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Festival

Ischia Film Festival 2018, tutti i premi del festival

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Le giurie dell’Ischia Film Festival hanno decretato i vincitori dei concorsi internazionali della XVI edizione. La Giuria della sezione Lungometraggi, composta dal giornalista e cineasta svizzero Lorenzo Buccella, dalla regista e sceneggiatrice Laura Bispuri e dal critico cinematografico e direttore generale del Molodist Film Festival di Kiev Andriy Khalpakhci, ha così deliberato:

Ischia Film Award al miglior lungometraggio.

IL CRATERE di Silvia Luzi e Luca Bellino

Per un linguaggio cinematografico che sfida il legame tra la realtà e l’immagine, inseguendo la relazione tra un padre e una figlia nei suoi spettri psicologici più profondi con una grazia che non arretra di fronte all’abisso”. 

Premio Castello Aragonese alla miglior Regia.
Laura Amelia Guzmàn e Israel Cardénas
per il film SAMBÁ

“Per una splendida fusione tra luoghi, storia e personaggi. Una regia vitale, aspra e calibrata che riesce ad attraversare il mondo della boxe e la realtà sociale della Repubblica Domenicana evitando ogni facile cliché”. 

Premio Epomeo alla miglior Fotografia Cinematografica.
Daniel Leo
per il film MAN PROPOSES, GOD DISPOSES

“Perché dietro ogni immagine c’è la forza di un viaggio che accompagna e completa i personaggi, con un impatto visivo sempre presente ma mai invadente”. 

Premio Aenaria alla miglior Scenografia.
Monica de Moya
per il film SAMBÁ

Per una scelta di ambientazioni non esotica ma misurata, reale e attenta”.

Premio SonyATV per la migliore colonna sonora in un film italiano
Lungometraggio
IL CRATERE

Per aver coniugato con la musica, emozioni e identità territoriale”

La Giuria della sezione Cortometraggi e Location Negata, composta dal regista e sceneggiatore Toni D’Angelo, dall’attore Vinicio Marchioni e dallo scenografo Tonino Zera, ha così deliberato:

Ischia Film Award al miglior cortometraggio
DOMESTICADO
di Juan Francisco Viruega

La completezza drammaturgica, lo stilo fotografico in grado di raccontare senza dialoghi una storia semplice ma eterna con echi di tragedia greca ma con lo stile più classico del Grande Cinema.

Menzione speciale a:

CALL ME ALVY di Alexei Slater

“Per la capacità di trasmettere allo spettatore i temi e la poetica di un maestro della storia del cinema come Woody Allen, restituendone sia il graffio cinico che il tocco lieve”. 

Dal corto Eyes

Premio SonyATV per la migliore colonna sonora in un cortometraggio.
EYES di Maria Laura Moraci

Per il sapiente uso di canzoni edite reinterpretate in chiave originale

Ischia Film Award Location Negata
HAPPY TODAY
di Giulio Tonincelli

“Un racconto fotograficamente impeccabile e meraviglioso in grado di portare lo spettatore nella dimensione femminile del mondo, celebrando l’Africa attraverso la nascita della vita, sovvertendo in modo poetico gli stereotipi comuni sul sud del mondo.

La Giuria della sezione Documentari, composta dal giornalista e conduttore televisivo Antonello Piroso, dall’attrice Milena Mancini e dal regista Mehdi Fard Ghaderi, ha così deliberato: 

Ischia Film Award al miglior documentario
BURKINABE’ RISING: THE ART OF RESISTANCE IN BURKINA FASO
di Iara Lee

Vince il premio come miglior documentario per la sua forza espressiva. Le forma d’arte documentate regalano allo spettatore immagini ricche di speranza, colore e dignità. Dove c’è oppressione, l’arte brulica e vive nonostante tutto. Quello che il mondo chiama spazzatura, in Burkina Faso si ricicla, si reinventa e rinasce come strumento musicale.

Menzione speciale a:
APERTI AL PUBBLICO di Silvia Bellotti

Vince la menzione speciale nel dimostrare che un documentario può essere un mezzo di espressione artistica che nel comunicare, documentare e spiare una realtà complessa, ha il potere di regalare un sorriso al pubblico”.

La giuria della sezione Scenari Campani, da quest’anno diventata competitiva, composta dai ragazzi del Forum Giovani di Ischia, ha così deliberato:

Premio BPER al miglior film categoria Scenari Campani

JE SO’ PAZZO di Andrea Canova

“Niente a che vedere con il celebre successo dell’indimenticato Pino Daniele, neanche al punto della strofa ‘nella vita voglio vivere almeno un giorno da leone’: i ragazzi che si stanno occupando della riqualificazione dell’ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Sant’Eframo, infatti, vogliono provare a vivere tutti i loro giorni da protagonisti. Un ex detenuto, attraverso i ricordi celati nel suo diario, ci guida nella lenta transumanza da quel triste inverno da lui vissuto alla nuova primavera dell’OPG, di cui questi ragazzi sono i veri artefici”.

Menzione speciale a:

LA FORTEZZA di Stefano Russo

Un padre che prova a ricomporre il rapporto con il figlio, sullo sfondo dei migliori scenari dell’isola di Ischia, condensati in 19 minuti. Natura, cultura, tradizioni e storia che si fondono anche con i tratti di un mondo fantastico ed immaginario, sicuramente rievocativo. Il Malammore di Gomorra insieme al regista Stefano Russo ci regalano una bellissima cartolina, anche in risposta al terremoto dell’agosto 2017, di cui di certo si sottolinea la reazione di orgoglio degli abitanti. Un invito a sentirsi almeno un po’, almeno una volta, isolani, a Ischia”

ISCHIA FILM FESTIVAL AUDIENCE AWARD A:

PRIMA CHE LA NOTTE di Daniele Vicari (con media di votazione di 4,88 su 5)

 

Berlinale

Berlinale 71: Natural Light, la recensione del film premiato per la regia

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natural light berlinale

Pellicola che ha debuttato il 2 marzo 2021 in World Premiere alla Berlinale 71, Natural Light è diretto da Dénes Nagy. Durata 103 minuti. Una produzione realizzata con la collaborazione di Ungheria, Francia, Germania e Lettonia, che ha vinto l’Orso d’Argento per la Miglior Regia.

Natural Light: sinossi

Il caporale István Semetka, prima semplice contadino ungherese, si trova in una situazione più grande di lui e contro la sua volontà. Facente parte di un’unità speciale il cui scopo è cacciare partigiani nell’Unione Sovietica ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, dovrà fare i conti con il susseguirsi degli eventi, in una morsa che procede per inerzia, tra paure ed impotenza.

Natural Light: recensione

Un war movie che basa la sua funzione primaria non tanto nello scontro, quanto nell’elaborazione personale di un semplice uomo. Il regista ungherese vince meritatamente l’Orso d’Argento proprio per la sua precisa e maniacale direzione. Scenografie accurate, location immersive ed un’attenzione alla ricostruzione storica con l’ausilio esemplare di costumi d’epoca, collaborano all’unisono per dipanare una vicenda che si imprime negli occhi dello spettatore principalmente per goduria visiva. Tecnicamente grandioso, forte di un’estetica calamitica, vive di luci naturali proprio come il titolo suggerisce.

natural light film recensione

Quasi unicamente girato senza l’aiuto di artificiosità, fa della fotografia un enorme punto di forza, spesso sono i focolai, gli incendi, il fuoco stesso l’unica fonte di luce ed è inutile sottolineare la magia che si crea nell’infrangersi sui volti e su ogni superficie, rispecchiando colori impossibili da replicare in modo costruito. Perfetto nel creare un’atmosfera quasi disturbante nella sua sensazionale bellezza, disegna ambientazioni naturali, panoramiche, albe, tramonti che sono quasi un vero e proprio personaggio.

In tutto questo troviamo un dramma, fatto di paure, del superamento di esse e talvolta di immagini qua e là inquietanti, utili a rafforzare ciò che già è potente di suo. Silenzi, sospiri, l’ampio spazio ceduto agli sguardi e ai primissimi piani, che identificano una struttura quasi in sottrazione, in cui la narrazione risulta una rincorsa a vivere il film invece che osservarlo.

Il sonoro in generale è bilanciato accuratamente ed accompagna questi volti consumati, stanchi, sporchi, privati di qualcosa in un percorso visivo cupo e desaturato, in cui la tavolozza sembra avere solo tonalità verdastre, giallognole e marroni. Sbalorditivo dunque principalmente a livello tecnico e per l’essenza che trasmette grazie alla maestria scrupolosa, nel catturare lo spettatore senza alcuna riserva, inutile dire che sul grande schermo ovviamente sarebbe stato superlativo.

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Berlinale

Berlinale 71: Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy) la recensione

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Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy) è stato presentato in anteprima mondiale alla Berlinale 71 il 4 marzo 2021. Diretto e scritto da Ryusuke Hamaguchi, il film giapponese della durata di 121 minuti ha vinto l’Orso d’Argento Gran Premio della Giuria.

Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy) Sinossi

Diviso in tre differenti archi narrativi autonomi, il film racconta personaggi femminili in diverse circostanze: il primo Magic si basa su un triangolo amoroso, il secondo Door Wide Open si incentra su una seduzione fallita ed infine il terzo, Once Again, narra di un incontro inaspettato. 

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Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy), la recensione

Interessante e ben delineato, il film di Ryusuke Hamaguchi tende a farci assaporare diversi sentimenti, dettati da personalità femminili, ma allo stesso tempo caratteristici di un’identità singola. Queste tre storie partono tutte con la stessa idea di base: raccontare il punto di vista femminile in situazioni totalmente divergenti.

Con questi presupposti però, ciò che si può notare è appunto come tre donne che non condividono alcuna circostanza e calate in contesti differenti, risultino allo stesso modo delicate e riservate nell’elaborazione del caso. Il tempo poi è ben scandito in ognuna delle vicende, è presente una parte introduttiva per poi metterci di fronte ad un doveroso sbalzo temporale ed infine riagganciarsi dopo mesi o anni, con le conseguenze che tutto ciò ha comportato.

Uno scorrere del tempo dunque per valutare gli effetti delle scelte fatte in precedenza. Compromessi, false illusioni, rimpianti, tutti aspetti che sono oltre che femminili, propri di ogni essere umano, perciò è come se il regista avesse voluto metterci davanti semplicemente alla vita stessa, a ciò che può accadere a tutti noi.

Se ci si fa caso ogni mini storia concepisce gli attimi inaspettati, ossia getta le sue fondamenta sul concetto di qualcosa che è involontario, non programmato, succede e basta. Degna di merito la scelta di voler dettare delle linee guida similari per poi ramificarsi in elaborazioni singole, si percepisce in maniera chiara l’intento e questo grazie ad una narrazione fluida e corposa.

Inquadrature spesso statiche, senza bisogno di grandi evoluzioni, riescono a farti empatizzare con i personaggi, la macchina da presa scompare quasi nella totalità del minutaggio, un grande pregio per un genere di film che fa del suo vanto l’immersione dello spettatore nel racconto. Concludendo ciò che si può trovare in questa pellicola è poesia, stupore, sensibilità e tutto questo espresso ai nostri occhi con una morbidezza che non è affatto da tutti.

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Cinema

TFF 38: Fried Barry, la recensione del delirante film di Ryan Kruger

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Diretto, prodotto e sceneggiato da Ryan Kruger, approda al Torino Film Festival edizione n.38, una  commedia fantascientifica intitolata Fried Barry. Il Sud Africa è il paese d’origine e Gary Green il suo protagonista.

Un uomo tossicodipendente e già di suo alquanto svalvolato, almeno all’apparenza, un giorno di punto in bianco viene scelto  dagli extraterrestri come cavia. L’alieno dentro di lui vuole provare dunque ogni tipo di esperienza umana e così come un’ameba l’uomo/alieno inizia a muoversi per inerzia in giro per la città, facendo ogni cosa e lasciandosi trasportare dagli eventi senza capacità di giudizio, finchè l’ospite avrà finito con questo inutile involucro.

Un film assurdo, con poca possibilità di percezione positiva. Tutta colpa o merito (dipende dal personale gradimento) di Ryan Kruger, visto il suo coinvolgimento nell’opera, avendo ricoperto i ruoli di regista, produttore e sceneggiatore. La scrittura come la messa in scena, peccano di banalità e troppo semplicismo; al nostro protagonista succedono cose davvero incredibili, ma non per spettacolarità quanto più per scadente plausibilità, come se ad ogni angolo della strada ci fosse qualcuno che aspetta proprio lui, per fare sesso o regalargli droghe o chissà cos’altro.

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Situazioni impensabili, personaggi strambi e poca cura per le performance attoriali come per il realismo delle azioni che compiono, con errori riconducibili ad un principiante alle prime armi.
Una nota positiva risiede invece nella fotografia, contraddistinta da un tono quasi finto patinato, mediante un uso accurato di luci e colori, che senz’altro esaltano il film perlomeno visivamente. 

Se si volesse provare a fare una sovralettura con l’intento di trovare un significato recondito e strettamente ispirato, si potrebbe parlare del corpo umano come semplice involucro, che viaggia parallelamente all’animo, all’essenza, a ciò che costituisce la coscienza e la volontà di agire.
Oltre a questo, noi umani abbiamo anche limiti dettati dalla nostra fragilità e dall’essere mortali, che gli alieni (almeno quelli di questo film) non sembrano avere. Pertanto da un lato ci si trova di fronte a limiti fisici, dall’altro ad emozioni che invece sono solo nostre, come l’amore, che per un alieno provare potrebbe voler dire godere di autenticità, un potere sconsiderato ed inaspettato agli occhi di un essere superiore.

Sicuramente il protagonista ha un impatto visivo peculiare, sottolineato da questo sguardo sempre allucinato che vanta una valenza macchiettistica, anche forte dell’aspetto fisico stesso dell’attore Gary Green. Detto questo, credo di aver voluto cercare un qualche messaggio un po’ troppo sofisticato per un prodotto delirante che si rivela essere caratterizzato da un potenziale interessante, ma realizzato davvero male, che non credo rimarrà nell’immaginario comune o meglio ci resterà saldo, ma per essere d’esempio quando ci si riferirà a prodotti di qualità infinitamente bassa.

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