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RFF: Melissa George presenta Hunted, la nuova serie tv firmata Spotnitz

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Oggi è partito il Roma Fiction Festival con l’anteprima dell’attesissima spy story Hunted, creata da Frank Spotnitz e interpretata dall’australiana Melissa George. La serie ideata dal celebre sceneggiatore di X Files, è un prodotto europeo che avrà visibilità mondiale.  Spotnitz ha lavorato sempre sul genere di storie action – thriller e in questa occasione si riadegua alla contemporaneità e al mondo delle agenzie investigative private. La protagonista Sam Hunter, esperta agente sotto copertura per un’agenzia di intelligence subisce un attentato.  Ha un ruolo molto forte e fisico, per il quale l’attrice ha fatto un training reale della durata di diversi mesi.  Questa serie tv presenta un forte legame con la realtà ed è basata su un modello cinematografico. La protagonista Melissa George che abbiamo visto recentemente in altre serie tv di successo come Grey’s Anatomy (in cui era la Dr. Sadie Harris) e il successo dell’HBO In Treatment ha incontrato la stampa poche ore fa per raccontare questo suo nuovo lavoro che la vede in dei panni completamente diversi e nuovi rispetto ai personaggi precedenti.

1) Che tipo di lavoro hai fatto per prepararti a questo personaggio?

Melissa George: Grazie mille di avermi invitato. Per interpretare Sam Hunter hanno scelto un’ attrice australiana. Io vivo a New York e quando il mio agente mi ha chiamato e mi ha detto che aveva trovato il ruolo della mia vita ero entusiasta. Ho  girato la scena nell’ appartamento in cui faccio vedere la cicatrice sull’addome e mi sono sentita subito in sintonia con Sam.  Mi piace l’azione, e il fatto che si girava in Europa… ho aspettato tre mesi per avere la risposta del provino ma ero così convinta di essere io Samantha. Ero sicura di avere la parte ed ero innamorata di questo personaggio. Ho fatto sette mesi di addestramento e allenamento rigoroso. Sono io nelle scene di combattimento e a Londra ho imparato  la stessa tecnica che usano Batman e James Bond.  E’ stata una grande sfida per me. Alla base c’è la vendetta ( a 8 anni gli uccidono la mamma davanti agli occhi). Sam caccia ed è cacciata.

2) Complimenti. Questo ruolo è un grosso cambiamento per te?

Melissa George: Sì, ma quando fai l’attrice sei attirata da varie cose a seconda del momento della tua vita. Con questa serie abbiamo fatto qualcosa di cinematografico per la tv. E’ stata dura. A volte la vita dell’attrice è dura…sei sempre in giro, lontano dalla famiglia, fisicamente questa è stata un’esperienza tosta, ma è il ruolo migliore che abbia mai fatto e mi ha caricato. E’ stato faticoso ma piacevole.

3) Visto questa serie di gialli che ha invaso la programmazione di Sky, punterete anche su programmazioni italiane prossimamente, anche se il livello di azione non è proprio lo stesso? 

Flavio Natali: Tornerà Homeland, poi anche alcune serie italiane. Per esempio una ispirata a Gomorra con Saviano, poi Diabolik, un In treatment all’italiana con Castellitto, e una ispirata ai libri di Marvaldi chiamata Barlume. E poi ovviamente la terza stagione di Broadwalk Empire all’inizio del 2013.

4) Ha mai praticato arti marziali nella vita? Altri tipi di sport?

Melissa George: sì, molte arti marziali. Ma sono cresciuta in Australia e a 5 anni ero campionessa di pattinaggio su ruote. Volavo, saltavo, facevo giravolte e a 14 anni ho fatto diversi campionati, anche in Italia. Poi a 15 anni mi hanno portato in un programma tv, poi Muhlolland Drive … e poi la mia carriera ha fatto progressi con 30 giorni di buio, Grey’s anatomy… spero che questa serie piaccia agli italiani così posso tornare in Italia e mangiare le fettuccine Alfredo ( sono stata ieri sera e ho pensato che potevo morire felice anche in quel momento).

4) Alla fine degli 8 episodi c’è una seconda serie o no?

Melissa George: Sì, abbiamo girato i primi 8 episodi e Frank sta macinando già i nuovi episodi. Ho girato il finale, è interessante e brillante per qualcosa che viene svelato del mio personaggio. Ci sono molti finali non completati e li scopriremo nella prossima stagione. Sam agisce sotto copertura e cerca di scoprire il responsabile della morte della madre e altri misteri. La storyline principale comunque è il viaggio personale.

6) L’esperienza con Frank Spotnitz?

Fantastica.  L’ America è fantastica per la velocità, i promo, trailer etc… in Europa invece c’è la qualità, lo stile…si ha il ritmo americano con la classe degli europei. Tutto molto bello.

Il cinema e la scrittura sono le compagne di viaggio di cui non posso fare a meno. Quando sono in sala, si spengono le luci e il proiettore inizia a girare, sono nella mia dimensione :)! Discepola dell' indimenticabile Nora Ephron, tra i miei registi preferiti posso menzionare Steven Spielberg, Tim Burton, Ferzan Ozpetek, Quentin Tarantino, Hitchcock e Robert Zemeckis. Oltre il cinema, l'altra mia droga? Le serie tv, lo ammetto!

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Cinema

TFF 37: un nuovo spazio tematico nella sezione TFFdoc

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Il 37° Torino Film Festival (22-30 novembre) annuncia un nuovo spazio tematico nella sezione TFFdoc dal titolo “L’unica cosa che ho è la bellezza del mondo”, composto da quattro documentari e dalla conversazione con lo scrittore e filosofo Franco “Bifo” Berardi.

Si tratta di un’ulteriore riflessione rispetto a quanto affrontato lo scorso anno nel focus TFFdoc/apocalisse: in questo periodo connotato dall’attesa della catastrofe e angosciato dall’ urgenza di evitarla, TFFdoc ha deciso di concedersi il tempo di fermarsi a contemplare ciò che abbiamo intorno, di godere del piacere dello stare nel mondo.

“L’esaurimento non concerne solo le risorse fisiche ma anche l’energia nervosa della popolazione il cui cervello tende all’ esplosione psicotica” (Franco “Bifo” Berardi, L’esaurimento, Nero Magazine, 2019); noi riteniamo che la bellezza, sottraendoci alla logica dell’accumulo, ci possa salvare.

Incontro con Franco “Bifo” Berardi 

Franco “Bifo” Berardi, l’autore di Dopo il futuro. Dal futurismo al cyberpunk (2013), Il secondo avvento. Astrazione apocalisse comunismo (2018), e Futurabilità (2019), terrà un incontro abbinato alla proiezione del documentario di Christian LabhartPassion – Beetwen Revolt and Resignation, con l’obiettivo di guidare lo spettatore e aiutarlo a orientarsi nella follia del mondo contemporaneo, travolto dal global warming, dal consumo eccessivo di merci, dalle continue guerre “locali” e dalle migrazioni senza sosta, che provocano le diseguaglianze globali.

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Comme si, comm ça diretto da Marie-Claude Treilhou

Nel suo studio pieno di libri Michel Deguy, uno dei più grandi poeti viventi, continua senza tregua a lanciare sfide, a inventare un pensiero critico, a plasmare e trasformare il linguaggio. Adottando la stessa compostezza formale del poeta, il documentario si pone un obiettivo ambizioso: a partire da una conversazione frontale immergersi nel profondo della scrittura poetica, nel vivo del suo pensiero “ecopoeticologico”.

Time and Tide diretto da Marleen Van Der Werf

La quiete della natura. Il piacere dello stare nel mondo. La macchina da presa segue i movimenti del vento che accarezza un paesaggio che diviene emotivo.

Últimas Ondas diretto da Emmanuel Piton

Da qualche parte nel nord della Spagna. Un viaggio psicologico e geografico in quei luoghi che sono tornati selvaggi, un’elegia degli esseri che li hanno segnati con il loro passaggio. Un film di fantasmi che raccontano storie di un tempo che non c’è più.

L’ultimu sognu diretto da Lisa Reboulleau

Nel cuore della foresta corsa, nel centro dell’isola, una donna vaga di notte. Le sue partite di caccia sono oniriche e negli occhi delle bestie che uccide le viene rivelato il futuro funesto degli abitanti del suo villaggio. Lei è una mazzera.

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Cinema

RomaFF14: Judy, una toccante Renée Zellweger è Judy Garland nel biopic di Rupert Goold

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judy recensione

A soli tredici anni Frances Ethel Gumm, poi in arte Judy Garland, viene messa sotto contratto dalla MGM e lanciata verso quella che dovrebbe essere una brillante carriera costellata di successi. E i successi arriveranno, in primis quel Mago di Oz che la condurrà attraverso il sentiero dorato e poi sotto i riflettori del successo, ma arriveranno di pari passo anche i tanti fallimenti e momenti bui, a connotare un’esistenza che finirà di brillare precocemente a soli 47 anni.

judy film

Rupert Goold, regista inglese specializzato in teatro, adatta per il grande schermo il dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, e cuce addosso a un’ottima Renée Zellweger i panni “striminziti” di una stella del cinema hollywoodiano “nata in un baule, nelle quinte di un teatrino di provincia”, e schiacciata dalle regole e dai paradossi del suo stesso successo. Raccontando l’ultima tournee della diva nel night club londinese Talk of the Town, Goold tratteggia la stella, il talento, la voce luminosa, ma anche tutte le ansie, le dipendenze, le depressioni sperimentate a ciclo continuo dall’attrice statunitense. Nel mondo patinato dello spettacolo e sotto le luci di proscenio, Judy racconta i risvolti tragici della storia di una bambina cresciuta troppo in fretta, svezzata a regole ferree e pillole (per spezzare la fame, dormire, tranquillizzarsi – dipendenze poi mai del tutto abbandonate) divenuta una giovane diva osannata ma letteralmente sbranata dai propri demoni interiori e dalla sofferenza. Una sofferenza a cui nemmeno l’amore viscerale per i figli o per l’ultimo marito Micky Deans riuscirà a strapparla. 

Curiosità: Tutti i volti di Londra al cinema

Renée Zellweger si cala a pieno regime, con trasporto e partecipazione espressiva ed emotiva nella bravura così come nei tic e nel male di vivere della celebre interprete di Dorothy, e ne porta alla luce tutti i tratti salienti di quella profonda insicurezza e senso di smarrimento che ne sanciranno poi l’uscita di scena e la precoce scomparsa. Sempre più dipendente da alcol e pillole, meno affidabile e assicurabile, e dunque spendibile per il mercato del crudele e impietoso showbiz, la minuta Judy pagherà a proprie spese il conto di quel mondo luccicante che non ammette fragilità, tentennamenti, diversità, e che è pronto a darti il benservito tra uno spettacolo e l’altro.

Renee Zellweger Judy

Renee Zellweger in Judy

Goold dal canto suo dirige con sensibilità e trasporto, sfruttando l’alternanza di tempi storici che tra ’39 e ’69 sanciscono inizio e fine di questa vita drammatica, il dettaglio (la vita privata) e la panoramica (la vita pubblica) di un’eroina bella e fragile, avvolta dalle spire del successo e rimasta molto probabilmente impigliata in quella ricerca del sogno e di quel luogo magico, oltre l’arcobaleno, dove i sogni riescono in qualche modo anche a diventare realtà (senza che la realtà torni poi a spezzarli) “Somewhere over the rainbow Way up high And the dreams that you dream of Once in a lullaby”. 

Lo sapevi che: Il Mago di Oz diventa un film horror

Nell’adattamento per il grande schermo del dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, Rupert Goold dirige un’ottima Renée Zellweger in Judy, che racconta l’ultima tournee di Judy Garland attraverso luci e ombre di un talento precocemente spezzato dalla malia controversa del successo. Un biopic onesto che ripercorre il sentiero di un’esistenza tragica senza insistere nel pietismo o nel sentimentalismo, ma cercando piuttosto di disegnare il complesso ritratto di bambina, e poi donna, nascosti dietro al volto inquieto della diva.

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Cinema

RomaFF14: Honey Boy, l’infanzia traumatica di Shia LaBeouf

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Otis (interpretato dai bravi Noah Jupe nella versione bambina e Lucas Hedges in quella adulta) è un dodicenne prodigio, un talento indiscusso sui set, ma anche un Honey Boy (dolce bambino) come lo chiama il padre alcolista e tossicodipendente (interpretato da Shia LaBeouf) che gli fa da accompagno e “manager”. Padre e figlio vivono in un comprensorio popolare circondati da prostitute e gente che, proprio come loro, vive alla giornata e si ritrova sempre nello stesso cortile.

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Honey Boy

Divenuto adulto e alle prese con un’avviata carriera da stuntman ma una vita sempre più scombinata, Otis ripercorrerà mentalmente l’infanzia turbata e disturbante vissuta accanto a quel padre problematico e incapace di fare il genitore, e proiettata tutta nel sogno di sfondare mettendo a frutto il suo talento per riscattare quella vita ai margini e anche in qualche modo l’esistenza di quel padre sgregolato e “bambinesco” ma in fondo buono. Cresciuto troppo in fretta e costretto nel paradosso a fare da genitore al proprio padre (sostenendolo anche economicamente con il suo lavoro sul set) Otis è bambino di grande sensibilità e talento che incanalerà nella sua vita adulta tutte le intemperie e le fratture di quell’infanzia, caratterizzata dalla mancanza di punti di riferimento adulti e affidabili, e dalla mancanza di una famiglia unita e di amorevole supporto. 

Storia di formazione autobiografica scritta dallo stesso attore Shia LaBeouf durante un periodo di in clinica per disintossicarsi dall’alcol, Honey Boy è una dura storia di precoci talenti e infanzie spezzate che trova in Shia LaBeouf (estremamente in parte nei panni del padre) e nel piccolo Otis (sguardo a un tempo dolce e sveglio)  il giusto confronto emotivo per parlare in maniera toccante ma non retorica, coinvolgente ma non ricattatoria di famiglie disfunzionali e rapporti padre-figlio burrascosi. Una tematica già ampiamente affrontata nel cinema (più o meno indipendente) ma che nell’occhio dell’esordiente regista israelo-americana Alma Har’el (già autrice di video musicali e documentari) lo sguardo giusto e il giusto equilibrio tra partecipazione e oggettività per indagare il cuore di quelle mancanze che creano dipendenze, e di quei circoli esistenziali viziosi che più si originano precocemente e più sono – in assoluto – difficili da spezzare.

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Lucas Hedges nel film Honey Boy

Alma Har’el realizza un’opera intima e a suo modo toccante che parla di metabolizzazione del dolore, di imparare a lasciar andare il rancore, e di quel “seme che deve distruggersi per diventare fiore”. Un film piccolo ma onesto che ha tutte gli elementi del film indipendente di qualità e che poggia gran parte del suo carattere emotivo sull’interpretazione funzionale di Shia LaBeouf e del piccolo Noah Jupe.

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