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Anche il 35enne Dave Franco ha deciso di sposare la tradizione di famiglia cimentandosi come sceneggiatore, produttore e regista. Il debutto dietro la macchina da presa avviene con un horror low budget Rated-R incentrato sulla peggiore delle situazioni che potrebbero verificarsi dopo aver affittato una casa per le vacanze tramite una piattaforma online.

The Rental | il nuovo horror di Dave Franco

Lo spunto di The Rental non è poi così innovativo: un gruppo di giovani affitta una casa per un paio di giorni, all’inizio sembra un posto da sogno ed improvvisamente si rivela il teatro di un incubo senza fine. Se spesso protagoniste di questo genere di film sono famiglie disfunzionali alle prese con forze sovrannaturali (come nel recente You Should Have Left di David Koepp), in questo caso il pericolo è più tangibile. Ma la minacciosa presenza/assenza finirà, in linea con il gusto del filone slasher anni 80, per rivelare capacità non propriamente umane e per diventare inscindibile dalla classica maschera d’ordinanza che indossa.

Quello che davvero interessa di The Rental (e che è molto in linea con gli horror degli ultimi due-tre anni) è la durezza nel tono. I personaggi del cinema horror moderno non sono felici giovanotti che si trovano a sperimentare una violenza inaspettata che squarcia la loro frivolezza, ma sono persone già frollate da traumi e tragedie personali, che vedono nella violenza improvvisa uno sbocco reale (e forse inevitabile) dei loro travagli interiori. Dave Franco e il co-sceneggiatore Joe Swanberg sono abbastanza intelligenti da leggere questi cambiamenti nel genere (ormai divenuti strutturali e completamente assorbiti anche dalle produzioni mainstream dopo decenni di passioni fantasmatiche) e da scrivere il film avendo già in mente il pubblico di riferimento.  

Una narrazione fuorviante

La dinamica tra i quattro personaggi è fin da subito interessante proprio perché tra loro esiste già una complessa tensione sessuale e sociale: non è quindi solo il luogo ad incuriosire, ma anche le relazioni fra le persone che lo abitano. È quando le cose si fanno davvero cruente e spaventose, che il film perde improvvisamente la sua carica drammatica, pensando, ingenuamente, che la componente slasher del film possa essere realizzata con meno cura perché secondaria, nella costruzione della tensione, rispetto all’approfondimento psicologico. The Rental infila nella sceneggiatura anche l’aspetto razziale, gestendolo però con poca delicatezza. Mina (Vand), l’unico personaggio straniero del gruppo (l’attrice è di origine iraniana), è vittima del malcelato razzismo del custode della villa, che viene così usato per costruire conflitti e un falso antagonista. Ma è proprio nel momento in gli eroi in pericolo cominciano ad apparire allo spettatore come i cattivi, tutto sommato sacrificabili, che viene meno la potenza e la carica drammatica della minaccia che emerge dall’oscurità.

La violenza tra astrazione e concretezza

Se l’elegante regia di Dave Franco aderisce perfettamente al codice visivo del genere horror indipendente americano, il principale difetto del suo film è in fondo proprio la mancata operazione di sintesi fra ambizioni e forma. Se l’evidente respiro da b-movie (nonostante i nomi coinvolti, da Dan Stevens ad Alison Brie) poteva essere un elemento di forza, la riflessione sul pericolo senza volto e senza nome che pende sull’esistenza di ciascuno di noi è fin troppo smaccata. Abbracciare fino in fondo la propria anima slasher, avrebbe probabilmente giovato.

The Rental | la recensione del thriller di Dave Franco disponibile su Prime Video
3.3 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Recensioni

Asterix e Obelix – Il regno di mezzo: la recensione in anteprima del film

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asterix e obelix - il regno di mezzo

Gilles Lellouche e Guillaume Canet nei panni di Obelix e Asterix

Asterix e Obelix - Il regno di mezzo: la recensione del film


3.3
Punteggio

Regia

Sceneggiatura

Cast

Colonna Sonora

Diretto e interpretato da Guillaume Canet, Asterix e Obelix – Il regno di mezzo esce nelle sale italiane il 2 febbraio 2023. Quinto film live action a prendere ispirazione dai fumetti di René Goscinny e Albert Uderzo, e primo a non avere Gérard Depardieu nei panni di Obelix.

Asterix e Obelix – Il regno di mezzo è ambientato nel 50 a.C.. La Gallia è occupata dai Romani, a eccezione di un piccolo villaggio che ancora resiste ai continui attacchi degli invasori. Qui vivono Asterix (Guillaume Canet) e Obelix (Gilles Lellouche), amici da una vita e coinquilini nella casa dei genitori del primo.

asterix e obelix regno di mezzo

Una scena di Asterix e Obelix – Il regno di mezzo

Spesso impegnati in avventure e imprese non esattamente alla loro portata, Asterix e Obelix si ritrovano, loro malgrado, coinvolti in una nuova missione. Questa volta, al centro della storia – per la prima volta non basata su un fumetto, ma sullo script di Philippe Mechelen e Julien Hervé – si trova Fu Yi, figlia (interpretata dalla bella Julie Chen) dell’imperatrice della Cina.

Mentre tenta di difendersi da chi cerca di detronizzarla, per impossessarsi dei suoi territori, l’imperatrice chiede alla figlia di fuggire e di tornare con dei rinforzi. Sarà così che Asterix e Obelix verrano reclutati da Fu Yi e da Maidiremaix (Jonathan Cohen), mercante e affabulatore innamorato della principessa.

Dopo aver lasciato la loro amata Gallia, i due simpatici protagonisti toccheranno varie parti del mondo, prima di raggiungere la Cina. Nel frattempo, sulle loro tracce, ingolosito dalla possibilità della conquista dell’impero, si metterà addirittura Giulio Cesare (Vincent Cassel), deluso dalla recente relazione con Cleopatra (Marion Cotillard).

Chi è il pubblico ideale di Asterix e Obelix

Partiamo subito col dire che il target di Asterix e Obelix – Il regno di mezzo è da rintracciarsi in un pubblico molto giovane. Sebbene si trovino, seminate qui e là, strizzate d’occhio e rimandi identificabili da spettatori adulti, la semplicità del racconto è incontrovertibile. Certo, la partecipazione di un cast d’eccezione, composto dal meglio del cinema francese, dona dignità al progetto.

asterix e obelix - il regno di mezzo

Gilles Lellouche e Guillaume Canet in una scena di Asterix e Obelix – Il regno di mezzo

L’idea di Anne Goscinny, figlia del creatore originale dei fumetti, di rinnovare il franchise ha portato alla realizzazione di un prodotto, per così dire, ibrido. La personalità e il mestiere di uno come Canet vengono messi al servizio della commedia più demenziale. Il corto circuito si palesa, di tanto in tanto, nel corso della fruizione.

Alcune battute appaiono esilaranti, merito anche della bravura nel gestire i tempi comici e della sintonia che il cineasta ha con l’amico e collega Lellouche. Altri momenti potrebbero essere stati partoriti da uno qualsiasi dei nostri cinepanettoni. Un esempio su tutti è dato dalle comparsate di Zlatan Ibrahimovic, nei panni del generale Antivirus.

Stili e temi di Asterix e Obelix – Il regno di mezzo

In quanto alla costruzione, Asterix e Obelix – Il regno di mezzo può vantare su alcuni elementi non trascurabili. La colonna sonora ne diviene un valore aggiunto, grazie soprattutto all’utilizzo di canzoni molto riconoscibili per descrivere momenti della trama o stati d’animo dei personaggi. E si crea, talvolta, qualcosa di simile a un musical.

L’ironia è, chiaramente, alla base di tutto. E non potrebbe essere altrimenti, considerando il modo in cui ciascun attore si presta a mettersi in ridicolo. La genuinità è il secondo fattore che caratterizza il progetto, senza alcuna pretesa, ma capace di intrattenere.

ibrahimovic asterix e obelix

Zlatan Ibrahimovic nei panni di Antivirus

Nel mezzo, è possibile persino rintracciare una sorta di simpatica critica allo stile di vita e al modus operandi degli antichi Romani, all’idolatria, alla volubilità delle donne, ma anche un plauso alla loro determinazione e intraprendenza. Fulcro di tutto resta l’amicizia, che muove e lega Asterix e Obelix, portandoli ad affrontare missioni ai confini del mondo e a gestire sentimenti importanti.


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Recensioni

Il primo giorno della mia vita | La recensione del film di Paolo Genovese

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il primo giorno della mia vita poster

il primo giorno della mia vita poster

Il primo giorno della mia vita | La recensione del film di Paolo Genovese


3.8
Punteggio

Regia

Sceneggiatura

Cast

Colonna Sonora

In uscita nei cinema il 26 gennaio 2023, Il primo giorno della mia vita riporta Paolo Genovese dietro la macchina da presa. Per l’occasione, il cineasta romano raduna un cast stellare, capitanato da Toni Servillo e composto da Valerio Mastandrea, Margherita Buy e Sara Serraiocco.

Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Genovese, Il primo giorno della mia vita racconta i destini incrociati di un piccolo gruppo di personaggi, uniti da un peso che grava sulle loro spalle e lavora nella loro mente, schiacciandoli in maniera pericolosa.

il primo giorno della mia vita

Valerio Mastandrea, Toni Servillo, Margherita Buy e Gabriele Cristini in una scena del film

Fil rouge della pellicola, il tema del suicidio viene, in un certo senso, sdoganato e affrontato anche con ironia. Nel tentativo di non mancare di rispetto, nè di offendere la sensibilità, quanto piuttosto di non fermarsi alle apparenze, Genovese mette in scena situazioni diverse, sfumate e comuni.

Ciascuno dei protagonisti attraversa un momento particolare della propria esistenza, così complicato da non permettergli di vedere oltre. Arianna (Margherita Buy) ha perso una figlia adolescente, Emilia (Sara Serraiocco) vive su una sedia a rotelle, Daniele (Gabriele Cristini) ha dei genitori che non lo capiscono, Napoleone (Valerio Mastandrea) soffre di una depressione profonda.

Tutti e quattro hanno preso, nella stessa notte, la decisione di togliersi la vita. Nell’isttante in cui stanno per compiere l’atto, un uomo (Toi Servillo) si presenta loro e gli fa una proposta. Chiede sette giorni, durante i quali nessuno potrà vederli o sentirli, ma avranno modo di riflettere se è davvero ciò che vogliono.

Il primo giorno della mia vita | La seconda chance

Se a prima vista il progetto può somigliare a qualcosa di già noto, è semplicemente perché la sua forza non sta nell’originalità, ma nel messaggio che trasmette e che, forse, non è mai superfluo ribadire. Avere una seconda possibilità non avviene così spesso e volentieri, come magari si vorrebbe. Ma se succedesse, quanti sarebbero in grado di sfruttare l’occasione?

Ne Il primo giorno della mia vita siamo dinanzi a un punto cruciale, dal quale dipende l’esistenza, nel senso più generale del termine. Il percorso compiuto dai personaggi mostra quante e quali possono essere le difficoltà di un qualsiasi essere umano. La perdita di una persona amata, la mancanza di chi dovrebbe essere una guida e un’ancora, la sensazione di non essere mai abbastanza, il vuoto interiore.

Nel mezzo del racconto, il film va a scovare tanti piccoli particolari che fanno parte della vita comune, e che, se da un lato la arricchiscono, dall’altro la complicano inevitabilmente. Ecco perché non è così facile nè immediato arrivare a compiere una scelta, nell’una o nell’altra direzione. Ed ecco perché le figure in campo ci appaiono vere e ci rispecchiano.

Il senso della felicità

Ciò che è chiaro e fulminante, nella sua indiscutibile semplicità, è il discorso sull’essere felici. In quella che è, senza dubbio, una delle scene più poetiche, toccanti ed esemplari della pellicola, ci viene svelata una verità. Probabilmente tutti la conoscono, ma in pochi la tengono a mente.

La felicità è un concetto evanescente, non è uno status permanente, nè tantomeno un traguardo irraggiungibile. Il senso ultimo sta in una frase: «L’unica cosa che conta è che abbiate nostalgia della felicità, così forse vi verrà voglia di cercarla».

Uomini e donne, simboleggiati da lucine in lontananza, vivono di rimpianti, di sofferenze, di paure. A volte, basta cambiare prospettiva, per rendersi conto che esistono delle alternative, e che forse ne vale davvero la pena; altre, bisogna imparare a convivere con il dolore, e a trasformarlo in qualcosa di produttivo.

In poco più di due ore, Il primo giorno della mia vita porta lo spettatore a interrogarsi, nel profondo, regalandogli un misto di emozioni – ottimamente supportato dalla colonna sonora – che non se ne va.


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Recensioni

Babylon: recensione | La fantasia corrotta di un kolossal delirante

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La locandina di Babylon (fonte: IMDB)

La locandina di Babylon (fonte: IMDB)

Babylon: recensione | La fantasia corrotta di un kolossal delirante


3.4
Punteggio

Regia

Sceneggiatura

Cast

Colonna Sonora

Damien Chazelle torna al cinema con Babylon: kolossal ambizioso che, nel del caos che vorrebbe raccontare, perde la presa sui personaggi e li abbandona in una spirale di scene grottesche e assurde.

Ci vorranno tre ore di film prima che Damien Chazelle, al termine del suo baldanzoso e rumorosissimo Babylon, ammetta in tutta onestà la sconfitta rispetto al film che aveva il desiderio di rifare (plagiare?) e ampliare: quel Singin’ in the Rain che nel 1952 fu effigie di una Hollywood travolta dal sonoro, in cui l’energia comica e lo slancio amoroso trovavano una loro sintesi nella perfetta stilizzazione coreografica.

Una scena di Babylon (fonte: IMDB)

Una scena di Babylon (fonte: IMDB)

Pur nella sua smodata ambizione, il kolossal di Chazelle si trascina verso un finale che ne ridimensiona le aspirazioni iniziali, nella convinzione che è impossibile ormai fare davvero qualcosa di originale (sul grande schermo, forse altrove sì?), che tutto è condannato ad essere pastiche cinematografico, Frankenstein post-moderno.

Il racconto di Chazelle si presenta così nella forma di una fantasia che si svolge nella mente di un disperato appassionato-cinefilo che, prima da spettatore e poi da regista, ausculta i testi di autori diventati polvere da decenni per catturarne il battito e coglierne un soffio di vitalità che possa rianimare il corpo stremato del cinema presente.

Dovunque si posi il suo sguardo c’è il segno senza rimedio della corruzione: sulla terra «c’è una falla, una vergogna, c’è l’uomo». Parole, immagini, suoni, tutto genera disgusto: orrore, nausea, raccapriccio riflettono con il linguaggio delirante della visione quello che è un mondo in rovina e decadimento, diventato piaga, fetore, disgusto di sé, lacerazione.

Leggi anche: Dietro le quinte del bacio lesbo di Babylon: “C’era miele dappertutto”

Chazelle si appella alla perversione della cronaca per giustificare la propria tracotanza narrativa, rifugiandosi nella filologia – vera o inventata che sia – per fondare su un terreno più solido quelle che sono fantasticherie surreali.

Da un lato, Babylon ha il bisogno di appoggiarsi su citazioni, riferimenti, rimandi alla realtà, dall’altro cerca di abbandonarsi all’incontenibile anarchia delle immagini, che raccontano ciò che vogliono, quel che passa per i loro innumerevoli significati potenziali: sognano, suggeriscono, si lasciano allucinare da sé stesse, con risultati tanto ammalianti quanto ridicoli.

Babylon | un film tracotante e insolente

Ogni scena è carica di un disvalore sensoriale, una raffica di sconcezze che come pallottole si scaricano addosso a chi guarda: le fantasmagorie, messe in scena minuziosamente, ambiscono a uno statuto allegorico e, ancora di più, misterico, ma l’effetto è convulsivo, quasi epilettico.

Margot Robbie in Babylon (fonte: IMDB)

Margot Robbie in Babylon (fonte: IMDB)

Meno efficace è invece il film quando usa i suoi personaggi per vendicarsi, con una buona dose di moralismo, della criminale frivolezza dello star system, dei piaceri che si procacciano questi ricchissimi e vanagloriosi divi, dei privilegi e dei lussi di cui godono, sommergendoli di improperi e liquidi come in Triangle of Sadness di Östlund.

È una contestazione dissacrante che si dispiega in tutte le declinazioni e maniere, tignosamente, al punto da chiedersi se sia indice di un reale fastidio o di una banale posa da iconoclasta.

Leggi anche: 10 film da recuperare secondo Damien Chazelle

Insospettabilmente Babylon si rivela, con il suo incedere, molto più vicino al funereo Il Primo Uomo (anche qui c’è una notizia dolorosa comunicata al telefono che cambierà il corso del film) che al romanticismo fuori tempo massimo di La La Land: il videoclip finale, con il montaggio serrato di sequenze filmiche dagli anni Cinquanta ad oggi, sembra essere, forse capovolgendo le reali intenzioni di Chazelle, non una testimonianza di resistenza e di vitalità del mezzo, ma del fallimento di una lotta (quella per la visione in sala) e del naufragare delle speranze, per un tipo di cinema di cui Babylon è magniloquente esempio, di estinguersi con dignità e il più tardi possibile.


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