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33TFF: Sarah Gavron ed Abi Morgan presentano Suffragette: “Il volto della povertà è femmina ancora oggi”

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In attesa di vederlo nelle sale italiane nel 2016, Suffragette ha aperto la 33° edizione del Torino Film Festival. La regista Sarah Gavron, la sceneggiatrice Abi Morgan e la produttrice Faye Ward sono state ospiti del festival piemontese, raccontando le origini di questo ambizioso progetto e spiegando le scelte che hanno permesso la realizzazioni di un film intenso e carismatico, che offre diversi spunti di riflessione sulla lotta femminile alla conquista del diritto di voto nell’Inghilterra dell’800. Invece di fare un biopic volevamo cogliere gli elementi di contemporaneità ed attualità della lotta di Maud e le altre donne, toccando temi come la disparità del trattamento salariale, la tutela dei figli ed altri argomenti ancora molto attuali in molti paesi nel mondo” ha dichiarato la regista durante la conferenza stampa. 

Carey Mulligan è Maud, una moglie e madre lavoratrice la cui vita cambia per sempre quando viene segretamente reclutata per unirsi al crescente movimento delle suffragette del Regno Unito. Galvanizzata dalla fuggitiva fuorilegge Emmeline Pankhurst (Meryl Streep), Maud diventa un’attivista per la causa insieme a donne provenienti da tutti i ceti sociali. Quando le sempre più aggressive forze di polizia si muovono contro Maud e le sue compagne, le suffragette entrano in clandestinità e intensificano la lotta smuovendo la nazione con la disobbedienza civile e dando il via ad un dibattito mondiale. “Avevo già scritto una sceneggiatura per un biopic, The Iron Lady, e la sfida in questi casi è prendere una vita significativa e riuscire a contestualizzarla in un preciso periodo storico. In questo caso la storia vera di questo movimento sociale si articolava nell’arco di 50 anni, ma i primi anni riguardavano in particolare la lotta pacifica e noi ci siamo concentrati sui 16 mesi cruciali che hanno rappresentato i momenti più significativi per la lotta di queste donne, introducendo il personaggio di finzione di Maud che riassume l’atteggiamento di tante donne che sono passate dall’essere osservatrici passive a diventare delle vere e proprie militanti, cercando di andare ad indagare le motivazioni che hanno spinto tante di loro a mettere a repentaglio le proprie professioni, la famiglia, la casa per abbracciare questa lotta” ha sottolineato Abi Morgan che firma anche in questa occasione una sceneggiatura lineare e convincente, cuore del film.

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Avevamo notato la mancanza di un film che parlasse di questo periodo storico e di questa importante scelta. L’importanza cruciale delle suffragette per tutti noi nella società di oggi. Volevamo trovare quindi dei punti di contatto che risuonassero per il pubblico odierno e che fossero di ispirazione, non soltanto per un impegno politico ma per invitare tutte le donne a diventare quello che realmente vogliono essere. Ho realizzato con Sarah Gavron anche il suo primo film ‘Brick Lane’ che parlava di una donna musulmana nella comunità londinese, quindi quello che ci interessa sempre è dare voce a chi questa voce non ce l’ha sul grande schermo” ha aggiunto la produttrice Faye Ward

Noi che viviamo in un’era digitale dove possiamo constatare le disuguaglianze che esistono in tutto il mondo in varie forme, possiamo identificarci nei soprusi che loro vivevano nella loro epoca che in fondo non sono molto diverse da molte situazioni che le donne vivono oggi, pensiamo agli stupri di gruppo in India, ai rapimenti e violenze, al traffico di schiave anche in Gran Bretagna…queste sono donne che non hanno voce e ho dovuto dovuto mettere a tacere la mia vena hollywoodiana che mi portava a parlare del figlio di Maud e Sarah ha resistito al mio impulso ad andare a mostrare i dettagli della sua vita privata. E’ stato più incisivo concludere il film con l’ultimo titolo che vediamo riguardo all’Arabia Saudita che solo nel 2015 ha consentito l’iscrizione alle liste elettorali per le elezioni municipali alle donne che però non possono recarsi da sole ai seggi ma devono essere accompagnate da un uomo e quindi il loro voto è ancora influenzato dalla figura maschile” ha spiegato la sceneggiatrice. Il lavoro prettamente femminile che si cela dietro a questo film sembra aver funzionato molto bene, rimanendo comunque all’interno di un cinema inglese abbastanza tradizionale e canonico, ma non retorico. 

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Questo film è importante per combattere l’astensionismo giovanile un po’ in Inghilterra ma anche in Italia” ha tenuto a precisare la regista che ha poi aggiunto: “Gran parte delle reazioni del pubblico femminile alla visione del film è stata: “d’ora in avanti andrò sempre a votare”. Un segno di svolta importante è anche andare ad aggirare una protesta antigovernativa nelle camere del Parlamento adottando un atteggiamento da suffragette per accedere al luogo della vera protesta con una troupe prevalentemente femminile. Ancora 62 milioni di donne che non hanno accesso all’istruzione nel mondo, hanno poca rappresentanza in politica, e il volto della povertà è femmina ancora oggi. E, riflettendo sulla condizione attuale di questo problema, ha concluso: “Credo sia importante un atteggiamento radicale cercando di apparire nei mezzi di informazione e per fare questo il presupposto è avere complicità tra donne perché solo insieme possiamo arrivare all’uguaglianza. Questo film parla di donne che hanno combattuto per conquistare il diritto di voto, ma la lotta femminile continua e si esplicita in vari ambiti diversi e il punto di partenza giusto credo sia ragionare che ognuno ha diritto di sedersi ad un tavolo. Bisogna raccontare storie che siano spunti di ispirazione e “vedere per essere” è un messaggio fondamentale, esprimere la propria voce e sentire di avere il diritto di realizzare la propria ambizione personale”

Il cinema e la scrittura sono le compagne di viaggio di cui non posso fare a meno. Quando sono in sala, si spengono le luci e il proiettore inizia a girare, sono nella mia dimensione :)! Discepola dell' indimenticabile Nora Ephron, tra i miei registi preferiti posso menzionare Steven Spielberg, Tim Burton, Ferzan Ozpetek, Quentin Tarantino, Hitchcock e Robert Zemeckis. Oltre il cinema, l'altra mia droga? Le serie tv, lo ammetto!

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Berlinale 71: Natural Light, la recensione del film premiato per la regia

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Pellicola che ha debuttato il 2 marzo 2021 in World Premiere alla Berlinale 71, Natural Light è diretto da Dénes Nagy. Durata 103 minuti. Una produzione realizzata con la collaborazione di Ungheria, Francia, Germania e Lettonia, che ha vinto l’Orso d’Argento per la Miglior Regia.

Natural Light: sinossi

Il caporale István Semetka, prima semplice contadino ungherese, si trova in una situazione più grande di lui e contro la sua volontà. Facente parte di un’unità speciale il cui scopo è cacciare partigiani nell’Unione Sovietica ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, dovrà fare i conti con il susseguirsi degli eventi, in una morsa che procede per inerzia, tra paure ed impotenza.

Natural Light: recensione

Un war movie che basa la sua funzione primaria non tanto nello scontro, quanto nell’elaborazione personale di un semplice uomo. Il regista ungherese vince meritatamente l’Orso d’Argento proprio per la sua precisa e maniacale direzione. Scenografie accurate, location immersive ed un’attenzione alla ricostruzione storica con l’ausilio esemplare di costumi d’epoca, collaborano all’unisono per dipanare una vicenda che si imprime negli occhi dello spettatore principalmente per goduria visiva. Tecnicamente grandioso, forte di un’estetica calamitica, vive di luci naturali proprio come il titolo suggerisce.

natural light film recensione

Quasi unicamente girato senza l’aiuto di artificiosità, fa della fotografia un enorme punto di forza, spesso sono i focolai, gli incendi, il fuoco stesso l’unica fonte di luce ed è inutile sottolineare la magia che si crea nell’infrangersi sui volti e su ogni superficie, rispecchiando colori impossibili da replicare in modo costruito. Perfetto nel creare un’atmosfera quasi disturbante nella sua sensazionale bellezza, disegna ambientazioni naturali, panoramiche, albe, tramonti che sono quasi un vero e proprio personaggio.

In tutto questo troviamo un dramma, fatto di paure, del superamento di esse e talvolta di immagini qua e là inquietanti, utili a rafforzare ciò che già è potente di suo. Silenzi, sospiri, l’ampio spazio ceduto agli sguardi e ai primissimi piani, che identificano una struttura quasi in sottrazione, in cui la narrazione risulta una rincorsa a vivere il film invece che osservarlo.

Il sonoro in generale è bilanciato accuratamente ed accompagna questi volti consumati, stanchi, sporchi, privati di qualcosa in un percorso visivo cupo e desaturato, in cui la tavolozza sembra avere solo tonalità verdastre, giallognole e marroni. Sbalorditivo dunque principalmente a livello tecnico e per l’essenza che trasmette grazie alla maestria scrupolosa, nel catturare lo spettatore senza alcuna riserva, inutile dire che sul grande schermo ovviamente sarebbe stato superlativo.

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Berlinale

Berlinale 71: Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy) la recensione

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Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy) è stato presentato in anteprima mondiale alla Berlinale 71 il 4 marzo 2021. Diretto e scritto da Ryusuke Hamaguchi, il film giapponese della durata di 121 minuti ha vinto l’Orso d’Argento Gran Premio della Giuria.

Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy) Sinossi

Diviso in tre differenti archi narrativi autonomi, il film racconta personaggi femminili in diverse circostanze: il primo Magic si basa su un triangolo amoroso, il secondo Door Wide Open si incentra su una seduzione fallita ed infine il terzo, Once Again, narra di un incontro inaspettato. 

Guzen-to-sozo-Wheel-of-Fortune-and-Fantasy-recensione

Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy), la recensione

Interessante e ben delineato, il film di Ryusuke Hamaguchi tende a farci assaporare diversi sentimenti, dettati da personalità femminili, ma allo stesso tempo caratteristici di un’identità singola. Queste tre storie partono tutte con la stessa idea di base: raccontare il punto di vista femminile in situazioni totalmente divergenti.

Con questi presupposti però, ciò che si può notare è appunto come tre donne che non condividono alcuna circostanza e calate in contesti differenti, risultino allo stesso modo delicate e riservate nell’elaborazione del caso. Il tempo poi è ben scandito in ognuna delle vicende, è presente una parte introduttiva per poi metterci di fronte ad un doveroso sbalzo temporale ed infine riagganciarsi dopo mesi o anni, con le conseguenze che tutto ciò ha comportato.

Uno scorrere del tempo dunque per valutare gli effetti delle scelte fatte in precedenza. Compromessi, false illusioni, rimpianti, tutti aspetti che sono oltre che femminili, propri di ogni essere umano, perciò è come se il regista avesse voluto metterci davanti semplicemente alla vita stessa, a ciò che può accadere a tutti noi.

Se ci si fa caso ogni mini storia concepisce gli attimi inaspettati, ossia getta le sue fondamenta sul concetto di qualcosa che è involontario, non programmato, succede e basta. Degna di merito la scelta di voler dettare delle linee guida similari per poi ramificarsi in elaborazioni singole, si percepisce in maniera chiara l’intento e questo grazie ad una narrazione fluida e corposa.

Inquadrature spesso statiche, senza bisogno di grandi evoluzioni, riescono a farti empatizzare con i personaggi, la macchina da presa scompare quasi nella totalità del minutaggio, un grande pregio per un genere di film che fa del suo vanto l’immersione dello spettatore nel racconto. Concludendo ciò che si può trovare in questa pellicola è poesia, stupore, sensibilità e tutto questo espresso ai nostri occhi con una morbidezza che non è affatto da tutti.

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Cinema

TFF 38: Fried Barry, la recensione del delirante film di Ryan Kruger

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Diretto, prodotto e sceneggiato da Ryan Kruger, approda al Torino Film Festival edizione n.38, una  commedia fantascientifica intitolata Fried Barry. Il Sud Africa è il paese d’origine e Gary Green il suo protagonista.

Un uomo tossicodipendente e già di suo alquanto svalvolato, almeno all’apparenza, un giorno di punto in bianco viene scelto  dagli extraterrestri come cavia. L’alieno dentro di lui vuole provare dunque ogni tipo di esperienza umana e così come un’ameba l’uomo/alieno inizia a muoversi per inerzia in giro per la città, facendo ogni cosa e lasciandosi trasportare dagli eventi senza capacità di giudizio, finchè l’ospite avrà finito con questo inutile involucro.

Un film assurdo, con poca possibilità di percezione positiva. Tutta colpa o merito (dipende dal personale gradimento) di Ryan Kruger, visto il suo coinvolgimento nell’opera, avendo ricoperto i ruoli di regista, produttore e sceneggiatore. La scrittura come la messa in scena, peccano di banalità e troppo semplicismo; al nostro protagonista succedono cose davvero incredibili, ma non per spettacolarità quanto più per scadente plausibilità, come se ad ogni angolo della strada ci fosse qualcuno che aspetta proprio lui, per fare sesso o regalargli droghe o chissà cos’altro.

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Situazioni impensabili, personaggi strambi e poca cura per le performance attoriali come per il realismo delle azioni che compiono, con errori riconducibili ad un principiante alle prime armi.
Una nota positiva risiede invece nella fotografia, contraddistinta da un tono quasi finto patinato, mediante un uso accurato di luci e colori, che senz’altro esaltano il film perlomeno visivamente. 

Se si volesse provare a fare una sovralettura con l’intento di trovare un significato recondito e strettamente ispirato, si potrebbe parlare del corpo umano come semplice involucro, che viaggia parallelamente all’animo, all’essenza, a ciò che costituisce la coscienza e la volontà di agire.
Oltre a questo, noi umani abbiamo anche limiti dettati dalla nostra fragilità e dall’essere mortali, che gli alieni (almeno quelli di questo film) non sembrano avere. Pertanto da un lato ci si trova di fronte a limiti fisici, dall’altro ad emozioni che invece sono solo nostre, come l’amore, che per un alieno provare potrebbe voler dire godere di autenticità, un potere sconsiderato ed inaspettato agli occhi di un essere superiore.

Sicuramente il protagonista ha un impatto visivo peculiare, sottolineato da questo sguardo sempre allucinato che vanta una valenza macchiettistica, anche forte dell’aspetto fisico stesso dell’attore Gary Green. Detto questo, credo di aver voluto cercare un qualche messaggio un po’ troppo sofisticato per un prodotto delirante che si rivela essere caratterizzato da un potenziale interessante, ma realizzato davvero male, che non credo rimarrà nell’immaginario comune o meglio ci resterà saldo, ma per essere d’esempio quando ci si riferirà a prodotti di qualità infinitamente bassa.

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