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Mank | quali attori avrebbe voluto David Fincher per il film degli anni ’90?

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David Fincher è noto per avere un modo molto particolare di fare le cose. Il regista è stato protagonista di un paio di occasioni particolari che iniziavano con: “Oh, Gary Oldman ha dovuto fare 100 riprese”; “oh, la produzione si è interrotta a causa del cappello di Ben Affleck .” Prima di addentrarci nella discussione, ricordatevi che Mank arriverà su Netflix il 4 dicembre 2020 e nella parte alta dell’articolo potrete vedere il trailer ufficiale.

Fatto sta che puntualmente, c’è sempre qualcosa che impedisce a un progetto di Fincher di decollare come meriterebbe. Mank, è stato un progetto appassionato e di lunga data per Fincher, con una storia di sviluppo che risale agli anni ’90. Il padre di Fincher, Jack, aveva scritto la sceneggiatura negli anni ’90, e il regista inizialmente intendeva filmarla dopo aver completato The Game nel 1997, ma il progetto purtroppo è andato in pezzi. Ma che aspetto avrebbe avuto il film Mank degli anni ’90 ? Beh, chi può dirlo, l’unico aspetto che sembra certo, è che Fincher avrebbe preferito la coppia Kevin Spacey e Jodie Foster piuttosto che Gary Oldman e Amanda Seyfried.

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Mank sta per arrivare su Netflix

Mank ormai è a pochi giorni dal suo debutto ufficiale sulla piattaforma Netflix, prevista per questo dicembre dopo un viaggio lungo e arduo. Ma probabilmente ci sarebbe voluto così tanto tempo, dato che l’ambiziosa visione di Fincher per il film – in bianco e nero e girato in uno stile che avrebbe emulato i film dell’Età d’Oro di Hollywood – sarebbe stata approvata solo da uno streamer che si prendeva rischi. come Netflix.

In un’intervista con Variety , Fincher rivela come abbia quasi fatto realizzare Mank negli anni ’90 – poi istituito alla Polygram – e aveva persino iniziato a bloccare un cast, quando gli scontri con lo studio e altri intoppi di produzione alla fine hanno condannato il progetto: “Polygram ha avuto i piedi freddi a causa di tutti i tipi di cose veramente stupide che coinvolgono gli affari di uscita in America Centrale. Avremmo dovuto girare il film a colori e poi correggerlo e fare una versione in bianco e nero. È completamente andato in pezzi. “

Fincher era già impegnato nel casting quando la produzione è andata in pezzi, guardando Spacey nei panni dello sceneggiatore Herman J. Mankiewicz di Citizen Kanee e Jodie Foster nei panni di Marion Davies, l’amante di lunga data di William Randolph Hearst. I ruoli alla fine sarebbero andati a Oldman e Seyfried, rispettivamente, nel prossimo Mank .

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Le dichiarazioni di David Fincher

È un altro caso interessante di “cosa avrebbe potuto essere e invece…”. Spacey e Foster erano due delle star più in voga all’epoca, entrambi re e regina degli show, dei film e dei boxoffice di tutto il mondo. Di sicuro, con questi presupposti, il Mank degli anni ’90 avrebbe avuto tutte le possibilità per essere un grande successo. Ma Fincher non sembra avere alcun rimpianto per il suo primo tentativo fallito di realizzare Mank, a tal punto da elogiare quello targato Netflix, ringraziandoli per avergli concesso la libertà creativa e finanziaria che il modello teatrale gli aveva raramente concesso.

“Non sono mai stato più felice di lavorare in un posto di quanto lo sia in Netflix”, ha detto Fincher. “Stanno costruendo un deposito. È una cosa carina che i film abbiano un posto dove esistere dove non devi necessariamente spingerli nell’estate dello spandex o nell’inverno afflitto. È una piattaforma che accetta tutti i tipi. Puoi essere un oscuro, sinistro film tedesco o un bizzarro programma di spionaggio israeliano. Li vogliono tutti.. So che non sono un picnic”, ha aggiunto Fincher. “Vogliono persone che iniziano da sole; vogliono persone che vogliono fare a pezzi e provare cose diverse e presentarsi al lavoro e tassare il sistema “.

Il mio amore più grande?! Il cinema. Passione che ho voluto approfondire all’università, conseguendo la laurea magistrale in Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale a Salerno. I miei registi preferiti: Stanley Kubrick, Quentin Tarantino e Mario Monicelli. I film di Ferzan Ozpetek e le serie tv turche sono il mio punto debole.

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Netflix

La Casa di Carta 5: la fine è vicina | il teaser trailer dell’ultima stagione

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Come tutte le cose belle, anche la serie cult La Casa di Carta 5 sta per dire addio al suo pubblico. In queste ore è stato rilasciato l’atteso teaser trailer della seconda parte della quinta stagione che vede gli storici protagonisti pronti a farsi giustizia a colpi di armi da fuoco e colpi di scena in un’escalation di emozioni via via sempre più forti. Il teaser trailer che potrete vedere al centro dell’articolo, preannuncia l”uscita sulla piattaforma streaming Netflix, a partire dal 3 dicembre 2021.

La Casa di Carta 5 | La promessa de Il Professore

Disperazione, lacrime e determinazione sono i primi pensieri che vengono in mente guardando i 44 secondi che compongono il teaser trailer de La Casa di Carta 5 – Volume 2. Ma se da un lato ci sono i sentimenti che avranno il dominio della scena, portando la banda a compiere scelte sofferte, dall’altra non mancheranno i colpi di scena e l’azione che renderà ancora più movimentati gli ultimi episodi disponibili su Netflix a partire dal 3 dicembre in tutto il mondo.

“Nelle ultime ore ho perso delle persone molto importanti e non permetterò che accada a nessun altro di morire per questa rapina”. Queste sono le battute pronunciate dal Professore (Álvaro Morte), durante le prime immagini della seconda parte della quinta stagione de La Casa di Carta. L’uomo ancora provato per la morte di Tokyo (Úrsula Corberó) è pronto a farsi giustizia mentre il nemico, ferito ma più pericoloso che mai, si trova ancora all’interno della Banca di Spagna.

Leggi anche: La Casa di Carta 5: Recensione no spoiler in anteprima | Guerriglia totale!

Teaser Trailer de La Casa Di Carta 5

Leggi anche: La Casa di Carta: guida ai personaggi della serie tv spagnola più amata di Netflix

Quanti sono gli episodi del Volume 2?

Come anticipato poco fa, la seconda parte de La Casa di Carta 5 sarà disponibile per gli abbonati a Netflix di tutto il mondo a partire dal 3 dicembre e sarà composto da 5 episodi, che segneranno anche la conclusione della storica rapina alla Banca spagnola. È ufficiale: le tute rosse con il cappuccio (odiate dagli attori) e le iconiche maschere di Dalì stanno per essere appese al chiodo per sempre. La Banda guidata dal Professore, è pronta alle battute finali di questa avventura che ha segnato numeri da capogiro sui social e su Netflix.

Tuttavia, i fan della serie stanno ancora brancolando nel buio, in attesa di avere qualche altra informazione, curiosità o indiscrezione su ciò che accadrà negli ultimi 5 capitoli della serie.

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La Casa di Carta 5: Recensione no spoiler in anteprima | Guerriglia totale!

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Dal 3 Settembre su Netflix arriva La Casa di Carta 5, la stagione finale della celebre serie tv spagnola amata in tutto il mondo. Letizia e Lorenzo hanno visto i primi due episodi in anteprima e nel video qui sotto potete gustarvi la video recensione senza spoiler!

Il Professore e la sua banda sono sotto pressione e il piano comincia a incontrare troppi imprevisti. La situazione si surriscalda, la tensione sale e c’è un clima di guerriglia totale che alza il ritmo già dai primi episodi. Sierra assume il ruolo della villain principale tosta e spregiudicata, gli equilibri all’interno della squadra si sbilanciano con Il Professore fuori gioco.

La polizia fuori dalla zecca scalpita insieme all’esercito ed è pronta all’azione. Insomma tanta carne al fuoco e una storia esplosiva. La Casa di Carta 5 sembra una resa dei conti all’ultimo sangue, con molta azione, una fotografia accattivante, una regia ambiziosa e tanta adrenalina.

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Cinema

Army of the Dead è l’ennesimo tentativo di Zack Snyder di creare un suo universo cinematografico

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Detta l’ultima (definitiva?) parola sul suo modo di intendere il cinema di supereroi, serissimo e grave, lontanissimo dal tono farsesco e compiaciuto di quello Marvel, Zack Snyder mette adesso nel mirino il Michael Bay di Armageddon. Nel nuovo Army of the Dead (disponibile su Netflix), mette in scena un team eterogeneo di sbandati impegnati in una missione pericolosissima affrontata con scanzonato piacere, lasciando per strada anche quei pochi ed economici riferimenti agli zombie tradizionali che caratterizzavano il cinema di George Romero.

Come nel caso di Justice League, anche questa volta l’obiettivo del regista è quello di creare da zero il proprio universo narrativo, scegliendo arbitrariamente contesto e regole del film. Gli zombie sono tutti chiusi in una Las Vegas completamente recintata. Lì dentro gli zombie hanno costruito una loro società, guidata dal capo degli zombi alpha, Zeus (Richard Cetrone), che risiede nell’hotel Olympus (il riferimento mitologico non è ovviamente casuale per Snyder). Tutto è stato realizzato avendo già in mente un possibile sviluppo del brand (ciò che non è poi avvenuto con Justice League). Army of the Dead farà da apripista ad un franchise che vede già la produzione di Army of the Thieves, un prequel/spin-off sul personaggio di Dieter che sarà diretto dallo stesso Schweighöfer, oltre che di una serie animata intitolata Army of the Dead: Lost Vegas che approfondirà le vicende di alcuni dei personaggi principali.

Army of the Dead | la firma di Snyder

Zack Snyder sembra ormai essere interessato solo ad una cosa: difendere il proprio nome e tenere alta la propria reputazione, impegnandosi ogni volta in una sfida con se stesso. Per far questo, ad ogni nuovo film alza di poco l’asticella di quello che si può fare e raccontare con una scena introduttiva. È un segno di stile ricorrente a cui ha iniziato a dare una forma compiuta con Watchmen. In quel prologo c’era già tutto: un abbinamento musicale ardito, il racconto di un antefatto e immagini al rallentatore curatissime. Così era stato in Sucker Punch e così è anche nella Snyder Cut della Justice League. In Army Of The Dead è Elvis, vista l’ambientazione, ad accompagnare musicalmente la cronaca di come si sia diffusa l’epidemia, delle peripezie di una squadra armata fino ai denti per arginare gli zombie. Mettendo in scena le sofferenze, ma soprattutto la scanzonata voglia di abbinare il dramma e la tensione all’eccitazione dell’azione.

Quello che in tanti altri casi viene fatto con i pannelli iniziali, cioè con le scritte che aprono il film raccontando un antefatto e informando il pubblico di ciò che deve sapere prima che la storia cominci, Zack Snyder lo fa con le immagini e con una sequenza che segue gli stessi meccanismi dei migliori videoclip degli anni ‘90 e 2000 (unendo ad una storia raccontata senza parole un montaggio che non batte sul ritmo ma trova modi suoi di accoppiarsi alle atmosfere sonore).

Smisurata ambizione

È chiaro fin da subito che, al di là del tono più scanzonato e meno solenne, le ambizioni di Snyder non sono assolutamente ridimensionate. Come da lui stesso dichiarato, Army of the Dead deve rappresentare per il cinema di zombie ciò che Il pianeta delle scimmie, 1997: Fuga da New York, Alien, La cosa e Die Hard hanno rappresentato per i loro rispettivi generi di riferimento. La cosa che fa funzionare tutti questi film seminali è che hanno le loro regole interne e che poggiano su meccanismi creati esclusivamente per loro. Gli zombie di Snyder sono quindi un po’ diversi dal solito, hanno i loro codici, hanno creato gerarchie una volta lasciati soli dentro Las Vegas e questo consente di sperimentare numerose dinamiche cinematografiche inedite (come per esempio creare una scena in cui i protagonisti devono attraversare una folla di zombie dormienti senza fare rumore per non svegliarli). Più che una vera trama, il pretesto dell’avvicinamento al malloppo consente di mettere in scena una serie di stage da videogame, ognuno con le sue dinamiche di gameplay da rispettare.

Escapismo e colori

Invece che lavorare sui toni plumbei e l’oscurità, Snyder va alla ricerca del colore, delle risate e del piacere di raccontare una storia assurda in uno scenario senza senso. Las Vegas devastata, tigri-zombie, un casinò da assaltare con un caveau da scassinare. Il tono è più quello delle commedie con rapina che quello degli zombie movie. Snyder cerca l’escapismo e si sente libero di manipolare a suo piacimento (addirittura è anche direttore della fotografia) qualcosa di noto, prevedibile e in fondo piacevolmente conosciuto.

Nonostante ciò, sceglie di non rinunciare alla magniloquenza, sfoggia lunghe scene costose e una durata monstre che finisce per allungare troppo il gioco. Il solito titanico sforzo che, forse, poteva essere incanalato meglio.

Army of the Dead è l’ennesimo tentativo di Zack Snyder di creare un suo universo cinematografico
3 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora
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