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Festival

IrishFilmFesta a Roma il 17 marzo – Speciale San Patrizio

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IRISHFILMFESTA nasce nel 2007 per promuovere la cinematografia irlandese in Italia. Prodotto dall’associazione culturale Archimedia, è stato creato ed è diretto da Susanna Pellis, specialista di cinema irlandese. IRISHFILMFESTA è realizzato in collaborazione con Irish Film Institute e con il sostegno di Culture Ireland, Irish Film Board e Tourism Ireland, con il patrocinio dell’Ambasciata irlandese in Italia e della Provincia di Roma. Dopo l’edizione numero sei, svoltasi lo scorso dicembre, IRISHFILMFESTA torna a Roma nella giornata di San Patrizio, patrono d’Irlanda, il 17 marzo 2013 con un focus sull’animazione, settore di spicco della cinematografia irlandese, e con un omaggio al regista Lenny Abrahamson. La giornata, organizzata nell’ambito del Semestre di Presidenza irlandese del Consiglio d’Europa (gennaio – giugno 2013), è realizzata in collaborazione con IFI International e Culture Ireland, e con un contributo di Tourism Ireland.

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Come sempre. IRISHFILMFESTA sarà ospitato dalla Casa del Cinema di Roma, struttura promossa dall’Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico di Roma Capitale con la collaborazione dell’Assessorato alla Cultura, Arte e Sport della Regione Lazio, con la direzione artistica di Caterina d’Amico e la gestione di Zètema Progetto Cultura. Il programma sarà aperto (alle 15:30) da Animated Ireland, una selezione dei migliori cortometraggi di animazione curata da Steve Woods che introdurrà la proiezione con una conferenza sulla storia dell’animazione irlandese. Regista, sceneggiatore e produttore, è fra i fondatori del Festival di Galway e creatore del premio James Horgan, assegnato ogni anno alla nuova animazione irlandese. Insegna alla National Film School – IADT di Dun Laoghaire ed ha una propria casa di produzione, Cel’ Division, a Dublino. Previste poi (alle 18:30) due proiezioni alla presenza dei rispettivi registi.

The Boy in the Bubble (2011, di Kealan O’Rourke), corto che ha vinto la scorsa edizione di IRISHFILMFESTA, storia di un bambino che dopo la prima delusione d’amore decide di affidarsi a un incantesimo che gli impedisca di soffrire. Chiaro omaggio alla poetica di Tim Burton, e narrato da Alan Rickman, The Boy in the Bubble sarà proiettato in 3D. Nell’occasione, al regista sarà consegnato il premio di IRISHFILMFESTA. A seguire, The Secret of Kells (Tom Moore, Nora Twomey, 2009), lungometraggio di animazione che ha ricevuto una nomination all’Oscar nel 2010. La trama: il dodicenne Brendan vive nell’abbazia di Kells sotto la tutela dello zio abate, uomo molto autoritario la cui unica preoccupazione è quella di fermare gli invasori Vichinghi. Ma l’arrivo del maestro miniatore Frate Aidan aprirà nuovi orizzonti a Brendan: il frate porta con sé il manoscritto incompiuto di Kells e incoraggia il giovane a partecipare al suo completamento. Affascinante per il pubblico di tutte le età, il film riprende la grafica del Libro di Kells volume miniato medioevale custodito al Trinity College di Dublino. Fra le voci dei personaggi, quella dello zio abate è del celebre attore irlandese Brendan Gleeson. Dopo la proiezione, la regista Nora Twomey terrà una masterclass breve mostrando esempi del proprio lavoro, sia su The Secret of Kells che sul nuovo lungometraggio in preparazione dallo stesso gruppo di animatori, l’attesissimo Song of the Sea. Chiude la ricca giornata l’omaggio a Lenny Abrahamson con la proiezione (alle 21:30) del suo ultimo film, What Richard Did, che in Irlanda ha appena vinto 5 premi IFTA per film, regia, attore, sceneggiatura e montaggio. Giunto al terzo lungometraggio, Abrahamson è considerato il miglior talento del nuovo cinema irlandese. Basato sul romanzo Bad Day in Blackrock di Kevin Power, What Richard Did esplora il dramma di un giovane della ricca borghesia dublinese la cui vita perfetta è rovinata da un improvviso atto di violenza. Nel ruolo del titolo, la sorprendente performance del giovane Jack Reynor che lo ha già reso una stella nascente del cinema internazionale, assicurandogli una scrittura in Transformers 4 di Michael Bay. Ingresso gratuito.

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Berlinale

Berlinale 71: Natural Light, la recensione del film premiato per la regia

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Pellicola che ha debuttato il 2 marzo 2021 in World Premiere alla Berlinale 71, Natural Light è diretto da Dénes Nagy. Durata 103 minuti. Una produzione realizzata con la collaborazione di Ungheria, Francia, Germania e Lettonia, che ha vinto l’Orso d’Argento per la Miglior Regia.

Natural Light: sinossi

Il caporale István Semetka, prima semplice contadino ungherese, si trova in una situazione più grande di lui e contro la sua volontà. Facente parte di un’unità speciale il cui scopo è cacciare partigiani nell’Unione Sovietica ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, dovrà fare i conti con il susseguirsi degli eventi, in una morsa che procede per inerzia, tra paure ed impotenza.

Natural Light: recensione

Un war movie che basa la sua funzione primaria non tanto nello scontro, quanto nell’elaborazione personale di un semplice uomo. Il regista ungherese vince meritatamente l’Orso d’Argento proprio per la sua precisa e maniacale direzione. Scenografie accurate, location immersive ed un’attenzione alla ricostruzione storica con l’ausilio esemplare di costumi d’epoca, collaborano all’unisono per dipanare una vicenda che si imprime negli occhi dello spettatore principalmente per goduria visiva. Tecnicamente grandioso, forte di un’estetica calamitica, vive di luci naturali proprio come il titolo suggerisce.

natural light film recensione

Quasi unicamente girato senza l’aiuto di artificiosità, fa della fotografia un enorme punto di forza, spesso sono i focolai, gli incendi, il fuoco stesso l’unica fonte di luce ed è inutile sottolineare la magia che si crea nell’infrangersi sui volti e su ogni superficie, rispecchiando colori impossibili da replicare in modo costruito. Perfetto nel creare un’atmosfera quasi disturbante nella sua sensazionale bellezza, disegna ambientazioni naturali, panoramiche, albe, tramonti che sono quasi un vero e proprio personaggio.

In tutto questo troviamo un dramma, fatto di paure, del superamento di esse e talvolta di immagini qua e là inquietanti, utili a rafforzare ciò che già è potente di suo. Silenzi, sospiri, l’ampio spazio ceduto agli sguardi e ai primissimi piani, che identificano una struttura quasi in sottrazione, in cui la narrazione risulta una rincorsa a vivere il film invece che osservarlo.

Il sonoro in generale è bilanciato accuratamente ed accompagna questi volti consumati, stanchi, sporchi, privati di qualcosa in un percorso visivo cupo e desaturato, in cui la tavolozza sembra avere solo tonalità verdastre, giallognole e marroni. Sbalorditivo dunque principalmente a livello tecnico e per l’essenza che trasmette grazie alla maestria scrupolosa, nel catturare lo spettatore senza alcuna riserva, inutile dire che sul grande schermo ovviamente sarebbe stato superlativo.

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Berlinale

Berlinale 71: Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy) la recensione

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Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy) è stato presentato in anteprima mondiale alla Berlinale 71 il 4 marzo 2021. Diretto e scritto da Ryusuke Hamaguchi, il film giapponese della durata di 121 minuti ha vinto l’Orso d’Argento Gran Premio della Giuria.

Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy) Sinossi

Diviso in tre differenti archi narrativi autonomi, il film racconta personaggi femminili in diverse circostanze: il primo Magic si basa su un triangolo amoroso, il secondo Door Wide Open si incentra su una seduzione fallita ed infine il terzo, Once Again, narra di un incontro inaspettato. 

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Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy), la recensione

Interessante e ben delineato, il film di Ryusuke Hamaguchi tende a farci assaporare diversi sentimenti, dettati da personalità femminili, ma allo stesso tempo caratteristici di un’identità singola. Queste tre storie partono tutte con la stessa idea di base: raccontare il punto di vista femminile in situazioni totalmente divergenti.

Con questi presupposti però, ciò che si può notare è appunto come tre donne che non condividono alcuna circostanza e calate in contesti differenti, risultino allo stesso modo delicate e riservate nell’elaborazione del caso. Il tempo poi è ben scandito in ognuna delle vicende, è presente una parte introduttiva per poi metterci di fronte ad un doveroso sbalzo temporale ed infine riagganciarsi dopo mesi o anni, con le conseguenze che tutto ciò ha comportato.

Uno scorrere del tempo dunque per valutare gli effetti delle scelte fatte in precedenza. Compromessi, false illusioni, rimpianti, tutti aspetti che sono oltre che femminili, propri di ogni essere umano, perciò è come se il regista avesse voluto metterci davanti semplicemente alla vita stessa, a ciò che può accadere a tutti noi.

Se ci si fa caso ogni mini storia concepisce gli attimi inaspettati, ossia getta le sue fondamenta sul concetto di qualcosa che è involontario, non programmato, succede e basta. Degna di merito la scelta di voler dettare delle linee guida similari per poi ramificarsi in elaborazioni singole, si percepisce in maniera chiara l’intento e questo grazie ad una narrazione fluida e corposa.

Inquadrature spesso statiche, senza bisogno di grandi evoluzioni, riescono a farti empatizzare con i personaggi, la macchina da presa scompare quasi nella totalità del minutaggio, un grande pregio per un genere di film che fa del suo vanto l’immersione dello spettatore nel racconto. Concludendo ciò che si può trovare in questa pellicola è poesia, stupore, sensibilità e tutto questo espresso ai nostri occhi con una morbidezza che non è affatto da tutti.

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Cinema

TFF 38: Fried Barry, la recensione del delirante film di Ryan Kruger

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Diretto, prodotto e sceneggiato da Ryan Kruger, approda al Torino Film Festival edizione n.38, una  commedia fantascientifica intitolata Fried Barry. Il Sud Africa è il paese d’origine e Gary Green il suo protagonista.

Un uomo tossicodipendente e già di suo alquanto svalvolato, almeno all’apparenza, un giorno di punto in bianco viene scelto  dagli extraterrestri come cavia. L’alieno dentro di lui vuole provare dunque ogni tipo di esperienza umana e così come un’ameba l’uomo/alieno inizia a muoversi per inerzia in giro per la città, facendo ogni cosa e lasciandosi trasportare dagli eventi senza capacità di giudizio, finchè l’ospite avrà finito con questo inutile involucro.

Un film assurdo, con poca possibilità di percezione positiva. Tutta colpa o merito (dipende dal personale gradimento) di Ryan Kruger, visto il suo coinvolgimento nell’opera, avendo ricoperto i ruoli di regista, produttore e sceneggiatore. La scrittura come la messa in scena, peccano di banalità e troppo semplicismo; al nostro protagonista succedono cose davvero incredibili, ma non per spettacolarità quanto più per scadente plausibilità, come se ad ogni angolo della strada ci fosse qualcuno che aspetta proprio lui, per fare sesso o regalargli droghe o chissà cos’altro.

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Situazioni impensabili, personaggi strambi e poca cura per le performance attoriali come per il realismo delle azioni che compiono, con errori riconducibili ad un principiante alle prime armi.
Una nota positiva risiede invece nella fotografia, contraddistinta da un tono quasi finto patinato, mediante un uso accurato di luci e colori, che senz’altro esaltano il film perlomeno visivamente. 

Se si volesse provare a fare una sovralettura con l’intento di trovare un significato recondito e strettamente ispirato, si potrebbe parlare del corpo umano come semplice involucro, che viaggia parallelamente all’animo, all’essenza, a ciò che costituisce la coscienza e la volontà di agire.
Oltre a questo, noi umani abbiamo anche limiti dettati dalla nostra fragilità e dall’essere mortali, che gli alieni (almeno quelli di questo film) non sembrano avere. Pertanto da un lato ci si trova di fronte a limiti fisici, dall’altro ad emozioni che invece sono solo nostre, come l’amore, che per un alieno provare potrebbe voler dire godere di autenticità, un potere sconsiderato ed inaspettato agli occhi di un essere superiore.

Sicuramente il protagonista ha un impatto visivo peculiare, sottolineato da questo sguardo sempre allucinato che vanta una valenza macchiettistica, anche forte dell’aspetto fisico stesso dell’attore Gary Green. Detto questo, credo di aver voluto cercare un qualche messaggio un po’ troppo sofisticato per un prodotto delirante che si rivela essere caratterizzato da un potenziale interessante, ma realizzato davvero male, che non credo rimarrà nell’immaginario comune o meglio ci resterà saldo, ma per essere d’esempio quando ci si riferirà a prodotti di qualità infinitamente bassa.

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