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Cinema

Cannes 74 | Tre Piani, il cinema di Nanni Moretti si fa radicale e severo

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A distanza di due decenni dalla vittoria della Palma d’oro con La stanza del figlio, Nanni Moretti torna a Cannes con il suo nuovo film, il primo tratto da un soggetto non originale (il libro omonimo di Eshkhol Nevo). Un film doloroso e radicale, che non concede nulla né ai personaggi né allo spettatore, ridimensionando la presenza in scena di Moretti e rinunciando a quasi tutti quegli elementi che il pubblico, con il tempo, ha cominciato ad associare al suo cinema.

Nevo, voce di spicco della letteratura israeliana contemporanea (che ha trovato consacrazione sulla scena internazionale con romanzi come La simmetria dei desideri e Nostalgia), aveva raccontato con il suo libro tre storie ambientate in uno stesso luogo (un condominio borghese) che incarnavano le tre istanze intrapsichiche freudiane di Es, Io e Super-Io. Un libro complesso e largamente metaforico, profondamente legato al passato e al presente del popolo israeliano.

Tre Piani | Nanni Moretti da Eshkhol Nevo

La trasposizione cinematografica di Nanni Moretti trasla l’azione da Tel Aviv a Roma (ma fa pochissimo per ancorare il film alla contemporaneità italiana, preferendo invece un contesto più abbozzato, genericamente europeo) e mescola le vicende delle varie famiglie in un unico flusso narrativo, elidendo dunque quella sostanziale separazione dei tre piani in tre capitoli e allungando la propria narrazione in un arco temporale di circa dieci anni.

Se fino a questo momento Moretti aveva lavorato principalmente sulla breve unità della cronaca, su di un tempo contingentato, qui sceglie una narrazione almodóvariana, a cui è facile associare l’incidente automobilistico che apre Tre Piani come in Tutto su mia madre, e il tono sfacciatamente melodrammatico, da telenovela, del racconto. Le piccole e grandi tragedie che animano il film, però, non sembrano avere risonanza al di fuori delle singole scene che le contengono. La regia prende semplicemente atto degli avvenimenti, senza commenti a margine, e la sceneggiatura non usa l’accumulazione del dramma per costruire la tensione (come invece farebbe Haneke).

Non c’è spazio nemmeno per una risata, né tantomeno per una commozione che sia propedeutica ad una catarsi o ad una liberazione finale. L’operazione di sottrazione è totale, nella sceneggiatura, nella regia e nella recitazione: non c’è assolutamente tempo per l’approfondimento psicologico dei personaggi, le svolte narrative sono brutali nella loro nettezza, spesso forzate e poco credibili, e il racconto avanza inesorabile come una frana. Dopo aver frettolosamente imbastito le sottotrame nella prima metà del film, Moretti si concede maggiormente alle aspettative dello spettatore, approfondendo i due racconti con Margherita Buy (l’attrice a cui è affidato il compito di veicolare la trasformazione del suo cinema, come Penélope Cruz per Almodóvar) e Alba Rohrwacher (le cui sequenze recuperano la soggettività narrativa di Mia Madre, adottando e poi negando il punto di vista di una giovane madre angosciata). Le due storie continuano su binari separati e il montaggio diventa sempre più rapido nell’alternarle. Il pannello “Cinque anni dopo” appare due volte nel corso del film, ma ogni transizione a nero è impietosa nel restituire, ad ogni successiva riemersione dell’immagine, dei personaggi sempre più soli e disperati.

Un film dal minimalismo radicale

In questa asfissiante descrizione di paternità tossica, appare ancora più emblematica la decisione di Moretti di non rendersi riconoscibile nelle soluzioni di regia, negli scambi tra i personaggi, nel modo in cui sono arredati gli ambienti, nella selezione musicale. Di rinunciare a un protagonismo che da sempre è dichiarazione estetica, narrativa e politica (come recentemente dimostrato anche nel documentario Santiago, Italia). I personaggi femminili si oppongono all’ostinazione maschile, osteggiano la loro convinzione di essere sempre nel giusto (il giudice integerrimo di Moretti, il padre ossessionato di Scamarcio e quello assente di Giannini, inamovibile nel proprio odio verso suo fratello). Sono loro ad inserire i punti di domanda alla fine delle affermazioni perentorie dei mariti, a proporre una prospettiva diversa sulle cose che accadono. E sono loro, quindi, le protagoniste del doppio movimento che il film compie verso la fine: un movimento in avanti, verso l’esterno (la milonga clandestina in strada) e verso il futuro.

Man mano che i personaggi femminili, le loro figlie e i loro figli, prendono consapevolezza di sé e rivendicano spazio sempre maggiore nel film, la regia di Moretti, fino a quel momento nemica di qualsiasi ridondanza ed ellittica fino all’incomprensibilità, comincia a respirare, rinuncia alla brevità delle scene e riprende possesso del suo tempo, indugiando su momenti non immediatamente determinanti per lo sviluppo della narrazione e soffermandosi su azioni ripetute (il saluto con la mano di una ragazza che finalmente si separa dai suoi genitori per andare in Spagna, prima insicuro e poi successivamente vigoroso e convinto).

È un film difficoltoso e spiazzante, quello di Moretti, di un minimalismo programmatico. Ma proprio nella sua durezza diventano significative le sporadiche emergenze di umanità, i gesti di pietà e solidarietà che si manifestano in un ambiente che invece sembrava reprimerli. La fiducia è tutta riposta nelle nuove generazioni, nei figli che prendono fiducia nelle loro capacità, che iniziano a vivere le prime esperienze davvero rilevanti della loro esistenza e pretendono di sporgersi dal loro condominio e aprirsi così verso l’esterno. Come ne La stanza del figlio, l’amore dei propri genitori è un peso. Anche in questo caso, però, c’è un luogo a cui tendere per liberarsi dal fardello: non è più la grotta sottomarina in cui Andrea decideva fatalmente di immergersi, ma più banalmente una casa della nonna, un Paese estero, una fattoria in campagna.

Cannes 74 | Tre Piani, il cinema di Nanni Moretti si fa radicale e severo
3.8 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Studente presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Autore di diversi articoli pubblicati su mensili locali quali Bisceglie in Diretta e Il Biscegliese e siti d’informazione online locali e non. Ha collaborato con siti di informazione videoludica, come GameBack, GamesArmy e gamempire.it. Attualmente è redattore di Bisceglie24 e gestisce il blog cinematografico Strangerthancinema.it.

Cinema

House of Gucci: ecco il primo trailer del film con Lady Gaga

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Inossidabile, l’83enne Ridley Scott, che presenterà al Festival di Venezia The Last Duel con Matt Damon e Ben Affleck, sta terminando anche il film che racconta la storia dell’omicidio di Maurizio Gucci orchestrato dalla sua ex moglie Patrizia Reggiani. Questo è il primo trailer ufficiale di House of Gucci, che arriverà in sala a dicembre con Eagle Pictures.

House of Gucci | il trailer del film

L’atteso nuovo film di Ridley Scott che vede Lady Gaga nei panni della Reggiani e Adam Driver in quelli di Gucci, e che conta anche nel cast nomi di rilievo come quelli di Jared Leto, Jeremy Irons, Jack Huston, Reeve Carney, Madalina Ghenea, Salma Hayek e Al Pacino. Il film di Scott è basato su un romanzo della giornalista di moda Sara Gay Forden, “La saga dei Gucci. Una storia avvincente di creatività, fascino, successo, follia”, edito in Italia da Ipoc, che è stato adattato da Roberto Bentivegna. 

House of Gucci debutterà nelle sale italiane il 16 dicembre 2021 con Eagle Pictures. Di seguito il primo trailer ufficiale.

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Cinema

Venezia 78 | tutti i film della prossima edizione del festival

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Ci siamo: oggi è il giorno in cui si alza il sipario sulla 78esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con la presentazione del programma ufficiale. Nelle ultime settimane erano già state rese note le prime grandi presenze: Madres Paralelas di Pedro Almodóvar sarà il film d’apertura, mentre l’attesissimo Dune di Denis Villeneuve sarà presentato in anteprima mondiale Fuori concorso. Ecco tutti i film selezionati per il festival.

In Concorso

  • Madres Paralelas – Pedro Almodóvar
  • Mona Lisa and the Blood Moon – Ana Lily Amirpour
  • Un Autre Monde – Stéphane Brizé
  • The Power of the dog – Jane Campion
  • America Latina – Damiano e Fabio D’Innocenzo
  • L’événement – Audrey Diwan
  • Competencia Oficial – Gastòn Duprat, Mariano Cohn
  • Il Buco – Michelangelo Frammartino
  • Sundown – Michel Franco
  • Illusion Perdues – Xavier Giannoli
  • The Lost Daughter – Maggie Gyllenhaal
  • Spencer – Pablo Larraìn
  • Freaks Out – Gabriele Mainetti
  • Qui Rido Io – Mario Martone
  • On the job: The missing 8 – Erik Matti
  • Leave no traces – Jan P. Matuszynski
  • Captain Volkonogov Escaped – Natasha Merkulova, Aleksey Chupov
  • The Card Counter – Paul Schrader
  • È stata la mano di Dio – Paolo Sorrentino
  • Vidblysk – Valentyn Vasyanovych
  • La Caja – Lorenzo Vigas

Fuori Concorso – Fiction

  • Ariaferma – Leonardo Di Costanzo
  • Il Bambino Nascosto – Roberto Andò
  • Les Choses Humaines – Yvan Attal
  • Halloween Kills – David Gordon Green
  • La scuola cattolica – Stefano Mordini
  • Old Henry – Potsy Ponciroli
  • The Last Duel – Ridley Scott
  • Dune – Denis Villeneuve
  • Last Night in Soho – Edgar Wright

Fuori Concorso – Non-fiction

  • Life of Crime 1984-2020 – Jon Alpert
  • Tranchées – Lou Bureau
  • Viaggio nel crepuscolo – Augusto Contento
  • Republic of Silence – Diana El Jeiroudi
  • Hallelujah: Leonard Cohen, a Journey, a Song – Daniel Geller, Dayna Goldfine
  • DeAndrè#DeAndrè, Storia di un impiegato – Roberta Lena
  • Django & Django – Luca Rea
  • Ezio Bosso. Le cose che restano – Giorgio Verdelli

Fuori Concorso – Serie TV

  • Scenes from a Marriage (episodi 1-5) – Hagai Levi

Orizzonti

  • Les Promesses – Thomas Kruithof
  • Atlantide – Yuri Ancarani
  • Miracol – Bogdan George Apeteri
  • Piligrimai – Laurynas Bareisa
  • Il paradiso del pavone – Laura Bispuri
  • Pu Bu – Chung Mong-Hong
  • El hoyo en la cerca – Joaquìn Del Paso
  • Amira – Mohamed Diab
  • À plein temps – Eric Gravel
  • Cenzorka – Peter Kerekes
  • Vera Andrron Detin – Kaltrina Krasniqi
  • Bodeng Sar – Kavich Neang
  • Wela – Jakrawal Nilthamrong
  • El Otro Tom – Rodrigo Plà, Laura Santullo
  • El Gran Movimiento – Kiro Russo
  • Once upon a time in Calcutta – Aditya Vikram Sengupta
  • Nosorih – Oleg Sentsov
  • True Things – Harry Wootliff
  • Inu-oh – Yuasa Masaaki

Orizzonti Extra

  • Land of Dreams – Shirin Neshat, Shoja Azari
  • Costa Brava – Mounia Akl
  • Mama, ya doma – Vladimir Bitokov
  • Ma Nuit – Antoinette Boulat
  • La ragazza ha volato – Wilma Labate
  • 7 prisioneiros – Alexandre Moratto
  • The blind man who did not want to see Titanic – Teemu Nikki
  • La macchina delle immagini di Alfredo C. – Roland Sejko

Proiezioni Speciali

  • Le 7 giornate di Bergamo – Simona Ventura
  • Il cinema al tempo del Covid – Andrea Segre
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Cinema

Cannes 74, intervista a Zhao Liang: “Come ho realizzato il mio film tra Chernobyl e Fukushima”

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La sezione Cinema for the Climate organizzata per la 74esima edizione del Festival di Cannes ha ospitato I’m so sorry, il nuovo film (ma sarebbe meglio dire “saggio per immagini”) di Zhao Liang, già in Concorso al Festival del Cinema di Venezia con l’acclamato Behemoth. La nuova opera del cineasta cinese riflette sulle conseguenze dell’energia nucleare, cominciando dai danni causati sull’ecosistema e raccontando poi il disperato tentativo di quelle pochissime persone che, nella zona di esclusione di Chernobyl, così come nelle zone più vicine al luogo del disastro di Fukushima, hanno tentato di rimediare con le loro singole forze, ripartendo letteralmente dal proprio orticello, a qualcosa di estremamente più grande di loro.

Zhao Liang ha raccontato a NewsCinema le difficoltà che ha dovuto affrontare nel realizzare le numerose scene del suo nuovo film nelle zone di esclusione di Chernobyl e Fukushima e le sensazioni provate ascoltando le testimonianze delle persone che hanno deciso di rimanere a vivere in quelle aree in completa solitudine.

L’idea del film nasce da una esperienza personale. Puoi dirci qualcosa a riguardo?

Nel 2017 stavo effettuando delle ricerche per un nuovo film nella mia città natale di Dandong, nella provincia di Liaoning. Mentre stavo riposando a casa, il lampadario e il ventilatore hanno cominciato ad oscillare e l’intero edificio a tremare. Pensavamo fosse un terremoto, ci siamo spaventati e mia nipote ha trascinato immediatamente la nonna al piano di sotto. Solo il giorno successivo abbiamo appreso dalla stampa estera che si trattava di una bomba atomica lanciata dalla Corea del Nord. La distanza tra il luogo dell’esplosione e Dandong era di circa 450 chilometri. Il frammento del lampadario tremolante presente nel film è ispirato a questa esperienza personale, che è stata poi anche la ragione per cui ho deciso di realizzare l’intero progetto. 

Quali sono state le difficoltà maggiori che hai dovuto affrontare durante le riprese nelle zone di esclusione e nelle aree contaminate? 

Poiché non c’era protezione contro le radiazioni, il massimo che potevamo fare era prevenire l’inalazione di particelle che trasportavano radiazioni nel corpo. Portavo sempre con me un Contatore Geiger per calcolare la quantità totale di radiazioni. Se superava il valore entro un certo periodo di tempo, dovevamo andarcene. Pertanto, abbiamo dovuto girare il più rapidamente possibile nelle aree ad alta radiazione. Ad esempio, nelle aree incontaminate di Fukushima, la radiazione era circa 30 volte superiore al normale. A Chernobyl invece, mi sono fatto aiutare da una guida esperta che conosce ogni angolo delle zone ad alta radiazione, che sono molto pericolose se si rimane troppo a lungo senza un contatore Geiger.

Nella centrale nucleare che sta per essere smantellata in Germania (una operazione che richiederà ancora diversi anni, ndr), dovevamo cambiarci i vestiti ogni volta che entravamo e uscivamo dal sito. Il tempo di ripresa è stato anche lì molto limitato, a causa delle operazioni di svestizione e vestizione che ne assorbivano molto. Anche l’attrezzatura fotografica doveva essere regolarmente controllata. In alcune aree, il treppiede non poteva toccare il suolo, perché c’era la possibilità di far uscire così qualche traccia di polvere. Anche i lavoratori dovevano seguire rigorosamente ogni procedura. I loro corpi vengono trafitti da proiettili invisibili ogni giorno: mi chiedo cosa li motivi a rimanere e a lavorare lì.

Su una piattaforma di cemento nell’ex sito di test nucleari sovietici in Kazakistan, la mia cinepresa non funzionava. Registrava per quattro secondi e poi si spegneva. Quando ho spostato la camera a due metri di distanza dalla piattaforma di cemento, sono stato in grado di filmare normalmente e mi sono chiesto se quel problema fosse dovuto alla presenza di radiazioni. Più tardi, di nuovo, in macchina, il mio contatore Geiger ha cominciato a suonare. Era molto rumoroso. Ho controllato le mie scarpe e c’era del materiale nero carbonizzato simile al silicone sotto la suola. Me ne sono sbarazzato rapidamente e sono tornato in macchina. Il contatore Geiger è diventato silenzioso. C’era sempre molta apprensione quando mettevamo piede su quelle aree. 

Quanto tempo hai passato con i solitari abitanti delle zone di esclusione? Cosa ti ha colpito di loro al punto da filmarli per lunghi minuti, in una estenuante sfida con il loro sguardo?

Non ho potuto spendere molto tempo con loro, perché nelle zone contaminate mi erano stati concessi solo quattro giorni di riprese alla settimana. Con ciascuno dei protagonisti, ho avuto quindi solo qualche giorno di tempo. Quello che mi ha colpito di loro è stato il profondo attaccamento alla casa in cui sono cresciuti e invecchiati, il loro ottimismo e il loro amore. Quando ho incontrato Maria, nella zona di esclusione Chernobyl, ho percepito una profonda solitudine. È l’unica persona rimasta nel villaggio. Si potrebbe pensare che vivere in quelle condizioni, nel totale isolamento dal mondo, conduca ad una progressiva perdita di cognizione del tempo. E invece Maria controllava sempre l’ora con un vecchio Nokia e aveva piccoli orologi dappertutto, appesi al muro e sui comodini. Il tempo era un compagno per lei. L’attesa. E nel film ho cercato di catturare il passare del tempo nell’aria. Ho chiesto all’interprete e alla troupe di andarsene e sono rimasto solo con lei. A volte, dopo aver fatto partire la ripresa, me ne andavo anch’io.

Le immagini delle manifestazioni ambientaliste in Germania sono tra le poche immagini di speranza del film. Pensi che in Europa ci sia una sensibilità diversa rispetto alle tematiche ambientali grazie ai movimenti giovanili di protesta?

È fondamentale che i giovani scendano in strada per protestare contro la timidezza con cui i governi stanno affrontando il problema climatico. Sono manifestazioni che rendono le persone consapevoli e attente a questo tipo di argomenti. È molto importante quello che è stato fatto da un movimento globale come Fridays for Future, prima per raggiungere la gente comune e poi per incidere sulle decisioni politiche. 

Come sei riuscito a bilanciare la tua aspirazione poetica, quindi di astrazione, con la necessità di comunicare in maniera molto diretta il destino a cui il mondo sta deliberatamente decidendo di andare incontro?

Il cinema è prima di tutto arte: il linguaggio poetico può toccare profondamente l’anima delle persone. Mi piace sperimentare con le immagini e intendo esprimere i miei pensieri innanzitutto attraverso un linguaggio cinematografico, quindi poetico per definizione. Fare un buon film è come chiudere un cerchio.

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