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Cinema

Cannes 74 | perché la Palma d’Oro a Titane è una notizia dirompente

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È un gesto di immaginazione e coraggio (i due elementi essenziali per il cinema secondo Marco Bellocchio, premiato con la Palma alla carriera) quello che ha consegnato la Palma d’oro della 74esima edizione del Festival di Cannes al secondo lungometraggio di Julia Ducournau.

Titane non corrisponde alla banale idea che tutti, nel bene e nel male, hanno di quel premio: quella del grande film umanista diretto da un cineasta già ampiamente riconosciuto da dieci, venti o trent’anni (Nuri Bilge Ceylan, Ken Loach, Bong Joon-ho, Kore’eda, per citare esempi recenti). Julia Ducournau è una regista relativamente poco conosciuta a livello internazionale, che Thierry Frémaux ha voluto premiare inserendola in Concorso dopo l’esordio di Raw (presentato sempre a Cannes nel 2016 nella Semaine de la critique) e sulla quale il Festival ha esplicitamente scommesso.

Titane | una operazione di immagine per il Festival

Premiare un film così eccessivo e divisivo, più sorprendente che veramente compiuto, imperfetto (come ha detto la stessa Ducournau sul palco, indicando la perfezione come un vicolo cieco), è anche una grande operazione di immagine per il Festival di Cannes. La decisione della giuria rivendica vigorosamente da ora in poi una predilezione del festival francese per gli autori emergenti, dal momento che Julia Ducournau non è solo la seconda donna a ricevere la Palma dopo Jane Campion, ma anche fra i premiati più giovani (dopo Steven Soderbergh a 26 anni e Emir Kusturica a 31).

Il suo film è sempre ad un passo dalla grandezza, dal riuscire a coinvolgere davvero lo spettatore nello spettacolo dell’assurdo e dell’ironico, a spiazzarlo davvero con nuove possibilità di mutazione e manipolazione del corpo. Rende fecondo il desiderio sessuale di Crash di Cronenberg (la protagonista rimane incinta di una Cadillac) e opera un cambio di genere sulla rossa fiammeggiante Christine di Carpenter (rendendola maschile).

Che film è?

È un cinema di corpi, quello di Julia Ducournau. E così il suo Titane è innanzitutto un racconto di due corpi sofferenti che si sfiorano e si amano (quello della ballerina-killer-figlia di Agathe Rousselle e quello del bodybuilder-pompiere-papà di Vincent London). Corpi che si uniscono nella danza, danneggiati prima dal mondo e poi da chi li abita, animali che si annusano, si riconoscono, si avvicinano per affrontare meglio ciò che resta da vivere. Titanici nel senso dato da Esiodo: costretti a τιταίνειν (sforzo) e τίσις (punizione). La protagonista inizialmente usa il suo corpo per eccitare, seguendo le convenzioni della sessualizzazione del corpo femminile, ma finisce poi per dover camuffare il proprio sesso, picchiandosi per modificare i propri connotati e utilizzando crudeli sistemi meccanici per nascondere la sua gravidanza.

Si ha l’impressione, come nei film di Tsukamoto, che il corpo di ogni personaggio possa essere dilaniato, strappato, mozzato, mozzicato e stracciato con il minimo sforzo e in qualsiasi momento. È il primo Tsukamoto (adesso più interessato alla mutilazione) quello a cui guarda Ducournau, il cinema che negli anni Novanta raccontava in maniera stupefacente la mutazione della carne, il corpo come elemento generativo e transitorio, soggetto a continue trasformazioni. Titane, come già prima aveva fatto Raw, mette in scena il costante pericolo che minaccia l’integrità della pelle e degli organi attraverso tagli, invasioni chirurgiche e penetrazioni dolorose. Ma stavolta la transitorietà è totale: coinvolge ogni aspetto dell’esistenza umana (ovviamente anche il genere) e non è esclusivamente un fatto esteriore.

Divisioni in giuria

Nella medesima direzione della Palma d’oro vanno il Grand Prix a Juho Kuosmanen (al suo secondo lungometraggio dopo La vera storia di Olli Mäki, presentato anch’esso a Cannes nel 2016 in Un Certain Regard) per il suo film Hytti nro 6, fenomenale versione nordica di Prima dell’alba di Richard Linklater, e il premio per la miglior sceneggiatura al quarantaduenne Ryusuke Hamaguchi (nuovo talento del cinema giapponese, anche lui coccolato dal Festival, che gli aveva già riservato il Concorso nel 2018 per Asako I & II). Così il Premio della Giuria, che non aggiunge molto alla gloria di Apichatpong Weerasethakul, che lo aveva già ottenuto nel 2004 per Tropical Malady prima di vincere la Palma per Lo zio Boonmee, viene assegnato ex-aequo a Memoria (il film di Weerasethakul, appunto) e ad Ahed’s Knee di Nadav Lapid. Radicalismo e ricerca estetica: abbinarli è anche, per la giuria, un modo per occupare un preciso territorio cinematografico.

Allo stesso tempo, però, è evidente dal palmares che la giuria ha avuto molti contrasti e ha dovuto premiare tutto: quattro film ad ex aequo raccontano bene le divergenze che devono essere emerse in fase di valutazione. Come lo racconta bene il fatto che i due vincitori del Gran Prix siano due film narrativamente lineari (Hytti n.6 e A Hero) e i due vincitori del premio della giuria siano invece due film sperimentali (Ahed’s Knee e Memoria). Evidentemente vi erano due correnti contrastanti tra i giurati e Spike Lee così ha accontentato entrambe.

Cinema

Addio a Kirstie Alley | 5 film e serie tv per ricordare l’attrice scomparsa

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“Kirstie è stata una delle conoscenze più speciali che io abbia mai avuto. Le voglio bene e so che ci rivedremo di nuovo, da qualche parte”. Questa mattina sul profilo social dell’attore americano John Travolta è apparso questo post dedicato a una sua storica partner lavorativa : Kirstie Alley.

L’attrice aveva scoperto solo di recente essere malata e di avere un tumore molto aggressivo. Una malattia che purtroppo è riuscita a spegnere il suo sorriso all’età di 71 anni. Il ricordo dei colleghi è giusto subito dopo il triste annuncio pubblicato dai figli sui social. Il dispiacere dei fan e degli spettatori che avevano imparato ad amare e apprezzare la Alley, per film cult come Senti chi parla, ha fatto il giro del web in tutto il mondo.

Per ricordare la carriera di Kirstie Alley, fatta di alti e bassi, abbiamo deciso di farlo citando 5 titoli – tra serie tv e film – che tra gli anni ’80 e ’90 contribuirono a renderla una tra le attrici maggiormente apprezzate di Hollywood.

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Senti chi parla (1989)

Una trilogia composta da Senti chi parla, Senti Chi Parla 2 e Senti Chi Parla Adesso! rimasta nel cuore degli spettatori di tutte le età, grazie alla presenza di Kirstie Alley e John Travolta. In Italia a restare indimenticabile il doppiaggio divertentissimo dei due bambini, affidato alle voci di Paolo Villaggio e Anna Mazzamauro. La donna in carriera Mollie dopo una notte di passione in ufficio con un suo cliente, resta incinta di Michey. Peccato che l’uomo, nonostante le tante promesse, appena viene a sapere di questa gravidanza, decide di lasciarla e di non voler sapere nulla del figlio.

Decisa a dare alla luce il piccolo, dopo aver incontrato solo casi umani, alla fine è proprio il neonato a farla avvicinare a un tassista di nome James (John Travolta). I due iniziano a frequentarsi sempre di più, portando l’uomo ad affezionarsi anche al piccolo. Quando la serenità sembrava aver bussato alla loro porta, il ritorno del padre biologico di Michey porta James ad andare via. Dopo un iniziale tentennamento, Mollie capisce che in realtà è proprio il tassista l’uomo che vuole al suo fianco e come padre del suo primogenito.

Cin Cin (1982-1993)

Conosciuta con il titolo di Cheers, questa sitcom americana è andata in onda per ben 11 anni con 270 episodi in totale, rappresentando il trampolino di lancio della carriera di Kirstie Alley. Ambientata a Boston, nelle varie puntate sono ambientate in un bar di Boston chiamato Cheers. Un luogo nel quale vengono raccontate le varie storie dei clienti. Toccante e incredibile è stato il messaggio scritto dall’ex collega Sam Malone questa mattina, pubblicato sul sito Deadline.

“Era l’episodio in cui Tom Berenger faceva la proposta di matrimonio a Kirstie, e lei continuava a dire di no anche se voleva disperatamente dire di sì. Kirstie era stata fantastica in quell’episodio. La sua abilità nell’interpretare una donna sull’orlo di una crisi di nervi era sia commovente che esilarante. Mi fece ridere trent’anni fa, quando girammo quell’episodio, e mi ha fatto ridere oggi altrettanto forte. Quando sono sceso dall’aereo, ho saputo che era morta. Sono così triste e grato per tutte le volte che mi ha fatto ridere. Ho mandato un messaggio di affetto ai suoi figli. Come sapevano molto bene, la loro mamma aveva un cuore d’oro. Mi mancherà”.

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La madre di David (1994)

Il film racconta la storia di Sally Goodson, madre di un ragazzo autistico di nome David. Rimasta da sola a New York, dopo essere stata tradita e abbandonata dal marito e padre del giovane e dalla figlia Susan, si trova a dover crescere suo figlio, mostrandosi molto protettiva e attenta. Sfortunatamente, a distruggere il suo precario equilibrio familiare, è l’arrivo di un’assistente sociale, Gladys Johnson che la informa del ricovero in una casa di cura di David.

Grazie alla sorella Bea, Sally inizia a uscire con un venditore di carta da parati, John Nils, il quale riesce anche a far lavorare David, nonostante la sua patologia. A rendere ancora più complessa la loro situazione, la decisione definitiva del ricovero del ragazzo nella struttura e il trasferimento di Sally. Questo ruolo le permise nel 1995 di ricevere una candidatura ai Golden Globe come miglior attrice in una miniserie.

Matrimonio a quattro mani (1995)

Diretto da Andy Tennant, le ragazze e i ragazzi nati a metà tra gli anni ’80 e ’90, avranno sicuramente visto questo film almeno una volta. Ispirato alla storia raccontata nel lungometraggio Il cowboy con il velo da sposa (1961), vede Kirstie Alley interpretare il ruolo di Diane Barrows, impiegata in un orfanatrofio. Un giorno, mentre la donna si trova in campeggio insieme ai suoi ragazzi, due ragazzine identiche, si incontrano e decidono di unire le loro forze per cambiare rispettivamente le loro vite. Tra l’altro, le bambine sono le gemelle Ashley e Mary-Kate Holsen, all’apice della loro carriera di bambine prodigio.

Alyssa è sul punto di andare a vivere con il padre e l’odiosa futura moglie Clarice. Mentre Amanda, sta per essere presa in affidamento da una famiglia, nota per adottare i ragazzi da sfruttare nella sua azienda. Intanto, Diane dopo aver conosciuto Roger (Steve Guttenberg), il padre di Alyssa, inizia a provare una simpatia ricambiata per l’uomo. Ma a un passo dalle nozze qualcosa di inaspettato cambia le sorti di tutti i protagonisti.

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Fat Actress (2005)

Tra gli ultimi lavori di Kirstie Alley, appare la sitcom americana Fat Actress andata in onda su Fox Life. Basata parzialmente su fatti legati alla vita dell’attrice americana, nei sette episodi sono intervenuti colleghi e colleghe famosi come John Travolta, Kelly Preston, Larry King, Carmen Electra e tanti altri. Il cuore della sceneggiatura, come viene mostrato anche nella locandina, è il rapporto conflittuale tra la Alley e l’aumento di peso, reo di averle impedito di avere una carriera più soddisfacente.

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Saint Omer | la recensione del film di Alice Diop, gran premio della giuria a Venezia

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Saint Omer | la recensione del film di Alice Diop, gran premio della giuria a Venezia
4 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

All’origine di Saint Omer c’è l’ossessione per una fotografia pubblicata su Le Monde nel 2015: un’immagine in bianco e nero rubata da una telecamera di sorveglianza della Gare du Nord di Parigi, che mostrava una donna spingere la carrozzina di sua figlia. Due giorni prima della pubblicazione di quella foto, il corpo di una neonata era stato trovato sulla spiaggia di Berck-sur-Mer, restituito dalle onde alle sei del mattino. Fabienne Kabou, dottoranda, intellettuale, aveva abbandonato la propria bambina di quindici mesi lasciandola morire, per poi confessare l’omicidio tirando in ballo le sue zie in Senegal, autrici secondo lei di un sortilegio, un incantesimo, nei suoi confronti.

Il primo lungometraggio di “fiction” di Alice Diop (ma il suo cinema sfugge alla tirannia dei generi), al materiale proveniente dalla realtà (il film restituisce la veridicità dei testi del processo rimaneggiati con le co-sceneggiatrici Amrita David e Marie NDiaye), aggiunge l’elemento di finzione che permette allo spettatore di avvicinarsi al caso raccontato. Lo fa inventando il personaggio di Rama (Kayije Kagame), evidente proiezione della stessa regista, professoressa di letteratura e scrittrice che assiste al processo di una madre infanticida con lo scopo di scrivere una rivisitazione contemporanea del mito di Medea ispirandosi a quei fatti di cronaca.

Saint Omer | gran premio della Giuria a Venezia

È già nei primissimi minuti che assistiamo a una delle sue lezioni, presentata al pubblico con una sequenza che contiene in sé il progetto estetico e morale del film. Sui filmati d’archivio delle donne rasate durante la Liberazione francese, Rama legge un brano di Hiroshima mon amour di Duras e trascende così, attraverso le immagini, l’individualità del racconto fatto con le parole, l’intimità di una donna umiliata trattenuta nella singolarità della scrittura. E non a caso lo fa con un testo a cui sono state tolte le immagini (quelle di Resnais) che lo liberavano. Alice Diop punta molto sul fuori campo, orchestrando al di fuori dell’inquadratura una sinfonia di voci e di culture che si contraddicono e tormentano con il loro giudizio questa donna insieme razionale e plasmata da un’immaginario sfuggente e mitologico.

Saint Omer è infatti un film di parole e di linguaggio, in cui un’imputata racconta con il proprio lessico forbito (un dettaglio sorprendente per l’uditorio razzista e chiuso del tribunale) la sua vita prima dell’atto criminoso che l’ha trascinata davanti a un giudice. In quella storia, gli spettatori vorrebbero trovare gli indizi per “spiegare” il suo gesto omicida, ma il film disinnesca progressivamente questo desiderio di verità processuale creando un’intesa sempre più sincera tra la donna che parla e chi la sta ascoltando. L’impenetrabilità dell’accusata spingerà la giovane scrittrice a riflettere sulla sua stessa ambiguità nei confronti della maternità e a fare i conti con l’insondabile mistero di essere madre. 

Alice Diop costruisce attorno a Laurence una specie di fortezza, uno scudo con cui respingere le osservazioni più invasive e violente del giudice e del pubblico ministero. Le riprese statiche lunghe e ininterrotte di Claire Mathon ne sono un esempio. La scelta di riprendere la donna sola al banco dei testimoni – e non allontanarsi mai mentre racconta la sua storia – ha un significato etico, che le garantisce la visibilità e l’attenzione che le sono state negate, ma allo stesso tempo il progressivo avvicinamento della macchina da presa al suo volto garantisce la “protezione” necessaria rispetto allo sguardo esigente dello spettatore, alla sua curiosità aggressiva e al suo scrutinio intransigente. 

Alice Diop tra realtà e finzione narrativa

Diop non sminuisce in alcun modo il crimine di Laurence né, alla fine, rende le motivazioni dietro a quel gesto più comprensibili di quanto non lo fossero all’inizio. Chiarire o assolvere non è ciò che il film vuole fare. Con il passare dei giorni e man mano che il processo si avvicina alla sua conclusione, la telecamera di Mathon si sofferma sempre di più su Rama mentre ascolta la testimonianza dell’imputata quasi in uno stato di trance.

Intellettuale francese di origini senegalesi, che porta in grembo un bambino di razza mista, i parallelismi tra lei e Laurence sono terribilmente vividi e Saint Omer costruisce tra loro un canale di comunicazione quasi telepatico, innescando flashback (alla Duras-Resnais, appunto) che spingono Rama a fare i conti con la propria identità fratturata, con i due inconciliabili mondi che abita. Eppure il film ha l’abilità di rendere questo riconoscimento universale: la catarsi che raggiunge mentre il team legale della difesa pronuncia il proprio discorso finale tocca da vicino tutti coloro che lo ascoltano e non solo chi è direttamente chiamato in causa dall’arringa.

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Improvvisamente Natale: video intervista a Diego Abatantuono, Violante Placido e Sara Ciocca

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Questa mattina è stato presentato in anteprima a Milano, il film Improvvisamente Natale diretto da Francesco Patierno e interpretato da Diego Abatantuono, Violante Placido, Lodo Guenzi, Anna Galiena, Antonio Catania, Sara Ciocca, Michele Foresta, Gloria Guida, Paolo Hendel e con la partecipazione straordinaria di Nino Frassica. Adatto a tutta la famiglia, questa commedia natalizia sarà disponibile dal 1° dicembre su Prime Video.

La video intervista con il cast

A un mese dal Natale, questo pomeriggio abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con Diego Abatantuono, Violante Placido e la giovane attrice Sara Ciocca. Se volete ascoltare i loro aneddoti personali legati al Natale e in che modo considerano la famiglia raccontata nel film, cliccate nel player in basso.

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Improvvisamente Natale | La sinossi ufficiale

Per Chiara (Sara Ciocca) il Natale è un momento speciale, ancor più di quanto lo sia per ogni bambino. Ogni anno, infatti, il Natale è anche l’occasione per rivedere l’adorato nonno Lorenzo (Diego Abatantuono), proprietario del delizioso alberghetto d’alta montagna che ospita i festeggiamenti della famiglia.

Quest’anno, però, i genitori di Chiara, Alberta (Violante Placido) e Giacomo (Lodo Guenzi), hanno deciso di mettersi in macchina sotto il sole bollente d’agosto, per una visita fuori stagione a Lorenzo, perché hanno bisogno di lui per dare a Chiara l’amara notizia: si stanno separando. Forse, se glielo dicesse lui, la piccola soffrirebbe meno…

Il nonno, già in crisi perché rischia di dover vendere il suo amato hotel, accetta l’ingrato incarico di dare la notizia alla nipotina, ma prima vuole regalarle l’ultimo Natale felice… a Ferragosto!

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