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Amici Miei: cinquant’anni fa Monicelli riscriveva le regole della commedia all’italiana

Cinquant’anni fa, esattamente il 15 agosto del 1975, arrivava in sala Amici miei, la commedia capolavoro di Mario Monicelli che ha consegnato alla storia del cinema italiano un gruppo di amici, un po’ guasconi e un po’ filosofi, alle prese con le leggendarie “zingarate”. Tra ironia, disperazione e violenza.

La guerra è finita e l’entusiasmo del boom economico si è lentamente spento sotto un cielo grigio che diventa presagio di malinconia. L’Italia che si affaccia sul nascere degli anni Settanta è ritratta in tutta la sua sfocata decadenza nel film simbolo di un decennio che si lasciò alle spale la commedia all’italiana per aprire una nuova stagione cinematografica. Nel 1975 arrivava in sala Amici Miei.

Come sottolineato benissimo da Sebastiano Mondadori nelle lunghe conversazioni avute con il regista Mario Monicelli, e raccolte nel preziosismo volume “La Commedia Umana”, edito da Il Saggiatore, pur imboccando una china crepuscolare, Amici miei inondava la commedia all’italiana di una sfrenatezza catacombale cieca all’avanzare della vecchiaia, impreparata davanti alla morte”.

Scrivendo ciò, Mondadori accostava il cinema di Monicelli a quello di un altro grande regista sempre un po’ a latere rispetto alla commedia classica eppure imprescindibile in una foto di gruppo dell’epoca: Marco Ferreri.

Con La grande abbuffata (1973), infatti, Ferreri aveva anticipato quel “sentore di morte” che Mondadori avrebbe poi rintracciato anche in Amici Miei. Due film che, in maniera diversa, mostravano al pubblico la “dissoluzione della carne in un’ultima risata senza via di scampo”.

Ed è proprio nelle “zingarate” dei cinque amici che si rivelano gli umori più profondi del film. Dietro una parvenza romanticheggiante, si insinuano con forza crescente una nostalgia intinta di amarezza, una melanconia che ha diluito la rabbia in rimpianti e rivalse crudeli.

“Io ero contrario al termine zingarate”, ha sempre dichiarato Monicelli. “Mi suonava troppo romantico, ma anche un po’ scemo. Invece il tono di fondo del film è proprio disperato. Nel senso che l’infantilismo dei protagonisti è una via senza uscita verso la morte”.

Amici Miei (1975)
Amici Miei (1975) – Fonte: Filmauro – NewsCinema.it

Amici Miei e l’amicizia virile

Per la prima volta, con Amici Miei, compare quella che sarebbe poi diventata una costante del cinema monicelliano, ovvero l’amicizia virile. Un’amicizia sempre basata su rapporti di forza, pronta a tramutarsi in tradimento appena cambiano gli equilibri.

A chi lo accusava di misoginia, Monicelli rispondeva con la sua tagliente lucidità: “Avete ragione. Il mio film è un film misogino. Come in fondo è misogina l’amicizia virile forte, che nasconde sempre una componente omosessuale. Nella scena degli schiaffi in stazione, Moschin lo dice espressamente: «Ma perché non siamo nati tutti finocchi!». Allo stesso tempo sono gli uomini a uscire bistrattati dal film. Insomma, sono un manipolo di cretini o no?”.

Il maschilismo e la grettezza dei personaggi, infatti, viene derisa e non esaltata. Lo stesso Monicelli, ben prima di Amici Miei, aveva già diretto alcuni film in cui emergeva chiaramente il suo disprezzo verso una certa concezione di mascolinità.

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Nel 1968, con La ragazza con la pistola, aveva cercato di ribaltare il pregiudizio che voleva relegare la commedia italiana a genere esclusivamente maschile, e poi ancora nel 1974, con Romanzo popolare, il regista, attraverso Tognazzi, aveva messo in scena un memorabile maschio progressista che si illudeva di essersi lasciato alle spalle il retaggio del maschilismo, salvo poi rimangiarsi tutto nel momento in cui veniva a conoscenza del tradimento di sua moglie.

D’altronde quasi tutti i personaggi dei film di Monicelli credono di essere quello che dicono e non si accorgono della loro inettitudine. Ed è forse proprio questo che li rende simpatici al pubblico. “L’ironia presuppone una consapevolezza che non hanno”, spiegava Monicelli. Anche le bugie che dicono non sono mai davvero deprecabili perché sono quasi sempre dette in buona fede.

Le bugie sono una componente decisiva nella vita, no? In sé, non sono così disdicevoli. Lo diventano quando subentra la turpitudine, allora si entra nella sfera della menzogna”, sottolineava il regista.

Amici Miei (1975)
Amici Miei (1975) – Fonte: Filmauro – NewsCinema.it

L’ironia e la crudeltà

Altro tema caro a Monicelli è quel “comportamento tipicamente italiano, che in Toscana raggiunge vette tremende”, dell’accanimento sul più debole. Nei due Amici miei, appena uno fa un passo falso, gli altri lo distruggono.

Ed è proprio lì che sta il divertimento, nell’infierire sempre senza risparmiare nessuno. “La commedia non si deve mai fermare davanti a nessuno. È questa la sua forza. E la sua crudeltà.

Perché senza crudeltà non si fa ridere”, era una delle convinzioni del regista. Convinzione già messa in pratica ne L’armata Brancaleone, esasperando quella dimensione picaresca in cui necessariamente convivono allegria e crudeltà: due modi contrapposti e speculari di guardare il mondo.

In Amici Miei, la trovata di trasformare in eterni adolescenti dei professionisti affermati portava alle estreme conseguenze l’immaturità di tutti i protagonisti della commedia, esemplari maschili che finivano in qualche modo per essere gli ultimi della loro specie.

Amici Miei, infatti, come altri film di quel periodo, ad eccezione di Comencini, ha rappresentato plasticamente una generazione di autori disinteressati ai propri “figli”, in senso biologico ed artistico. Che rifiutavano, se non proprio osteggiavano, il loro “dovere” di padri.

E non è un caso che proprio in Amici miei il personaggio di Noiret pronunci quasi un proclama: «Quando sento parlare di carne della mia carne, divento subito vegetariano». Il rapporto tra padri e figli viene addirittura invertito.

Come autori, Monicelli e gli altri non hanno avuto eredi diretti, nel senso di autori che hanno imparato da loro per seguire poi la propria strada. Ed è mancata completamente la continuità con le generazioni che li hanno seguiti. Anche per questo, riscoprire Amici Miei, a cinquant’anni dalla sua uscita, diventa fondamentale.

Davide Sette
Davide Sette
Giornalista cinematografico. Fondatore del blog Stranger Than Cinema e conduttore di “HOBO - A wandering podcast about cinema”.

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