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Cinema

La Bambola Assassina, i film di Chucky dal peggiore al migliore

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Chucky, la “bambola assassina” più famosa della storia del cinema, sta per tornare ancora una volta in sala con il primo reboot ufficiale della saga cominciata nel 1988. Dopo sette film, tutti scritti da Don Mancini e con Brad Dourif a prestare la propria voce a Chucky, la serie ora riparte da Mark Hamill (alias Luke Skywalker), che per la prima volta doppierà l’iconico personaggio. La bambola assassina del 2019 sarà una minaccia non solo fisica, ma anche virtuale. In attesa di scoprire questo nuovo capitolo del franchise, ripercorriamo la saga guardando ai vecchi capitoli con questa classifica.

La bambola assassina 3 (1991)

Per ammissione dello stesso Mancini, papà del personaggio, La Bambola Assassina 3 fu un film progettato di fretta per sfruttare il successo commerciale (insperato) del secondo capitolo, che era riuscito nella difficile impresa di far crescere la popolarità del brand. La formula non era più fresca ed innovativa e le idee nuove scarseggiavano (il film arrivò nelle sale appena sei mesi dopo il secondo episodio del franchise). L’idea, sulla carta interessante, di spostare il setting del film dalla classica casa americana in un’accademia militare, non si rivelò vincente.

Il Figlio di Chucky (2004)

Debutto alla regia di Don Mancini, Il Figlio di Chucky è forse il capitolo più demenziale, eccessivo e grottesco della saga (che non è mai stata particolarmente famosa per la sua serietà). La sua natura metacinematografica e gli “inside jokes” sull’industria hollywoodiana alla lunga vengono a noia. E per un film che per la prima volta nella saga punta quasi tutto sulla commedia e poco sull’orrore, non è di certo una nota di merito. Nonostante ciò, per la logica ormai accettata del “so bad so good”, anche Il Figlio di Chucky è riuscito ad ottenere lo status di “guilty pleasure”.

La Sposa di Chucky (1998)

Il film diretto da Ronny Yu (già regista di Freddy vs. Jason, altro film disprezzato nell’anno della sua distribuzione e rivalutato solo in seguito) segna l’inizio della “seconda fase” del franchise dedicato a Chucky. Questo episodio, infatti, rinuncia al titolo originale (Child’s Play) utilizzato fino a quel momento per dedicarsi maggiormente alle avventure di Chucky stesso e meno alle vicende che riguardano i personaggi umani. È anche il film che vira definitivamente sul tono “comedy”, riuscendo però a bilanciare efficacemente i momenti gore con quelli ironici.

La Bambola Assassina (1988)

Per quanto sia insolito trovare il film che ha dato inizio ad una saga così longeva fuori dal podio dei film migliori della saga stessa, la forza (e l’anomalia) del franchise cinematografico dedicato a Chucky è quella di aver avuto seguiti spesso superiori al film originale. Nonostante ciò, La bambola assassina del 1988, scritto da Don Mancini e diretto da Tom Holland, è il film che ha reso le bambole degli oggetti spaventosi per una intera generazione di spettatori, introducendo una nuova icona horror in grado competere con quelle più celebri (Leatherface, Jason e Freddy Krueger). Il primo episodio ha inoltre il vantaggio di avere una narrazione molto più snella e lineare (un punto di forza negli horror) di quella dei suoi seguiti, in cui la mitologia relativa all’origine del personaggio comincia a complicarsi.

La Maledizione di Chucky (2013)

Secondo dei tre film diretti dallo stesso Don Mancini, è anche il film che segna un “reboot” della saga, almeno a livello del tono e delle intenzioni. A nove anni di distanza da Il Figlio di Chucky, il film di Mancini riconduce la serie nel territorio dell’horror puro. Non solo, questo sesto capitolo abbandona il filone “voodoo” dei precedenti episodi per concentrarsi totalmente sul terrore fisico delle uccisioni e delle coltellate. Tornando alle origini dei primi due capitoli, Mancini cerca di incanalare tutta la sua esperienza al servizio di una narrazione finalmente rigorosa e coinvolgente.

Il Culto di Chucky (2017)

Nessuno poteva immaginare che nel 2017, a distanza di 29 anni dal primo episodio, il franchise dedicato alla bambola assassina potesse ancora dimostrare una tale freschezza. Diretto ancora una volta dallo stesso Mancini, Il Culto di Chucky fa l’impossibile per combinare tutti i punti di forza dell’intera saga in un unico film, tagliando il superfluo che aveva appesantito molti dei film precedenti. Il film inoltre si ricollega in maniera intelligente alla trama originale, rivelando che Andy, ormai adulto ma ancora interpretato da Alex Vincent, aveva in realtà conservato la testa originale di Chucky per evitare che la bambola facesse altri danni e continuasse ad uccidere furiosamente. Il film spinge di molto in avanti i confini del mito di Chucky, arrivando a mettere in scena una vera e propria invasione di bambole assassine.

La Bambola Assassina 2 (1990)

Ecco un’altra eccezione che rende il franchise di Chucky un unicum del genere horror: il sequel migliore del film originale. Se il primo film aveva creato il personaggio e posto le basi per un suo universo cinematografico, La Bambola Assassina 2 riesce a mettere a frutto in maniera più convincente tutte le idee dell’episodio iniziale. Il sequel di John Lafia è divertente, sadico, contorto, ricco di momenti iconici che il franchise non è quasi mai riuscito a superare in seguito. Soprattutto, La Bambola Assassina 2 è il capitolo del franchise che meglio riesce a coniugare umorismo ed orrore, alternando momenti divertenti a sequenze di morte davvero inquietanti.

 

Studente presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Autore di diversi articoli pubblicati su mensili locali quali Bisceglie in Diretta e Il Biscegliese e siti d’informazione online locali e non. Ha collaborato con siti di informazione videoludica, come GameBack, GamesArmy e gamempire.it. Attualmente è redattore di Bisceglie24 e gestisce il blog cinematografico Strangerthancinema.it.

Cinema

Grandi bugie tra amici, il tempo dell’amicizia secondo Guillaume Canet

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Sono passati diversi anni da quando lo storico gruppo di amici si è separato, dopo un’ultima estate che anticipava e sanciva il cordoglio dell’amico nella bellissima villa al mare di Cap Ferret del sempre facoltoso Max. E la morte di Ludo (Jean Dujardin), in ogni caso, ha destabilizzato quel gruppo un tempo unito di amici ed esacerbato le idiosincrasie di ognuno di loro, generando incomprensioni e conflitti sempre più difficili da risolvere. A distanza di anni gli amici tornano però di nuovo sul luogo dei loro ricordi per fare una sorpresa a Max, in procinto di festeggiare il suo sessantesimo compleanno. Ma tante cose sono cambiate e nessuno di  loro sa che ora Max naviga in brutte acque ed è anche in procinto di vendere la storica villa.

Il grande freddo dei rapporti

Dopo piccole bugie tra amici, Guillaume Canet torna sui propri nostalgici passi con Grandi bugie tra amici (Titolo originale Nous finirons ensemble – Noi finiremo insieme), e rimette insieme quella comitiva di personaggi ognuno sull’orlo di una crisi di nervi per osservare ancora una volta da vicino conflitti, solidarietà, tensioni, amori, passioni che si alternano e si avvicendano tra amici di vecchia data giunti a un punto di volta nelle loro vite e ancora oberati dal grande lutto della perdita di un amico caro. Un grande freddo relazionale che si mischia dunque alle nuove realtà (nuovi e potenziali nuovi rapporti, strascichi dei vecchi) per poi adagiarsi lungo le sponde di quel mare calmo divenuto improvvisamente burrascoso e in cerca del proprio sole. E ancora una volta in memoria dei vecchi legami e nel ricordo di Ludo, alti e bassi di quella manciata di giorni insieme andranno pian piano sciogliendo i nodi di un relazionarsi che è sempre e comunque complesso, delicato, soggetto all’equilibrio precario delle emozioni e transizioni della vita.

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Tra una crisi, una litigata, una risata, e un atto liberatorio (la discoteca, il volo in paracadute) Guillaume Canet con questo secondo capitolo, seguito ideale dell’amatissimo Piccole bugie tra amici di nove anni fa, torna a riflettere sull’amicizia in quanto ideale astratto che poi deve confrontarsi con le tante asperità e i tanti imprevisti della vita. Dalle tante piccole bugie del primo capitolo qui Canet sposta il fuoco della storia su una grande nuova bugia, ovvero la necessità che tutto appaia sempre come è stato in passato, e che le difficoltà della vita non subentrino a macchiare la perfezione di certi ideali. Ma è proprio la vita con i suoi bassi, i fallimenti, le delusioni, la morte, e il suo gettarci addosso delle ondata anomale che lì per lì ci fanno perdere l’equilibrio,  che va presa così come viene, sostenuti sempre dalla capacità di rileggere ogni dramma con occhi e tempi nuovi.

Ancora una volta in equilibrio tra comico e drammatico, con scene esilaranti sostenute dal sempre bravo François Cluzet nei panni di Max (personaggio come al solito calato nelle sue mille psico-nevrosi) e picchi drammatici di grande impatto emotivo, Grandi bugie tra amici è ancora una volta il grande freddo della vita rischiarato dalla capacità di resilienza e affidati a un futuro che in un modo o nell’altro “ci riporterà insieme”. Meno perfetto e meno armonico del film d’origine, il film di Canet riporta comunque in auge il senso di familiarità amicale aprendo e chiudendo le porte di un ritrovarsi, al cambiare della vita e dei suoi tempi, che non è mai semplice o banale. E al netto dei suoi cliché, e della caratterizzazione estrema dei personaggi che in qualche frangente virano verso macchiette (l’ipocondria di Max, la leggerezza svampita di Marie, la goffaggine irrequieta di  Antoine) Canet realizza un film che non tocca certo le vette del primo capitolo ma che sulla scia di quel successo e di quel cameratismo amicale chiude con sincerità e tenerezza la stagione relazionale di Cap Ferret per aprire un varco verso nuovi lidi. Sempre complici di una ritrovata armonia forse utopica ma di sicuro rinfrancante.

Grandi bugie tra amici, il tempo dell’amicizia secondo Guillaume Canet
3.5 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora
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Cinema

RomaFF14: l’atteso The Irishman di Martin Scorsese alla Festa del cinema

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The Irishman di Martin Scorsese sarà presentato lunedì 21 ottobre alla quattordicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Lo annunciano il Direttore Artistico Antonio Monda e Laura Delli Colli, Presidente della Fondazione Cinema per Roma, d’intesa con Francesca Via, Direttore Generale.

“La partecipazione alla Festa del Cinema di Roma di The Irishman rappresenta un grandissimo onore per me e per tutti coloro che lavorano alla Festa – ha dichiarato il Direttore Artistico Antonio MondaÈ il film più atteso dell’anno e con un cast eccezionale: il fatto che questo gigante del cinema abbia scelto Roma segna ulteriormente quanto sia cresciuta la Festa in questi ultimi anni”.

Con il suo nuovo film il maestro statunitense, autore di una straordinaria serie di capolavori, porta sul grande schermo un’epica saga sulla criminalità organizzata nell’ America del dopoguerra: la storia è raccontata attraverso gli occhi di Frank Sheeran, veterano della Seconda Guerra Mondiale, imbroglione e sicario che ha lavorato al fianco di alcune delle figure più importanti del XX secolo. The Irishman racconta, nel corso dei decenni, uno dei più grandi misteri irrisolti della storia statunitense, la scomparsa del leggendario sindacalista Jimmy Hoffa, in uno straordinario viaggio attraverso i segreti del crimine organizzato, i suoi meccanismi interni, le rivalità e le connessioni con la politica tradizionale.

Eccezionale il cast dei protagonisti: a fianco di due leggende della storia del cinema come Robert De Niro e Al Pacino, rispettivamente nei ruoli di Frank Sheeran e Jimmy Hoffa, spiccano altri straordinari interpreti come Joe Pesci e Harvey Keitel, Ray Romano, Bobby Cannavale, Anna Paquin, Stephen Graham. Il film è tratto dal libro di Charles Brandt “L’irlandese. Ho ucciso Jimmy Hoffa” (Fazi Editore), mentre la sceneggiatura è firmata da Steven Zaillian, che aveva già collaborato con Scorsese in Gangs of New York.

The Irishman uscirà in cinema selezionati e su Netflix in autunno.

Vi ricordiamo i numerosi gli eventi già annunciati della prossima edizione della Festa del Cinema tra i quali il premio alla Carriera a Bill Murray consegnato da Wes Anderson e gli Incontri Ravvicinati con Bret Easton Ellis, Ron Howard, che presenterà il documentario su Pavarotti, Oliver Assayas, che parlerà della Nouvelle Vague, e Bertrand Tavernier, che analizzerà il cinema di Renoir, Bresson e Clouzot.

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Cinema

A Roma le Giornate dedicate alla violenza e indifferenza nel Cinema, dal 19 al 21 Settembre

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Lo spazio Apollo11 presenta “Le giornate dedicate alla Violenza e Indifferenza nel Cinema”. Il 19, 20 e 21 Settembre saranno proiettate alcune opere che affrontano da vicino la violenza e l’indifferenza, tematiche sempre più attuali in una società ormai incline alla sorda frenesia e all’individualismo cieco. Tre sere per tre film, preceduti dal cortometraggio EYESdi Maria Laura Moraci, vincitore ai Corti D’Argento 2019 nella sezione “Società e Solidarietà”.

L’evento ha inizio ogni giorno alle ore 20:30.

19 SETTEMBRE 2019:

– NON ESSERE CATTIVO di Claudio Caligari. Premiato come Film dell’anno nei Nastri D’Argento 2016.

20 SETTEMBRE 2019:

– SOLE CUORE AMORE di Daniele Vicari. Candidato per la migliore attrice protagonista ai David di Donatello 2018.

21 SETTEMBRE 2019:

– SULLA MIA PELLE di Alessio Cremonini. Premiato come Film dell’anno nei Nastri D’Argento 2019.

giornate di cinema

Nella prima serata modera il dibattito/incontro con il pubblico Alessandro De Simone, mentre le ultime due serate a moderare le interviste è il critico Boris Sollazzo. Tra gli ospiti, oltre ai registi Daniele Vicari, Alessio Cremonini, Maria Laura Moraci, saranno presenti anche Eva Grieco, Roberta Mattei, Davide Zurolo, casting director di Non essere cattivoe Simone Isola,produttore diNon Essere Cattivo. La riflessione poi toccherà anche la scelta delle location e le varie analogie di queste quattro opere, prima fra tutte, l’ambientare molte scene all’interno di bus, metro, mezzi di trasporto, come metafora di attesa e di viaggio a cui siamo destinati in eterno. La vita oscilla tra la scelta di rimanere fermi e di muoversi e agire. Ci auspichiamo di percorrere un percorso, anche di crescita per cambiare, e ritrovare quell’umanità che ci sta scivolando dalle mani, ma che insieme, attraverso il ritrovarsi a parlare, discutere, emozionarci, possiamo ancora non perdere del tutto.

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