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Festival

Venezia 71: Owen Wilson presenta She’s Funny That Way di Peter Bogdanovich

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Jennifer Aniston ha rinunciato al Lido, ma Owen Wilson e la simpatica Kathryn Hahn hanno raggiunto il Festival di Venezia per presentare la commedia She’s Funny That Way, insieme al grande regista Peter Bogdanovich. Sullo sfondo di una New York magica e idealizzata, il film racconta la storia di Arnold Albertson, un regista teatrale e televisivo che desidera mettere in scena la sua ultima produzione a Broadway. La protagonista è la moglie, ma la prima sera che passa nella Grande Mela, Arnold cerca la compagnia di una escort e conosce la bella Isabella, interpretata da Imogen Poots, e le offre di diventare attrice e cambiare vita, con un aiuto di 200 mila dollari. Il cast e il regista hanno incontrato la stampa in occasione della presentazione del film a Venezia, ed ecco cosa hanno raccontato.

Owen Wilson: Non credo di aver dato un grande contributo alla sceneggiatura. E’ stato entusiasmante lavorare con Peter e far parte di un suo film.

Questo personaggio ricorda l’ingenuità del tuo ruolo in Midnight in Paris? Cosa ne pensi?

Owen Wilson: Sì, credo che le affinità tra i due personaggi siano chiare. In entrambi c’è qualcosa di me, e anche le sensazioni sui due set sono state simili. Sia Peter che Woody sono gentiluomini nel loro lavoro, danno sostegno all’attore e ti senti sempre sotto controllo, senza avere paura o andare di fretta. Facendo la parte di un regista di Broadway nel film, ho fatto affidamento su Peter.

Peter Bogdanovich: Owen è molto modesto, perché deve ricordare che ha cominciato la sua carriera come sceneggiatore. Ha dato un grande contributo al film. La maggior parte delle scene sono in un taxi e le battute sono nate anche spontaneamente.

hahnCosa ne pensa di questa New York protagonista, rappresentata in un modo diverso dal solito?

Kathryn Hahn: La storia è ambientata in una New York contemporanea, sentivo una nota di nostalgia trasparire da tutto il film. Una New York bellissima, con un taxi sempre disponibile che aspetta nella luce del sole, una città romantica e idealizzata che amo moltissimo. C’è qualcosa che dà una nota di nostalgia a tutto il film, c’è un sapore di ricordi.

Peter Bogdanovich: Sono nato e cresciuto a New York nei primi anni di vita. Ha una sua magia, molti dicono che è cambiata, ma secondo me è sempre la stessa, una fonte di ispirazione ricchissima. Fa la differenza girare un film lì.

Le piacerebbe lavorare in Italia?

Owen Wilson: Ho lavorato a Cinecittà con Wes Anderson, abbiamo girato 6 mesi e ci siamo divertiti molto. Mi ricordo mio padre che ha portato me e mio fratello a vedere Amarcord quando ero piccolo, un film che mi piaceva molto. Mi piacerebbe sicuramente lavorare in Italia.

peterCosa ci può dire delle difficoltà di produzione e la sua capacità di fare film con poco?

Peter Bogdanovich: Ho cominciato con Roger Corman che ha prodotto il mio primo film e ho imparato a fare film rubando riprese, location etc… Ho imparato da Roger Corman come fare film senza spendere troppo e in poco tempo. Questo film l’ho fatto in 30 giorni, ma ci è bastato, con un cast e produttori straordinari che lo hanno permesso.

Come hai vissuto il set e il tuo ruolo dietro e davanti la macchina da presa?

Owen Wilson: Non sapevo se sarei stato bravo per questo tipo di commedia, ho parlato con Roger della sceneggiatura, e alla fine il risultato è una commedia spiritosa con lo stile del passato. Il set era vissuto come un evento sportivo, aspettando che entrasse in scena l’altra persona.

Peter Bogdanovich: Lo hai reso più realistico, le idee esagerate le hai abbassate di tono e lo hai riportato con i piedi per terra. Mi hai aiutato a rendere ildilm più sofisticato, fondamentali per la qualità del film.

Il cinema e la scrittura sono le compagne di viaggio di cui non posso fare a meno. Quando sono in sala, si spengono le luci e il proiettore inizia a girare, sono nella mia dimensione :)! Discepola dell' indimenticabile Nora Ephron, tra i miei registi preferiti posso menzionare Steven Spielberg, Tim Burton, Ferzan Ozpetek, Quentin Tarantino, Hitchcock e Robert Zemeckis. Oltre il cinema, l'altra mia droga? Le serie tv, lo ammetto!

Cinema

Video intervista a Michel Franco: “Le polemiche sul mio film non mi spaventano”

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Michel Franco, regista e produttore messicano, è stato premiato con l’Honorary Heart alla carriera in occasione della 27esima edizione del Sarajevo Film Festival, che quest’anno si è svolto in una modalità ibrida (digitale e in presenza). Il riconoscimento era stato tributato a Franco già lo scorso anno, ma il giovane cineasta sudamericano è riuscito a ritirarlo di persona solo dodici mesi dopo, a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia.

La storia di Michel Franco con il Sarajevo Film Festival è lunga e risale ai suoi esordi cinematografici, avendo scelto la kermesse serba per presentare quasi tutti i suoi lavori ed essendo stato nominato dal festival come Presidente di Giuria nel 2017.

Abbiamo discusso con Franco del suo film Nuevo Orden, vincitore del Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia dello scorso anno. Un film che ha catalizzato forti polemiche per il modo in cui sceglie di mettere in scena la violenza e la brutalità dello scontro di classe in Messico, slegando la descrizione delle rivolte da uno specifico contesto ideologico e preferendo invece una rappresentazione più astratta e astorica.

Leggi qui -> Sarajevo Film Festival | What Do We See When We Look at the Sky? è uno dei migliori film del 2021

Polemiche che sembrano non preoccupare il regista, concentrato sul suo futuro professionale e su ciò che verrà dopo. Michel Franco sarà nuovamente in concorso a Venezia, tra qualche settimana, con il suo nuovo film Sundown, che vedrà protagonisti Tim Roth e Charlotte Gainsbourg. Di questo e molto altro abbiamo parlato nella nostra video-intervista.

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Cinema

Sarajevo Film Festival | Landscapes of Resistance mette in relazione memoria e storia

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Dopo essere stato presentato in competizione all’International Film Festival di Rotterdam, il documentario Landscapes of Resistance, adesso in programmazione al Sarajevo Film Festival nella sezione dedicata alle opere non-fiction, è stato acquistato dalla Grasshopper Film (da sempre attenta alle nuove produzioni indipendenti) per la distribuzione statunitense. Il film di Marta Popivoda racconta la storia di Sonja, fra le prime partigiane della Yugoslavia ed ex membro di un piccolo ma tenace gruppo di resistenza nel campo di concentramento di Auschwitz. Per oltre dieci anni, Popivoda e la nipote di Sonja, la co-sceneggiatrice del film Ana Vujanović, hanno registrato lunghe conversazioni con l’anziana donna, utilizzate poi in un documentario che combina in modo stupefacente immagini e parole per restituire suggestioni ed emozioni contrastanti. 

In Landscapes of Resistance, la macchina da presa indaga gli scenari di un passato di lotta e rivoluzione, mentre i racconti di Sonja si mescolano con quelli della stessa regista, che riflette apertamente sull’attuale ascesa dell’estrema destra e dei movimenti neofascisti in Europa, ma anche sul modo in cui i Balcani sono stati spinti ancora di più ai margini culturali ed economici dell’Europa. Popivoda collega quindi il tempo e la lotta della sua protagonista con il proprio presente, attraverso lettere e annotazioni di diario scarabocchiate sulle immagini che sfumano l’una nell’altra e si compenetrano.

Landscapes of Resistance | paesaggi di lotta

“Sono una femminista, regista queer e antifascista”, sottolinea con orgoglio Popivoda, i cui lavori da sempre si soffermano sulla relazione che passa tra memoria e storia. Come Ana chiarisce in un momento del suo nuovo film, tanti eroi iugoslavi della Seconda Guerra Mondiale sono oggi celebrati con monumenti e parate, ma tra questi ci sono pochissime donne e soprattutto nessun sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti. Così il film di Popivoda cerca di sostituirsi alla “toponomastica ufficiale”, di dedicare un proprio tributo ad una figura chiave della resistenza iugoslava sconosciuta ai più (anche all’interno del suo stesso Paese). Sonja, in questo senso, non è un eroe monolitico e impenetrabile come quelli che vengono restituiti alla popolazione dalle celebrazioni ufficiali, ma uno a cui viene restituita la complessità del proprio genere e della propria singolare personalità.

Il direttore della fotografia Ivan Marković dimostra ancora una volta il suo talento nel conferire fascino e mistero ad oggetti e luoghi apparentemente ordinari (come già fatto in I Was at Home, but… e nel suo debutto alla regia From Tomorrow on, I Will), aiutato dal montaggio in dissolvenza incrociata a cura di una delle più talentuose montatrici serbe: Jelena Maksimović. Landscapes of Resistance è prodotto da Jasmina Sijerčić per Bocalupo Films, con Dragana Jovović e Popivoda per Theory at Work, una società di produzione con sede in Serbia e Germania.

Sarajevo Film Festival | Landscapes of Resistance mette in relazione memoria e storia
3.5 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora
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Cinema

Sarajevo Film Festival | The Elegy of Laurel tra Gogol e fiaba popolare

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Il film d’esordio di Dušan Kasalica, realizzato sul Durmitor, massiccio montuoso delle Alpi Dinariche, nel Montenegro settentrionale, racconta il totale smarrimento della classe media jugoslava che ha costruito la società di cui tutti erano così orgogliosi e poi ha assistito impotente alla sua distruzione. Il protagonista di The Elegy of Laurel è un professore universitario (Frano Lasić) alle prese con la fine del suo matrimonio, decisa dalla compagna e consumatasi nei vapori di una spa in cui invece sperava ingenuamente di trovare un po’ di pace.

La rottura con sua moglie (Savina Geršak) spingerà Filip nei meandri di una foresta dove si ricongiungerà con la sua defunta madre e con una ragazza-serpente in una esperienza a metà tra l’estasi mistica e l’allucinazione.

The Elegy of Laurel | lo spaesamento della classe media iugoslava

Il modello di riferimento del film è quello de La foresta di Stribor, una delle favole croate più conosciute, testo che viene ancora oggi studiato a scuola e con il quale diverse generazioni si sono dovute confrontare, proiettando in quel racconto fantastico le loro speranze e le loro preoccupazioni per il futuro. Scegliendolo come base per la propria narrazione, Dušan Kasalica allarga immediatamente il proprio orizzonte, chiarendo allo spettatore il desiderio di raccontare lo spaesamento di una intera comunità attraverso la storia di un fragile personaggio maschile spogliato di qualsiasi elemento di virilità, che subisce decisioni altrui e cerca in ogni modo di dare l’impressione di poter controllare ciò che accade nella sua vita (anche se evidentemente non è così). 

Vicino al cinema onirico e immerso nella natura dell’ultimo Abel Ferrara, anche Kasalica riprende alcune delle caratteristiche fondamentali dei racconti di Nikolaj Gogol, in cui l’elemento fantastico si integra in maniera assolutamente immediata a senza alcuna spiegazione preventiva nel realismo del racconto, in cui animali parlanti interagiscono da pari a pari con i personaggi umani. The Elegy of Laurel è una esperienza che fonde attraverso gli strumenti propri del cinema, innanzitutto sonoro e montaggio, i due piani della narrazione: quello realistico e quello fiabesco. Il racconto si fa tutt’uno con il mezzo cinematografico, come avviene nella splendida sequenza della deforestazione, in cui il rumore delle accette sui tronchi diviene la colonna sonora (all’inizio apparentemente extradiegetica) di un film che diventa solo progressivamente tale.

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