Il documentario Libero – Sempre Comunque Mai, dedicato all’indimenticabile (e irripetibile) Libero De Rienzo, tragicamente e prematuramente scomparso nel 2021, nasce dall’esigenza di raccontare prima di tutto l’uomo e solo successivamente l’attore, con uno sguardo familiare e ironico, malinconicamente amichevole.
Il regista, Alessio Maria Federici, d’altronde, ha conosciuto Libero (“ce sarai”, risponderebbe probabilmente lui) tra i banchi di scuola alle superiori: suo amico, quindi, prima che entrambi diventassero adulti, prima che il cinema entrasse nelle loro vite in modo così prepotente e totalizzante.
Quindi prima che Libero De Rienzo diventasse un attore famoso, popolare e amato. Prima del David di Donatello, prima di Santa Maradona. Il documentario vuole quindi non tanto ripercorrere una carriera, ma restituire allo spettatore un animo sfaccettato e complesso.
Una personalità curiosa, sensibile, quella di un ragazzo pieno di domande, spesso insofferente alle convenzioni, che ha scelto – lavorativamente e non solo – di non percorrere le strade più facili per rimanere fedele a se stesso e ai propri valori.

Il ritratto di Libero De Rienzo
De Rienzo era un attore che sembrava perfetto per la commedia, avendo tempi e ritmi comici perfetti, ma era dotato anche della profondità, della malinconia e del mistero dei grandi interpreti di cinema. “Oceani di dolcezza e disperazione”, scriverà l’amico Emanuele Trevi dopo la sua morte.
Ed è proprio tra questi due opposti che tendeva ogni prova attoriale di Libero De Rienzo, dai ruoli più piccoli a quelli da protagonista che oggi tutti ricordano: a cominciare ovviamente dal Bart di Santa Maradona (l’unico cult generazionale italiano che il nostro cinema ha saputo creare) fino a un ruolo apparentemente più convenzionale come quello di Giancarlo Siani in Fortapasc, che gli ha fatto vincere il secondo David di Donatello segnando una delle sue tante rinascite professionali.
Una carriera da attore che, però, ha avuto anche un exploit registico (e purtroppo uno soltanto), con un film anarchico e bellissimo come Sangue – La morte non esiste. Un film che non venne subito capito e che, come spesso capita, venne distribuito in pochissime copie nonostante la popolarità del suo autore.
Facilmente bollato come uno dei tanti vezzi artistici degli attori che provano a diventare autori. E invece, come giustamente aveva scritto Paolo D’Agostini su Repubblica, in una delle recensioni più lucide di quel film al tempo della sua uscita in sala, De Rienzo aveva lo “stesso modo estremo e intollerante di porsi verso il cinema che avevano Truffaut o Bernardo Bertolucci da ragazzi”.
Nomi che oggi osanniamo come maestri. Si era dimostrato uno di quegli autori per cui “lo stile è inteso come questione di vita o di morte, estremista e violento”. Una definizione che potrebbe calzare a pennello anche per il De Rienzo attore.

Una personalità sfaccettata e complessa
In quel periodo già Libero, dopo essere stato per alcuni anni “la nuova sensation” del cinema italiano, aveva già cominciato a lavorare meno, forse anche a causa del suo essere così poco conciliante, inadatto ai film di facile incasso e privo di quella malleabilità anche un po’ pelosa che viene richiesta agli attori per adattarsi a diversi registi, produzioni e stili.
Solo dopo la sua “ennesima riscoperta”, con Smetto Quando Voglio, prenderà consapevolezza – forse anche amaramente – di una sconfitta rispetto al sistema dentro al quale lui non voleva lavorare, finendo per accettare sempre più ruoli da comprimario in tantissimi film diversi, senza rinunciare a qualche progetto del cuore (si pensi a Cristian e Palletta).
Libero – Sempre Comunque Mai ha il grande pregio di raccontare una figura come quella di De Rienzo con pudore e delicatezza, lasciando spazio a chi gli ha realmente voluto bene. Ma anche quello di far luce su alcuni film, su alcuni ruoli, su alcune esperienze (come quella teatrale) magari meno conosciute dal pubblico generalista che lo ha sempre identificato con quei suoi due-tre ruoli più famosi.


