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Giffoni Film Festival 2018, i primi film confermati

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“E’ sempre un dolore non selezionare tante delle opere che ci vengono presentate, così come è una grande responsabilità accettare quelle che andranno poi a comporre il corpus della selezione da presentare alle giurie. Ogni film viene visto e analizzato con cura, amore e rispetto”.

Con queste parole il direttore di Giffoni Experience, Claudio Gubitosi, commenta il lavoro di selezione dei film che saranno in concorso alla 48esima edizione del Giffoni Film Festival, in programma dal 20 al 28 luglio. Ben 4500 le opere in preselezione – tra corti e lungometraggi – che il team della direzione artistica di Giffoni sta valutando.

“La selezione dei film per le varie sezioni del Festival – continua – è un complesso processo culturale e organizzativo. E’ un compito difficile quello del selezionatore, perché la sua figura è chiamata a scontrarsi e a combattere continuamente con le proprie scelte e con l’esigenza di portare ai ragazzi storie da vivere. Il team di Giffoni su questo ha una lunghissima esperienza. Il lavoro definitivo, poi, è contraddistinto da un ulteriore seguito che è quello di lavorare in squadra su tutte le sezioni”.

Storie delicate e allo stesso tempo capaci di toccare le corde emotive più profonde. La prima rosa di lungometraggi da proporre ai 5601 giurati inizia così a prendere forma, e sono sette le sezioni competitive in cui saranno presentati: Elements +3 (dai 3 ai 5 anni), Elements +6 (dai 6 ai 9 anni), Elements +10 (da 10 ai 12 anni), Generator +13 (dai 13 ai 16 anni), Generator +16 (dai 16 ai 17 anni), Generator +18 (18 anni in su) e Gex Doc (sezione dedicata a docenti e filmgoers). Come da tradizione saranno proprio i giurati, provenienti da 52 Paesi, a decretare i vincitori del Gryphon Award. Ecco i primi titoli selezionati:

ELEMENTS +3

Alla giuria più giovane del Festival è dedicato “MY GIRAFFE” (Olanda/Germania/Belgio, 2017) di Barbara Bredero. Il miglior amico di Patterson è Raf, una giraffa. Quando entrambi raggiungono l’età per andare a scuola, sono felicissimi. Il primo giorno, Patterson mette nel suo zaino la merenda destinata al compagno ma, ben presto, scopre che nella sua scuola nessun animale ha il permesso di entrare. Fortunatamente il bambino elaborerà un piano per portarlo con sé.

ELEMENTS +6

Amicizia, rapporto padri e figli, culture apparentemente lontane, piccole e grandi sfide che accomunano i percorsi di crescita dall’infanzia all’adolescenza: è il filo conduttore della sezione Elements +6. Si parte da “RUNNING LIKE WIND” (Cina, 2017) di Zhong Hai che ci mostra, in modo divertente, la frustrante vita di un allenatore di calcio femminile nella provincia di Hainan in Cina. L’opera delinea un forte spirito sportivo quale metodo per affrontare al meglio la gioventù e, con un tocco di umorismo, racconta la cultura e le aggraziate tradizioni asiatiche.  Torna, invece, al Festival la regista Dorte Bengtson. Dopo lo short-film “Vitello Dig a Hole” – presentato nel 2015 sempre in questa sezione – è la volta del lungometraggio “VITELLO” (Danimarca, 2018). Vitello vive con la madre in una piccola abitazione a schiera vicino alla tangenziale. La sua vita è quella di un normale ragazzo della sua età se non fosse per un piccolo particolare: non ha un papà o, per lo meno, non sa chi sia. Sua madre non gli è di grande aiuto e aggira ogni sua domanda con un semplice: “È un mascalzone”. Ciò non è abbastanza per il ragazzo, che decide di mettersi alla ricerca del genitore. Con “SUPER FURBALL” (Finlandia, 2018) di Joona Tena, invece, si affronta l’adolescenza con un tocco di magia. Emilia ha 11 anni e vive in un sobborgo di Helsinki con sua madre. La ragazza crede di essere noiosa e impopolare rispetto alle altre sue coetanee, fino a quando un porcellino d’india la condurrà in una serie di avventure sorprendenti.

ELEMENTS +10

Storie di formazione impresse sul grande schermo e capaci di parlare dritto al cuore dei giurati: i lungometraggi dedicati agli Elements +10 non deluderanno di certo le aspettative del giovane pubblico. Basato sull’omonimo libro per bambini, “ROSIE & MOUSSA” (Belgio/Olanda, 2018) di Dorothee Van Den Berghe è un racconto di amicizia, crescita e coraggio. Il film ci mostra la complessa situazione familiare di Rosie, appena trasferitasi in un’altra città e con il padre in prigione. La ragazza troverà in Moussa un supporto alle difficoltà. È basato su una storia vera, invece, “ZOO” (Irlanda/Canada 2017) di Colin Mclvor. Durante i bombardamenti aerei tedeschi di Belfast nel 1941, Tom lotta per salvare Buster, un cucciolo di elefante. Protagonista dell’opera è Art Parkinson, che ha interpretato Rickon Stark ne “Il Trono di Spade”. L’attore è presente anche in “I Kill Giants” selezionato per i Generator +13. Si continua con “THE WITCH HUNTERS” (Serbia/Macedonia, 2018) di Rasko Miljkovic. Jovan, un bambino di dieci anni, soffre di una parziale paralisi cerebrale, condizione che ha modellato la sua esistenza e che gli ha fatto credere di passare inosservato agli occhi degli altri. Grazie alla fantasia e al potere dell’immaginazione, si rifugia spesso in un mondo fantastico in cui è libero di essere chi vuole e di avere quei poteri da supereroe che tutti sognano. La sua routine viene però rotta dall’amicizia con Milica. La ragazza lo inviterà ad aiutarla a liberare suo padre dalla nuova moglie, la matrigna che crede essere una strega. Veniamo trasportati con “THE WAR GAME” (Svezia, 2017) di Goran Kapetanovic nella vita di Malte, un solitario ragazzo di 11 anni con la passione per i giochi dalle strategie complesse. Quando il giovane finisce nel bel mezzo di un conflitto tra due cortili, trova un uso pratico alle sue teorie. Troppo tardi si accorge che la sua interferenza rende il gioco reale, tanto da provocare una vera guerra. Riuscirà a fermarla?

GENERATOR +13

L’incontro tra fantasia e realtà, la complessità delle prime relazioni e il rapporto tra genitori e figli sono alcuni dei temi al centro della sezione Generator +13. Ricompare in “I KILL GIANTS” (Belgio/Inghilterra/Usa, 2017) di Anders Walter l’attore Art Parkinson, già protagonista di “Zoo” per la sezione Elements +10. L’ominima graphic novel “I Kill Giants” – a cui è ispirato il film – racconta la storia di una ragazza che scappa dalla sua difficile realtà in una vita fantastica dove ha più potere. Zoe Saldana (la Neytiri di “Avatar”) interpreta il ruolo della signora Mollé, psicologa e confidente della protagonista Barbara (Madison Wolfe) una giovane in lotta contro mostri e fantasmi reali e irreali. Con “MEERKAT MOONSHIP” (Sud Africa, 2017) di Hanneke Schutte incontriamo Gideonette, una ragazza timida e visionaria sul cui nome si cela una maledizione di famiglia. Sembra, infatti, che ogni “Gideon” sia morto in un bizzarro incidente. La giovane non sembra prestare ascolto alle preoccupazioni familiari ma una serie di incredibili eventi potrebbero dissuaderla, insegnandole che nessuno può nascondersi dalla morte.

GENERATOR +16

Mettono a confronto leggerezza e preoccupazioni degli anni più belli i film scelti per i Generator +16: un viaggio nei piccoli e grandi ostacoli della ricerca e affermazione di se stessi. Tati e Renet sono i protagonisti di “RUST” (Brasile, 2017) di Aly Muritiba. I due studenti delle scuole superiori cominciano a scambiarsi messaggi sui social media, ma la loro relazione termina quando in rete finisce un video intimo di Tati. La vergogna per l’accaduto e la separazione dei genitori di Renet mettono a dura prova il loro rapporto. Riusciranno a recuperare i pezzi? È il racconto di un’adolescenza difficile “NIGHT COMES ON” (Usa, 2018) di Jordana Spiro, al suo primo lungometraggio ma già protagonista di diverse serie tv. Angel LaMere viene rilasciata dal centro di custodia minorile alla vigilia del suo diciottesimo compleanno. Ossessionata dal suo passato, intraprende con la sorella di dieci anni un viaggio che potrebbe distruggere per sempre il suo futuro. Esordio alla regia anche per Banu Sivaci con “THE PIGEON” (Turchia, 2018). È solo sul tetto della casa dei suoi genitori, sopra i vicoli di una baraccopoli di Adana, in compagnia dei suoi adorati piccioni, che Yusuf può trovare pace ma soprattutto può ritrovare se stesso. L’amore come cura alle ferite del passato è, invece, il tema di “AIR” (Germania, 2017) di Anatol Schuster che per la prima volta firma un lungometraggio. Louk è profonda come il mare. Manja è pura come l’aria. Il loro amore significa non avere paura, non mentire e non lasciare tracce. Ma quando Manja si rende conto che l’idealismo di Louk nasconde una ferita profonda, lasciata dalla perdita di sua madre, la aiuta a dire addio al passato e impara a lasciarsi andare.

GENERATOR +18

La complessità dei rapporti in contesti non sempre facili: è il percorso proposto ai GENERATOR +18. Con “BROTHERS” (Olanda, 2017) di Hanro Smitsman si viene proiettati nel dramma di Hassan e Mourad alla ricerca del loro fratello minore, Yasin, un presunto estremista nella Siria dilaniata dalla guerra. Cambio totale di contesto per “THE HUNGRY LION” (Giappone, 2017) di Ogata Takaomi, qui un insegnante di liceo viene arrestato con l’accusa di avere avuto rapporti sessuali con una minorenne. Ad entrare nell’occhio del ciclone sarà la giovane Hiromi, accusata di essere stata ripresa dall’insegnante in un video hot divenuto virale. La ragazza dovrà fare i conti con gli haters che la maltrattano online e nella vita reale. Conosciamo Theo con “FAKE TATTOOS” (Canada, 2017) di Pascal Plante. Il giovane trascorre il giorno del suo diciottesimo compleanno da solo, ubriacandosi durante un concerto punk rock. Qui incontra Mag, un’adolescente che lo invita a passare la notte a casa sua. Tra i due inizia una storia d’amore ma presto Theo dovrà trasferirsi lontano dal suo doloroso passato. Diverso è il percorso narrativo scelto per MICHAEL INSIDE (Irlanda, 2017) di Frank Berry. Protagonista è Michael McCrea (Dafhyd Flynn) un 18enne irlandese che vive con suo nonno Francis (Lalor Roddy). Il ragazzo non frequenta le migliori compagnie, tanto che un giorno un amico gli chiede di nascondere un sacchetto di droga per suo fratello. Il giovane accetta e decide di riporre le sostanze stupefacenti nella sua camera da letto, ma la mattina seguente la polizia perquisisce l’appartamento e Michael viene catturato e condannato a tre mesi di carcere.

GEXDOC

Si basano su storie vere, narrate in forma di documentario, le opere scelte per GEX DOC. Si parte con lo straziante “DEATH OF A CHILD” (Danimarca, 2017) di Frida e Lasse Barkfors. L’opera è un’esplorazione della vita dei genitori che hanno causato la morte dei propri figli, spiegando allo spettatore le situazioni che hanno provocato questa tragedia. Il racconto sembra scatenare una rabbia sociale e delle condanne specifiche. Perché un genitore dimentica il proprio figlio in macchina? Primo lungometraggio da regista, invece, per Ayelet Albenda che al Festival porta “IN MY ROOM” (Israele, 2017). La storia si svolge nelle stanze di sei adolescenti, il film viene interamente raccontato dai video autoprodotti dai ragazzi e pubblicati su YouTube. Non si tratta di stelle della rete ma solo di giovani che parlano a se stessi e a chiunque sia disposto ad ascoltare. Una ragazza Swazi intraprende una pericolosa missione per salvare i suoi giovani fratelli gemelli in “LIYANA” (Qatar/Svizzera/Usa, 2017) di Aaron e Amanda Kopp. Si tratta di una favola africana animata nata dall’immaginazione di cinque bambini orfani dello Swaziland. Una storia di perseveranza attinta dai loro ricordi più oscuri e dai loro sogni più luminosi. Il viaggio del loro personaggio immaginario è intrecciato con scene documentaristiche poetiche. Diverso il tema di “IMPOSED PIECE” (Belgio, 2017) di Brecht Vanhoenacker, si tratta di una cronaca cinematografica basata su uno dei più prestigiosi concorsi per violino: the Queen Elisabeth. Attraverso questo documentario, il pubblico incontra alcuni dei dodici finalisti e segue la loro intensa preparazione. Questi musicisti giovani e talentuosi hanno finalmente la possibilità di esibirsi come solisti dopo anni di pratica e sacrifici. A poco a poco, il film rivela come si preparano, come affrontano lo stress e come riflettono sul loro passato e futuro.

TEMA

Tema scelto per il 2018 “Aqua”, un filo rosso che apre la mente a numerosi spunti di riflessioni e che accompagnerà il Festival – fino al 2020, anno in cui “Giffoni” festeggerà il suo 50ennale – in una trilogia incentrata sulla tutela e salvaguardia del pianeta.

 

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Cinema

TFF 37: un nuovo spazio tematico nella sezione TFFdoc

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torino film

Il 37° Torino Film Festival (22-30 novembre) annuncia un nuovo spazio tematico nella sezione TFFdoc dal titolo “L’unica cosa che ho è la bellezza del mondo”, composto da quattro documentari e dalla conversazione con lo scrittore e filosofo Franco “Bifo” Berardi.

Si tratta di un’ulteriore riflessione rispetto a quanto affrontato lo scorso anno nel focus TFFdoc/apocalisse: in questo periodo connotato dall’attesa della catastrofe e angosciato dall’ urgenza di evitarla, TFFdoc ha deciso di concedersi il tempo di fermarsi a contemplare ciò che abbiamo intorno, di godere del piacere dello stare nel mondo.

“L’esaurimento non concerne solo le risorse fisiche ma anche l’energia nervosa della popolazione il cui cervello tende all’ esplosione psicotica” (Franco “Bifo” Berardi, L’esaurimento, Nero Magazine, 2019); noi riteniamo che la bellezza, sottraendoci alla logica dell’accumulo, ci possa salvare.

Incontro con Franco “Bifo” Berardi 

Franco “Bifo” Berardi, l’autore di Dopo il futuro. Dal futurismo al cyberpunk (2013), Il secondo avvento. Astrazione apocalisse comunismo (2018), e Futurabilità (2019), terrà un incontro abbinato alla proiezione del documentario di Christian LabhartPassion – Beetwen Revolt and Resignation, con l’obiettivo di guidare lo spettatore e aiutarlo a orientarsi nella follia del mondo contemporaneo, travolto dal global warming, dal consumo eccessivo di merci, dalle continue guerre “locali” e dalle migrazioni senza sosta, che provocano le diseguaglianze globali.

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Comme si, comm ça diretto da Marie-Claude Treilhou

Nel suo studio pieno di libri Michel Deguy, uno dei più grandi poeti viventi, continua senza tregua a lanciare sfide, a inventare un pensiero critico, a plasmare e trasformare il linguaggio. Adottando la stessa compostezza formale del poeta, il documentario si pone un obiettivo ambizioso: a partire da una conversazione frontale immergersi nel profondo della scrittura poetica, nel vivo del suo pensiero “ecopoeticologico”.

Time and Tide diretto da Marleen Van Der Werf

La quiete della natura. Il piacere dello stare nel mondo. La macchina da presa segue i movimenti del vento che accarezza un paesaggio che diviene emotivo.

Últimas Ondas diretto da Emmanuel Piton

Da qualche parte nel nord della Spagna. Un viaggio psicologico e geografico in quei luoghi che sono tornati selvaggi, un’elegia degli esseri che li hanno segnati con il loro passaggio. Un film di fantasmi che raccontano storie di un tempo che non c’è più.

L’ultimu sognu diretto da Lisa Reboulleau

Nel cuore della foresta corsa, nel centro dell’isola, una donna vaga di notte. Le sue partite di caccia sono oniriche e negli occhi delle bestie che uccide le viene rivelato il futuro funesto degli abitanti del suo villaggio. Lei è una mazzera.

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Cinema

RomaFF14: Judy, una toccante Renée Zellweger è Judy Garland nel biopic di Rupert Goold

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judy recensione

A soli tredici anni Frances Ethel Gumm, poi in arte Judy Garland, viene messa sotto contratto dalla MGM e lanciata verso quella che dovrebbe essere una brillante carriera costellata di successi. E i successi arriveranno, in primis quel Mago di Oz che la condurrà attraverso il sentiero dorato e poi sotto i riflettori del successo, ma arriveranno di pari passo anche i tanti fallimenti e momenti bui, a connotare un’esistenza che finirà di brillare precocemente a soli 47 anni.

judy film

Rupert Goold, regista inglese specializzato in teatro, adatta per il grande schermo il dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, e cuce addosso a un’ottima Renée Zellweger i panni “striminziti” di una stella del cinema hollywoodiano “nata in un baule, nelle quinte di un teatrino di provincia”, e schiacciata dalle regole e dai paradossi del suo stesso successo. Raccontando l’ultima tournee della diva nel night club londinese Talk of the Town, Goold tratteggia la stella, il talento, la voce luminosa, ma anche tutte le ansie, le dipendenze, le depressioni sperimentate a ciclo continuo dall’attrice statunitense. Nel mondo patinato dello spettacolo e sotto le luci di proscenio, Judy racconta i risvolti tragici della storia di una bambina cresciuta troppo in fretta, svezzata a regole ferree e pillole (per spezzare la fame, dormire, tranquillizzarsi – dipendenze poi mai del tutto abbandonate) divenuta una giovane diva osannata ma letteralmente sbranata dai propri demoni interiori e dalla sofferenza. Una sofferenza a cui nemmeno l’amore viscerale per i figli o per l’ultimo marito Micky Deans riuscirà a strapparla. 

Curiosità: Tutti i volti di Londra al cinema

Renée Zellweger si cala a pieno regime, con trasporto e partecipazione espressiva ed emotiva nella bravura così come nei tic e nel male di vivere della celebre interprete di Dorothy, e ne porta alla luce tutti i tratti salienti di quella profonda insicurezza e senso di smarrimento che ne sanciranno poi l’uscita di scena e la precoce scomparsa. Sempre più dipendente da alcol e pillole, meno affidabile e assicurabile, e dunque spendibile per il mercato del crudele e impietoso showbiz, la minuta Judy pagherà a proprie spese il conto di quel mondo luccicante che non ammette fragilità, tentennamenti, diversità, e che è pronto a darti il benservito tra uno spettacolo e l’altro.

Renee Zellweger Judy

Renee Zellweger in Judy

Goold dal canto suo dirige con sensibilità e trasporto, sfruttando l’alternanza di tempi storici che tra ’39 e ’69 sanciscono inizio e fine di questa vita drammatica, il dettaglio (la vita privata) e la panoramica (la vita pubblica) di un’eroina bella e fragile, avvolta dalle spire del successo e rimasta molto probabilmente impigliata in quella ricerca del sogno e di quel luogo magico, oltre l’arcobaleno, dove i sogni riescono in qualche modo anche a diventare realtà (senza che la realtà torni poi a spezzarli) “Somewhere over the rainbow Way up high And the dreams that you dream of Once in a lullaby”. 

Lo sapevi che: Il Mago di Oz diventa un film horror

Nell’adattamento per il grande schermo del dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, Rupert Goold dirige un’ottima Renée Zellweger in Judy, che racconta l’ultima tournee di Judy Garland attraverso luci e ombre di un talento precocemente spezzato dalla malia controversa del successo. Un biopic onesto che ripercorre il sentiero di un’esistenza tragica senza insistere nel pietismo o nel sentimentalismo, ma cercando piuttosto di disegnare il complesso ritratto di bambina, e poi donna, nascosti dietro al volto inquieto della diva.

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Cinema

RomaFF14: Honey Boy, l’infanzia traumatica di Shia LaBeouf

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Otis (interpretato dai bravi Noah Jupe nella versione bambina e Lucas Hedges in quella adulta) è un dodicenne prodigio, un talento indiscusso sui set, ma anche un Honey Boy (dolce bambino) come lo chiama il padre alcolista e tossicodipendente (interpretato da Shia LaBeouf) che gli fa da accompagno e “manager”. Padre e figlio vivono in un comprensorio popolare circondati da prostitute e gente che, proprio come loro, vive alla giornata e si ritrova sempre nello stesso cortile.

honey boy

Honey Boy

Divenuto adulto e alle prese con un’avviata carriera da stuntman ma una vita sempre più scombinata, Otis ripercorrerà mentalmente l’infanzia turbata e disturbante vissuta accanto a quel padre problematico e incapace di fare il genitore, e proiettata tutta nel sogno di sfondare mettendo a frutto il suo talento per riscattare quella vita ai margini e anche in qualche modo l’esistenza di quel padre sgregolato e “bambinesco” ma in fondo buono. Cresciuto troppo in fretta e costretto nel paradosso a fare da genitore al proprio padre (sostenendolo anche economicamente con il suo lavoro sul set) Otis è bambino di grande sensibilità e talento che incanalerà nella sua vita adulta tutte le intemperie e le fratture di quell’infanzia, caratterizzata dalla mancanza di punti di riferimento adulti e affidabili, e dalla mancanza di una famiglia unita e di amorevole supporto. 

Storia di formazione autobiografica scritta dallo stesso attore Shia LaBeouf durante un periodo di in clinica per disintossicarsi dall’alcol, Honey Boy è una dura storia di precoci talenti e infanzie spezzate che trova in Shia LaBeouf (estremamente in parte nei panni del padre) e nel piccolo Otis (sguardo a un tempo dolce e sveglio)  il giusto confronto emotivo per parlare in maniera toccante ma non retorica, coinvolgente ma non ricattatoria di famiglie disfunzionali e rapporti padre-figlio burrascosi. Una tematica già ampiamente affrontata nel cinema (più o meno indipendente) ma che nell’occhio dell’esordiente regista israelo-americana Alma Har’el (già autrice di video musicali e documentari) lo sguardo giusto e il giusto equilibrio tra partecipazione e oggettività per indagare il cuore di quelle mancanze che creano dipendenze, e di quei circoli esistenziali viziosi che più si originano precocemente e più sono – in assoluto – difficili da spezzare.

honey boy lucas hedges

Lucas Hedges nel film Honey Boy

Alma Har’el realizza un’opera intima e a suo modo toccante che parla di metabolizzazione del dolore, di imparare a lasciar andare il rancore, e di quel “seme che deve distruggersi per diventare fiore”. Un film piccolo ma onesto che ha tutte gli elementi del film indipendente di qualità e che poggia gran parte del suo carattere emotivo sull’interpretazione funzionale di Shia LaBeouf e del piccolo Noah Jupe.

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