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Con il suo ultimo film, Leonardo Di Costanzo dà voce a una donna omicida che guida lo spettatore nel flusso dei ricordi, dei legami familiari, degli incontri, per dare un possibile senso al suo gesto estremo.
Elisa è il naturale proseguimento del discorso cominciato da Leonardo Di Costanzo con Ariaferma, ma che in realtà trova un filo conduttore con tutta la filmografia del regista napoletano nell’assumere a propri protagonisti personaggi che hanno delle colpe con cui altri comprimari devono fare i conti, o che la società deve in qualche modo elaborare e capire come gestire.
Stavolta, però, chi deve fare i conti con la colpa della protagonista – una donna condannata a dieci anni di carcere per aver brutalmente assassinato sua sorella per futili motivi – è lo spettatore stesso, che Di Costanzo chiama direttamente in causa con un film tanto denso quanto difficile, doloroso, che necessariamente induce una forma di empatia con la donna al centro delle vicende che non è mai totale e assoluta, ma che chiede costantemente una rinegoziazione, uno sforzo incessante di comprensione e di avvicinamento.
Venezia 82 | la recensione di Elisa
Spesso relegata alla sfera dell’irrazionalità o dell’impulsività, intese come “terre di nessuno”, luoghi in cui non possono esistere buone ragioni o motivazioni plausibili, la violenza rimane un enigma che ci spaventa e che in qualche modo ci allontana.
Ciò che ci spiega un film come Elisa è che invece anche l’atto omicida più atroce non è mai il mero prodotto di un disturbo mentale, di una mancanza di morale o di una momentanea perdita del senno, ma è l’espressione vitale di un ordine di significato diverso da quello comune e che ci è impossibile da immaginare prima di incontrare e conoscere chi quell’atto lo ha commesso.
Insomma, l’atto violento non è un incidente isolato, astratto dalla sfera sociale e personale dell’individuo, ma è qualcosa di strettamente collegato ai processi riflessivi che definiscono la rilevanza personale di ciascuno di noi e che ci mettono in connessione con gli altri.

Qui la riflessione tocca una questione cruciale della psicoanalisi, ossia quella del determinismo ambientale e culturale a cui sono state attribuite molte responsabilità nella genesi della personalità individuale, contrapponendovi invece un’unicità aoristica dell’individuo, che è naturale proprio nella misura in cui è “immaginale”.
Di Costanzo, aiutato da una prova attoriale memorabile come quella di Barbara Ronchi, riesce a utilizzare il mezzo cinematografico come sonda per andare in profondità rispetto a una malvagità che pensiamo estranea.
La protagonista del film ha sicuramente superato una soglia che molti di noi non supererebbero, ma è davvero così difficile riconoscere in lei le nostre stesse paure, i nostri stessi disagi, le stesse situazioni relazionali?
Elisa | il gesto civico e cinematografico insieme
Di Costanzo, con il suo film, indica una possibile transizione dalla “morale della colpa” a un “etica del danno”, come la definiscono Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali nel saggio da cui trae ispirazione la trasposizione cinematografica.
Una transizione che necessariamente passa da quelle pratiche di giustizia riparativa che – solo alla fine di un lungo percorso – divengono per la protagonista comprensibili e concretamente percorribili.
È proprio la maturazione riflessiva avvenuta nel corso dei colloqui – affidati alla gentile e accogliente presenza di Roschdy Zem – a generare in lei un “desiderio ragionato” di trovare possibili forme di riparazione quali contrappunti al gesto omicida.
Ed è ciò che, specularmente, Di Costanzo spera di fare con il pubblico, inducendolo a una riflessione che collochi il fenomeno della violenza nell’ampia volta che parte dall’unicità di ciascuno – quella che James Hillman chiamava “eachness” – e arriva a ricomprendere la “cosmologia personale” dei rei e dei colpevoli, intesa come quel racconto che ciascuno narra a se stesso per dare ordine e senso alla propria esperienza nel mondo.
Uscendo finalmente da una narrazione che vorrebbe “spiegare” il gesto violento semplicemente come l’esito di una malattia mentale o di una predisposizione biologica, parlandone in termini di “follia”, “raptus” o “labilità psichica”.
Realizzare un film che si preoccupa di questo, di come guardiamo “il male”, di come lo banalizziamo o – peggio – di come lo stilizziamo, è un esercizio civile e sociale necessario e fondamentale.


