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Nel 2022 avremo più show televisivi e film stranieri che diventeranno fenomeni globali?

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Non solo c’è una possibilità che questo accada: è praticamente una certezza. Quando Bong Joon-ho ha trionfato agli Oscar 2020 con il suo discusso “Parasite“, ha lanciato un chiaro messaggio alla cinematografia occidentale che suona oggi profetico – ovvero che aldilà dei sottotitoli alti due dita, esiste una ricchissima produzione di film e serie TV che stanno per sbarcare sui nostri schermi, poiché le barriere ormai stanno cadendo. Volenti o nolenti.

La Cina è vicina (e la Corea anche)

Era una frase che fa sorridere, ma anch’essa racchiude un fondo di verità. Arroccati nel nostro autocompiacimento culturale, non abbiamo notato il grande fermento culturale in atto in altri paesi per noi quasi mitici. Cina, Giappone, oggi la Corea, e domani l’India, stanno emergendo in modo preponderante nella produzione cinematografica e di intrattenimento, aiutate in questa espansione dall’apertura delle autostrade digitali mondiali.

Non più stretti dalle major, che distribuivano i loro stantii remake e franchise ancorate sulla figura di attori iconici, ci troviamo davanti a fenomeni di costume che hanno letteralmente fatto a pezzi il nostro modello di intrattenimento, con risultati brutali e dissacranti.

Squid Game, un fenomeno emblematico

Una serie come Squid Game è sicuramente un ottimo esempio di questa tracimazione culturale – con un effetto così esplosivo da diventare un fenomeno di costume. E se non ne avete mai sentito parlare (ma ne dubitiamo), si tratta di un ambiente distopico dove un gruppo di persone pesantemente indebitate compete per aggiudicarsi un premio in denaro in una serie di giochi dove chi perde muore.

Una serie con un significato di critica sociale devastante, che ha faticato a essere prodotta sin dalla sua ideazione, nel 2008, ma che grazie a Netflix, che ne ha acquisito i diritti, è diventata un fenomeno mondiale, bruciando ogni record. Nel 2021, Squid Game ha totalizzato 111 milioni di visualizzazioni in un mese sulla piattaforma. Un successo che non ha pari nella storia di Netflix, con un’impronta culturale pop che non avvinceva così il pubblico dai tempi di Game of Thrones.

E il risultato non è (e non sarà sicuramente) temporaneo, ma porterà la serie coreana ad assumere quel livello iconico che la porterà al di fuori dal suo ambito attuale per diventare una vera e propria franchise. Un esempio molto famoso è quello di Robocop, un personaggio che grazie al successo dei film  è riuscito a farsi strada nell’industria dei casinò online, con slot machine dedicate a tema offerte ai fan nei casinò online, in un universo davvero integrato che unisce diverse forme di intrattenimento.

È la fine del gatekeeping, bellezza

Il gatekeeping è quella specie di censura silenziosa che mantiene un ambiente separato dal mondo attraverso una discreta sorveglianza ai confini, un po’ come accadeva nelle città medievali con le loro porte sorvegliate da sentinelle. E finché i punti di accesso erano pochi e monitorati, il tutto funzionava. Ma con il cambio di paradigma portato da una comunicazione globale, non si sono solo aperte delle nuove porte: l’effetto è stato quello di demolire i muri.

E non basta che l’establishment culturale dell’intrattenimento occidentale abbia dato il suo placet a film e serie che provenivano da fuori, ma alle proprie condizioni: oggi, è stato superato da una struttura di fruizione di questi stessi contenuti che lo “salta” a pié pari, andando direttamente al pubblico in modo democratico.

Una serie come Squid Game, e altre come lei in futuro, non vinceranno gli equivalenti dei premi come l’Orso d’Oro di Berlino o la Palma d’Oro di Cannes, ma andranno direttamente là dove conta davvero – alla pancia della gente, senza mediazioni. E questo è un fenomeno inarrestabile, devastante, e alla fine, salvifico, che ci avvicina davvero al cuore di un mondo che non abbiamo mai conosciuto davvero.

L’intrattenimento di matrice USA sta passando di moda?

Questo è quello che un commentatore culturale come David Chen si chiede. Chen, americano di etnia cinese che vive a Seattle e che conduce podcast molto seguiti quali The Filmcast e Culturally Relevant, nota che una serie come Squid Game – intrisa di riferimenti ferocemente anticapitalisti e di un’alienazione culturale che si può ritrovare nel lavoro di visionari come Kubrick e della sua Arancia Meccanica – non avrebbe avuto nessuna possibilità di essere trasmessa in Occidente solo dieci anni fa, e si sarebbe potuta trovare esclusivamente in un circuito esclusivamente alternativo, mentre oggi è diventata un fenomeno di costume.

Eppure, ha letteralmente bucato lo schermo di un Occidente intiepidito e preda di sussulti nazionalisti. Dov’è il trucco? Forse sta nelle considerazioni di Ted Sarandos,

chief content officer di Netflix, che nel 2018 ha detto di essere elettrizzato dall’idea che il prossimo successo mondiale sarebbe arrivato da qualche altra parte del mondo e non da Hollywood – ed è oggi evidente che le sue non erano solo parole, ma una vera e propria dichiarazione d’intenti.

Quindi ci aspettiamo che nella cittadella assediata dell’intrattenimento dell’Ovest, costruita intorno alla roccaforte californiana e abitata dal suo entourage, avvenga un assedio di barbari provenienti da ogni dove. Che siano lì non per distruggerla, ma per impreziosirla, portando nuovi, strabilianti contributi mai visti prima, in uno scambio ideale che ci riporta idealmente ai tempi dei viaggi di Marco Polo. Ma questa volta, al contrario.

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Cinema

Venezia 79: ATHENA, quattro fratelli un unico destino

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Athena è stato presentato il 2 settembre in concorso alla 79ª edizione del Festival di Venezia. Si tratta di una produzione interamente francese e verrà distribuito su Netflix dal 23 settembre. Racchiuso in appena 97 min, è diretto e in parte sceneggiato e prodotto dal regista francese classe ‘81 Romain Gavras.

Athena, di cosa parla?

Siamo in Francia, un ragazzo viene ucciso durante uno scontro a fuoco con la polizia, questo giovane uomo ha 3 fratelli e uno di loro decide di iniziare una rivolta anarchica al fine di trovare risposte e ottenere i nomi degli agenti coinvolti. Da qui un massacro su più fronti che vedrà una famiglia pian piano disgregarsi, in una lotta tanto interiore quanto pubblica.

Athena, la recensione

Un destino, degli ideali chiari e tanta voglia di vendetta all’interno di un contesto turbolento. Tre fratelli tormentati ognuno dai propri demoni interiori, ma uniti da un amore familiare indelebile, si battono in una cieca lotta, tanto concettuale quanto fisica, affrontando le circostanze in modi completamente differenti e rischiando tutto e senza margine di manovra.

Ostinata ricerca della verità o di una qualche forma di giustizia, questa è la ramificazione che Athena insegue fin da subito verso un finale inaspettatamente rivelatore, che tinge un war-urban movie di un retrogusto thriller.

Morte, lacrime e disperazione disegnano un accurato disordine, un caos costruito sull’attuazione di una legge personale, un proprio credo fatto di violenza e rivoluzione. La pellicola è fin da subito un turbinio adrenalinico di sequenze, una guerra a colpi di piani sequenza totalmente immersivi ed interminabili, impreziositi da performance attoriali sbalorditive.

Ad incorniciare questa intrigante struttura possiamo ammirare una regia salda, che con fermezza articola musiche, colori, giochi di ombre, fumo e luci che scandiscono un ritmo incessante attraverso schieramenti di oscurità e chiarore. Inquadrature che inseguono personaggi come a volerli rendere totalmente focus della scena, mostrandoceli di spalle nel loro intento di compiere azioni decise.

Un impianto sonoro essenziale e rallenty funzionali, vengono poi inseriti nei momenti più adatti, tra occhi spietati e sguardi impauriti che descrivono sapientemente gli attriti di una famiglia, unita dal sangue ma separata nei principi.

Una madre come unica risorsa, un punto comune utile a calmare tre uomini travolti dagli eventi, che finisce per regalare parallelismi attuali efficaci in un film colmo di potenziali riflessioni socio-politiche, non trascurabili. Difficile cambiare il proprio destino, quando il futuro lo scrivi col sangue. Scelte sbagliate portano a conseguenze catastrofiche ed è esattamente lo stesso effetto domino che si chiede allo spettatore con questo Athena.

L’escalation empatica costante porterà ad un finale commovente, responsabile di una profonda e intensa ricerca di sviluppo concreto che arriva a insidiarsi nella mente di chi guarda, pur essendo lontano da quelle realtà.

Rabbia e sconvolgimenti emotivi in un contesto irrimediabile, delineano una porzione di vita che ci viene raccontata partendo da un forte trauma, in cui si tenta (non sempre riuscendoci), di tutelare i rapporti umani come quelli civili. La rivolta che colpisce Athena diviene a un certo punto ingestibile e colpevoli da un lato le melodie e dall’altro le scelte registiche, questa vera e propria fortezza inaccessibile ma sotto assedio, richiama assonanze dell’immaginario comune.

Il Signore degli anelli in primo luogo è di certo un elemento istintivamente riconducibile quando vediamo il preludio dello scontro armato, mentre in parallelo giunge chiara e lampante l’associazione visiva a Cesare de Il pianeta delle scimmie osservando Karim e le dinamiche da leader che gli gravitano attorno.

Sorprendente infine nella sua conclusione, che innalza ancor di più il contesto narrativo portando succulente riflessioni da maturare, questo nuovo lavoro di Gavras può senza dubbio essere additato come uno dei prodotti più interessanti provenienti dalla nuova edizione del Festival di Venezia.

Deciso, feroce, violento ma al tempo stesso estremamente delicato, sa parlarci di attualità in un modo insolito, inscenando una guerra su più fronti che procede però in un’unica direzione.

Colmo d’amore, protezione e spirito fraterno, ci suggerisce che a volte i pregiudizi e le apparenze non sono gli elementi a cui dar fede, ancor di più nel mondo odierno fatto di false speranze, nascoste dietro una corteccia di spudorato dissenso.

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Zlatan | Da Malmö alla Juventus, l’ascesa di Ibrahimovic nel biopic tratto dal libro

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Sono le difficoltà incontrate da Zlatan Ibrahimovic, più che le sue vittorie sul campo da calcio, ad essere esplorate nel film tratto dall’autobiografia best-seller del campione svedese di origine slava (Io, Ibra, in Italia edito da Rizzoli). La pellicola è stata presentata in anteprima mondiale alla 16esima Festa del Cinema di Roma.

Zlatan, diretto dallo svedese Jens Sjogren, titolo originale I am Zlatan ripreso dall’edizione internazionale del libro, è un racconto di formazione focalizzato principalmente sugli ostacoli incontrati lungo il cammino verso la gloria. Seguendo i primi passi della carriera dell’attuale asso del Milan, noto fuori dal campo per il carattere da duro e la forte autostima, il film ripercorre i suoi inizi da figlio di immigrati slavi nella periferia operaia di Malmö, fino al suo contratto con la Juventus, vero punto di svolta di una carriera che lo porterà a indossare le maglie anche di Inter, Barcellona, Milan, United e PSG.

Caduta e ascesa

Prima dell’ascesa c’è però una “caduta”. La pellicola inizia con Ibra già sotto contratto con il club olandese dell’Ajax. Il problema dell’attaccante è però nei numeri con pochi gol, che gli valgono l’etichetta di “immigrato pigro”. Il suo agente, Mino Raiola, lo convincerà a vendere la sua Porsche e a concentrarsi sui suoi allenamenti, perché all’orizzonte sembra esserci la vera prima grande chiamata, quella della Juventus

Viene difficile credere come il talento che giocava solo per sé, non passando mai la palla ai compagni e costringendo i suoi primi allenatori a tenerlo in panchina, oggi sia il leader indiscusso del suo Milan, anche se per adesso limitato al ruolo di “capo spogliatoio” secondo Tuttosport, visto l’infortunio che lo terrà fuori almeno fino agli inizi del 2023.

Alle origini di Ibra

Gli appassionati di calcio sanno per certo che Ibra, pur non potendo contribuire con gol e assist come un tempo, anche da bordocampo farà di tutto per trasmettere alla squadra la sua fame di vittorie per capovolgere l’inerzia di una gara, come testimoniato dalle telecamere fisse su di lui a San Siro. Il Milan che in queste prime giornate di Serie A è tra le quattro papabili per la vittoria, a giudicare dalle scommesse live su NetBet, subito dopo Juve e Inter, deve molto allo slancio motivazionale di Zlatan e solo continuando a guardare al film (o leggendo il libro) possiamo capire davvero come si forma il carattere impavido di Ibra. In particolare, attraverso il lungo flashback che parte dalle sue prime mosse sui campi da calcio a Malmö, si può comprendere tutta la forza interiore di questo campione. Poche persone credevano davvero in lui, ma Ibra non ha desistito e ha continua a salire di livello mostrando già doti fuori dal comune nella squadra della sua città.

Le guide che lo spronano

Nel frattempo sono due gli attori che si alternano nel ruolo per rendere realistica la crescita dello svedese, Bajraktari Andersson e Granit Rushiti. Con quest’ultimo torniamo alla quasi attualità e all’incontro con il potente direttore generale della Juve Luciano Moggi, poi, attraverso nuovi flashback veniamo di nuovo trasportati tra le periferie di Malmö, nelle case dei due genitori separati e al campo d’allenamento, tra gli echi della guerra dei Balcani e gli omaggi rimarcati a Muhammad Alì, fonte di ispirazione principale del dodici volte Guldbollen, o Pallone d’Oro svedese. Il focus si sposta sulla guida paterna: “Devi usare la critica come una forza trainante”, gli dice il padre Sefik per spronarlo a sfidare i suoi nemici, tirando sempre fuori il meglio di sé. Oggi forse Ibra non ha più bisogno di consigli e dal film capiamo meglio il perché.

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Il Signore degli anelli: Il ritorno del fantasy più amato di sempre

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Sono passati poco più di vent’anni da quando il primo film di questa epica trilogia fantasy è stato proiettato nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, trovando un posto nel cuore di tutti gli appassionati di mondi fantastici abitati da creature e razze di ogni tipo. 

Dopo un silenzio che dura da un bel po’ di anni, precisamente dal 2014, data in cui uscì l’ultimo film della trilogia Lo Hobbit, il mondo che J.R.R. Tolkien ha creato torna nuovamente a trasportarci nella magica Arda o Terra di Mezzo che a dir si voglia, ma questa volta non lo farà sui grandi schermi del cinema, bensì sul nostro televisore, computer o cellulare. 

Il nuovo Signore degli Anelli infatti non sarà un lungometraggio, ma una vera e propria serie che verrà inserita nel catalogo di Amazon Prime Video. 

Una serie con un arduo compito 

Come sappiamo bene, l’universo fantasy creato dal noto scrittore è tuttora fonte di ispirazione per numerose storie, basti pensare ai vari film, fumetti e, in particolare, ai videogiochi come Dragon’s Crown e Skyrim. Molti titoli videoludici, alcuni anche molto apprezzati, sono ambientati proprio nella Terra di Mezzo, mentre è possibile scaricare giochi come Throne: Kingdom at War che si ispirano parecchio alle epiche battaglie, alle grandi città e ai fitti boschi verdi, pieni di misteri e creature inimmaginabili. 

Con questa incredibile base, anche un solo passo falso potrebbe essere un enorme problema, quindi ecco cosa bisogna aspettarsi dalla serie in uscita il 2 Settembre di quest’anno. 

Coerenza 

L’universo che Tolkien ha creato è immenso e gestirlo all’interno di un’opera potrebbe rivelarsi un’impresa non da poco. 

La storia del mondo di Arda è piena di eventi particolari avvenuti in una linea temporale veramente lunga, la serie si basa in particolare sugli eventi accaduti nella seconda era. Trovare alcuni dei personaggi della prima trilogia in una serie ambientata nella Terra di Mezzo del passato, potrebbe far (giustamente) infuriare i fan più accaniti.

Source: Pexels 
Fedeltà 

Le caratteristiche delle razze, l’architettura, la fauna e la flora, i personaggi più importanti, tutto deve essere il più possibile fedele all’universo narrativo. Il trailer della serie mostra delle immagini promettenti: grandi ambienti come le città o i boschi sembrano simili a quelli presenti nella prima trilogia di Peter Jackson, così come altri particolari come per esempio le armature.

Effetti speciali 

Nonostante il peso degli anni si faccia sentire, La Compagnia dell’Anello mostra degli splendidi effetti speciali. Per fare un esempio, il Balrog è tutt’oggi una delle creature più belle realizzate in CGI (Computer-generated imagery). Anche sotto questo aspetto, sembra che la serie mostrerà i suoi muscoli con una computer grafica di tutto rispetto. 

Per quanto riguarda la trama, dovremmo avere una storia fantasy avvincente, anche se bisognerà vedere come verrà raccontata allo spettatore. Il trailer mostra avventura, grandi battaglie e tanti altri elementi che potrebbero tenerci incollati allo schermo. 

Le premesse per un’ottima serie ci sono tutte, quindi possiamo solo attendere il 2 Settembre con ansia, magari leggendo un libro o giocando a un titolo ispirati alle storie della Terra di Mezzo. 

Fonte: Pexels 

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