Connect with us
The Book of Vision | L'apertura della Settimana della Critica è targata Malick - NewsCinema
book 2 book 2

Cinema

The Book of Vision | L’apertura della Settimana della Critica è targata Malick

Published

on

Scelto per aprire la 35esima Settimana Internazionale della Critica, durante la 77esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, The Book of Vision sfoggia un nome di grande richiamo tra le sue fila. Terrence Malick è infatti tra i produttori esecutivi della pellicola, firmata da Carlo S. Hintermann, al suo debutto nel lungometraggio.

La guida, o meglio la supervisione, dell’apprezzato cineasta è ben evidente anche solo osservando il trailer del film. Ma andiamo per ordine.

The Book of Vision | L’influenza malickiana

Eva (Lotte Verbeek, Outlander) è un chirurgo che decide di interrompere la carriera per dedicarsi allo studio della storia della medicina. È così che si imbatte in un antico manoscritto, curato da un dottore della Prussia del Settecento, tale Johan Anmuth (Charles Dance, Game of Thrones). Improvvisamente la donna viene proiettata in quell’epoca e sente un legame indissolubile con coloro che conobbero il luminare.

Leggi anche: TENET | La “enoisnecer” NO SPOILER del film che fa ripartire il cinema

The Book of Vision è un’opera delicata, complessa, piena di sfaccettature. A un primo sguardo potrebbe non arrivare la mole di suggestioni e di argomenti che la compongono.

the book of vision trailer newscinema
The Book of Vision, una scena del film

Visivamente di impatto, grazie anche a questa atmosfera che rimanda alla mente lo stile malickiano, venato di una poesia impossibile da descrivere a parole, il film prende per mano lo spettatore e lo immerge via via sempre più dentro il suo universo.

La componente naturalistica, esaltata nella sua bellezza dal tappeto musicale, dà il suo enorme contributo, andando a imprimersi nella mente di chi osserva e portandolo a vivere in un limbo tra sogno, realtà, allucinazione. Proprio come capita ai personaggi, ci si trova incapaci di separare e spesso di dare un senso a ciò che ci si trova davanti.

La vita e la morte separate da un velo ma mai disgiunte

Il rosso è il colore predominante – negli abiti, nel colore dei capelli della protagonista, nel sangue, nell’arredamento: simbolo dell’energia vitale, mentale e fisica, diviene la linfa da cui tutto dipende, infondendo al tempo stesso una grande potenza alle immagini e al loro significato.

book of vision newscinema
The Book of Vision, una scena del film

La vita e la morte si (con)fondono, in un ciclo senza fine. Così la pellicola termina dopo aver compiuto il suo giro e tornando sull’inquadratura dell’apertura. Un velo separa la vita terrena dall’aldilà, e basta un semplice gesto per poter toccare chi è andato dall’altra parte ma non è morto.

La riflessione sollevata da The Book of Vision è in qualche modo debitrice a Malick e a tutta una serie di autori che si sono mossi nella stessa direzione. Certo il discorso sarebbe ampio e complesso, dal momento che in campo vengono messi numerosi elementi – l’esistenza dell’anima, le superstizioni, l’immortalità – ma la storia è interessante per altri motivi.

L’importanza dell’ascolto e della storia

In primis perché pone alla nostra attenzione un discorso non così trattato né banale, quale quello del rapporto medico-paziente. Se in passato il secondo veniva ascoltato davvero da colui a cui si rivolgeva per essere curato, nel corpo e nello spirito, questa usanza viene tutto a un tratto abbandonata.

Leggi anche: Chemical Hearts | la recensione del teen movie con Lili Reinhart

Il corpo umano è adesso un oggetto, un campo di gioco, le persone sono solo occasioni per nuove scoperte e sperimentazioni. Si perde l’interesse verso le storie e si porta avanti quello per gli organi. È questo che conduce Eva a capire quando e cosa è cambiato nel corso dei secoli, e perché.

Portatrice di una sorta di giustizia altra, la donna si sente chiamata in causa in prima persona, nel tentativo di riconnettere il passato con il futuro.

La maternità ha chiaramente un ruolo di primo piano nella vicenda, intrecciandosi fortemente con i personaggi femminili mostrati. A tal proposito una lode va alla Verbeek e a Isolda Dychauk (nel ruolo di Maria), splendide rappresentanti di una femminilità ormai quasi persa.

Cinema

Donnie Darko | analisi di un imprevedibile successo a distanza di 20 anni

Published

on

donniedarkopanel 1200x886 1

Sono passati ormai due decenni da quando il ventiseienne cineasta Richard Kelly scrisse e diresse Donnie Darko, film su un adolescente problematico calato nel contesto della science fiction. La pellicola uscì nelle sale statunitensi a ottobre del 2001, solo un mese dopo gli attentati dell’11 settembre. E proprio la centralità di un disastro aereo nella narrazione fu la principale causa che ne decretò l’insuccesso commerciale. Non era sicuramente il momento migliorare per mostrare al pubblico un film del genere e così l’incasso al box office statunitense fu di appena 500mila dollari, a fronte di un budget produttivo di sei milioni.

La critica però lodò in maniera convinta il film di Kelly e il tempo le diede ragione: pochi anni dopo, grazie al passaparola, Donnie Darko tornò in auge nel mercato home video e finì per essere presentato nel 2004 alla Mostra del cinema di Venezia nella sezione Venezia Mezzanotte per poi essere distribuito lo stesso anno anche nelle sale italiane. Così quello sbilenco lungometraggio dei primi anni 2001, andato malissimo in sala e diventato famoso nel circuito Home Video, arrivò in Italia già con la fama di film generazionale.

In realtà, a venti anni esatti di distanza, più che generazionale sarebbe il caso di definirlo adolescenziale, pieno di assolutismi e slanci sentimentali che raccontano bene le pulsioni di quell’età. Oltre a questo, però, Donnie Darko è famoso anche per la sua costruzione peculiare, in cui il tempo del film sembra arrotolarsi su se stesso. Elemento che, insieme ad una suggestione di fantascienza forte sulle realtà parallele, lo rende il più intricato dei teen drama. Complesso e pensato per essere una vera e propria trappola per la mente, Donnie Darko è infatti uno dei migliori esponenti di quel filone del cinema geek americano nato negli anni ’90, fatto di trame ad incastro e rompicapo inesorabili.

Donnie Darko | il trionfo del cinema inestricabile

Film decostruiti, temporalmente caotici o dotati di una trama che necessita di un’attenzione maniacale (o più visioni) per essere compresa a pieno. Sono questi i film che il cinema americano, dagli anni ’90 in poi, ha prodotto con sempre maggiore frequenza per catturare l’attenzione di un pubblico che chiedeva uno sforzo mentale a ciò che guardava. Il primo a rendere famosa la costruzione atemporale (ma con il solo fine dell’arrovellamento della narrazione) fu Pulp Fiction. Da lì si aprì un nuovo genere. 

donnie .0 1200x800 1

Donnie Darko si inserisce perfettamente in questo filone di film che hanno tutto il fascino della complessità e spesso delle realtà parallele, impenetrabili per vocazione, spesso anche agli stessi personaggi protagonisti che sono catturati in un vortice di eventi che non posso essere compresi a pieno, né da loro, né degli spettatori. È la negazione dell’assunto fondamentale del cinema classico, quello per il quale “il pubblico deve capire tutto” e l’esaltazione di un nuovo tipo di spettatore, spesso geek o dotato della passione geek per la scoperta dei meccanismi che ci sono dietro la costruzione di una storia. I film come Donnie Darko infatti somigliano in ogni momento costringono a riflettere sul fatto che quello che stiamo vedendo è una storia costruita, sceneggiata, filmata e poi montata. Ci invita cioè a riflettere sulla differenza tra una storia e la maniera in cui questa è raccontata, per arrivare alla conclusione che come una trama viene narrata influisce sul senso che questa trama ha.

Un racconto generazionale

Una complessità che sta tutta nella narrazione, perché di scientifico (o ingegneristico), invece, in Donnie Darko, non c’è quasi nulla, se non le potenti suggestioni offerte dai portali spazio-temporali e dagli universi tangenti custoditi in un libro fittizio creato per la trama del film stesso: La filosofia dei viaggi nel tempo di Roberta Sparrow. Richard Kelly sfrutta invece quelle che sono, per un ventiseienne dei primi anni Duemila, delle influenze inevitabili: la disillusa rabbia del periodo grunge e il nichilismo dominante nella narrativa americana anni Novanta che trova in Fight Club di Chuck Palahniuk e American Psycho di Bret Easton Ellis i suoi manifesti più rappresentativi. In Donnie Darko si respira questa atmosfera grazie alla foga creativa di Kelly che ha dato vita a un singolare mash-up: un film cupo focalizzato sul disagio adolescenziale che però sembra spesso un episodio di Ai confini della realtà.

donnie darko glitterbird e1571909336261 1200x764 1

Ma tutto questo rimane uno sfondo che in nessun momento sovrasta quella che è la vera ambizione di Donnie Darko: essere un film-trucco, che attira e richiede l’attenzione del pubblico, ma che allo stesso tempo inganna lo spettatore, impedendogli di capire dove si nascondono davvero gli indizi utili a comprendere gli snodi della trama, che stanno sempre altrove rispetto allo sguardo di chi guarda e che quando vengono rivelati alla fine sorprendono tutti.

Un colpo di fortuna per Jake Gyllenhaal

Ma Donnie Darko è anche il film che ha consacrato definitivamente Jake Gyllenhaal. “Quando partecipai casting ero decisamente smarrito”, ha raccontato recentemente l’attore in un podcast con Roger Deakins. “Come succede spesso, tante grandi cose bussano alla tua porta in un modo che sembra tanto destino. C’era un altro attore che doveva interpretare la parte di Donnie fino a due mesi prima dell’avvio delle riprese. Io sono entrato nel cast solo due mesi prima dell’inizio. Mi ricordo di avere letto la sceneggiatura mentre soffrivo per miei problemi, per la mia ansia, e la mia tristezza. Avevo fatto due anni di college e non sentivo che quello era il posto per me. Ero tornato a Los Angeles, dove ero cresciuto, i miei si erano trasferiti dopo la mia partenza. Avevano preso una casa più piccola a Hollywood. Anche mia sorella era tornata a casa e non c’era abbastanza posto. Io dormivo in soggiorno sotto l’aria condizionata che andava 24 ore su 24 dato il caldo di Los Angeles. Ricordo di avere letto la sceneggiatura e di avere pensato: io mi sento proprio così! Non mi sentivo schizofrenico, ma completamente perso nella mia vita cercando di capire come essere un adulto”.

donnie darko

Donnie Darko è infatti un film sulla schizofrenia ancora prima che essere un film di fantascienza. Per Jake Gyllenhaal nessuno dei film da teenager per cui i suoi colleghi tentavano le audizioni (come ad esempio American Pie), erano adatti a lui. Trovare (e ottenere) la parte di Donnie Darko fu la sua fortuna. Nessuno, secondo Gyllenhaal, sapeva cosa stavano filmando durante molte riprese in steadycam, ma la crew lo aiutò a rendere la performance un viaggio nei suoi demoni interiori, dandogli una libertà che non avrebbe avuto in altre produzioni dove le aspettative e le pressioni sarebbero state maggiori.

È indubbio che sia anche merito suo se Donnie Darko ha raggiunto oggi lo status di cult movie. Tutto il film, a partire dai suoi presupposti fantastici, sarebbe possibile anche in un altro contesto che non sia la periferia, ma è lì che acquista anche un secondo significato che poi ha fatto la sua fortuna. Non racconta solo l’evento fantastico che accade al suo protagonista, ma anche la lotta per non diventare come le persone che questo vede attorno a sé. Il fascino del film sta tutto nel profondo desiderio di essere e rimanere distante in un mondo che complotta per l’omologazione e costringe ad uniformarsi.

Continue Reading

Cinema

Dawson’s Creek | 10 film da guardare se hai amato la serie

Published

on

dawsons creek newscinema compressed 1

Dawson’s Creek andata in onda sulla rete WB dal 1998 al 2003 e nel nostro Paese su Italia Uno è stata la serie che ha segnato un’intera generazione. È stata anche il trampolino di lancio per le carriere dei suoi protagonisti, a partire da James Van Der Beek, Katie Holmes, Joshua Jackson e Michelle Williams, e ha anche caratterizzato un grande cast di supporto e guest star che in seguito hanno avuto carriere di grande successo.

La bellezza di questo show ideato per la fascia pre-adolescenziale e i giovani adulti alla fine degli anni ’90, è ancora tremendamente attuale. I millennial amano rivedere gli episodi di Dawson’s Creek, nonostante siano passati decenni dall’ultimo capitolo indimenticabile, prontamente è arrivato il colosso del mondo streaming ad accontentare i vecchi e i nuovi spettatori. L’entusiasmo con la quale è stata accolta la notizia della disponibilità su Netflix delle sei serie complete, ha dimostrato una profonda nostalgia tra il pubblico ormai ultra trentenne. Voi eravate Team Pacey o Team Dawson?

passeggiata ricordare newscinema compressed

Una passeggiata da ricordare

Questo classico della fine degli anni ’90, basato sul romanzo di Nicholas Sparks, è stato pubblicato pochi anni dopo la prima di Dawson’s Creek e ha attirato la stessa base di fan. È un classico dramma adolescenziale di formazione, sull’amore giovanile e le relazioni nate durante gli anni del liceo. Tra tanto amore, ci sarà spazio anche per una valle di lacrime, negli occhi del pubblico, che ogni volta non può far a meno di avere in mano un fazzoletto.

Una giovanissima Mandy Moore e il suo co-protagonista Shane West, hanno una chimica fantastica che rende questa storia d’amore irresistibile e da vedere e rivedere.

perunasolaestate newscinema compressed

Per una sola estate

Per i fan di Dawson’s Creek che ogni settimana si sintonizzavano per vedere se Joey sarebbe finito con Pacey o con Dawson , questo è un film perfetto per te. In questo film, Sam esce con Jasper da un po’, ma tutto cambia quando incontra Kelley.

Kelley e Sam si rendono conto di essere innamorati abbastanza rapidamente e, nonostante tutte le loro differenze, restano uniti finché Sam non riceve delle brutte notizie. Questa giovane storia d’amore giunge a una tragica fine quasi con la stessa rapidità con cui è iniziata. Consiglio anche qui un pacchetto di fazzoletti vicino alla poltrona.

Leggi anche: Dawson’s Creek sbarca su Netflix | 10 scene per rinfrescare la memoria

varsityblues newscinema compressed
varsityblues newscinema compressed

Varsity Blues

Con la crescita della popolarità in tutto il mondo di Dawson’s Creek , il pubblico ha iniziato a vedere i personaggi principali in film e altre serie tv. Infatti, le porte di Hollywood ben presto si aprirono per i quattro attori principali, soprattutto al cinema. Sen hanno iniziato ad aprirsi per i quattro giovani attori della serie e hanno iniziato a presentarsi, non solo sui nostri schermi televisivi, ma anche sul grande schermo.

James Van Der Beek ha recitato in Varsity Blues un anno dopo la prima di Dawson’s Creek . James interpreta Mox, un giocatore di football del liceo in Texas, riuscendo a mostrarlo in un’inedita versione, rispetto a quella del timido Dawson. Questo film ha permesso ai fan di vedere Van Der Beek sotto una nuova luce, il che ha consolidato il suo nome nel settore.

generazioneperfetta newscinema compressed

Generazione perfetta

Crescere è stato difficile per Joey e si vede. I fan hanno adorato le complessità di questo personaggio e sono legate all’angoscia adolescenziale. La perdita della mamma, i problemi di droga del padre e la sorella maggiore impegnata e preoccupata a prendersi cura di lei è stato il clima familiare nel quale è cresciuta la bella Joey.

Questa sua storia triste unita al suo carattere diligente e serio a scuola, è riuscita a renderla uno dei personaggi più amati degli anni ’90 e 2000, soprattutto per il pubblico femminile. Proprio lei, a gran sorpresa, diventa la protagonista del thriller degli anni ’90 Generazione perfetta. Katie Holmes mostra un inedito lato oscuro, all’interno di un gruppo di adolescenti che scoprono che i loro compagni di classe “perfetti” stanno effettivamente subendo il lavaggio del cervello e combattono contro l’amministrazione che cerca di fare il lavaggio del cervello anche a loro.

Leggi anche: Space Jam | Cosa sappiamo sul sequel del film anni ’90

greatestshowman newscinema compressed

The Greatest Showman

Michelle Williams è stata fantastica in Dawson’s Creek, diventando una delle migliori attrici della nostra generazione. Ci sono tonnellate di film con lei in veste di protagonista e co-protagonista che dovrebbero essere visti, ma per i fan della serie, The Greatest Showman è un punto di partenza divertente e adatto alle famiglie. Se non avete visto questo gioiellino, dovete correre subito ai ripari!

Non è un mistero se dico che lei è probabilmente il talento di maggior successo uscito dalla serie ambientata a Capeside. Successo confermato tra l’altro, dopo aver recitato in numerosi film, guadagnandosi innumerevoli premi e riconoscimenti.

the best of me newscinema compressed

The Best of Me – Il meglio di me

Questo è un altro romanzo di Nicholas Sparks, diventato un lungometraggio, che dà al pubblico quella sensazione di nostalgia per il loro primo amore. Visto che Dawson è stato il primo amore di Joey, anche se alla fine non finiscono insieme, il filmricorda quella storia d’amore.
James Marsden e Michelle Monaghan si innamorano da bambini e si riuniscono anni dopo, portando ancora quell’amore l’uno per l’altra nella loro età adulta. La trama e il fatto che il personaggio di Marsden si chiami Dawson sembra un segno del destino per tutti i fan di Dawson’s Creek. 

Leggi anche: Nostalgia anni ’90? Ecco quali serie meriterebbero un reboot

cruel intentions newscinema compressed

Cruel Intentions

Questo film è perfetto per i fan di Dawson’s Creek che provano un po’ di nostalgia degli anni ’90.
Cruel Intentions è stato un vero e proprio fenomeno negli adolescenti che all’epoca, presero d’assalto le sale cinematografiche per vedere l’affascinante Sebastian e le sue avventure amorose e scolastiche. Dati i contenuti sessuali espliciti, è stato il film ‘tabù’ che molti ragazzini videro di nascosto a casa degli amici quando uscì in vhs.

Interpretato da Sarah Michelle Gellar e Ryan Phillippe insieme a una sfilza di altri attori che hanno guadagnato popolarità alla fine degli anni ’90, ha visto il coinvolgimento anche della star di Dawson’s Creek , Joshua Jackson, ricoprendo un grande ruolo di supporto nel film.

the skulls newscinema compressed

The Skulls

Joshua Jackson è il protagonista di questo film realizzato sempre alla fine degli anni ’90. La storia narrata nel lungometraggio potrebbe dare uno sguardo a cosa avrebbe potuto affrontare Pacey se fosse finito alla scuola della Ivy League e avesse fatto parte di una società segreta.

Questo film è basato sulle storie della società segreta di Yale e su alcune delle teorie del complotto che circolano da anni da quelle parti. È uno sguardo oscuro ed emozionante allo stato d’élite e a cosa potrebbe comportare.

Leggi anche: Le 10 serie tv degli anni ’90 più ricercate su Google

10 cosecheodiodite newscinema compressed

10 Cose Che Odio Di Te

Dawson’s Creek drammatico per natura, ha anche avuto molti momenti divertenti, spensierati e persino incoraggianti nelle sei stagioni in cui è andato in onda. La commedia romantica per adolescenti degli anni ’90, 10 cose che odio di te , ha lo stesso equilibrio di risate e lacrime ed è un film fantastico da guardare per i millennial che cercano di fare una passeggiata nella memoria.

Questo film ha anche un grande numero musicale, che i fan di Dawson’s Creek adoreranno, soprattutto se hanno amato il momento musicale memorabile di Joey nella serie…

vicinoatenonhopaura newscinema compressed

Vicino a te non ho paura

I fan di Dawson’s Creek adoreranno questo altro film di Nicholas Sparks , non solo per il romanticismo, ma anche per l’ambientazione. Una delle parti più amate dai fan della serie è stata la bellissima cittadina sull’acqua, dove i ragazzi per andare a trovare gli amici oltre alla macchina, prendevano una barchetta e dei remi.

Lo spettacolo era ambientato nella città immaginaria di Capeside, nel Massachusetts, ma in realtà è stato girato a Wilmington, nel North Carolina. Anche Vicino a te non ho paura con Julianne Hough e Josh Duhamel, è stato girato a Wilmington e ha gli stessi meravigliosi sfondi che potrebbero indurre qualsiasi spettatore a mollare tutto e a trasferirsi immersi in quella pace.

Continue Reading

Cinema

La Stanza | un thriller che usa il corpo degli attori per ingannare lo spettatore

Published

on

dscf3067 lastanza

Dallo scorso 4 gennaio è disponibile in streaming su Amazon Prime Video il thriller psicologico La Stanza, film prodotto dalla Lucky Red di Andrea Occhipinti. Terzo lungometraggio per Stefano Lodovichi, autore anche del soggetto, il film si basa su di uno spunto che inizialmente avrebbe dovuto dare origine ad un documentario sugli Hikikomori, ovvero coloro che hanno scelto di ritirarsi fisicamente dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento. La Stanza è poi diventato un progetto forse ancora più complesso e cinematograficamente ambizioso di quanto inizialmente preventivato.

La Stanza | come una nave in tempesta

Il secondo personaggio che viene presentato, lo Sconosciuto che “invade” la dimora di Camilla il giorno in cui lei ha deciso di farla finita, viene accompagnato dal rombo di un tuono che immediatamente setta l’atmosfera del racconto: la casa in cui si svolgerà la narrazione è subito presentata come una nave in tempesta, in balia delle onde, un luogo precario dove non si è mai al sicuro, dove tutto scricchiola e neanche le pareti sono in grado di nascondere le proprie crepe. Così la gabbia che imprigiona i tre personaggi si presenta come luogo/nonluogo a sé, isola nel cielo, “set spettralvitale” per usare una definizione cara ad Enrico Ghezzi. Ma soprattutto quella entrata in scena, apparentemente illogica ed implausibile, è resa credibile proprio dagli attori in campo. È la loro recitazione a rendere accettabili soluzioni narrative altrimenti improbabili, a cominciare proprio dal pretesto iniziale che sancisce l’entrata dello Sconosciuto nella casa e che innesca l’inizio della trama sceneggiata da Lodovichi con Francesco Agostini e Filippo Gili.

dscf1334 lastanza 1024x683 1

Il modo in cui Camilla Filippi decide di far entrare lo Sconosciuto nella propria casa (un lugubre b&b in stile art nouveau) suggerisce fin dai primi minuti un senso di consapevolezza e di accettazione che accompagnerà ogni successivo snodo cruciale del film. Lo stesso sentimento di resa che poi, successivamente, spingerà il personaggio di Edoardo Pesce a non farsi troppe domande sulla grande rivelazione finale. Tutti sembrano accettare ipso facto le proprie colpe, sembrano già coscienti del fatto che in qualche modo dovranno espiarle o cercare di rimediare ad esse, inutile fare questioni. Tanto basta per motivare quelle soluzioni, che trovano la loro spiegazione nel modo in cui gli attori le mettono in scena e non nella loro plausibilità narrativa. Tutto questo, infatti, non è raccontato dalla sceneggiatura (che invece in altri momenti interviene a spiegare cose che l’ottima messa in scena forse basterebbe a giustificare), ma semplicemente dal sound-design, dalla recitazione e dal taglio delle inquadrature. Sono i corpi dei protagonisti e il design dell’ambientazione a smentire immediatamente una parvenza di normalità che nessuno può mantenere ma che tutti credono di poter simulare.

Depistare lo spettatore

È come se La Stanza contenesse in sé due film apparentemente diversi e non conciliabili: quello che emerge dalla narrazione e dai dialoghi e quello che invece emerge dalle immagini e dai movimenti dei personaggi, che in ogni momento allontanano l’attenzione dello spettatore da tutti quegli indizi che la sceneggiatura non si fa scrupolo a disseminare per aiutare chi guarda a “comprendere” l’enigma prima che questo venga effettivamente risolto dal film. Una separazione fra ciò che vediamo e ciò che la narrazione vorrebbe farci capire che inganna lo sguardo dello spettatore e lo conduce a conclusioni sbagliate.

dscf2880 lastanza 1024x683 1

Se infatti, seguendo con freddezza e distacco lo svolgimento del racconto, si potrebbe indovinare la risoluzione finale prima che essa venga esplicitata, i tre interpreti riescono, attraverso il loro atteggiamento ambiguo e le loro espressioni, a depistare lo spettatore, rendendo i propri personaggi difficilmente inquadrabili. In questo senso è encomiabile il lavoro svolto da Guido Caprino, capace, esclusivamente attraverso le movenze e la mimica, di ingannare il pubblico e convincerlo ad immaginare tutt’altro profilo per il suo personaggio Sconosciuto, la cui faccia è paradossalmente una maschera che ne nasconde le reali sembianze.

Tra metafora e pericolo palpabile

In linea con il gusto predominante nell’horror moderno (specialmente in quello indie americano), La Stanza fa della sua trama una enorme metafora per raccontare qualcos’altro. Nonostante ciò, Lodovichi si impegna affinché il significato allegorico del suo film non inghiotta tutto il resto. Così le violenze narrate (anche semplicemente a parole e avvenute fuori scena) sono perpetrate da persone in carne ed ossa e lasciano vere ferite sul corpo di chi le subisce. Tutti i dolori sperimentati dai personaggi sono visibili attraverso i tagli e gli sfregi che hanno lasciato sulla loro pelle. La sofferenza fisica, a cui recentemente il cinema ha preferito paure impalpabili ed invisibili, è tornata ad occupare un ruolo di primo piano in questo tipo di storie.

Anche per questo, La Stanza si rivela un ottimo prodotto di genere. Uno che, nonostante qualche ingenuità, funziona proprio perché Lodovichi sembra sapere perfettamente dove un film come il suo non può permettersi di sbagliare.

La Stanza | il trailer del film

Nessuna recensione trovata! Inserire un identificatore per la recensione valido.

Continue Reading
Advertisement

Facebook

Advertisement

Popolari