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Cinema

Taron Egerton, un giovane talento da Robin Hood a Elton John

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Una nuova stella del cinema sta brillando nel firmamento di Hollywood. Si tratta del bel 29enne di origine gallesi, Taron Egerton. Negli ultimi anni il giovane Taron ha preso parte a diverse produzioni cinematografiche internazionali che hanno conquistato il box office e sono state apprezzate anche dalla critica. Un giovane uomo che nel giro di pochi anni si è trovato a condividere il set con colleghi del calibro di Colin Firth, Alicia Vikander, Hugh Jackman e, ultimamente, con Jamie Foxx e Jamie Dornan nel film Robin Hood – L’origine della leggenda in uscita il 22 novembre nei cinema italiani.

Egerton, faccia da bravo ragazzo e sorriso accattivante, si appassiona alla recitazione fin da subito, tanto da vincere il premio Stephen Sondheim Society “Student Performer of the Year” che gli permette di far parte della National Youth Theatre. Dopo aver seguito diversi corsi di recitazione, nel 2012 decide di spostarsi al RADA, dove consegue la laurea in arte drammatica. In tutto questo dimostra attenzione e interesse anche per il canto e la danza. Solo dopo un anno dalla laurea inizia la sua carriera come attore, prendendo parte alla serie tv Lewis e poi The Smoke.

kingsman

Taron Egerton nei panni di Eggsy in Kingsman

Il vero trampolino di lancio della sua carriera arriva nel 2014, quando insieme a Colin Firth veste i panni eleganti di Gary “Eggsy” Unwin nel film Kigsman – Secret Service. Il film diventato cult, oltre a essere amato dal pubblico di tutto il mondo, è leader di incassi al botteghino con 400 milioni di dollari. La sua interpretazione di Eggsy, pupillo di Harry Hart (Colin Firth), gli permette di ricevere la nomination ai BAFTA come miglior stella emergente. Dopo questo ruolo Egerton è co-protagonista del film Testament of Youth, insieme ad Alicia Vikander e Kit Harington.

I successivi due anni (2015-2016), oltre a vederlo inserito nella rivista GQ nella lista dei 50 uomini britannici più eleganti, continua a essere scelto per film interessanti e diversi tra loro. Nel 2015 prende parte al film Legend con Tom Hardy e poi a Eddie the Eagle – Il coraggio della follia di Dexter Fletcher insieme a Hugh Jackman. Si cimenta anche nel doppiaggio, prestando la voce al gorilla Johnny nel film Sing! Dopo lo straordinario e inaspettato successo, arrivato dopo aver interpretato il ruolo dell’elegante agente segreto EggsyTaron è protagonista del sequel Kigsman – Il cerchio d’oro, ancora con Colin Firth, uniti a combattere la cattiva Poppy Adams interpretata da Julianne Moore.

In questo ultimo anno ha preso parte del cast di Billionaire Boys Club insieme a Kevin Spacey, poco prima dello scandalo. Le accuse di molestia sessuale che hanno travolto Spacey, purtroppo, hanno messo in ombra questo film che meritava più attenzione. Tanto che Taron in un’intervista di poco tempo fa, ha dichiarato di aver ricevuto delle avances dall’attore durante le riprese, ma da definirsi più come un flirtare, senza mai aver oltrepassato il limite. Chiusa questa parentesi, nella filmografia di Taron Egerton, ci sono due titoli che lo vedono protagonista, che stanno suscitando molto interesse e attesa da parte del pubblico e della critica.

robin hood taron

Taron Egerton impegnato con l’arco e le frecce nel film Robin Hood – L’origine della leggenda

Il primo titolo è possibile vederlo tra pochissimi giorni nei cinema, Robin Hood – L’origine della leggenda, nel quale Egerton interpreta il fuorilegge che ruba ai ricchi per dare ai poveri. In una recente intervista Egerton ha avuto modo di affermare di essersi sottoposto a un intenso allenamento fisico per le scene di azione e di aver preso delle lezioni di tiro con l’arco per essere un vero Robin Hood 2.0.

Un altro film che sta creando molto clamore e curiosità è Rocketman, titolo omonimo di uno dei successi più noti del cantante inglese Elton John, nelle sale a partire dal 31 maggio 2019. Curioso che nel secondo film dedicato a Kingsman, Taron abbia condiviso il set anche con il vero Elton John che interpretava se stesso, dopo essere stato rapito da Poppy Adams. Nonostante la giovane età di Taron Egerton e il fatto che abbia iniziato la sua carriera cinematografica e di serie tv poco meno di dieci anni fa, dimostra che il suo è vero talento e senza dubbio sentiremo parlare ancora di lui anche nei prossimi anni.

Il mio amore più grande?! Il cinema. Passione che ho voluto approfondire all’università, conseguendo la laurea magistrale in Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale a Salerno. I miei registi preferiti: Stanley Kubrick, Quentin Tarantino e Mario Monicelli. I film di Ferzan Ozpetek e le serie tv turche sono il mio punto debole.

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Cinema

Cannes 75 | Three Thousands Years of Longing mette in scena la seduzione del racconto

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Il nuovo film di George Miller è una scheherazade digitale delle passate disavventure di un genio – il Djinn – con le sembianze di Idris Elba, in grado di esaudire i tre più reconditi desideri di una donna (Tilda Swinton) che è riuscita casualmente a liberarlo nella sua stanza d’albergo, rompendo l’ampolla in cui l’essere era stato precedentemente imprigionato. Three Thousands Years of Longing comincia così, come una favola o una barzelletta, e sviluppa il suo racconto quasi esclusivamente mediante flashback e voice-over, indugiando sul piacere ludico del racconto e mettendo in comunicazione due persone che imparano a conoscersi attraverso le storie che rispettivamente si rivelano. Una comunicazione, quella tra il mago e l’accademica, sempre reciproca, mai a senso unico: una relazione di scambio e un processo di coinvolgimento che non lascia immutati i soggetti coinvolti, ma li trasforma rendendoli interlocutori capaci di adattarsi alla diversità dell’altro e alla complessità dei problemi.

Al concetto preponderante (e dall’evidente accezione positiva) di comunicazione, il film di Miller oppone quello di “trasmissione” – di onde elettromagnetiche, nello specifico, ma metaforicamente anche di conoscenze, valori, tradizioni. Quando Alithea deve spiegare al suo nuovo compagno di stanza cosa è e come funziona la televisione, immediatamente la definisce “strumento di trasmissione” e mai “mezzo di comunicazione”, come invece si fa nel linguaggio comune. Le due nozioni sono completamente distinte e la loro differenza necessariamente rimanda a due maniere diverse di concepire la realtà, di organizzare le relazioni umane: l’una (il trasmettere) è la significazione negativa dell’altra (il comunicare).

Comunicare e trasmettere: due concetti distinti

La differenza tra cultura trasmissiva e cultura comunicativa delinea quindi il confine che separa due vie diverse e sempre possibili per l’umanità. Sui mille piani delle interazioni sociali, possono esserci degli scambi unidirezionali di notizie, trasposizioni glaciali di numeri e codici, oppure, diversamente, delle comunicazioni condivise, corrispondenze dialogate e inclusive. Era il 1995 quando Danilo Dolci già faceva emergere questo problema, sostenendo che proprio dal profondo conflitto tra «l’insensato dominio che trasmette meccanicamente e le forze educative autentiche comunicanti in modo creativo ne risulterà il destino del mondo». Non è quindi un caso che la “trasmissione” diventa nel film una forma di violenza esercitata sul corpo del Djiin, obbligato a ricevere tutte le informazioni che il mondo moderno, attraverso le sue infinite infrastrutture, veicola attraverso un “cielo che urla” messaggi, informazioni e dati.

L’attitudine a trasmettere diventa violenta e si fa dominio, tirannia, dittatura. Il relazionarsi in maniera esclusivamente unidirezionale nel tempo tende a rendere passivo l’altro. Se ne renderà conto anche la narratologa protagonista del film: è proprio quando viene meno la reciprocità, che avanza un’intenzione di subordinazione e dominazione, di per sé infeconda, che inevitabilmente conduce all’annullamento del dominato-subordinato. Il Genio, quindi, ha imparato a proprie spese, nella sua millenaria esperienza, che una relazione sana e positiva tra lui e i suoi interlocutori deve essere necessariamente bilaterale: solo se questi esprimono tutti e tre i desideri, lui può essere salvo e libero, ma per convincere gli altri ad “aiutarlo” deve conquistare la loro fiducia. Per questo Djiin cerca in ogni modo di suggerire, consigliare, mettere in guardia dalle conseguenze, in maniera tale che la proficua comunicazione possa essere la chiave per un risultato dai benefici comuni.

Un anti Mad Max?

In questo senso profondo Three Thousands Years of Longing è davvero l’anti Mad Max. Basandosi esclusivamente sulla comunicazione trasparente e onesta, si oppone al soliloquio dell’eroe e rende evidente la tossicità del linguaggio imposto dall’alto su chi non può fare altro che reiterarlo svuotandolo ogni volta di significato (“Ammirami!”). Nel nuovo film di George Miller il dialogo è produzione di insieme e non a caso è lo stesso Genio a rispondere all’iniziale scetticismo di Alithea promettendole che saranno “entrambi gli autori” di questa nuova storia che li vede protagonisti, che insieme possono evitare le insidie di cui generalmente sono puntellate le storie che riguardano geni e desideri. La narrazione procede per continui salti e digressioni (in opposizione all’unità d’azione di Fury Road) proprio perché mossa e guidata dalle continue interruzioni di chi inizialmente si pone come ascoltatore mai passivo, ma genuinamente interessato a comprendere, scoprire e conoscere. Djiin non è come il tiranno delle Wastelands, incarnazione della menzogna millenaria di Dio, il despota che promette il raggiungimento di un ipotetico Valhalla ponendo il senso dell’essere al di là dell’essere stesso. È invece un demiurgo che, anche non potendo morire, non vuole sprecare neanche un momento della sua esistenza, che ha come incubo peggiore la prigionia, che gli impedisce di amare, toccare e guardare. La sua premura è quella di usare il proprio potere per migliorare, allungare, proteggere l’esistenza.

Le sue relazioni con gli umani sono quasi tutte sentimentali, sessuali ed empatiche. E siccome il comunicare autentico coinvolge tutta la personalità – la parola, l’intonazione della voce, gesti, posizioni – quello tra Djinn e Alithea è anche inevitabilmente anche un incontro tra corpi diversi: quello muscoloso e sovrumano, forgiato da millenarie esperienze, e quello magro e austero, segnato dall’isolamento e dall’imposizione della scienza sulla passione. Il film diventa così un appello al potere dei miti e alla loro infinita capacità di seduzione, di suscitare un benessere che non è solo mentale, ma anche fisico, annullando la binaria separazione kierkegaardiana tra la figura del seduttore intellettuale e quello sensuale. Il Djinn desidera, ama e gode. Si abbandona all’immediatezza del proprio desiderio (che però non è sempre esaudibile, essendo il suo potere efficace solo verso gli altri) e affascina con la sua abilità narrativa che tiene insieme epoche e civiltà differenti.

Nonostante Three Thousands Years of Longing cerchi spesso di disquisire di temi troppi grandi per lui, è innegabile come siano proprio la bravura tecnica di George Miller (che qui utilizza molto la computer grafica riuscendo a dare un nuovo look a situazioni ampiamente risapute) e la sua incredibile capacità di affabulazione le prove più tangibili del misterioso ed insondabile potere della narrazione, della possibilità di rendere godibile qualsiasi storia se si sa come raccontarla. Pur avendo enormi aspirazioni e dovendo condensare in meno di due ore narrazioni lunghe secoli, il film riesce a non essere ansioso di dire tutto, ma lascia chi guarda con la voglia di vedere e sapere di più. Di trattenersi un altro poco e di ascoltare ancora un’ultima storia.

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Cannes 75 | Armageddon Time è il film più complesso e divisivo di James Gray

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Cannes 75 | Armageddon Time è il film più complesso e divisivo di James Gray
3.3 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Dopo l’infinitamente grande di Ad Astra, in cui la ricerca di un padre che si credeva perduto spingeva il protagonista fuori dall’orbita terrestre, James Gray torna a raccontare l’infinitamente piccolo, cercando in una storia inevitabilmente autobiografica (come tutto il suo cinema) l’origine di una crisi collettiva, quella dell’America all’alba degli anni Ottanta, con la presidenza Reagan che si avvicina e l’oppressione di una incombente minaccia nucleare. Come se fosse un film di Brady Corbet, l’infanzia in Armageddon Time è potenzialmente la culla di tutte le idiosincrasie, le vergogne e i malfunzionamenti che emergono anni dopo in età adulta. Eppure non c’è nulla della programmaticità, ad esempio, de L’Infanzia di un Capo, in cui le conseguenze, personali e storiche insieme, di una determinata educazione e di una malsana atmosfera culturale venivano chiaramente ed espressamente indicate. Il film di Gray è avvolto invece da una cappa di dubbi e di perplessità sul futuro del suo giovane protagonista, la cui educazione casalinga è fatta di ponderati consigli tanto quanto di feroci scudisciate con la cintura, senza che nessuno suggerisca quale tra questi due metodi “pedagogici” sarà quello che effettivamente orienterà le azioni e le scelte future del ragazzino.

Solo apparentemente classico e tradizionale, sfasato rispetto alle tendenze più recenti del genere coming-of-age, Armageddon Time cerca di dire tantissimo con pochi elementi collocati al posto giusto, seguendo l’irrequieto Paul muovere i primi passi nell’adolescenza, tra il desiderio di essere popolare tra gli amici, anche a costo di ricevere qualche ramanzina, e quello, più ambizioso, di diventare un famoso disegnatore. L’amicizia con Johnny, bambino di colore che vive da solo con sua nonna malata, lo spinge però a compiere azioni che progressivamente lo isolano dai suoi genitori medio-borghesi (Anne Hathaway e Jeremy Strong), sempre meno disposti a tollerare i suoi misfatti e il suo atteggiamento indisponente. L’unico che sembra in grado di capire e comunicare efficacemente con lui è suo nonno, affabile gentiluomo sempre in vena di scherzare e con la naturale inclinazione a stemperare i toni: un personaggio splendidamente cucito addosso ad Anthony Hopkins che è allo stesso tempo solido riferimento e miraggio-visione.

Armageddon Time | un coming-of-age fuori moda

Tra Paul e Johnny si inserisce la violenza e il razzismo sistemico di una società che discrimina continuamente le minoranze, inevitabilmente colpevoli di ogni crimine ed errore. Il Queens è, nel 1980, anche il cuore della sempre più ricca e influente famiglia Trump, di cui compaiono nel film sia Fred (il padre di Donald, in scena con il volto di John Diehl) che la giudice statunitense Maryanne (sorella di Donald, qui con le sembianze di Jessica Chastain). I membri della famiglia del futuro presidente degli Stati Uniti sono tra i principali finanziatori della scuola privata che Paul è costretto a frequentare contro la sua volontà. La fanciullezza del protagonista si svolge quindi in un contesto ingiusto e classista, che punta a vendere alle nuove generazioni – manipolando la funzione educativa – l’ideologia del successo (quello raggiunto sulla pelle di chi non ce la fa), del profitto e del capitalismo de-regolamentato (che troverà in Reagan uno dei massimi testimonial).

È un’America dove l’autorevolezza si afferma attraverso la prevaricazione, in cui tutti vengono giudicati e schedati sulla base della loro estrazione sociale o del loro estratto conto. Da tutto questo Paul vorrebbe fuggire con Johnny, che ingenuamente cova la speranza di lavorare un giorno alla NASA. Ma anche in questo caso, l’effettiva realizzazione del sogno comune di evasione è una domanda destinata a rimanere, almeno parzialmente, inevasa. Il giovane Paul (dai capelli rossi) corre il rischio, come tanti altri di quella generazione, di diventare con il tempo un proto-Trump. Suo nonno (ebreo) cerca di trasmettergli il rispetto e il valore della diversità, gli suggerisce di rispondere a tono a quelli che, a scuola, si permettono di insultare il suo amico per il colore della sua pelle: consigli che non diventano mai fatti tangibili, dal momento che Gray decide di non risolvere il dubbio sulla loro effettiva attuazione.

Paul, che sogna di sfuggire a quel mondo dove tutti sono immediatamente giudicati e catalogati sulla base della loro estrazione sociale o del loro estratto conto, vorrebbe fuggire con Johnny, che cova la speranza di lavorare un giorno alla NASA. Ma anche questo sogno, come tutto il futuro del giovane protagonista, è avvolto in una cappa di dubbi su ciò che davvero avverrà. Il giovane Paul (dai capelli rossi) corre il rischio, come tanti altri della sua generazione, di diventare con il tempo un proto-Trump. Suo nonno (ebreo) cerca di trasmettergli il rispetto e il valore della diversità, gli suggerisce di rispondere a tono a quelli che, a scuola, si permettono di insultare il suo amico per il colore della sua pelle: consigli che non diventano mai fatti tangibili perché Gray non risolve mai il dubbio sulla loro effettiva attuazione.

Paul ha un ulteriore privilegio che non è concesso al suo amico: il suo avvenire è ancora tutto da definire e solo da lui dipende la scelta di quali modelli famigliari seguire una volta diventato grande. Il destino di Johnny, invece, sembra essere già segnato, si chiude sbrigativamente come se non ci fosse nulla da aggiungere a riguardo. A lui è destinato un epilogo ampiamente prevedibile a cui il racconto si avvicina come se non fosse possibile fare altrimenti. Il trattamento riservato al suo personaggio, utilizzato dalla narrazione cinematografica come mezzo per raggiungere fini che non lo riguardano direttamente, è forse l’elemento maggiormente controverso di un film che si sbarazza troppo disinvoltamente di uno dei suoi comprimari. Johnny è lì, in effetti, solo per essere da esempio e monito per Paul, il suo amichetto bianco, che può così imparare la lezione e diventare una persona migliore. Come anticipa la canzone dei Clash, che ispira il titolo e che riecheggia più volte nel film: A lot of people won’t get no justice tonight.

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Cinema

Coupez | il 75esimo Festival di Cannes si apre con un’ode al cinema amatoriale

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Coupez | il 75esimo Festival di Cannes si apre con un’ode al cinema amatoriale
3.4 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Girato con pochissimi soldi, la commedia horror giapponese Zombie contro Zombie è riuscita qualche anno fa ad incassare milioni in tutto il mondo proponendo un inedito mix tra horror a basso budget, metacinema, amore per il medium e caustica parodia dei mezzucci commerciali che muovono l’industria, riuscendo nel miracolo di tenere tutto assieme. Non è un caso che a quel film si sia appassionato Michel Hazanavicius, regista di The Artist e Il mio Godard, da sempre abituato a realizzare film che parlando di cinema e di chi lo fa.

Il suo remake, dal titolo Cuopez (Final Cut), ha aperto la 75esima edizione del Festival di Cannes.

Coupez | il remake di Hazanavicius apre Cannes 75

Come il film originale di Shin’ichirô Ueda, anche il remake francese di Hazanavicius si apre con un finto piano sequenza di trenta minuti: uno zombie movie che ci appare di inspiegabile dilettantismo e di cui, solo nel corso della narrazione, capiremo origine, intoppi e realizzazione. Ancora di più che nel film di Ueda, però, il piano sequenza iniziale di Hazanavicius è appositamente brutto e sgraziato, quasi mai comico ma effettivamente faticoso da guardare, che mette costantemente a durissima prova i nervi dello spettatore (specialmente di chi non ha familiarità con l’espediente narrativo del film originale). Si riprende quindi la dinamica di Rumori fuori scena e la si adatta alla storia di un regista che si definisce da solo “rapido, economico e decente”, a cui viene affidato un compito difficile, costellato di problemi e difficoltà.

Pur seguendo quasi pedissequamente il copione di Ueda, il remake di Hazanavicius sembra però meno interessato alla sua componente metacinematografica, ma piuttosto ad inserirsi nel filone tracciato da The Disaster Artist: quello dell’omaggio innamorato della serie Z, che racconta come si realizzano i film, ma spiegando al pubblico che non conta tanto il prodotto in sé, ma quel che accade alle persone coinvolte durante la fase di realizzazione. Rispetto all’originale giapponese, quindi, in Coupez occupa maggiore così il racconto famigliare, i problemi del regista con la moglie ex-attrice (che è Berenice Bejo, moglie di Hazanavicius nella realtà) e con la figlia, integerrima aspirante regista che cova ambizioni più alte di quelle del padre (che è Simone Hazanavicius, figlia del regista).

Meno tecnica, più cuore

Proprio in questo evidente cambio di focus sta la forza di un film che, nel corso della sua durata, sembra sempre suggerire di poter essere migliore di quello che è. Esattamente come nel film di Ueda, anche in quello di Hazanavicius i protagonisti sono chiamati a realizzare uno zombie movie in presa diretta che mette in scena le vicissitudini di una troupe cinematografica che si ritrova assalita da zombie veri mentre cerca di girare un film con degli zombi falsi. Ma lì dove il film giapponese tentava, almeno parzialmente, di tenere vivo l’inganno e di rendere il piano sequenza iniziale tutto sommato credibile, prima di svelarne i retroscena, il remake francese punta fin da subito sull’esibizione della goffaggine, sul disvelamento del trucco, non facendo mistero dei suoi intenti.

Operando questa scelta, Hazanavicius mette al centro del suo film l’amore e la passione per il cinema, riuscendo ad esprimerla in maniera ancora più sincera e compiuta rispetto al testo originale forse proprio grazie al venire meno di qualsiasi interesse nella forma. Ci si abbandona completamente alla gioia del processo, senza curarsi di stupire lo spettatore con la tecnica.

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