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Cinema

Freaks Out | quattro supereroi in lotta contro il nazismo nel film di Mainetti

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Il grande giorno per l’uscita del film Freaks Out è finalmente arrivato. Il secondo lungometraggio diretto da Gabriele Mainetti a partire da oggi sarà in tutte le sale cinematografiche italiane. Per il pubblico romano, per il 30 ottobre al Cinema Quattro Fontane a Roma è previsto un evento nel quale il regista e il cast incontreranno il pubblico. Il cast di Freaks Out vede la presenza di Claudio Santamaria, Pietro Castellitto, Aurora Giovinazzo, Giancarlo Martini, Franz Rogowski e Giorgio Tirabassi.

La trama di Freaks Out

Il circo Mezza Piotta è un luogo nel quale l’immaginazione diventa realtà. Attraverso queste parole, Israel (Giorgio Tirabassi) esorta il pubblico ad entrare all’interno del tendone per assistere a spettacoli straordinari con circensi in grado di compiere delle vere e proprie magie. La giovane Matilde (Aurora Giovinazzo) ha il dono di rilasciare scosse elettriche a chiunque le si avvicini; Cencio (Pietro Castellitto) è un ragazzo in grado di comandare gli insetti a suo piacimento, Mario (Giancarlo Martini) è in grado di attirare a se tutti gli oggetti di metallo ed infine Fulvio (Claudio Santamaria) è un uomo con peli in tutto il corpo e con la capacità di piegare qualsivoglia oggetto.

A fare da sfondo è la seconda guerra mondiale, nella quale le risate del pubblico vengono coperte dal suono delle bombe lanciate dagli aerei su Roma. È il 1943 e il gruppo freak ha solo un sogno: andare in America per cercare di salvarsi dai rastrellamenti dei nazisti. Sfortunatamente, l’arresto dell’ebreo Israel manderà a monte i loro piani, cercando anche di non farsi catturare dall’esercito tedesco.

Intanto, tra i vari spettacoli di intrattenimento sul territorio romano, diventa famoso il Zirkus Berlin, un circo nel quale c’è un soldato tedesco, Franz (Franz Rogowski) noto per le sue abilità come pianista. Oltre ad avere una malformazione, che lo porta ad avere 6 dita per mano, attraverso dei sogni è in grado di prevedere il futuro. Invenzioni come lo smartphone, il marchio Adidas e canzoni di successo come Creep dei Radiohead suonate magistralmente al pianoforte, venivano riportate fedelmente dal tedesco attraverso dei disegni.

Tra le varie visioni, il suicidio di Adolf Hitler per aver perso la guerra, lo porterà a voler cercare queste quattro persone speciali, che tornavano ripetutamente nei suoi sogni provocati dall’etere. Averli dalla loro parte, significava la vittoria cerca della Germania nel secondo conflitto mondiale. Cosa succederà quando i freaks casualmente arriveranno al Zirkus Berlin?

Leggi anche: FREAKS OUT | il teaser trailer dell’atteso film di Gabriele Mainetti

Leggi anche: FREAKS OUT | un gruppo ‘mostruoso’ contro i nazisti nel trailer del film

La recensione del film

La verità? Non so da che parte iniziare. La visione di Freaks Out diretto da Gabriele Mainetti, mi ha lasciata con un turbinio di emozioni che difficilmente mi era accaduto di provare in passato. Aspettavo questo film da molto tempo e devo ammettere che ha superato di gran lunghe le mie aspettative. C’è chi troverà dei difetti, ma di fronte a un film del genere, per me contano solo le sensazioni lasciate durante la proiezione e alla fine.

La crescita di Mainetti come regista la si denota dalla prima sequenza. Basta un tendone colorato, un pubblico variegato composto soprattutto da bambini e un gruppo di artisti pronti a intrattenere gli spettatori con spettacoli fuori dal comune. Improvvisamente però, basta una bomba lanciata da alcuni aerei a portare lo spettatore alla realtà.

Freaks Out è riuscito a mostrare un altro lato della Seconda Guerra Mondiale (anche se di pura fantasia) riuscendo a strappare anche qualche sorriso. Gabriele Mainetti ha compiuto una vera e propria impresa. Un film così complesso da un punto di vista della sceneggiatura e degli altri comparti non si era mai visto in Italia. Il regista romano è riuscito a portare sul grande schermo una storia completa, che mette al centro della vicenda quattro personaggi considerati ‘mostri’ ma che ben presto si troveranno a combattere contro i veri mostri della storia dell’umanità: i Nazisti.

Gli antagonisti vengono sempre visti male dall’alba dei tempi, ma per quanto possa essere tremendo e brutale il personaggio di Franz, nato con sei dita e per questo un freak anche lui, molte scene interpretate dall’attore Franz Rogowski, sono quelle maggiormente di impatto visivo ed emotivo. Tra momenti splatter, di pura follia e con sogni premonitori, il tedesco regala al pubblico due brani musicali eseguiti al pianoforte da restare incantati. A tal proposito, vi consiglio di cliccare play nel lettore in alto e ascoltare la versione piano di Creep dei Radiohead.

La giovane Aurora Giovinazzo nel ruolo di Matilde, la ginnasta che al solo tocco rilascia delle scariche elettriche potentissime, è il collante di tutto il gruppo. Lei è la più piccola e unica donna che appartiene a questa famiglia di circensi capitanata dall’ebreo Israel. Il suo nobile animo contrario a qualsiasi forma di violenza, nonostante intorno a lei ci sia solo morte e distruzione causata dalle bombe, la mantiene come il personaggio più puro della storia.

Il trio composto da Fulvio, Mario e Cencio non hanno paura di mostrarsi deboli e insicuri. Le loro capacità sovrannaturali e il loro aspetto esteriore spaventoso (soprattutto per Fulvio) sono un ostacolo nel poter vivere una vita normale. Loro a parte il circo non hanno nulla. Solo in quel luogo nel quale le stranezze vengono applaudite, non sono costretti a doversi nascondere dalla gente.

Gli effetti speciali utilizzati da Gabriele Mainetti sono ben inseriti con l’andamento della storia. La vera particolarità sta in alcune scene che sembrano essere frutto di computer grafica ma che in realtà sono state realizzate avendo a disposizione solo un ciak. I costumi perfettamente in linea con i personaggi e l’ambientazione storica sono stati curati da Mary Montalto e scelti secondo le indicazioni di Mainetti. Il lavoro della sezione trucco e parrucco affidato a Marco Perna, ha avuto il suo bel da fare soprattutto con i personaggi di Cencio e Fulvio.

Freaks Out è un film che lascia il segno nel pubblico e lo ha fatto nella storia del cinema italiano per la quantità di effetti speciali curati da Maurzio Corridori. Potrà ricordare The Greatest Showman per la presenza dei freak, magari Il Dittatore di Charlie Chaplin nell’abbigliamento di Franz, ma ciò che lo rende tanto speciale sono le emozioni che suscita per tutto il film.

Il mio amore più grande?! Il cinema. Passione che ho voluto approfondire all’università, conseguendo la laurea magistrale in Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale a Salerno. I miei registi preferiti: Stanley Kubrick, Quentin Tarantino e Mario Monicelli. I film di Ferzan Ozpetek e le serie tv turche sono il mio punto debole.

Cinema

The Black Phone | la recensione dell’audace horror con Ethan Hawke

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The Black Phone | la recensione dell’audace horror con Ethan Hawke
3.6 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Il nuovo lavoro di Scott Derrickson sembra il collaudo di un horror che ha bisogno che i suoi meccanismi girino un po’ a vuoto prima di poter mettere in moto la macchina. The Black Phone è infatti un film che rimanda costantemente l’esplosione di violenza, in cui le uccisioni avvengono prevalentemente fuori campo, negate allo sguardo dello spettatore tramite dissolvenze che sembrano indicare delle prove di accensione smorzate sul nascere. Pur attingendo a piene mani dal microcosmo convenzionale di Stephen King (il racconto che ispira il film è firmato da suo figlio Joe Hill), frequentato da bambini costretti a diventare adulti prima del tempo, genitori inetti e clown terrificanti con i loro palloncini, lo stesso l’horror di Derrickson sembra una versione cadaverica di quel tipo di racconto, un affascinante quanto spiazzante Stand By Me dall’oltretomba. Quella che arriva a chi guarda è solo l’eco di quel cinema anni Ottanta a cui il film chiaramente si ispira: una voce lontana e inquietante che proviene da un mondo che non c’è più e che è diventato inevitabilmente terreno di fantasmi e presenze invisibili. The Black Phone annulla così l’effetto nostalgia, trasla le classiche meccaniche di It o dei Goonies nel regno degli inferi e le disincarna dal corpo cinematografico che le reggeva.

Come uno degli impalpabili aiutanti suggerisce al giovane protagonista, che si trova rinchiuso in un seminterrato dopo essere stato rapito da un predatore di bambini: «Se non giochi, non può vincere». Ed è questo il consiglio che lo stesso Derrickson segue per il suo film, sempre reticente nel rispettare le regole che il genere imporrebbe e refrattario ad ogni spinta che vorrebbe ricondurlo nel campo d’azione più tradizionale. La lurida prigione sotterranea in cui è relegato Finney è solo il “riflesso del male” di ciò che avviene quotidianamente a livello della strada: se la realtà scolastica e cittadina emerge come un contesto durissimo, in cui bisogna essere pronti a sferrare e a incassare pugni, in cui è necessario avere le nocche sporche di sangue per essere rispettati, dallo scantinato si può invece scappare solo grazie alla solidarietà tra coetanei che hanno condiviso un comune destino di abusi. Un’idea mutuata dal cinema di Guillermo Del Toro, in cui il senso di fratellanza che gli esseri umani, specialmente i bambini, riscoprono dopo essere passati dall’altro lato, prevale su ogni contrasto esistente in vita (e d’altronde già ne La spina del diavolo il piccolo Carlos veniva aiutato da un ragazzino fantasma nel suo tentativo di fuga e sopravvivenza).

Allo stesso tempo, però, The Black Phone sembra anche essere un compendio di tutta la principale produzione Blumhouse fino a questo momento: le maschere de La notte del giudizio, la grana delle immagini in Super 8 ad indicare un presagio funesto come in Sinister, la complicità tra fratello e sorella già messa in scena con Oculus. Quello di Derrickson, come lo stesso antiquato telefono che dà il nome al suo film, è quindi un mezzo di comunicazione tra diversi piani narrativi e cinematografici: sopra e sotto, vecchio e nuovo, aldilà e mondo dei vivi. La guida del passato serve ad orientarsi correttamente nel presente, ma i vecchi modelli sarebbero solo un mucchio di cadaveri in assenza di un corpo “giovane” in grado di farli camminare su gambe nuove.

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Cinema

Elvis | il mito rivive in uno straordinario film a sua “dismisura”

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Elvis | il mito rivive in uno straordinario film a sua “dismisura”
4 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Ci sono persone che hanno sconfitto la storiografia e sono sfuggite alla ritrattistica diventando inafferrabili, non più oggetto di biografia ma di mitologia, ovvero di una forma di racconto che ha lo scopo di spiegare solo approssimativamente e con grande fantasia fenomeni dalle sconosciute e insondabili (almeno razionalmente) origini. Marylin Monroe (che avrà le sembianze di Ana de Armas nel prossimo biopic di Andrew Dominik per Netflix) o Elvis Presley, ad esempio. Confrontarsi con queste figure vuol dire necessariamente misurarsi con un’immagine irreplicabile: saldamente fissata nella mente e nei ricordi, già alla base di una propria sterminata iconografia, di un suo mondo inesauribile di copie, ripetizioni, variazioni, parodie, al punto che non è più davvero possibile tornare nuovamente all’originale per offrire una rappresentazione che non sia inevitabilmente l’ultima mano di colore sulle infinite passate di vernice che si sono accumulate.

Questo è forse un problema per i film biografici, ma senza dubbio anche un’occasione imperdibile per reinventarsi, per scuotere la palma da cocco di un genere cinematografico ancora troppo ancorato ai logori schemi di ascesa-caduta. Il nuovo film di Baz Luhrmann è così, molto intelligentemente, un anti Walk the Line: inventa un’altra forma disinteressandosi esplicitamente della psicologia della rockstar tormentata, del suo ego, delle sue ansie, ma invece rivendicando una genuina fascinazione per il miracolo della sua perfezione, per l’eccellenza umana che si impone in maniera disinvolta e, allo stesso tempo, incomprensibile. Come un accadimento che non permette riflessioni o disquisizioni sulle proprie cause.

Elvis | un biopic affascinato dal miracolo della perfezione

Non c’è la possibilità di capire perché Elvis sia Elvis o come lo sia diventato nel tempo: è perfetto senza aver fatto (apparentemente) nulla per raggiungere quello status e la sua perfezione non ha bisogno di ulteriori indagini perché in grado di giustificarsi esclusivamente attraverso la propria esibizione. Il che è abbastanza paradossale in un film che ha come attore principale qualcuno – Austin Butler – che perfetto non lo è affatto, riuscendo a somigliare al re del rock and roll non più di qualsiasi altro doppelgänger di Las Vegas. Eppure Luhrmann, ostinatamente, finge di non vedere l’impossibilità di un’emulazione credibile e costruisce la sua opera attorno all’idea di una superiorità manifesta, sulla base della quale vengono sabotati tutti gli schemi che negli ultimi anni sono stati pedissequamente seguiti da questo genere di film, a cominciare dalla questione del “talento”, non più frutto di ossessione, dedizione e allenamento costante, ma invece trattato come un dato acquisito dalla attribuzione quasi miracolosa.

Il ruolo di Tom Hanks

In tutto questo, lo sguardo dello spettatore finisce per coincidere con quello di Tom Parker, manager mefistofelico che vuole a tutti i costi possedere e imbrigliare quella forza della natura che si dispiega davanti a lui. Elvis viene spremuto fino all’ultima goccia da questo colonnello-antieroe che non riesce a staccargli gli occhi di dosso e che costantemente lo guarda attraverso feritoie e fessure, quasi in segreto e con aria ambigua, come se lo scrutasse per capire come faccia, per rubare il segreto di quel talento. Esattamente come il pubblico del film. Tom Hanks, truccatissimo e reso irriconoscibile, se non per la linea degli occhi, si aggira sulla scena come un demone, con il bastone da villain e lo sguardo meschino di chi brama di possedere quel corpo in costante agitazione per farne uno scettro del potere. I muscoli e le ossa attraverso i quali passa questo miracolo non sembrano però mai in grado di controllarlo, di deciderlo: il genio musicale, vocale e soprattutto fisico del cantante sembra imporsi su di lui. I suoi fianchi prendono il sopravvento sul palco senza che lui possa fare alcunché, se non accettare di essere il veicolo di una rivoluzione sessuale (prima americana e poi planetaria) che passa per il suo corpo.

È impossibile, dopo aver visto questo film, pensare ad un altro regista diverso da Luhrmann per mettere in scena la vita di Elvis. I suoi leggendari eccessi, ma anche e soprattutto il suo spiccato gusto per la finzione e l’artificio, si rivelano fondamentali in una storia il cui soggetto non poteva essere banalmente la carriera di un uomo, ma l’apparizione di un Dio tra la gente comune, di un messia che utilizza la musica come rito sacro che mette in contatto le persone con qualcosa di superiore (come nella splendida sequenza in cui le immagini dei suoi show si sovrappongono alle messe gospel a cui assisteva da piccolo) che in questo caso si trova però a livello del bacino. In un lento e progressivo disperdersi di energie e vitalità, il biopic del regista australiano si fa sempre più canonico e trova nella sua normalizzazione cinematografica il modo di esprimere la fatica e la tristezza di un uomo che sta raggiungendo la prematura fine. Quella fine che John Carpenter, nel suo film per la tv del 1979, rifiutò categoricamente, intrappolando Elvis in un finto fermo immagine, e che qui invece è anticipata da una emblematica ascensione verso il cielo.

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Biografilm Festival

Biografilm 2022 | tutti i vincitori della XVIII edizione

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Annunciati i premi della diciottesima edizione di Biografilm, che dopo 11 giorni di programmazione si chiude lunedì 20 giugno. Un festival partecipato, ricco di contenuti, presenze artistiche e pubblico. 


“È una gioia profonda, verticale, per l’intero staff del festival, aver visto il lungo lavoro di cura e costruzione del complesso sistema che è Biografilm Festival, convergere in un abbraccio emozionale ed emozionante di pubblico e di ospiti, in un viaggio trasformativo e condiviso fatto di sale colme di curiosità, attenzione e sensibilità verso le storie di vita proiettate sul grande schermo, accesi dibattiti dentro e fuori dal cinema insieme agli autori e ai protagonisti dei film selezionati” ha dichiarato Chiara Liberti, coordinatrice della programmazione del festival.


Con la proiezione in programma lunedì sera di Les jeunes amants – I giovani amanti, alla presenza della protagonista Fanny Ardant, il Festival conta di superare la soglia dei 15 mila spettatori dal vivo in tutta la durata del festival. Sono state 6 le proiezioni Sold Out e 609 gli abbonamenti venduti. Quasi 400 gli operatori e le operatrici del settore che hanno partecipato alle giornate del mercato Bio to B – Industry Days.
Fino a oggi sono state oltre 1500 le ore di visione online per 1540 spettatori sulle piattaforme digitali11 le regioni da cui sono stati effettuati gli accessi, il 60% dei quali provenienti da fuori l’Emilia-Romagna. Oltre 86 mila le pagine visitate sulla piattaforma on line di Biografilm. Numeri destinati a crescere perché il festival on line durerà fino al 25 giugno.


“Siamo estremamente soddisfatti dei risultati di questa edizione 2022 del Biografilm Festival. Considerate le incertezze date dai due difficili anni alle nostre spalle, siamo andati oltre ogni più rosea aspettativa. Ci eravamo posti la sfida di lanciare un segnale di ripresa della presenza dal vivo nelle sale e possiamo finalmente dire di aver fatto la nostra parte con successo – afferma il Direttore Generale Massimo Mezzetti – Non solo i numeri ci danno ragione ma anche il clima di entusiasmo e di euforia che abbiamo registrato da parte del pubblico è un elemento che ci riempie di gioia e che ci gratifica molto. L’impegno profuso da tutta la squadra del Festival che da mesi ha lavorato per il raggiungimento di questi obiettivi è stato encomiabile. A tutti e tutte loro e a tutti i volontari che ci hanno accompagnato in questa avventura va la mia più sincera gratitudine. Arrivederci al prossimo anno!”.


La giuria del Concorso Internazionale, composta dai rinomati professionisti del cinema Chad Gracia, Inka Achté e Arianna Castoldi, ha attribuito 3 premi. Il Best Film Award | Concorso Internazionale, premio al miglior film del Concorso Internazionale, è andato a After a Revolution di Giovanni Buccomino. Questa la motivazione: “Potente ritratto di famiglia, politica e guerra, questo film racconta una storia importante senza eroi o cattivi, vincitori o vinti, buoni o malvagi. Momenti di bellezza, coraggio e resilienza, squisitamente catturati, lo rendono un capolavoro sull’orrore insensato della guerra e sulla capacità dei comuni esseri umani di sopravvivere e trascendere questo orrore”.


Il Premio Hera “Nuovi Talenti” alla migliore opera prima del Concorso Internazionale è stato consegnato a Divas di Máté Kőrösi. “Un film autentico e senza tempo sul diventare grandi, che abbiamo trovato fresco e originale. La giuria è stata commossa dal coraggio e dall’apertura mentale di queste giovani e ispirata dalla loro amicizia. Il regista è riuscito ad aprire le porte a queste eccezionali vite in lotta, rivelando gradualmente le loro storie fragili, complesse e in definitiva cariche di significato”.


Una Menzione Speciale è andata invece a Ultraviolette et le gang des cracheuses de sang di Robin Hunzinger, con questa motivazione: “Il film ci ha ricordato, in modo rassicurante ed edificante, ciò che è al centro dell’esistenza umana, nonostante i decenni, o addirittura i secoli che separano le diverse generazioni. La giuria è stata profondamente commossa da questa storia d’amore e di amicizia che trascende il tempo, le aspettative sociali e persino la morte.”


La Giuria Biografilm Italia, formata dalla montatrice Francesca Sofia Allegra, dalla curatrice e produttrice Antonella Di Nocera e dalla sceneggiatrice e regista Anita Rivaroli ha assegnato a sua volta 3 premi.


Ha meritato il Best Film BPER Award | Biografilm Italia, premio al miglior film del Concorso Biografilm Italia, Non sono mai tornata indietro di Silvana Costa, con questa motivazione: “Per la capacità di condurre attraverso una storia personale il racconto di una relazione che fa dialogare più generazioni di donne, con naturalezza e precisione nello sguardo. Per la semplicità con cui la regista si mette in gioco in una narrazione insieme acerba e potente, fatta di assenze e lontananze, che ci fa attraversare un territorio e un pezzo di storia del nostro paese. Per la scelta coraggiosa di riflettere sulla condizione umana di chi fugge ma resta prigioniero, lasciando allo spettatore lo spazio di potersi ancora interrogare”.


Il Premio Hera “Nuovi Talenti” | Biografilm Italia, premio alla migliore opera prima del Concorso Biografilm Italia, è andato a The Way Daddy Rides di Tiziano Locci, accompagnato da queste parole della giuria: “Ci piace pensare che il premio ad un’opera prima abbia il compito di riconoscere le potenzialità di un talento e questo nella regia documentaria si esprime nella posizione di chi filma. In questa opera il giovane regista dichiara la scelta dello sguardo e le sue soluzioni, per quanto istintive, ne dimostrano coraggio e competenza. Pur essendo l’autore fisicamente immerso nel ristretto spazio e nelle relazioni di una famiglia, il film procede essenziale, senza indugiare, restituendo ritmo e forma ad un racconto di personaggi che progressivamente rivelano le proprie luci ed ombre”.


Una Menzione Speciale della giuria di Biografilm Italia è stata assegnata a Il canto delle cicale di Marcella Piccinini, “per la libertà con cui ha sperimentato e unito il lirismo delle immagini e delle parole a una grande ricerca sul suono e le musiche; tanto che il film, pur trattando una tematica tanto intima e dolorosa, si rivela un delicato atto poetico che riappacifica.”


Il Premio della Critica Italiana SNCCI | Biografilm Europa Oltre i Confini, assegnato al miglior film della sezione Europa Oltre i Confini da una giuria composta dai 3 critici del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani Emanuele Di Nicola, Frédéric Pascali e Massimo Lechi, è andato a Berdreymi / Beautiful Beings di Guðmundur Arnar Guðmundsson, “per la capacità di esaltare la durezza e la bellezza della condizione giovanile attraverso scelte narrative spiazzanti, solo apparentemente contraddittorie, e per la forza seducente dello sguardo registico”.


Il premio Young Critics Award, assegnato da una giuria giovani composta da studentesse e studenti dei corsi di laurea DAMS e CITEM dell’Università di Bologna al miglior film del Concorso Internazionale, è andato a Divas di Máté Kőrösi, con la seguente motivazione: “Utilizzando un linguaggio innovativo e aprendosi ad una forma ibrida, il film sa avvicinarsi alla vita delle protagoniste in punta di piedi e standoci accanto: infatti, la camera non tradisce ma alimenta ed esplora i loro desideri. Un racconto poetico, terapeutico e personale che mostra la potenza del documentario nel suo essere uno specchio della contemporaneità. Una sintesi perfetta dei nostri sogni, speranze e timori”.


Il Premio Ucca – l’Italia che non si vede al miglior film del Concorso Biografilm Italia, assegnato da una giuria speciale di Arci Ucca, che consiste in un premio di distribuzione nel circuito “L’Italia che non si vede. Rassegna Itinerante di Cinema del Reale” e in 1000 euro, è andato a Rosso di Sera / Red sky at night di Emanuele Mengotti. “Per l’impietosa e chirurgica descrizione di Las Vegas investita dalla pandemia, per la scelta di raccontare tre personaggi emblematici nel rappresentare il manicheismo del sogno americano. Un western contemporaneo, con le armi, i diseredati, la desolazione e – sullo sfondo – l’eterno conflitto contro qualcuno o qualcosa nella quotidianità dell’Impero”.
 
La giuria di Bio to B – Industry Days 2022, composta da Anna Berthollet (CEO, Sales and acquisitions, LIGHTDOX) e Giacomo La Gioia (Programming Manager Documentary and Factual Channels, Sky Italia) e Marion Schmidt (co-director of DAE, Documentary Association of Europe) ha assegnato due premi. Il Best Project Bio to B Award, che consiste in un supporto di 1000 euro alla produzione del film, è stato attribuito a Fragments of a Life Loved di Chloé Barreau (produzione: Groenlandia). Il Best Project from Emilia-Romagna Bio to B Award, che consiste in un accredito per IDFA e un accredito per FIPADOC, è andato a Fade Out di Mattia Epifani (produzione: Rodaggio Film).
Di seguito anche i premi collaterali di Bio to B – Industry Days 2022: il Mia Market Award è stato assegnato a Imola I994 di Francesco Merini (produzione: Mammut Film)mentre il Visioni Incontra Award è andato al già premiato dalla giuria Fragments of a Life Loved.

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