Connect with us

Cinema

Cannes 75 | R.M.N. di Cristian Mungiu è uno studio rigoroso e preciso dei nuovi populismi

Published

on

Cannes 75 | R.M.N. di Cristian Mungiu è uno studio rigoroso e preciso dei nuovi populismi
4 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Nel villaggio della Transilvania in cui si svolge l’ultimo film di Cristian Mungiu, dal titolo emblematico di R.M.N, che è sia acronimo che indicazione toponomastica, non si parla solo romeno, ma anche l’ungherese e il tedesco. Persino il francese, residuo di una influenza europea, e l’inglese, la lingua globale per eccellenza. Ma in quella che appare una situazione ideale, di pacifica convivenza, di conquistato multiculturalismo, ogni lingua segue in realtà una precisa gerarchia. Dire “ti amo” in ungherese non implica l’assunzione di una responsabilità come dirlo in romeno. Molti cittadini sono capaci di passare da un idioma all’altro, ma sono disposti a farlo “solo quando serve” e quando la situazione lo richiede.

L’arrivo di alcuni impiegati dallo Sri Lanka, assunti da un locale panificio grazie a dei finanziamenti dell’Unione Europea, solleva l’indignazione degli abitanti del villaggio e scoperchia il razzismo che era stato solo momentaneamente nascosto sotto il tappeto (il paragone, fatto sempre con accezione negativa dalla popolazione, è immediatamente quello con “l’invasione dei rom”). In questo contesto, un bambino di otto anni che non parla, figlio di uno dei tanti protagonisti di un film corale pensato per non avere un punto di caduta facilmente identificabile, sembra più il simbolo di una presa di posizione, di un’attesa consapevole, piuttosto che di un mutismo patologico da far verificare da un medico.

R.M.N. | risonanza dei mali di una nazione

L’anamnesi da fare è ben diversa e non è un caso che Murgiu scelga la Transilvania come ambientazione del suo film. A Băile Tuşnad (in rumeno) o Tusnádfürdő (in ungherese), villaggio di duemila abitanti, quasi tutti magiari, il premier ungherese Viktor Orban organizza ogni anno, a fine luglio, una “università pubblica” – così viene definita – che è anche ovviamente palcoscenico per discorsi programmatici e grandi annunci. È lì, infatti, che nel 2018 enucleò i principi della sua “democrazia illiberale”, dove il termine “illiberale”, nella propaganda orbaniana, coincide con un processo di affrancamento dai fondamentali ideologici del liberalismo europeo.

Tenere costantemente alta la tensione tra le minoranze sparse nei diversi Paesi un tempo afferenti alla Grande Ungheria è una tattica efficacemente utilizzata per lusingare l’elettorato più nazionalista, ma anche la stessa Romania non è immune da simili istanze identitarie. La Camera dei deputati nel 2020 ha istituito il “Giorno del Trattato del Trianon” (4 giugno), sebbene l’acquisizione della Transilvania – ferita mai risanata nella storia dell’Ungheria – venisse già ricordata con la “Giornata della Grande Unione” (1 dicembre) sin dal 1989. Quello che in Ungheria è un giorno di dolore in cui si osserva solennemente un minuto di silenzio, è invece un giorno da celebrare e onorare (doppiamente) secondo il Parlamento romeno.

Narrazioni tossiche e nuovi populismi

Ovviamente la democrazia illiberale teorizzata da Orban considera l’immigrazione come un pericolo e come uno strumento nelle mani di non meglio identificati poteri globali per favorire la transizione verso un’era “post-cristiana e post-nazionale” (per usare le sue parole specifiche) e per compiere definitivamente “il piano Soros” (anche qui, citando testualmente il premier ungherese). La discussione pubblica riguardante il destino dei tre immigrati arrivati nel villaggio si alimenta proprio di queste leggende metropolitane, di bugie, notizie false, argomentazioni capziose e desiderio di prevaricazione. Un’atmosfera incendiaria su cui soffia un nuovo populismo che non è specificatamente ungherese-romeno, ma accomuna diversi Paesi europei.

È per questo che Mungiu dispone tutto il suo film affinché si arrivi ad un momento – un fenomenale consiglio cittadino messo in scena con camera fissa e senza tagli per circa quindici minuti – in cui sono le immagini, nella loro capacità di astrazione, a comunicare il senso profondo di un racconto che non può rimanere relegato nella sua specificità territoriale. Mungiu sceglie con attenzione chi tenere fuori dalla ripresa (il sindaco e il parroco, accondiscendenti, se non proprio conniventi, con gli xenofobi) e chi tenere in scena. Chi inquadrare in primo piano (due amanti clandestini il cui amore diventa palese proprio mentre infuria il dibattito) e chi sullo sfondo.

Quello di Mungiu è un film profondamente pessimista, ma anche capace di indicare senza esitazione dove riporre quel poco di fiducia che rimane. Nell’Unione Europea, a cui si devono le possibilità di crescita e di scambio culturale. Nelle donne, che appaiono quasi sempre risolute e gestiscono l’unica reale attività economica del villaggio. Nelle future generazioni, terrorizzate dalla violenza e non virilmente affascinate da essa. Tutto questo, ancora una volta, appare evidente nell’inquadratura collettiva, vera chiave di decodifica di un film che invece si chiude nell’ambiguità di un misticismo che disarma e rende palese l’impotenza davanti alle sfide e all’irrazionalità del presente.

Cinema

Addio a Kirstie Alley | 5 film e serie tv per ricordare l’attrice scomparsa

Published

on

“Kirstie è stata una delle conoscenze più speciali che io abbia mai avuto. Le voglio bene e so che ci rivedremo di nuovo, da qualche parte”. Questa mattina sul profilo social dell’attore americano John Travolta è apparso questo post dedicato a una sua storica partner lavorativa : Kirstie Alley.

L’attrice aveva scoperto solo di recente essere malata e di avere un tumore molto aggressivo. Una malattia che purtroppo è riuscita a spegnere il suo sorriso all’età di 71 anni. Il ricordo dei colleghi è giusto subito dopo il triste annuncio pubblicato dai figli sui social. Il dispiacere dei fan e degli spettatori che avevano imparato ad amare e apprezzare la Alley, per film cult come Senti chi parla, ha fatto il giro del web in tutto il mondo.

Per ricordare la carriera di Kirstie Alley, fatta di alti e bassi, abbiamo deciso di farlo citando 5 titoli – tra serie tv e film – che tra gli anni ’80 e ’90 contribuirono a renderla una tra le attrici maggiormente apprezzate di Hollywood.

Leggi anche: Addio Olivia Newton-John | la dolce Sandy di Grease si è spenta a 73 anni

Senti chi parla (1989)

Una trilogia composta da Senti chi parla, Senti Chi Parla 2 e Senti Chi Parla Adesso! rimasta nel cuore degli spettatori di tutte le età, grazie alla presenza di Kirstie Alley e John Travolta. In Italia a restare indimenticabile il doppiaggio divertentissimo dei due bambini, affidato alle voci di Paolo Villaggio e Anna Mazzamauro. La donna in carriera Mollie dopo una notte di passione in ufficio con un suo cliente, resta incinta di Michey. Peccato che l’uomo, nonostante le tante promesse, appena viene a sapere di questa gravidanza, decide di lasciarla e di non voler sapere nulla del figlio.

Decisa a dare alla luce il piccolo, dopo aver incontrato solo casi umani, alla fine è proprio il neonato a farla avvicinare a un tassista di nome James (John Travolta). I due iniziano a frequentarsi sempre di più, portando l’uomo ad affezionarsi anche al piccolo. Quando la serenità sembrava aver bussato alla loro porta, il ritorno del padre biologico di Michey porta James ad andare via. Dopo un iniziale tentennamento, Mollie capisce che in realtà è proprio il tassista l’uomo che vuole al suo fianco e come padre del suo primogenito.

Cin Cin (1982-1993)

Conosciuta con il titolo di Cheers, questa sitcom americana è andata in onda per ben 11 anni con 270 episodi in totale, rappresentando il trampolino di lancio della carriera di Kirstie Alley. Ambientata a Boston, nelle varie puntate sono ambientate in un bar di Boston chiamato Cheers. Un luogo nel quale vengono raccontate le varie storie dei clienti. Toccante e incredibile è stato il messaggio scritto dall’ex collega Sam Malone questa mattina, pubblicato sul sito Deadline.

“Era l’episodio in cui Tom Berenger faceva la proposta di matrimonio a Kirstie, e lei continuava a dire di no anche se voleva disperatamente dire di sì. Kirstie era stata fantastica in quell’episodio. La sua abilità nell’interpretare una donna sull’orlo di una crisi di nervi era sia commovente che esilarante. Mi fece ridere trent’anni fa, quando girammo quell’episodio, e mi ha fatto ridere oggi altrettanto forte. Quando sono sceso dall’aereo, ho saputo che era morta. Sono così triste e grato per tutte le volte che mi ha fatto ridere. Ho mandato un messaggio di affetto ai suoi figli. Come sapevano molto bene, la loro mamma aveva un cuore d’oro. Mi mancherà”.

Leggi anche: 5 film da vedere con il proprio cane a Natale

La madre di David (1994)

Il film racconta la storia di Sally Goodson, madre di un ragazzo autistico di nome David. Rimasta da sola a New York, dopo essere stata tradita e abbandonata dal marito e padre del giovane e dalla figlia Susan, si trova a dover crescere suo figlio, mostrandosi molto protettiva e attenta. Sfortunatamente, a distruggere il suo precario equilibrio familiare, è l’arrivo di un’assistente sociale, Gladys Johnson che la informa del ricovero in una casa di cura di David.

Grazie alla sorella Bea, Sally inizia a uscire con un venditore di carta da parati, John Nils, il quale riesce anche a far lavorare David, nonostante la sua patologia. A rendere ancora più complessa la loro situazione, la decisione definitiva del ricovero del ragazzo nella struttura e il trasferimento di Sally. Questo ruolo le permise nel 1995 di ricevere una candidatura ai Golden Globe come miglior attrice in una miniserie.

Matrimonio a quattro mani (1995)

Diretto da Andy Tennant, le ragazze e i ragazzi nati a metà tra gli anni ’80 e ’90, avranno sicuramente visto questo film almeno una volta. Ispirato alla storia raccontata nel lungometraggio Il cowboy con il velo da sposa (1961), vede Kirstie Alley interpretare il ruolo di Diane Barrows, impiegata in un orfanatrofio. Un giorno, mentre la donna si trova in campeggio insieme ai suoi ragazzi, due ragazzine identiche, si incontrano e decidono di unire le loro forze per cambiare rispettivamente le loro vite. Tra l’altro, le bambine sono le gemelle Ashley e Mary-Kate Holsen, all’apice della loro carriera di bambine prodigio.

Alyssa è sul punto di andare a vivere con il padre e l’odiosa futura moglie Clarice. Mentre Amanda, sta per essere presa in affidamento da una famiglia, nota per adottare i ragazzi da sfruttare nella sua azienda. Intanto, Diane dopo aver conosciuto Roger (Steve Guttenberg), il padre di Alyssa, inizia a provare una simpatia ricambiata per l’uomo. Ma a un passo dalle nozze qualcosa di inaspettato cambia le sorti di tutti i protagonisti.

Leggi anche: Scream Queens, la seconda stagione dal 27 Gennaio su Fox

Fat Actress (2005)

Tra gli ultimi lavori di Kirstie Alley, appare la sitcom americana Fat Actress andata in onda su Fox Life. Basata parzialmente su fatti legati alla vita dell’attrice americana, nei sette episodi sono intervenuti colleghi e colleghe famosi come John Travolta, Kelly Preston, Larry King, Carmen Electra e tanti altri. Il cuore della sceneggiatura, come viene mostrato anche nella locandina, è il rapporto conflittuale tra la Alley e l’aumento di peso, reo di averle impedito di avere una carriera più soddisfacente.

Continue Reading

Cinema

Saint Omer | la recensione del film di Alice Diop, gran premio della giuria a Venezia

Published

on

Saint Omer | la recensione del film di Alice Diop, gran premio della giuria a Venezia
4 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

All’origine di Saint Omer c’è l’ossessione per una fotografia pubblicata su Le Monde nel 2015: un’immagine in bianco e nero rubata da una telecamera di sorveglianza della Gare du Nord di Parigi, che mostrava una donna spingere la carrozzina di sua figlia. Due giorni prima della pubblicazione di quella foto, il corpo di una neonata era stato trovato sulla spiaggia di Berck-sur-Mer, restituito dalle onde alle sei del mattino. Fabienne Kabou, dottoranda, intellettuale, aveva abbandonato la propria bambina di quindici mesi lasciandola morire, per poi confessare l’omicidio tirando in ballo le sue zie in Senegal, autrici secondo lei di un sortilegio, un incantesimo, nei suoi confronti.

Il primo lungometraggio di “fiction” di Alice Diop (ma il suo cinema sfugge alla tirannia dei generi), al materiale proveniente dalla realtà (il film restituisce la veridicità dei testi del processo rimaneggiati con le co-sceneggiatrici Amrita David e Marie NDiaye), aggiunge l’elemento di finzione che permette allo spettatore di avvicinarsi al caso raccontato. Lo fa inventando il personaggio di Rama (Kayije Kagame), evidente proiezione della stessa regista, professoressa di letteratura e scrittrice che assiste al processo di una madre infanticida con lo scopo di scrivere una rivisitazione contemporanea del mito di Medea ispirandosi a quei fatti di cronaca.

Saint Omer | gran premio della Giuria a Venezia

È già nei primissimi minuti che assistiamo a una delle sue lezioni, presentata al pubblico con una sequenza che contiene in sé il progetto estetico e morale del film. Sui filmati d’archivio delle donne rasate durante la Liberazione francese, Rama legge un brano di Hiroshima mon amour di Duras e trascende così, attraverso le immagini, l’individualità del racconto fatto con le parole, l’intimità di una donna umiliata trattenuta nella singolarità della scrittura. E non a caso lo fa con un testo a cui sono state tolte le immagini (quelle di Resnais) che lo liberavano. Alice Diop punta molto sul fuori campo, orchestrando al di fuori dell’inquadratura una sinfonia di voci e di culture che si contraddicono e tormentano con il loro giudizio questa donna insieme razionale e plasmata da un’immaginario sfuggente e mitologico.

Saint Omer è infatti un film di parole e di linguaggio, in cui un’imputata racconta con il proprio lessico forbito (un dettaglio sorprendente per l’uditorio razzista e chiuso del tribunale) la sua vita prima dell’atto criminoso che l’ha trascinata davanti a un giudice. In quella storia, gli spettatori vorrebbero trovare gli indizi per “spiegare” il suo gesto omicida, ma il film disinnesca progressivamente questo desiderio di verità processuale creando un’intesa sempre più sincera tra la donna che parla e chi la sta ascoltando. L’impenetrabilità dell’accusata spingerà la giovane scrittrice a riflettere sulla sua stessa ambiguità nei confronti della maternità e a fare i conti con l’insondabile mistero di essere madre. 

Alice Diop costruisce attorno a Laurence una specie di fortezza, uno scudo con cui respingere le osservazioni più invasive e violente del giudice e del pubblico ministero. Le riprese statiche lunghe e ininterrotte di Claire Mathon ne sono un esempio. La scelta di riprendere la donna sola al banco dei testimoni – e non allontanarsi mai mentre racconta la sua storia – ha un significato etico, che le garantisce la visibilità e l’attenzione che le sono state negate, ma allo stesso tempo il progressivo avvicinamento della macchina da presa al suo volto garantisce la “protezione” necessaria rispetto allo sguardo esigente dello spettatore, alla sua curiosità aggressiva e al suo scrutinio intransigente. 

Alice Diop tra realtà e finzione narrativa

Diop non sminuisce in alcun modo il crimine di Laurence né, alla fine, rende le motivazioni dietro a quel gesto più comprensibili di quanto non lo fossero all’inizio. Chiarire o assolvere non è ciò che il film vuole fare. Con il passare dei giorni e man mano che il processo si avvicina alla sua conclusione, la telecamera di Mathon si sofferma sempre di più su Rama mentre ascolta la testimonianza dell’imputata quasi in uno stato di trance.

Intellettuale francese di origini senegalesi, che porta in grembo un bambino di razza mista, i parallelismi tra lei e Laurence sono terribilmente vividi e Saint Omer costruisce tra loro un canale di comunicazione quasi telepatico, innescando flashback (alla Duras-Resnais, appunto) che spingono Rama a fare i conti con la propria identità fratturata, con i due inconciliabili mondi che abita. Eppure il film ha l’abilità di rendere questo riconoscimento universale: la catarsi che raggiunge mentre il team legale della difesa pronuncia il proprio discorso finale tocca da vicino tutti coloro che lo ascoltano e non solo chi è direttamente chiamato in causa dall’arringa.

Continue Reading

Cinema

Improvvisamente Natale: video intervista a Diego Abatantuono, Violante Placido e Sara Ciocca

Published

on

Questa mattina è stato presentato in anteprima a Milano, il film Improvvisamente Natale diretto da Francesco Patierno e interpretato da Diego Abatantuono, Violante Placido, Lodo Guenzi, Anna Galiena, Antonio Catania, Sara Ciocca, Michele Foresta, Gloria Guida, Paolo Hendel e con la partecipazione straordinaria di Nino Frassica. Adatto a tutta la famiglia, questa commedia natalizia sarà disponibile dal 1° dicembre su Prime Video.

La video intervista con il cast

A un mese dal Natale, questo pomeriggio abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con Diego Abatantuono, Violante Placido e la giovane attrice Sara Ciocca. Se volete ascoltare i loro aneddoti personali legati al Natale e in che modo considerano la famiglia raccontata nel film, cliccate nel player in basso.

Leggi anche: Diego Abatantuono presenta Belli di papà: “Chiedete ai miei figli se sono stato un bravo padre”

Leggi anche: McMafia: la recensione d’autore di Francesco Patierno in esclusiva per NewsCinema

Improvvisamente Natale | La sinossi ufficiale

Per Chiara (Sara Ciocca) il Natale è un momento speciale, ancor più di quanto lo sia per ogni bambino. Ogni anno, infatti, il Natale è anche l’occasione per rivedere l’adorato nonno Lorenzo (Diego Abatantuono), proprietario del delizioso alberghetto d’alta montagna che ospita i festeggiamenti della famiglia.

Quest’anno, però, i genitori di Chiara, Alberta (Violante Placido) e Giacomo (Lodo Guenzi), hanno deciso di mettersi in macchina sotto il sole bollente d’agosto, per una visita fuori stagione a Lorenzo, perché hanno bisogno di lui per dare a Chiara l’amara notizia: si stanno separando. Forse, se glielo dicesse lui, la piccola soffrirebbe meno…

Il nonno, già in crisi perché rischia di dover vendere il suo amato hotel, accetta l’ingrato incarico di dare la notizia alla nipotina, ma prima vuole regalarle l’ultimo Natale felice… a Ferragosto!

Continue Reading
Advertisement

Iscriviti al canale Youtube MADROG CINEMA

Facebook

Recensioni

Popolari