrascosi. Una tematica già ampiamente affrontata nel cinema (più o meno indipendente) ma che nell’occhio dell’esordiente regista israelo-americana Alma Har’el (già autrice di video musicali e documentari) lo sguardo giusto e il giusto equilibrio tra partecipazione e oggettività per indagare il cuore di quelle mancanze che creano dipendenze, e di quei circoli esistenziali viziosi che più si originano precocemente e più sono – in assoluto – difficili da spezzare.

honey boy lucas hedges

Lucas Hedges nel film Honey Boy

Alma Har’el realizza un’opera intima e a suo modo toccante che parla di metabolizzazione del dolore, di imparare a lasciar andare il rancore, e di quel “seme che deve distruggersi per diventare fiore”. Un film piccolo ma onesto che ha tutte gli elementi del film indipendente di qualità e che poggia gran parte del suo carattere emotivo sull’interpretazione funzionale di Shia LaBeouf e del piccolo Noah Jupe.

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