Connettiti a NewsCinema!

Festa del Cinema di Roma

Kevin Costner al Festival di Roma: “Il razzismo è ancora un grande problema in America”

Pubblicato

:

black-and-white2

Abbiamo incontrato in occasione della nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma il premio Oscar Kevin Costner. Protagonista di indimenticabili pellicole del calibro di Gli Intoccabili, Balla coi lupi, Robin Hood, JFK, Guardia del corpo e Le parole che non ti ho detto Kevin Costner è arrivato a Roma per presentare nella sezione Alice nella Città del Festival il film Black and White. Scritto e diretto da Mike Binder il film racconta la storia dell’avvocato Elliot Anderson (Kevin Costner) che rimasto vedovo dopo l’improvvisa morte della moglie si trova a dover affrontare le mille difficoltà che derivano dal crescere una nipote birazziale. Potete trovare qui sotto le dichiarazioni del premio Oscar Kevin Costner durante la presentazione stampa di Black and White:

Black-and-White-Movie-Still-618x400

Perché hai deciso di produrre Black and White e quale può essere la soluzione migliore per affrontare il razzismo?

Il soggetto di questo film è sicuramente delicato, la bellezza del mondo sta proprio in tutte le differenze che lo compongono; alcune delle esperienze più belle della mia vita le ho vissute con persone che non parlavano neanche la mia lingua. Il razzismo è uno dei problemi più grandi in America e non credo di essere intelligente al punto da avere una risposta; quello che posso fare però è interpretare film che parlino di questi temi. Questo può essere sicuramente un modo per affrontare il razzismo.

Nella sua carriera ha interpretato film d’azione e film romantici. Che tipo di personaggi preferisce e che approccio segue?

L’approccio è sempre differente, non ho mai voluto costruire la mia carriera su un solo ruolo. Quando lavoro voglio sentirmi libero di fare grandi film ma anche opere più piccole. Ad esempio se c’è un film che voglio fare ma che gli studios dicono di no voglio avere la libertà di farlo lo stesso. Molto spesso abbiamo solo una chance di fare quello che vogliamo e dobbiamo coglierla.

Si è ispirato ai suoi nonni per interpretare il protagonista di Black and White?

No, ho sviluppato il mio personaggio studiando a fondo la sceneggiatura. E’ un uomo che beve troppo e che ha perso molte persone importanti nella sua vita. Ora non vuole perdere a tutti i costi la nipotina. Quando sai per cosa ti batti sai anche quello che devi fare.

Che tipo di artista e padre è?

Nella vita abbiamo l’opportunità di essere tante cose. Io sono un attore e un cantante ma a prescindere dal ruolo che abbiamo queste realtà possono cambiare, interrompersi. Mentre l’essere padre è una realtà che non cessa mai. Lavoro tanto ma passo anche molto tempo a casa, porto i miei figli a scuola e tranquillizzo la mia bimba di quattro anni quando fa i capricci. Il mondo mi vede come attore e musicista ma non vede la parte più bella della mia vita, la mia famiglia. Ovviamente sono consapevole degli enormi benefici del mio successo come i fantastici trattamenti che ricevo sempre ovunque vada. Provengo da una famiglia che non aveva molti soldi e che non faceva parte di questo business. Quindi tutto quello che ricevo dalla vita lo apprezzo come un dono.

75

Che ricordo ha della Romania dove ha girato la serie tv Hatfields & McCoys?

Innanzitutto sono molto grato alla Romania perché ci ha permesso di realizzare questo telefilm. In secondo luogo capisci se un luogo è stato importante nella tua vita se hai voglia di tornarci. Ci sono persone con cui ceni una volta e poi non le vedi più e altre con cui non vedi l’ora di passare del tempo. Quello che posso dire è che rifarei un film in Romania. IL Golden Globe poi è stato un bellissimo riconoscimento a tutto l’impegno che metto sempre nel mio lavoro.

Quali sono le dinamiche di produzione dei film hollywoodiani?

I film a Hollywood hanno costi sempre più elevati, arrivano a 150 ma a volte anche a 200 milioni di dollari. Ci sarà sempre spazio per i film grandi ma deve esserci anche per i film più piccoli. Balla coi lupi ad esempio è costato solo 16 milioni di dollari ma ne ha incassati oltre 500. Gran parte dei miei grandi successi sono stati piccoli film. Mi auguro che il mondo veda Black and White perché porta un messaggio importante, un messaggio che mi ha aiutato molto e che penso possa aiutare tante altre persone.

Come ha vissuto il rapporto con la sua bellezza?

Se vediamo una donna non particolarmente bella sola ad un party pensiamo sia timida. Se vediamo una donna stupenda sola pensiamo sia snob. Eppure entrambe non hanno detto neanche una parola. Questo ci fa capire che ci lasciamo condizionare dalle nostre impressioni senza pensare che potremmo sbagliarci. Questo vale anche nella recitazione, se sei alto e bello devi per forza essere stupido. Ma le cose sono molto più complesse di così. Mia moglie mi ha attratto sicuramente per la sua bellezza ma mi sono innamorato di lei quando l’ho conosciuta come persona. Spesso confondiamo il razzismo con il non essere d’accordo con qualcuno. E dobbiamo sforzarci di cambiare questa realtà.

Quale è il personaggio che sente più vicino della sua carriera?

Ho intepretato tanti personaggi diversi nella mia carriera. Ma cerco di non guardare mai ai miei precedenti ruoli, piuttosto ai personaggi che voglio interpretare. Ad esempio quando ho letto lo script di Black and White ho capito subito che sarebbe stato un grande film e ho fatto di tutto per interpretare il mio personaggio nel modo migliore. Anche se il mio ruolo preferito resta sempre quello di padre e marito.

 

Classe 1988, nato con l'idea del cinema come momento magico, cresciuto con la prassi di vedere (almeno) un film a sera, abituato a digerire qualsiasi tipo di opera (commedia, splatter, dramma, horror) sin dai primissimi anni di età, propenso a scavare nei meandri più nascosti per trovare sconosciute opere horror da torcersi le budella... appassionato, commerciale, anti-commerciale, romantico, seriofilo, burtoniano...disponibile davanti e dietro le quinte e disposto per tutti voi ad intervistare le più grandi celebrità italiane e internazionali... questo è Carlo Andriani ovvero: IO.

Clicca per commentare

Lascia qui il tuo commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Cinema

RomaFF14: Bellissime, Elisa Amoruso indaga il complesso rapporto che si ha con la propria immagine

Pubblicato

:

Nonostante le vere protagoniste di Bellissime, il nuovo documentario di Elisa Amoruso, siano tre giovani sorelle che vogliono farsi strada nel mondo della moda, è chiaro come in realtà il film sia innamorato della loro madre, donna dal corpo granitico che sembra contenere in sé tutte le contraddizioni che l’indagine filmica vuole mettere in evidenza (e che sono elemento costituivo imprescindibile del rapporto che si ha con la propria immagine e con la propria bellezza, fin da piccolissimi). Così Bellissime, in realtà filmato e completato prima che iniziasse la lavorazione del documentario su Chiara Ferragni, sembra raccontare la stessa storia di Unposted, come se questi due film fossero in realtà episodi di una stessa serie televisiva. Addirittura la Amoruso sceglie gli stessi strumenti (i filmini di famiglia, ad esempio, qui utilizzati in maniera molto più intelligente ed efficace) e pone le stesse domande per raggiungere però un risultato completamente diverso. Ed è proprio attraverso il personaggio di Mamma Cristina che questo documentario raggiunge un obiettivo che invece quello sulla Ferragni sfiorava a malapena. 

Se le immagini sono impietose e ci mostrano una donna che lotta contro la propria età per mantenere un corpo attraente, del tutto corrispondente a quel modello di bellezza che viene richiesto per poter competere nei concorsi, ciò che ci viene raccontato su quella sfida contro se stessi ha invece un valore di segno completamente opposto (quindi positivo). Cristina non rinuncia alla sua passione per la pole dance, non si sottrae a nessuno dei photoshoot che le vengono proposti. Tutte cose a cui ha dovuto rinunciare per colpa (lo apprendiamo dalle sue parole) degli obblighi coniugali prima e genitoriali poi. La donna passa tutto il tempo a spiegare allo spettatore in che modo è riuscita a liberarsi dalla gabbia dello sguardo maschile, domandolo e stuzzicandolo. E in che maniera ha utilizzato la proprio avvenenza per imporre la propria femminilità e non per ridurla a strumento nelle mani degli uomini che le chiedevano di esibirla. Eppure tutto questo, che viene esposto così fieramente dalla madre e con un po’ più di timidezza dalle sue figlie, che in alcuni casi sembrano vittime delle sue stesse aspirazioni, viene costantemente messo in discussione da ciò che vediamo su schermo.

Tutto ciò che a parole sembra così giusto e liberatorio (e sicuramente in parte lo è davvero), si deve confrontare con ciò che poi effettivamente vediamo, che non sempre riesce a risultare così attraente come invece il racconto delle intervistate suggerirebbe. Elisa Amoruso non vuole affermare una propria certezza, bensì utilizza il mezzo a propria disposizione per mettere in scena una complessità che emerge proprio tra le contraddizioni delle protagoniste.

In una scelta di montaggio molto intelligente, il film alterna le immagini di un casting andato male, in cui una delle ragazze viene rimproverata di fingere le proprie emozioni e di piangere sotto sforzo, a quelle dell’intervista organizzata per il film a sua madre, che si commuove davanti alla telecamera ricordando la sua infanzia e i suoi genitori. Pare una cosa banale e invece in un semplice stacco di montaggio si nasconde la domanda che Bellissime pone ai suoi spettatori. Quanto di quello che ci viene raccontato corrisponde alla realtà e quanto invece fa parte di una narrazione che le intervistate si sono costruite per loro? E fin dove la “verità” imposta dalle immagini è più credibile rispetto a quella raccontata da Mamma Cristina?

Continua a leggere

Cinema

RomaFF14: Judy, una toccante Renée Zellweger è Judy Garland nel biopic di Rupert Goold

Pubblicato

:

judy recensione

A soli tredici anni Frances Ethel Gumm, poi in arte Judy Garland, viene messa sotto contratto dalla MGM e lanciata verso quella che dovrebbe essere una brillante carriera costellata di successi. E i successi arriveranno, in primis quel Mago di Oz che la condurrà attraverso il sentiero dorato e poi sotto i riflettori del successo, ma arriveranno di pari passo anche i tanti fallimenti e momenti bui, a connotare un’esistenza che finirà di brillare precocemente a soli 47 anni.

judy film

Rupert Goold, regista inglese specializzato in teatro, adatta per il grande schermo il dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, e cuce addosso a un’ottima Renée Zellweger i panni “striminziti” di una stella del cinema hollywoodiano “nata in un baule, nelle quinte di un teatrino di provincia”, e schiacciata dalle regole e dai paradossi del suo stesso successo. Raccontando l’ultima tournee della diva nel night club londinese Talk of the Town, Goold tratteggia la stella, il talento, la voce luminosa, ma anche tutte le ansie, le dipendenze, le depressioni sperimentate a ciclo continuo dall’attrice statunitense. Nel mondo patinato dello spettacolo e sotto le luci di proscenio, Judy racconta i risvolti tragici della storia di una bambina cresciuta troppo in fretta, svezzata a regole ferree e pillole (per spezzare la fame, dormire, tranquillizzarsi – dipendenze poi mai del tutto abbandonate) divenuta una giovane diva osannata ma letteralmente sbranata dai propri demoni interiori e dalla sofferenza. Una sofferenza a cui nemmeno l’amore viscerale per i figli o per l’ultimo marito Micky Deans riuscirà a strapparla. 

Curiosità: Tutti i volti di Londra al cinema

Renée Zellweger si cala a pieno regime, con trasporto e partecipazione espressiva ed emotiva nella bravura così come nei tic e nel male di vivere della celebre interprete di Dorothy, e ne porta alla luce tutti i tratti salienti di quella profonda insicurezza e senso di smarrimento che ne sanciranno poi l’uscita di scena e la precoce scomparsa. Sempre più dipendente da alcol e pillole, meno affidabile e assicurabile, e dunque spendibile per il mercato del crudele e impietoso showbiz, la minuta Judy pagherà a proprie spese il conto di quel mondo luccicante che non ammette fragilità, tentennamenti, diversità, e che è pronto a darti il benservito tra uno spettacolo e l’altro.

Renee Zellweger Judy

Renee Zellweger in Judy

Goold dal canto suo dirige con sensibilità e trasporto, sfruttando l’alternanza di tempi storici che tra ’39 e ’69 sanciscono inizio e fine di questa vita drammatica, il dettaglio (la vita privata) e la panoramica (la vita pubblica) di un’eroina bella e fragile, avvolta dalle spire del successo e rimasta molto probabilmente impigliata in quella ricerca del sogno e di quel luogo magico, oltre l’arcobaleno, dove i sogni riescono in qualche modo anche a diventare realtà (senza che la realtà torni poi a spezzarli) “Somewhere over the rainbow Way up high And the dreams that you dream of Once in a lullaby”. 

Lo sapevi che: Il Mago di Oz diventa un film horror

Nell’adattamento per il grande schermo del dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, Rupert Goold dirige un’ottima Renée Zellweger in Judy, che racconta l’ultima tournee di Judy Garland attraverso luci e ombre di un talento precocemente spezzato dalla malia controversa del successo. Un biopic onesto che ripercorre il sentiero di un’esistenza tragica senza insistere nel pietismo o nel sentimentalismo, ma cercando piuttosto di disegnare il complesso ritratto di bambina, e poi donna, nascosti dietro al volto inquieto della diva.

Continua a leggere

Cinema

RomaFF14: Honey Boy, l’infanzia traumatica di Shia LaBeouf

Pubblicato

:

honey boy recensione

Otis (interpretato dai bravi Noah Jupe nella versione bambina e Lucas Hedges in quella adulta) è un dodicenne prodigio, un talento indiscusso sui set, ma anche un Honey Boy (dolce bambino) come lo chiama il padre alcolista e tossicodipendente (interpretato da Shia LaBeouf) che gli fa da accompagno e “manager”. Padre e figlio vivono in un comprensorio popolare circondati da prostitute e gente che, proprio come loro, vive alla giornata e si ritrova sempre nello stesso cortile.

honey boy

Honey Boy

Divenuto adulto e alle prese con un’avviata carriera da stuntman ma una vita sempre più scombinata, Otis ripercorrerà mentalmente l’infanzia turbata e disturbante vissuta accanto a quel padre problematico e incapace di fare il genitore, e proiettata tutta nel sogno di sfondare mettendo a frutto il suo talento per riscattare quella vita ai margini e anche in qualche modo l’esistenza di quel padre sgregolato e “bambinesco” ma in fondo buono. Cresciuto troppo in fretta e costretto nel paradosso a fare da genitore al proprio padre (sostenendolo anche economicamente con il suo lavoro sul set) Otis è bambino di grande sensibilità e talento che incanalerà nella sua vita adulta tutte le intemperie e le fratture di quell’infanzia, caratterizzata dalla mancanza di punti di riferimento adulti e affidabili, e dalla mancanza di una famiglia unita e di amorevole supporto. 

Storia di formazione autobiografica scritta dallo stesso attore Shia LaBeouf durante un periodo di in clinica per disintossicarsi dall’alcol, Honey Boy è una dura storia di precoci talenti e infanzie spezzate che trova in Shia LaBeouf (estremamente in parte nei panni del padre) e nel piccolo Otis (sguardo a un tempo dolce e sveglio)  il giusto confronto emotivo per parlare in maniera toccante ma non retorica, coinvolgente ma non ricattatoria di famiglie disfunzionali e rapporti padre-figlio burrascosi. Una tematica già ampiamente affrontata nel cinema (più o meno indipendente) ma che nell’occhio dell’esordiente regista israelo-americana Alma Har’el (già autrice di video musicali e documentari) lo sguardo giusto e il giusto equilibrio tra partecipazione e oggettività per indagare il cuore di quelle mancanze che creano dipendenze, e di quei circoli esistenziali viziosi che più si originano precocemente e più sono – in assoluto – difficili da spezzare.

honey boy lucas hedges

Lucas Hedges nel film Honey Boy

Alma Har’el realizza un’opera intima e a suo modo toccante che parla di metabolizzazione del dolore, di imparare a lasciar andare il rancore, e di quel “seme che deve distruggersi per diventare fiore”. Un film piccolo ma onesto che ha tutte gli elementi del film indipendente di qualità e che poggia gran parte del suo carattere emotivo sull’interpretazione funzionale di Shia LaBeouf e del piccolo Noah Jupe.

Continua a leggere

Iscriviti al nostro canale!

Film in uscita

Novembre, 2019

Nessun Film

Film in uscita Mese Prossimo

Dicembre

Nessun Film

Pubblicità

Facebook

Recensioni

Nuvola dei Tag

Pubblicità

Popolari

X