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Cinema

Mission: Impossible, l’evoluzione della saga dal 1996 ad oggi

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Mission: Impossible – Fallout, il nuovo capitolo della saga di Mission: Impossible, arriverà nelle nostre sale il prossimo 29 agosto, ma già da più parti la nuova fatica del duo Cruise/McQuarrie è stata accolta con lodi ed applausi. Il sesto capitolo del franchise è infatti un concentrato di azione in grado di lasciare a bocca aperta anche gli spettatori più navigati, grazie all’indiscutibile abilità del suo regista di trasformare anche le idee meno originali in sequenze che sembra di vedere per la prima volta al cinema, per la maniera inedita con la quale sono proposte (ci sarà persino un inseguimento aereo ripreso dalla prospettiva dell’inseguito).

Ma la saga di Mission: Impossibile, che sembra aver trovato in McQuarrie il regista giusto per darle nuova forza (e viceversa), ha alle proprie spalle anni di cambiamenti e continue trasformazioni, durante i quali la serie ha più volte cambiato pelle senza però mai mettere in discussione la sua vera costante: Tom Cruise.

Ethan Hunt da eroe action a kamikaze

Se Mission: Impossible è oggi uno dei franchise cinematografici più riconoscibili dal grande pubblico, lo si deve in gran parte alla perseveranza di Tom Cruise, che nel 1996 decise di dare una svolta alla propria carriera diventando il produttore (e di fatto l’autore invisibile) dei film che lo vedevano protagonista. Il primo capitolo della serie è un rigoroso thriller di spionaggio con solo tre sequenze di azione, diretto da un maestro del genere come Brian De Palma e con una sceneggiatura imbrigliata dalla necessità di presentare al pubblico il personaggio di Ethan Hunt: un uomo la cui devozione verso il proprio lavoro viene messa in crisi dal tradimento del suo stesso mentore.

Siamo ancora quindi ben lontani da quel cambiamento radicale (che troverà il suo massimo compimento proprio nel nuovo Fallout in uscita) che trasformerà Hunt da generico eroe action a “kamikaze” disposto a mettere in gioco la propria vita per il bene della sua missione (in una sovrapposizione totale con l’attore che lo interpreta, da sempre disposto a mettere a repentaglio la sua salute quando il film lo “impone”). La trama del primo Mission: Impossible è una di quelle particolarmente ingarbugliate, con tantissimi sub-plot e numerosi dettagli da ricordare, che solo un regista esperto come De Palma poteva trasporre con precisione chirurgica in immagini in movimento. Anche in questo caso la “svolta” decisiva nella saga, quella che ridurrà la trama ad una essenzialità inedita per il genere spionistico, deve ancora avvenire.

Se il nuovo Fallout ribalta il genere, mostrando al pubblico un protagonista in costante stato confusionale, che agisce spesso senza un reale piano, il Mission: Impossibile di De Palma è uno spy movie più classico, che stordisce lo spettatore con la sua narrazione fitta di intrighi (quasi cerebrale) per poi alla fine risolvere ogni cosa in maniera brillante e con un’eleganza invidiabile. 

Mission: Impossible II (2000) promosso o bocciato?

Il secondo Mission: Impossibile doveva essere il capitolo in grado di traghettare la saga dalle atmosfere tipiche del thriller a quelle più movimentate dell’action. Il compito fu affidato ad un maestro del genere come John Woo, chiamato però fuori tempo massimo per prendere le redini di un franchise moderno di cui dimostrerà di non capire quasi nulla.

Mission: Impossible II è infatti considerato all’unanimità il peggiore della saga e nonostante la scelta di Woo alla regia sia una dimostrazione chiara dell’attenzione rivolta da Cruise verso il cinema asiatico (nel nuovo Fallout ci sarà una rissa a mani nude in un bagno talmente perfetta da non sfigurare neanche davanti agli altissimi standard orientali), il regista cinese dirige un film dalla trama quasi inesistente, che proprio a causa della mancanza di “gravitas” finisce per appiattire anche le poche sequenze d’azione che dovrebbero invece renderlo coinvolgente. 

All’epoca della sua uscita, gli sparuti difensori di questo episodio citavano la scena dell’inseguimento in motocicletta come quella che da sola valeva il prezzo del biglietto. Dopo essere rimasti a bocca aperta davanti all’inseguimento in moto di Rogue Nation, però, anche a loro adesso non è rimasto più nulla a cui aggrapparsi.

Il soft reboot del 2006 

Dopo una pausa di riflessione lunga sei anni, Mission: Impossible III arrivò nelle sale di tutto il mondo presentandosi al pubblico come uno di quei film che nel gergo cinematografico vengono definiti “soft reboot”. Inizialmente alla regia doveva esserci David Fincher, che fu invece scartato senza troppi indugi dopo aver dato prova di inspiegabili manie di autosabotaggio con il suo controverso Alien 3 (ovvero quando prese in mano una saga ancora giovane per ucciderne tutti i principali protagonisti). Al suo posto fu scelto quindi Joe Carnahan, che dopo aver lavorato al film per oltre quindici mesi decise di lasciare a causa di “divergenze creative con i produttori” (Tom Cruise, coff coff). La palla passò infine al “bambino prodigio” J.J. Abrams, all’epoca reduce dal successo di Alias e ancora alle prese con il fenomeno mondiale di Lost.

La riuscita di Mission: Impossibile III la si deve in gran parte proprio all’abilità del regista di adattare molte delle tecniche apprese durante il suo lavoro televisivo alle necessità della saga, ponendo una maggiore attenzione alla caratterizzazione dei personaggi (non a caso il villain del terzo episodio, interpretato da Philip Seymour Hoffman, è forse il migliore della serie) e decidendo di spostare il peso della narrazione dalle spalle di Hunt su quelle di un “team” in grado di aiutarlo, stimolandolo o frenandolo a seconda del caso. Anche la decisione di usare la morte di un personaggio come elemento di shock viene direttamente dal mondo delle serie tv ed è inserita nel film con una delle sequenze migliori della saga. Abrams posiziona quindi il franchise a metà tra quello dedicato a James Bond (da cui riprende la passione per i gadget ipertecnologici) e quello invece di Jason Bourne (con un Ethan Hunt sempre più pragmatico).

Mission: Impossible – Ghost Protocol (2011)

Dopo dei trascorsi non propriamente tranquilli fra Tom Cruise e la Paramount Pictures, nel 2009 finalmente cominciarono i lavori per un nuovo capitolo di Mission: Impossibile. L’idea iniziale era quella di sfruttare questo quarto episodio come trampolino di lancio per qualcosa di completamente nuovo (alcuni si erano persino illusi che Cruise avrebbe da lì a poco passato il testimone della saga a qualcun altro). Alla regia viene chiamato Brad Bird, il genio dietro ad alcuni capolavori del cinema d’animazione come Gli Incredibili e Ratatouille, nonché la persona perfetta per dare alla serie un tono decisamente più fresco ed avventuroso, in grado di conquistare anche il pubblico più giovane a digiuno della trilogia precedente. Il risultato è sorprendente. 

Bird mostra infatti a tutto il mondo quanto il cinema action sia indissolubilmente legato a quello animato, basandosi entrambi sul “disegno” dei corpi nell’inquadratura e sul loro movimento nelle immagini. Il regista statunitense sfrutta quelle che sono alcune delle tecniche più usate nel cinema d’animazione (gli ambienti ricostruiti con minuzia e sfruttati a lungo, sequenze estese che nascono da una semplice idea visiva che viene poi sviluppata ed approfondita) per realizzare quello che è forse il vero “reboot” della saga. Ghost Protocol è un film dal dinamismo incredibile, che gode della leggerezza tipica dei cartoni animati ma che allo stesso tempo non smorza mai quella “gravitas” che è indispensabile per ogni film d’avventura. Bird quindi ripropone alcune delle intuizioni che erano già di Abrams (specialmente quella per cui la storia deve essere corale e non più basata sul singolo eroe) ma porta su schermo un nuovo modo di concepire l’azione per cui ogni sequenza che coinvolge il corpo degli attori si inserisce nel processo diegetico e contribuisce allo svolgersi della narrazione.

Mission: Impossible – Rogue Nation (2015)

È questo il film che consegnerà all’olimpo dei registi action il nome di Chrisopher McQuarrie, un cineasta (e sceneggiatore) che è stato in grado di far evolvere definitivamente la serie di Mission: Impossible verso traguardi insperati ed allo stesso tempo sfruttare il franchise per imporsi come un professionista credibile e dalla grande abilità (non a caso dopo Rogue Nation il suo nome salterà fuori in ogni indiscrezione relativa a nuovi blockbuster in sviluppo). Il segreto della “ricetta” McQuarrie sta nel voler proporre un cinema d’azione fatto di sequenze che, nei limiti del possibile, non necessitano di montaggio e nell’affidare alle scene d’azione la caratterizzazione dei personaggi, ovvero quel compito che generalmente nei film viene svolto invece dai dialoghi.

Ogni movimento di Hunt serve per approfondirne il carattere ed ogni sforzo fisico di Tom Cruise (quindi sforzo vero) non è “costruito” attraverso artifici cinematografici ma ripreso in tempo reale come farebbe un documentarista (ed è qui che la lezione del cinema asiatico si rivela davvero indispensabile). Come Brad Bird prima di lui, anche McQuarrie sceglie di costruire sequenze lunghissime (indimenticabile quella ambientata al teatro dell’Opera, in cui il rallentamento del ritmo della narrazione è utilizzato in maniera magistrale) che indugiano su momenti che altri registi avrebbero magari deciso di tagliare e che invece McQuarrie riprende dalle posizioni meno usuali, ponendo la propria macchina da presa nei punti meno immaginabili.

Studente presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Autore di diversi articoli pubblicati su mensili locali quali Bisceglie in Diretta e Il Biscegliese e siti d’informazione online locali e non. Ha collaborato con siti di informazione videoludica, come GameBack, GamesArmy e gamempire.it. Attualmente è redattore di Bisceglie24 e gestisce il blog cinematografico Strangerthancinema.it.

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La Storia Infinita compie 35 anni, che fine hanno fatto i piccoli protagonisti?

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Era il 1984 quando Wolfgang Petersen decise di adattare per il grande schermo il famoso romanzo di Michael Ende, La Storia Infinita, creando di fatto un vero e proprio mito cinematografico in grado di resistere al tempo. Ancora oggi, infatti, a distanza di 35 anni dalla sua uscita, La Storia Infinita è uno dei film per ragazzi più apprezzati di sempre, immancabile nei palinsesti televisivi durante le festività. I giovani protagonisti scelti dal regista erano Barret Oliver (Bastian), Noah Hathaway (Atreyu) e Tami Stronach (L’Imperatrice Bambina). Con un budget di 25 milioni di dollari, Peterson realizzò quello che allora era più costoso film di produzione tedesca mai fatto, ma il successo immenso e forse imprevedibile riuscì a non far rimpiangere la spesa (grazie anche alla vendutissima colonna sonora contenente il brano principale cantato da Limahl).

Piccolo riassunto per quei pochissimi che ancora non conoscono la trama del film: il piccolo Bastian, un bimbo che ha da poco perso la mamma, si rifugia nella soffitta della sua scuola per leggere un vecchio libro che poi si rivelerà magico. Bastian si ritroverà quindi all’interno del libro per combattere contro il Nulla e difendere il mondo di Fantàsia, per salvare così salvare l’Imperatrice Bambina con l’aiuto del drago volante Falkor e del fanciullo guerriero Atreyu. Il film ha anche avuto due seguiti, La storia infinita 2 (1990) e La storia infinita 3 (1994), caduti però nel dimenticatoio. Oggi il film compie 35 anni e per questo ci chiediamo: “Ma che fine hanno fatto i tre protagonisti dall’uscita del primo film?”

Barret Oliver (Bastian) è diventato un fotografo

Dopo aver proseguito con la carriera di giovane attore fino al 1989 (tra i ruoli principali, oltre a quello di Bastian, si ricordano quello di David nel film Cocoon, l’energia dell’universo e nel suo seguito), Oliver è adesso un fotografo affermato, insegnante di fotografia a Los Angeles e autore di libri sull’argomento (tra cui si cita “A History of the Woodburytype”, sul processo fotografico nel 19esimo secolo). All’epoca de La Storia Infinita, Barret Oliver aveva solo 11 anni e Wolfgang Petersen lo scelse tra oltre 200 ragazzi per il ruolo di Bastian, dopo due audizioni. Curiosità per gli amanti di Tim Burton: è lui Victor Frankenstein nel bellissimo cortometraggio Frankenweenie del 1984 (quello che ha poi ispirato il lungometraggio in stop-motion del 2012).

Noah Hathaway (Atreyu) insegna arti marziali

Noah Hathaway, che nel film di Petersen interpretava il coraggioso fanciullo guerriero appartenente al popolo dei Pelleverde, non ha mai abbandonato del tutto il mondo del cinema (e nemmeno quello della lotta). Infatti ancora oggi è possibile scovarlo come attore in alcuni film indipendenti. Tra i più recenti, l’horror The Chair del 2016 e Tom Holland’s Twisted Tales (non quel Tom Holland) del 2014. D’altronde la sua carriera di attore, a differenza di quella di Barret Oliver, era già cominciata prima de La Storia Infinita (aveva 13 anni quando interpretò Atreyu). Infatti già a sei anni era stato scelto per il ruolo di Boxey nella serie tv Battlestar Galactica. Petersen lo scelse per il ruolo di Atreyu perché, nonostante l’età, il ragazzino già era fisicamente molto forte e preparato a cavalcare, scalare e a combattere. Non deve stupire quindi se Hathaway, già cintura marrone ai tempi del film, ha continuato ad addestrarsi nelle arti marziali per diversi anni, ottenendo la cintura nera nel Tang Soo Do e nello Shotokan, e gareggiando come thaiboxer. Hathaway ha imparato nel frattempo anche l’American Kenpo, di cui ha tenuto dei corsi di combattimento ravvicinato per assistenti di volo e piloti.

Tami Stronach (Imperatrice Bambina) è oggi una coreografa

Tami Stronach, 11enne quando prese parte a La storia Infinita, è nata a Tehran, in Iran, da padre scozzese e madre israeliana. Il padre, David Stronach, è un noto archeologo, docente di archeologia all’Università di Berkeley. La sua famiglia fuggì dal proprio Paese d’origine durante la Rivoluzione iraniana. La Storia Infinita segnò il suo debutto al cinema e anche il suo ultimo ruolo da attrice. Solo qualche anno fa, nel 2005, la donna ha spiegato in una intervista che i suoi genitori preferirono frenare la sua carriera da attrice per evitare che la ragazzina, come altri attori molto piccoli, potesse incorrere in delusioni cocenti e situazioni spiacevoli. Nonostante ciò, Tami Stronach è diventata membro di un importante corpo di ballo nel 1996: la Neta Dance Company. È inoltre coreografa e molti dei suoi lavori vengono oggi messi in scena a New York. O in Australia, dove di tanto in tanto, organizza dei tour.

Solo qualche giorno fa, proprio in occasione del 35esimo anniversario della pellicola, Tami Stronach e Noah Hathaway hanno regalato una mini reunion ai fan, firmando autografi per ore. I due si sono infatti ritrovati a New York durante il Wintercon, convention dedicata al fantasy e alla fantascienza.

 

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Come spiegare ai parenti a Natale chi è Baby Yoda

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slider baby yoda

La nuova serie Star Wars The Mandalorian in onda su Disney + ha presentato al mondo il tenero e irresistibile Baby Yoda. Il web è impazzito e ormai non si parla d’altro. Ma sapete tutto su questa piccola creatura dell’universo di Star Wars? Vi aiutiamo a essere preparati qualora, durante il cenone di Natale, qualche parente inesperto vi chiedesse delucidazioni a riguardo.

Chi è Baby Yoda?

La creatura a cui tutti si riferiscono in maniera così affettuosa, nota come come Baby Yoda fa il suo debutto nella prima serie di The Mandalorian. Lo show segue la storia di un cacciatore di taglie corazzato che gli spettatori conoscono solo come “Il Mandaloriano”, mentre intraprende un lavoro molto speciale. Il Mandaloriano, così chiamato perché è un membro del popolo amante delle armature del pianeta Mandalore, è interpretato dall’attore di Game of Thrones Pedro Pascal , anche se finora non si è mai tolto l’elmetto, quindi in realtà potrebbe essere chiunque. Il mandaloriano non è Boba Fett, il cacciatore di taglie vestito in modo simile ne L’Impero colpisce ancora e Il Ritorno dello Jedi.

Ad ogni modo, al Mandaloriano viene assegnato il compito di rintracciare un bersaglio, perché il suo cliente è associato all’ormai impero decaduto (interpretato da Werner Herzog ) che ha bisogno dell’obiettivo per ragioni ancora sconosciute. Quando il cacciatore di taglie arriva sul pianeta, scopre che il suo obiettivo è solo un piccolo esserino verde con grandi orecchie appuntite e occhi adorabili.

Cosa è Baby Yoda?

Questa è una domanda interessante. Tutti hanno iniziato a chiamarlo Baby Yoda perché non si sa quale sia la specie del famoso maestro Jedi. Mentre praticamente tutto ciò che riguarda ogni altro alieno di Star Wars può essere trovato su Wookiepedia (Twi’leks, Rodians, Ithorians, Bothans, ecc.) La specie di Yoda è un mistero. Yoda e Yaddle, un membro femminile della razza che era anche membro del consiglio Jedi ne La Minaccia Fantasma, erano gli unici due del loro genere che i fan conoscevano prima di Baby Yoda. E mentre ce n’erano un altro paio nei libri e nei fumetti ora non sappiamo nient’altro su questa specie.

mandalorian baby yoda

Mandalorian e Baby Yoda

Da dove viene Baby Yoda?

A partire dai primi tre episodi della serie, per un totale di otto episodi, non sappiamo molto del retroscena di Baby Yoda. Quasi certamente non è il figlio di Yoda o Yoda bambino a causa del viaggio nel tempo. Baby Yoda per volere della serie tv ha 50 anni, il che renderebbe difficili i tempi per uno scenario dedicato a Yoda Jr., poiché Yoda Sr. era ancora nel consiglio Jedi. Ci sono un paio di altre possibilità.

Baby Yoda potrebbe avere qualche legame con Yaddle – certamente un personaggio molto minore della serie, ma da tenere in considerazione come l’unico altro membro della specie nei film, scomparso dopo l’Episodio I , ed è certamente una teoria che merita di essere tenuta in considerazione. Forse Baby Yoda è solo un altro membro non correlato della specie. O forse Baby Yoda è una sorta di clone, forse anche dello Yoda originale. Il dottor Pershing, uno dei soci dei personaggi di Herzog, è stato visto in un’immagine promozionale con una toppa sul braccio che ricordava un simbolo di Kamino, il pianeta acquoso di Attack of the Clones dove è stato creato l’esercito dei cloni.

Perché Baby Yoda?

Ogni volta che il franchise di Star Wars introduce qualcosa che è così carino come un’arma, è allettante dire che è uno stratagemma per vendere giocattoli. Non è necessariamente una cosa negativa, ma Baby Yoda sembra più importante di come possa sembrare. Disney e Lucasfilm hanno tenuto Baby Yoda un segreto in vista della premiere di The Mandalorian, e Hasbro ha confermato a Vanity Fair che non avrà pronti i giocattoli di Baby Yoda in tempo per Natale. Baby Yoda non faceva parte del lead-up della premiere dello show.

Dato che Baby Yoda è la star di successo di Disney + , sembra che Baby Yoda non fosse al centro della promozione. Inoltre l’esistenza di Baby Yoda riprende la risposta a una delle ultime vere domande nel mito di Star Wars: qual è la specie di Yoda?

Quando vedremo di nuovo Baby Yoda?

I nuovi episodi di The Mandalorian arriveranno su Disney + ogni venerdì e ogni episodio durerà  circa mezz’ora. Ciò significa che, mentre vi sentirete come Jabba the Hutt, pieni di panettone e ogni tipo di dolci, magari con un po’ di spumante, avrete la possibilità di vedere quasi due ore di Baby Yoda per poter digerire.

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Joker in DVD e Blu-Ray, ecco la data di uscita

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Joker, il film acclamato dalla critica e vincitore del Leone D’Oro per il Miglior Film alla 76° Mostra Internazionale d’ Arte Cinematografica di Venezia, ha già superato la soglia dei 4 milioni di spettatori in Italia e incassato più di $1 miliardo nel mondo. (Qui potete leggere la nostra recensione). Diretto, co-scritto e prodotto dal candidato all’Oscar Todd Phillips, ha come protagonista Joaquin Phoenix nell’analisi di un uomo che lotta per trovare un posto nella società fratturata di Gotham City.

Joker a partire dal 6 febbraio sarà disponibile in DVD, Blu-Ray (e includerà film e contenuti speciali in alta definizione) e 4K UHD. Dal 16 gennaio, il film acclamato dalla critica, che ha già superato la soglia dei 4 milioni di spettatori in Italia e incassato più di $1 miliardo nel mondo, sarà inoltre disponibile per l’acquisto in digitale.

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IL FILM

Da sempre solo in mezzo alla folla, Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) desidera ardentemente che la luce risplenda su di lui. Cercando di cimentarsi come comico di cabaret, scopre che lo zimbello sembra invece essere proprio lui. Intrappolato in un’esistenza ciclica sempre in bilico tra apatia, crudeltà e, in definitiva, tradimento, Arthur prenderà una decisione sbagliata dopo l’altra, provocando una reazione a catena di eventi.

Il tre volte candidato all’Oscar Phoenix (The Master, Quando l’amore brucia l’anima, Il Gladiatore) è il protagonista del film al fianco del premio Oscar Robert De Niro (Toro scatenato, Il Padrino – Parte II). Fanno parte del cast anche Zazie Beetz (la serie TV Atlanta, Deadpool 2), Frances Conroy (American Horror Story in TV, Castle Rock in TV), Brett Cullen (42La vera storia di una leggenda americana, Narcos in TV), Glenn Fleshler (le serie TV “Billions” e “Barry”), Bill Camp (Red Saprrow, Molly’s Game), Shea Whigham (First Man – Il primo uomo, Kong: Skull Island), Marc Maron (le serie TV Maron e GLOW), Douglas Hodge (Red Sparrow, Penny Dreadful in TV), Josh Pais (Insospettabili sospetti) e Leigh Gill (la serie TV Il trono di spade).

Phillips ha diretto il film da una sceneggiatura che ha scritto insieme all’autore candidato all’Oscar Scott Silver (The Fighter), basata sui personaggi di DC. Il film è prodotto da Phillips e dal candidato all’Oscar Bradley Cooper con la loro Joint Effort, e dalla nominata all’Oscar Emma Tillinger Koskoff. I produttori esecutivi sono Michael E. Uslan, Walter Hamada, Aaron L. Gilbert, Joseph Garner, Richard Baratta e Bruce Berman.

Dietro le quinte, Phillips è stato affiancato dal direttore della fotografia Lawrence Sher (“Godzilla II: King of the Monsters”, la trilogia di “Una notte da leoni”), lo scenografo Mark Friedberg (“Se la strada potesse parlare”, “Selma – La strada per la libertà”), il montatore Jeff Groth (“Trafficanti”, “Una notte da leoni III”) e il costumista premio Oscar Mark Bridges (“Il filo nascosto”, “The Artist”). Musiche di Hildur Guðnadóttir (“Chernobyl” in TV, “Soldado”).

Vi ricordiamo che Joker sarà disponibile in DVD, Blu-Ray (e includerà film e contenuti speciali in alta definizione) e 4K UHD dal 6 febbraio 2020.

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