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Il magnifico bianco e nero di 1945 (affidato non a caso ad un veterano come Elemer Ragalyi, che lavora nel campo dalla fine degli anni ’60) sembra quello di Mezzogiorno di fuoco. Ma il nuovo lavoro dell’ungherese Ferenc Török, che narra di un viaggio verso casa di due ebrei (padre e figlio) alla fine della guerra, in un clima ancora non davvero amico, sembra ricordare i classici del genere anche nel modo con cui pone le basi della sua narrazione: una coppia di sconosciuti arriva in un piccolo villaggio con degli scrigni di legno dal misterioso contenuto, portando apprensione e paura in una comunità che non è a conoscenza delle reali ragioni di questa inaspettata visita.

Il film di Török non è però particolarmente interessato a descrivere le motivazioni dei suoi protagonisti o la psicologia alla base delle loro azioni, bensì si sofferma maggiormente sulle dinamiche sociali, sulle reazioni delle persone come gruppi e non tanto come singoli individui.

Ma il “mistero” del film non riguarda solo il motivo della visita al villaggio dei due protagonisti, bensì coinvolge anche la stessa comunità che li deve accogliere. L’apparenza di civiltà della piccola cittadina nasconde un passato che si fonda sul tradimento e sulla prepotenza, con i suoi strascichi sul presente attraverso ferite non del tutto rimarginate e questioni ancora irrisolte. Le azioni degli abitanti, solo in parte guidate da pulsioni ed avidità personali, sembrano quindi imposte dalle (spesso errate) aspettative che questi hanno dei loro vicini.

Gli abitanti della minuscola cittadina ungherese sono infatti chiamati a fare i conti con le loro colpe di guerra, eppure il loro comportamento è sempre quello di chi deve difendersi da una possibile vendetta e non quello sommesso di chi si è scoperto essere complice di crimini ben più di grandi delle beghe che possono riguardare la loro piccola ed insignificante provincia di campagna. Crimini solo in parte addebitabili a loro singolarmente, ma il cui peso grava ugualmente sulle spalle di chi ha spesso chiuso un occhio sulle continue deportazioni che avvenivano a pochi passi dalla sua casa. Anzi, man mano che le loro colpe (spesso gravi) verranno alla luce, gli abitanti passeranno da un approccio sulla difensiva all’espressione di una rabbia generata dalla frustrazione e dalla presa di coscienza di trovarsi dalla parte sbagliata della storia (con la lettera minuscola o maiuscola).

Pur con una eccessiva dose di “approssimazione” nel narrare le vicende riguardanti i singoli personaggi, che sembrano maschere e non persone con una propria personalità definita, 1945 riesce a calamitare un magnetico interesse da parte dello spettatore. Forse non tanto per quello che racconta ma per la maniera con la quale sceglie di mettere in scena questo dramma storico dalle atmosfere squisitamente western.

1945, la fine della guerra come un western
3.8Overall Score
Regia
Sceneggiatura
Colonna sonora
Cast
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