In sala da venerdì 6 marzo per Filmclub Distribuzione e Minerva Pictures, Good Boy di Jan Komasa è un’opera allegorica provocatoria e disturbante, sul potere della rieducazione e il valore della libertà.
Presentato e premiato alla ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma, Good Boy riporta dietro la macchina da presa il candidato all’Oscar Jan Komasa (Corpus Christi), alle prese con una storia decisamente originale.
Ed è così che il cineasta polacco, classe 1981, cambia direzione rispetto alla sua filmografia, adattando per lo schermo la sceneggiatura di Naqqash Khalid e Bartek Bartosik. Se uno degli indiscutibili punti di forza è l’atmosfera, con la tensione che aleggia costantemente sui personaggi, a dare slancio alla narrazione ci pensano le performance attoriali.
Protagonista indiscusso, il giovane Anson Boon, affiancato dai veterani Stephen Graham e Andrea Riseborough. I tre incarnano diversi esempi di umanità, loro malgrado intrappolati in un modo di essere che deriva dalle esperienze e dal passato e che li condiziona nelle scelte.
La trama di Good Boy
Tommy (Boon) ha 19 anni e una vita che gli piace: sesso, droghe e rock’n’roll ogni sera lo portano a finire svenuto su una strada da solo. Al risveglio, lo attende una pessima sorpresa.
Legato con una catena al collo, in un seminterrato umido, sopra a un materasso liso, il giovane scopre di essere stato “rapito” da un uomo (Graham) dai metodi poco ortodossi. In realtà, Chris ha un obiettivo, oltre che una famiglia – di cui fanno parte la moglie Kathryn (Riseborough) e il figlio Jonathan (Kit Rakusen).

Ha così inizio il percorso di “riabilitazione” di Tommy, che dovrà fare i conti con tutta una serie di azioni compiute nel passato e con la stranezza che lo circonda. Se a poco servirà la forza fisica per uscire da quella situazione, ben presto imparerà (a sue spese) il piano migliore per sopravvivere.
Un’eccezionale forma di provocazione
Good Boy è un’opera assolutamente eccezionale nel suo genere, soprattutto perché non esiste un genere che potrebbe definirlo in toto. Attraverso un’idea che spiazza, emerge la provocazione delle domande che solleva. Quanto valore ha la libertà? Come si sopravvive alla solitudine? Cosa significa famiglia?
I protagonisti sullo schermo se ne fanno portatori, ciascuno a modo suo, spingendo lo spettatore a riflettere. In poco meno di due ore, il percorso compiuto da Tommy si fa sempre più denso e illuminante, mentre l’equilibrio vacilla tra eccessi, legittimazioni e sentimenti che non riescono a rimanere nascosti.

Se la rabbia e la foga non hanno altro effetto se non quello di condurre a una punizione, l’accettazione e il confronto possono sorprendere nel profondo.
Il problema sta forse nel capire come giungere a una via di mezzo, senza ricorrere a metodi estremi, che sia in una direzione o nell’altra. L’intrattenimento diviene qui un ineccepibile e meraviglioso strumento di suggestione che ha il potere di scuotere ed emozionare.


