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Addio a Roger Moore, cinque ruoli indimenticabili oltre 007

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In un momento particolarmente difficile per la Gran Bretagna, alle prese ancora una volta con lo spettro del terrorismo, scompare una delle icone che ha reso grande il nome del cinema inglese: Roger Moore, classe 1927. Ad annunciarlo con un tweet i figli Deborah, Geoffrey e Christian: “È con il cuore pesante che dobbiamo annunciare che il nostro amorevole padre, Sir Roger Moore, è morto oggi in Svizzera dopo una breve e coraggiosa battaglia contro il cancro”. Reso celebre per aver interpretato James Bond in numerosi capitoli della saga, la carriera dell’elegante 89enne è legata anche a diverse pellicole di azione e show televisivi di culto. Ripercorriamo quindi attraverso cinque ruoli indimenticabili la storia dell’attore britannico, anche al di là del personaggio che lo ha consegnato definitivamente all’olimpo delle star più amate di sempre. 

Brett Sinclair in Attenti a quei due 

Reduce già da un decennale successo per aver interpretato Simon Templar nella serie Il Santo – The Saint, Roger Moore deve parte della sua fama anche a questa sit-com degli anni ’70 ed al personaggio di Lord Brett Sinclair. Una serie divenuta cult con il passare degli anni, ma che quando uscì dovette subire parecchie critiche da un pubblico statunitense forse non troppo abituato all’umorismo tagliente e all’ironia di situazioni e dialoghi. La serie, infatti, fu chiusa precipitosamente senza neanche un episodio conclusivo a celebrarne l’epilogo. Il successo esplose invece in Europa, tanto da spingere la produzione a rimontare sette coppie di episodi e a distribuirle nei cinema come film. 

L’ispettore Clouseau ne La pantera Rosa

Primo film della serie in cui non compare Peter Sellers, Pantera Rosa – Il mistero Clouseau vede l’esordio di Roger Moore nei panni del simpatico ispettore. Alla regia lo storico Blake Edwards, per una commedia incentrata proprio sulla misteriosa scomparsa di Clouseau. Dopo averlo dato per morto, l’imbranatissimo sergente Clifton Sleigh di New York scopre che si è invece nascosto in un posto sperduto con un diamante prezioso rubato in combutta con una ladra. Non solo, ma l’ispettore si è anche sottoposto ad un’operazione chirurgica che gli ha donato le sembianze proprio di Roger Moore. 

Lord Edgar Dobbs ne La Prova

Gli amanti dell’atletico Van Damme ricorderanno con nostalgia Roger Moore anche per il suo ruolo ne La Prova, nelle vesti del contrabbandiere Lord Edgar Dobbs, a cui il protagonista chiederà aiuto per tornare in America dopo essere scappato dalla polizia. Da qui prenderà il via una storia di arti marziali che seguirà un giovane Van Damme nella sua scalata ad un prestigioso torneo di Muay Thai (con un subdolo fine secondario, rubare il prezioso drago d’oro insieme ai contrabbandieri che lo hanno salvato).

Shawn Fynn ne I 4 dell’Oca selvaggia 

Nella sua lunga carriera Roger Moore ha anche interpretato lo scaltro pilota di aerei Shawn Fynn, membro della squadra capitanata dal colonnello Allen Faulkner con lo scopo di liberare Julius Limbani, ex presidente democratico di un paese africano, prigioniero del dittatore illegittimo Endova. Durante le riprese Roger Moore festeggiò il suo cinquantesimo compleanno proprio sul set del regista Andrew V. McLaglen. Sulla scia del successo ottenuto, la produzione italiana spacciò qualche anno dopo il film The Sea Wolves, sempre con Roger Moore, come il sequel ufficiale de I 4 dell’Oca selvaggia (che invece è Wild Geese II diretto da Peter Hunt).

Il mio nome è Bond, James Bond

Nonostante questi importanti ruoli, il nome di Roger Moore resterà per sempre legato al personaggio dell’agente segreto 007, da lui interpretato per bene sette volte sul grande schermo da Vivi e lascia morire del 1973 fino a Bersaglio Mobile del 1985. Non servono altre parole, ma vi lasciamo a questo bellissimo tributo che racchiude in una ventina di minuti tutti i momenti più belli del James Bond di Moore.  

https://www.youtube.com/watch?v=oKLn0iRfl3Q

Studente presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Autore di diversi articoli pubblicati su mensili locali quali Bisceglie in Diretta e Il Biscegliese e siti d’informazione online locali e non. Ha collaborato con siti di informazione videoludica, come GameBack, GamesArmy e gamempire.it. Attualmente è redattore di Bisceglie24 e gestisce il blog cinematografico Strangerthancinema.it.

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Cinema

Lady Gaga attrice, non solo musica nel suo futuro!

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La notte più attesa dagli amanti del mondo del cinema ormai è giunta alle porte. Dopo le polemiche sulla possibile premiazione di ben quattro categorie (miglior fotografia, montaggio, trucco e acconciature e cortometraggio live action) durante le pause pubblicitarie, l’attenzione si è nuovamente spostata sulle nomination degli Oscar 2019. Tra i tanti nomi che spiccano e creano suspense Lady Gaga è quello che rimbalza di più tra i commenti social e i bookmaker.

Nota per essere una delle regine della musica pop contemporanea, a stupire non è stata la candidatura per la Miglior Canzone Originale con Shallow, ma la nomination come miglior attrice protagonista per il film A Star is Born, diretto ed interpretato da Bradley Cooper. Non è la prima volta che un cantante riesce a portare a casa l’ambita statuetta d’oro, basta ricordare il caso di Jared Leto quando, nel 2014, riuscì a vincere il premio come miglior attore non protagonista nel film Dallas Buyers Club. Ma ora pensiamo alla nostra Lady Gaga.

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Il termine ‘nostra’ non è detto a caso, dato che nelle sue vene scorre sangue italiano. Tutti la conoscono come Lady Gaga, ma pochi sanno che il suo vero nome è Stefani Joanne Angelina Germanotta. Giunta al successo grazie alle sue canzoni che riescono a conquistare le vette delle classifiche mondiali in breve tempo e alla sua fisicità dirompente, prima di arrivare a essere considerata un’attrice a tutti gli effetti, Gaga ha preso parte ad altre produzioni televisive e cinematografiche.

Lady Gaga tra cinema e tv

Lady Gaga, chiamata così in onore della canzone Radio Gaga dei Queen, a partire dai primi anni 2000 ha mosso i primi passi nel mondo delle serie tv quali: I Soprano, The Hills, Gossip Girl e, tra il 2015 e il 2016, le fortunatissime American Horror Story: Hotel e tre episodi di American Horror Story: Roanoke. Il suo esordio al cinema invece è datato 2012 con Men In Black 3 nel quale fa solo un cameo; il film Katy Perry: Part of Me; Machete Kills; Sin City-Una donna per cui uccidere; Gaga: Five Foot Two, fino al ruolo che le ha consentito di entrare nell’olimpo di Hollywood: A Star is Born.

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Bradley Cooper e Lady Gaga in A Star Is Born

Lady Gaga in vetta con A Star is Born

L’esordio alla regia di Cooper è avvenuto proprio con questo film, realizzando il terzo remake del bellissimo É nata una stella (1937) di William A. Wellman.
Gaga, nel giro di pochi anni, ha dimostrato che dietro quei costumi stravaganti e quelle performance, a volte scandalose, c’è un’artista e un’attrice con la A maiuscola. Lady Germanotta è risultata naturale e assolutamente credibile nel ruolo della talentuosa cantante Ally. Tralasciando – volutamente – la meraviglia di ascoltare la sua voce in un cinema con una qualità audio consona di cotanto talento, crediamo vivamente che possa avere ottime probabilità di vincere il Premio Oscar.

Cresce anche l’attesa per la performance durante la notte degli Oscar nella quale Gaga e Cooper proporranno nuovamente il duetto con Shallow. Speriamo che questa statuetta – dopo aver vinto il Golden Globe – possa farle tornare il sorriso dopo l’improvvisa rottura con il fidanzato e manager Christian Carino, con il quale avrebbe dovuto convolare a giuste nozze in Italia, nella meravigliosa Venezia.

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Cinema

I pro e i contro dell’uso del telefono sulla scena, al cinema e in tv

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telefono sulla scena

Viviamo in un’epoca in cui tutti hanno uno smartphone in tasca, pertanto è naturale che questi piccoli strumenti ormai indispensabili nella nostra quotidianità, abbiano un ruolo nel cinema e nella televisione. Nel film The Social Network, per esempio, si può notare l’eccellente lavoro di David Fincher per l’inquadratura di una scena che si svolge durante le telefonate, al fine di enfatizzare la dinamica della conversazione. Vedi la clip qui sotto.

Avere gli attori faccia a faccia e poi distogliere lo sguardo nei momenti di conflitto, suggerisce il loro pensiero e lo stato della loro relazione. Fincher usa anche il movimento della fotocamera (o la mancanza di esso) per dimostrare le posizioni dei personaggi e l’umore. Le telefonate possono anche essere utilizzate per sfruttare le voci estremamente iconiche nel film. Il primo esempio è il famoso monologo di Liam Neeson in Taken. Il telefono stesso può diventare un oggetto chiave nella scena. Nella chiamata nel film Tropic Thunder, tra il personaggio di Tom Cruise e i rapitori, egli getta letteralmente il suo cellulare sopra la spalla. Ci sono innumerevoli scene in cui un telefono, un tablet o un computer vengono polverizzati al termine di una chiamata difficile. Quante volte gli attori hanno davvero conversazioni al telefono?

A volte basta un messaggio

Esistono vari metodi alternativi rispetto alle telefonate. Anche i messaggi sono un eccellente metodo di comunicazione tra i personaggi quando vuoi che restino anonimi. Questo mantiene la suspense di un personaggio sconosciuto senza dover usare uno stupido voice-over. I messaggi di testo sono stati ben fatti di recente, in particolare in serie tv come Sherlock e House of Cards. Invece di eseguire lo zoom sullo schermo del telefono, hanno scelto di mostrare il testo fluttuante sullo schermo. Ciò semplifica la lettura, offre una stimolazione migliore in una scena senza dover tagliare lo schermo del telefono, e consente allo spettatore di concentrarsi sulle reazioni del personaggio che riceve i messaggi.

A differenza delle telefonate, è possibile anche mostrare i personaggi che scrivono i messaggi prima di decidere di inviare. Ciò fornisce una visione significativa dei vari pensieri del personaggio sullo schermo. Cronometrare l’arrivo dei messaggi può avere un effetto comico o drammatico per una scena, e la relazione tra i personaggi e il tono può essere comunicato attraverso font, emoji, ecc.

Le videochiamate

Le videochiamate possono essere più complicate in quanto tendono a richiedere la messa a fuoco sullo schermo. Alcuni film utilizzano videochiamate per tutte le riprese, come ad esempio il film Unfriended del 2015, che si svolge interamente su chiamate Skype. Tuttavia, concentrarsi sullo schermo può rompere il ritmo di una scena. I personaggi nel video hanno opzioni di framing limitate. La fantascienza fa buon uso della videochiamata con schermi di grandi dimensioni – e occasionalmente ologrammi – per la comunicazione. Questi consentono un movimento più ampio dei personaggi che danno e ricevono le chiamate e possono consentire ai personaggi che si trovano in luoghi diversi di apparire nello stesso momento e interagire l’uno con l’altro. I personaggi possono condividere altre informazioni sottoforma di immagini, video o ologrammi, dando al pubblico ulteriori informazioni su una situazione. Ogni tecnologia ha i suoi svantaggi nel film.

Il testo deve essere breve e preciso, per evitare che diventi noioso o che tenti di monopolizzare una scena. Le videochiamate tendono a richiedere un lavoro di base sulle telecamere. Le chiamate telefoniche legano gli attori a un dispositivo, in modo che le loro altre azioni possano essere limitate. Ciò nonostante, l’uso creativo di queste tecnologie consente agli spettatori di trarre un significato da una scena esterna al dialogo di base e offre ai registi ancora più opportunità di aggiungere sfumature alle scene in modi unici e interessanti.

Fonte: Film Schools Rejects

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Cinema

La Favorita: come sta cambiando il cinema in costume

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La Favorita

Yorgos Lanthimos più di altri registi sembra aver capito come sta cambiando il cinema di massa hollywoodiano, da qualche anno sempre alla ricerca di nuovi paradigmi attraverso i quali declinare le sue figure femminili, cercando ruoli e archetipi inediti per le donne sul grande schermo. Il suo ultimo film, La Favorita, è infatti l’esempio migliore del nuovo cinema americano: sempre più centrato sulle donne, interessato ad ampliare lo spettro dei caratteri e degli atteggiamenti propri delle figure cinematografiche femminili. Pur non rinunciando alle caratteristiche salienti del suo cinema (in primis il disprezzo verso i propri personaggi, in grado di essere percepito dalle stesse attrici che li interpretano), Lanthimos smussa gli spigoli dei suoi precedenti lavori (le lungaggini e l’estetismo esasperato) per mettersi al servizio di una sceneggiatura editorialmente furba (e, per la prima volta, non scritta da lui). Ne La Favorita gli uomini si dilettano con parrucche, pizzi e merletti, mentre alle donne viene affidato il compito di andare a caccia e di sporcarsi (letteralmente) le mani.

Lanthimos fa tutto questo utilizzando il genere del period drama e piegandolo ai propri scopi. Le sue lenti deformanti stavolta filtrano una realtà che è dichiaratamente “falso storico”, in cui i personaggi parlano utilizzando un linguaggio moderno e contemporaneo. L’ambientazione è quella di un palazzo reale che non è stato ricostruito ricercando la fedeltà storica, ma che ci sembra comunque credibile grazie alla luce naturale con la quale è illuminato ed alla messa in scena curata fin nei più piccoli dettagli. Come già la prigione di The Lobster o la villa borghese de Il sacrificio del cervo sacro, il palazzo de La Favorita è il simbolo di un ordine (sociale o politico) che deve essere rovesciato.

L’evoluzione del period drama

Come nel Marie Antoniette di Sofia Coppola, che mostrava un mondo fatto di tradimenti e cattiveria, lontanissimo dalla realtà tanto da accorgersi solo all’ultimo momento della rivoluzione in atto, così ne La Favorita la Regina (Olivia Colman) è troppo presa dai suoi problemi (e dai suoi conigli) per potersi dedicare al governo del regno, di cui si parla tanto, ma le cui sorti in realtà non interessano a nessuno. Ma se la Coppola voleva mettere in scena l’adattamento di un personaggio ad un ambiente dal quale avrebbe preferito invece fuggire, Lanthimos descrive ancora una volta la miseria umana attraverso la cupidigia e il desiderio di prevalere sugli altri.

Se quello del period drama è stato forse il primo genere a mutare per adattarsi ad una nuova sensibilità cinematografica, alla rinnovata necessità di delineare figure femminili complesse, come la Lady Macbeth del film di William Oldroyd, costretta a reprimere la propria sessualità fino a negarla, adesso il cinema in costume è anche il primo a porsi il problema dell’inclusione in fase di casting. Per il recente Maria Regina di Scozia, ad esempio, la regista Josie Rourke ha rifiutato l’accuratezza storica per scegliere strategicamente degli attori in grado di riflettere la complessità della Gran Bretagna moderna, multietnica e multiculturale. Paradossalmente questa aderenza alla società contemporanea (e non a quella del periodo storico di riferimento) rende maggiormente consapevole lo spettatore e lo mette nella condizione di immergersi in un setting che altrimenti percepirebbe come fittizio. Così ad interpretare la consigliera di Elisabetta I d’Inghilterra troveremo Gemma Chan, ex modella britannica di origini cinesi, nei panni dell’ambasciatore Lord Thomas Randolph l’attore di colore Adrian Lester ed infine il portoricano Ismael Cruz Córdova nei panni di un segreto confidente di Maria.

E tu che Regina sei?

Non a caso il personaggio di Elisabetta I nel film della Rourke ricorda da vicino quello di Elisabetta II nella serie tv The Crown, una donna che è chiamata ad accantonare la propria umanità, a smettere di essere una persona per diventare un “ruolo”. La serialità televisiva ha cominciato a reinventare il period drama già da diversi anni, stravolgendo gli obsoleti racconti fatti di pettegolezzi di corte e amori ostacolati dalle istituzioni.

Forse solo Stephen Frears, regista britannico che aveva mosso i suoi primi passi all’interno del cinema punk underground, aveva capito già da tempo come i drammi in costume potessero essere usati per narrare altro. E così da The Queen fino a Victoria & Abdul, il suo cinema ha sfruttato il period drama per declinare un unico concetto, quello della ribellione contro l’ordine costituito. Adesso Frears non è più solo e il cinema in costume non è più il genere a cui affidarsi quando non si vuole rischiare, ma il campo di prova per un nuovo modello di cinema commerciale e al passo coi tempi.

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