In sala da giovedì 2 aprile, distribuito da PiperFilm, il nuovo lavoro di Pif – al secolo Pierfrancesco Diliberto – si intitola …che Dio perdona a tutti e vede la partecipazione, oltre al regista in veste di interprete principale, di Giusy Buscemi, Carlos Hipólito e Francesco Scianna.
Realizzato e distribuito con il contributo del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo del Ministero della Cultura – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, il film prende avvio dall’esperienza personale di Pif, in seguito all’incontro con Papa Francesco, e dagli interrogativi che gli tenevano occupata la mente da un po’. Non a caso, alla base del progetto troviamo l’omonimo suo romanzo, edito da Giangiacomo Feltrinelli Editore. Supportato dalla collaborazione (e dall’amicizia) di Michele Astori, con cui firma la sceneggiatura, il cineasta palermitano firma una commedia brillante e piena di spunti su cui riflettere.
…che Dio perdona a tutti è una produzione Our Films, società del gruppo Mediawan e PiperFilm in associazione con Kavac Film in collaborazione con Netflix, prodotto da Mario Gianani, Lorenzo Mieli e Valentina Avenia per Our Films, società del gruppo Mediawan e da Massimiliano Orfei, Luisa Borella e Davide Novelli per PiperFilm. Le vendite internazionali saranno curate da PiperPlay.
…che Dio perdona a tutti riporta Pif dietro la macchina da presa
A distanza di cinque anni dal precedente lavoro, E noi come stronzi rimanemmo a guardare, Pif torna in cabina di regia con un’altra delle sue commedie brillanti, dove la comicità fa il paio con un’intelligenza acuta assolutamente inarrestabile. Al centro della pellicola, stavolta, c’è una questione delicata e alla portata di tutti: la fede cristiana.

Arturo (interpretato dal mitico Pif) lavora come agente immobiliare ed è così che si mantiene. Ma, nel tempo libero, che riesce a ritagliarsi tra un appuntamento e un altro, porta avanti la sua passione per i dolci. Sperimentando tutto ciò che la sua terra – la Sicilia – può offrigli, l’uomo ingurgita quantità di zuccheri impressionanti, mentre commenta ciò che lo convince di più o di meno delle varie creazioni pasticcere. L’incontro con la bella Flora (Buscemi) lo destabilizza, facendogli per la prima volta dubitare del potere dei dolci, considerati da lui meglio del sesso.
La relazione tra i due procede a gonfie vele, almeno sino a quando non spunta qualcosa che costringe Arturo a mentire spudoratamente alla donna che ama. Flora è infatti una credente praticante, per cui fanno parte delle sue abitudini preghiere, messe e processioni. Peccato che, invece, Arturo non sappia nulla in merito. Deciso a far sì che le cose continuino a funzionare, decide di fingere, simulando una fede incrollabile seppur piena di lacune. Ma prima o poi, si sa, i nodi vengono al pettine, e forse solo il Papa (Hipólito) potrebbe risolvere la situazione…
Un’idea semplice ma fondamentale che porta a interrogativi interessanti
L’idea da cui nasce …che Dio perdona a tutti ha a che fare con una domanda che è in fondo piuttosto condivisibile. Cosa vuol dire essere cristiano? E soprattutto, si può esserlo solo su carta e non nella pratica? Il personaggio di Arturo, nel momento in cui attua la conversione, non può più mentire a nessuno, nè a se stesso nè agli altri. Ma questo avrà delle evidenti conseguenze. Per chi, come lui, vive di menzogne – diciamo a fin di bene – e di omissioni, il cambiamento nelle abitudini e nelle azioni si rivela per forza qualcosa di sconvolgente. Tutto a un tratto, il protagonista deve fare i conti con la sua coscienza e con un’onestà intellettuale che oggi (come non mai) è quasi impossibile da rintracciare negli esseri umani.
Se sul piano lavorativo tutto si complica irrimediabilmente, lo stesso accade in quello privato. Flora non è pronta ad abbracciare senza riserve le decisioni prese dall’uomo, sebbene fatte in nome di una cristianità, per così dire, spinta. In fondo Arturo non fa altro che seguire quanto scritto nei Vangeli e nella Bibbia. Ma esisterà una via di mezzo? Si potrà essere “cristiani a intermittenza”? Le domande sollevate dalla pellicola vertono sulla questione in maniera semplice e diretta. Lungi dal voler fornire una risposta univoca o pretenziosa, Pif mette al servizio dei suoi spettatori un’argomentazione alquanto interessante e per niente banale.

La maestria di Pif tra il far riflettere e divertire
La bravura dell’autore, forte della propria esperienza personale e dei pensieri che lo hanno portato a interrogarsi seriamente sin da quando ha memoria, fa sì che l’opera arrivi a tutti. A differenza della Chiesa, qui non c’è bisogno di intermediari o altro. Attraverso e grazie al filtro della commedia, il racconto si fa portavoce universale di qualcosa che riguarda il privato di ciascuno di noi, ma che ha inevitabilmente riflessi anche nel pubblico. Ciò che Pif riesce sempre a fare – ed è un merito non da poco – è creare territori di confronto e di riflessione, non dimenticando mai la componente della battuta e del divertimento.
A ciò si aggiunge uno stile registico incredibilmente brillante, che supporta, arricchisce e rende ancor più dinamica la narrazione. Ne sono un esempio molte delle inquadrature che hanno i dolci per protagonisti, ma anche i momenti che anticipano l’incontro tra Arturo e Flora. Pif sembra avere la capacità di cogliere tocchi di poesia e romanticismo ovunque si guardi intorno. E lo fa con una genuinità sorprendente. La voce fuori campo che accompagna, immancabile, le sue opere, costituisce infine un tratto distintivo e piacevolissimo, a cui si deve la sensazione di un legame quasi familiare.


