In uscita nelle sale italiane il 18 settembre, distribuito da Officine UBU, Tutto quello che resta di te di Cherien Dabis è un’opera profondamente intima, che affonda però le sue radici nella politica e nel dolore del conflitto israeliano-palestinese.
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Presentato al Sundance Film Festival e a numerose altre kermesse internazionali, dove è sempre stato accolto calorosamente, Tutto quello che resta di te simboleggia, in maniera semplice ma potente, il senso della Settima Arte.
Oltre al puro e semplice intrattenimento, più che nobile non c’è che dire, il cinema può e deve parlare di umanità. La pellicola di Cherien Dabis ne diviene una testimonianza eccezionale.
E ci sarebbe davvero tanto bisogno di più progetti simili. Non tanto perché tratta qualcosa che riguarda tutti noi da vicino e da ormai troppo tempo, quanto soprattutto per il modo in cui lo fa.
Sebbene sia indiscutibile il valore (nonché il messaggio) dal punto di vista politico, il film insiste su un lato più intimo, umano, comune dei protagonisti. Le gesta, i pensieri, le scelte divengono così facilmente comprensibili, portando la coscienza del pubblico a porsi delle domande.
Senza necessariamente schierarsi o identificarsi, sorgono spontanee delle riflessioni, che vanno al di là della questione del Bene e del Male, degli invasori e delle vittime, della vita e della morte. Tutto quello che resta di te è il candidato della Giordania agli Oscar 2026 come Miglior Film Straniero.
Tutto quello che resta di te: la trama del film candidato agli Oscar 2026
Nella Cisgiordania del 1988, Noor (Muhammad Abed Elrahman) è un giovane palestinese come tanti. Nonostante ciò che lo circonda, in un territorio occupato dove il pericolo si nasconde in ogni angolo, riesce a vivere la sua adolescenza in maniera abbastanza spensierata.
Un giorno, però, finisce per essere risucchiato in una manifestazione contro l’esercito israeliano, lasciandosi trasportare dalla folla e dalle emozioni che lo pervadono. Per uno sfortunato caso, un proiettile lo raggiunge e ferisce alla testa. Avvisata dell’accaduto, la madre Hanan (interpretata dalla stessa Dabis), si precipita sul posto.

Inizia così la missione dei genitori di Noor, decisi a salvare il figlio a tutti i costi. Non avendo i giusti macchinari, il ragazzo deve essere trasportato in un ospedale ad Haifa, in Israele, ma è necessario svolgere le pratiche burocratiche e avere tutti i documenti a posto per farlo.
Mentre i tempi si dilungano e la preoccupazione cresce, Hanan ripensa al passato e a ciò che li ha condotti sino a lì.
Il cinema come strumento di conoscenza e riflessione
Sviluppato in un arco temporale che va dal 1948 al 2002, Tutto quello che resta di te ha l’incredibile e meravigliosa capacità di raccontare una storia dentro la Storia. Senza mai voler giudicare o condannare – sebbene sia inevitabile il proprio personale punto di vista – la pellicola mette ben in evidenza la vita di chi si è visto portar via le radici e la terra.
Con forza, chiarezza e un amore impossibile da schiacciare, la Dabis si rivolge ai suoi ricordi, realizzando così un’opera che trascende i confini e la definizione cinematografici, per andare a colpire menti e cuore di chi guarda.

Se il contesto entro cui agiscono i personaggi ha una funzione precisa e importante, la storia – ispirata a eventi reali – di Noor, dei suoi genitori e dell’amatissimo nonno (a cui prestano il volto Adam Bakri prima e Mohammad Bakri da anziano) rappresenta il fulcro e il cuore del progetto.
Attraverso di loro veniamo inevitabilmente chiamati a partecipare in quanto esseri umani, coinvolti senza possibilità di replica e letteralmente travolti dalle emozioni.


