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Cinema

Tyler Rake | La recensione del film Netflix con Chris Hemsworth

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Tyler Rake è un mercenario del mercato nero con un passato da membro delle forze speciali australiane. In seguito ad una tragedia personale, l’uomo ha abbandonato il corpo e messo le proprie abilità al servizio del miglior offerente, con un istinto quasi suicida nell’accettare missioni impossibili. L’ultima di queste lo vede accettare la richiesta d’aiuto, dietro un lauto pagamento, da parte del signore della droga Mahajan, che pur essendo in carcere gestisce il cartello criminale nella natia Dhaka, in Bangladesh.

Il figlio adolescente del boss, Ovi Jr., è infatti finito nelle mani di una banda rivale che ora sta ricattando il padre. Il già arduo compito viene reso ulteriormente complicato dal doppiogiochismo di Saju Rav, il braccio destro di Mahajan nonché tutore del ragazzino, che agisce di testa proprio in quanto la sua stessa famiglia è ora minacciata dai complessi intrighi di potere che stanno sconvolgendo l’intera città. Tyler dovrà fare affidamento su tutta la sua esperienza, con il solo aiuto della bella socia Nick, e affrontare decine di avversari per sopravvivere e portare in salvo Ovi.

Tyler Rake – Ottime premesse

chris hemsworth

Chris Hemsworth

I fratelli Russo, dietro al clamoroso successo del dittico finale di Avengers, sono ormai richiestissimi non solo come registi ma anche nelle vesti di sceneggiatori e produttori: in questo caso Joe ha contribuito alla stesura dello script, con Anthony solo impegnato economicamente. E non deve stupire la presenza da protagonista di Chris Hemsworth, da tempo amico dei consanguinei per aver prestato il fisico al possente dio norreno Thor nella saga Marvel. Dietro la macchina da presa un altro nome fidato, ossia quel Sam Hargrave che è stato il coordinatore degli stunt nei succitati cinecomic e qui debutta dietro la macchina da presa.

Date queste premesse, Tyler Rake non poteva che essere un film incentrato sull’escalation di pura azione, nel quale la trama è puramente accessoria in due ore di visione votate al puro intrattenimento di genere, duro e puro e senza compromessi di sorta. L’insieme è piacevolmente lineare nel suo adrenalinico incedere, con le sfumature psicologiche affidate a brevi flasback che si dipanano nel corso del racconto e una confessione rivelatrice atta a spiegare con semplicità i moventi pseudo-masochistici del solitario mercenario.

Leggi anche: Chris Hemsworth, dalle soap opera ai fumetti il passo è breve

Tyler Rake – Quell’ultimo ponte

rudhraksh jaiswal e chris hemsworth

Rudhraksh Jaiswal e Chris Hemsworth

Tyler Rake, distribuito in esclusiva nel catalogo Netflix come produzione originale, svolge il suo compitino ludico con una sana efficacia e l’anima action, seppur debitrice – come vedremo a breve – sfrutta al meglio le ambientazioni della metropoli bengalese, frenetica e ideale nel suo dipanarsi di vicoletti ed edifici popolosi. L’impatto coreografico e relative sequenze a tema guardano non solo a recenti cult hollywoodiani quali la saga di John Wick, ma anche a grandi classici del recente cinema orientale, ossia il dittico di The Raid – in particolare il secondo episodio – e il coreano The villainess (2017), con uno stile ipercinetico e lunghi piani sequenza che scaturiscono un’esaltazione accattivante e genuina da parte degli amanti del filone.

Si riesce così a chiudere un occhio su una narrazione parzialmente forzata e prevedibile, epilogo incluso, e su improvvisi tradimenti e collaborazioni last-minute, fino ad una resa dei conti ambientata su un ponte che offre ai personaggi scene iconiche e pose plastiche nella miglior tradizione ottantiana. L’eterogeneo cast si offre con duttilità ai rispettivi, volutamente monotematici, alter-ego e l’esordiente regista mostra una certa personalità, tanto che siamo curiosi di vederlo all’opera in qualcosa di più originale e meno derivativo. Ma per una serata all’insegna di un facile e coinvolgente divertimento, Tyler Rake già basta e avanza.

Tyler Rake | La recensione del film Netflix con Chris Hemsworth
3.1 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto coi classici hollywoodiani e indagato, con il trascorrere degli anni, nella realtà cinematografiche più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte senza limiti di luogo o di tempo, sono attivo nel settore della critica di settore da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito di quella musicale.

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Cinema

TFF 38: Fried Barry, la recensione del delirante film di Ryan Kruger

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Diretto, prodotto e sceneggiato da Ryan Kruger, approda al Torino Film Festival edizione n.38, una  commedia fantascientifica intitolata Fried Barry. Il Sud Africa è il paese d’origine e Gary Green il suo protagonista.

Un uomo tossicodipendente e già di suo alquanto svalvolato, almeno all’apparenza, un giorno di punto in bianco viene scelto  dagli extraterrestri come cavia. L’alieno dentro di lui vuole provare dunque ogni tipo di esperienza umana e così come un’ameba l’uomo/alieno inizia a muoversi per inerzia in giro per la città, facendo ogni cosa e lasciandosi trasportare dagli eventi senza capacità di giudizio, finchè l’ospite avrà finito con questo inutile involucro.

Un film assurdo, con poca possibilità di percezione positiva. Tutta colpa o merito (dipende dal personale gradimento) di Ryan Kruger, visto il suo coinvolgimento nell’opera, avendo ricoperto i ruoli di regista, produttore e sceneggiatore. La scrittura come la messa in scena, peccano di banalità e troppo semplicismo; al nostro protagonista succedono cose davvero incredibili, ma non per spettacolarità quanto più per scadente plausibilità, come se ad ogni angolo della strada ci fosse qualcuno che aspetta proprio lui, per fare sesso o regalargli droghe o chissà cos’altro.

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Situazioni impensabili, personaggi strambi e poca cura per le performance attoriali come per il realismo delle azioni che compiono, con errori riconducibili ad un principiante alle prime armi.
Una nota positiva risiede invece nella fotografia, contraddistinta da un tono quasi finto patinato, mediante un uso accurato di luci e colori, che senz’altro esaltano il film perlomeno visivamente. 

Se si volesse provare a fare una sovralettura con l’intento di trovare un significato recondito e strettamente ispirato, si potrebbe parlare del corpo umano come semplice involucro, che viaggia parallelamente all’animo, all’essenza, a ciò che costituisce la coscienza e la volontà di agire.
Oltre a questo, noi umani abbiamo anche limiti dettati dalla nostra fragilità e dall’essere mortali, che gli alieni (almeno quelli di questo film) non sembrano avere. Pertanto da un lato ci si trova di fronte a limiti fisici, dall’altro ad emozioni che invece sono solo nostre, come l’amore, che per un alieno provare potrebbe voler dire godere di autenticità, un potere sconsiderato ed inaspettato agli occhi di un essere superiore.

Sicuramente il protagonista ha un impatto visivo peculiare, sottolineato da questo sguardo sempre allucinato che vanta una valenza macchiettistica, anche forte dell’aspetto fisico stesso dell’attore Gary Green. Detto questo, credo di aver voluto cercare un qualche messaggio un po’ troppo sofisticato per un prodotto delirante che si rivela essere caratterizzato da un potenziale interessante, ma realizzato davvero male, che non credo rimarrà nell’immaginario comune o meglio ci resterà saldo, ma per essere d’esempio quando ci si riferirà a prodotti di qualità infinitamente bassa.

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Cinema

TFF 38: Regina, la recensione del film

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Direttamente dal 38° Torino Film Festival arriva un dramma tutto nostrano, Regina, diretto da Alessandro Grande e interpretato tra gli altri da Francesco Montanari e Ginevra Francesconi.

Una ragazzina piena di sogni e speranze vive sola col padre dopo la prematura perdita della madre. Il loro è un forte legame, ma tutto si rompe apparentemente quando i due un giorno diventano protagonisti di una situazione più grande di loro, inaspettata. E’ qui dunque che il sogno di fare la cantante, sostenuto dal padre che a sua volta ha dovuto abbandonare il suo di musicista per crescere la figlia, si infrange, perchè non coincide con una confusione mentale ed emotiva, difficile da superare.

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Regina, un dramma realistico ed emozionante


Un film breve, di soli 82”, che racconta una storia complessa, non tanto nella trama quanto nella dinamica dei sentimenti, talmente delicati e intimi da essere difficili da trasmettere appieno agli occhi di chi osserva. Un dramma che sa di vero, intenso, che riesce ad infondere profondità tramite una storia pervasa di denso spessore. Una vita già distrutta da un evento drammatico che non ci viene mostrato ma solo suggerito, va poi incancrenendosi finendo in frantumi grazie al secondo avvenimento, il quale rompe l’equilibrio che i due protagonisti stavano cercando di ricostruire insieme.

L’ ennesima batosta di una famiglia spinta a sopportare e subire invece che scegliere, cercando di andare avanti, ma sporcata di menzogne e falsità che fanno da presupposto per cercare di stabilire una normalità. Queste fondamenta sono come un terreno franabile poiché niente è più saldo quando ciò che ti spinge non è sincero. La differenza la fa la propria coscienza, l’onestà che ci caratterizza; non si riesce a tener su una vita con basi fragili.

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Quando si è onesti di natura, non si può fare a meno di essere corretti, prima o poi si deve fare i conti con l’insormontabile peso della propria coscienza o si crollerà come un castello di carte. Il senso di colpa è ben rappresentato in questo film, tramite una ragazzina incapace di sopportare una ulteriore condanna senza colpa, in una vita troppo giovane per essere così già piena di traumi. Anche il feeling tra padre e figlia è perfetto; gli attori protagonisti sono riusciti a rendere l’affiatamento necessario, portando realismo e di conseguenza empatia con lo spettatore.

Peccato per un rallentamento circa a metà durata, delineato anche da un pochino di confusione che a tratti fa perdere man mano di incisività rispetto alla fase iniziale, inciampando su se stesso e perdendo ritmo e dinamicità. Tutto sommato, però, il messaggio arriva forte e chiaro, seppur con qualche difetto, rimane una pellicola da vedere che può toccare corde sensibili negli occhi di chi guarda. 

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Cinema

TFF38 | Funny Face, storia d’amore muta contro la violenza del Sistema

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A Girl Walks Home Alone at Night, come nell’omonimo film del 2014 di Ana Lily Amirpour. Ma la giovane musulmana di Funny Face, nuovo lavoro dell’americano Tim Sutton, non è una vampira come quella di Sheila Vand, bensì una ragazza in rotta di collisione con gli zii che la ospitano in casa e che vorrebbero imporle un coprifuoco destinato a non essere mai rispettato.

Nelle sue lunghe passeggiate notturne, Zama incrocerà un altro ragazzo inquieto di nome Saul, che come lei lotta contro un potere costituito, quello di chi vuole imporre dall’alto una gentrificazione forzata, espressione di un modello di sviluppo predatorio e violento.

Funny Face | il nuovo film di Tim Sutton

Il nuovo film di Tin Sutton fa di tutto per distinguere nettamente i personaggi: cambia tipo di fotografia a seconda di chi è in scena e pone tra loro e la macchina da presa materiali di separazione diversi (i vetri pulitissimi e oscurati del suv su cui viaggia Jonny Lee Miller, quelli sporchi e opachi della vettura di Saul e Zama). Pur scadendo spesso in similitudini facili e banali (le maschere come lo chador) e affidandosi pigramente ad immagini derivative per descrivere l’avidità delle classi più agiate (sesso e denaro), Funny Face marginalizza le ingenuità della propria scrittura lavorando maggiormente sugli spazi e rendendo le persone che li attraversano semplici fenomeni vibrazionali destinati ad essere abbattuti o, al massimo, impiegati per scopi utili a qualcuno o a qualcosa.

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La forma della città

I due, protagonisti pasolinianamente difensori della “forma della città”, sono agitati da un moto armonico che reagisce ad una perturbazione dell’equilibrio con una accelerazione di richiamo proporzionale allo spostamento subìto, come oggetti ancorati ad una molla. I due seguono traiettorie indefinibili che li fanno avanzare e poi li costringono sempre a tornare sui loro passi. Sutton li segue con la macchina da presa in queste loro lunghe camminate, a volte dalle spalle, a volte attraverso carrelli laterali che ricordano quelli che accompagnavano le passeggiate di Eszter Balint in Stranger Than Paradise di Jim Jarmusch.

La dilatazione dei tempi narrativi

Sutton, al solito, dilata i ritmi del racconto, si emancipa dalla necessità dei dialoghi (come il precedente Dark Knight, anche questo sarebbe ugualmente comprensibile senza di essi) e fa della stilizzazione estrema la sua cifra stilistica. La differenza tra le classi subalterne (gramscianamente “marginali” e mai “fondamentali”, non essendo in grado di competere per l’egemonia) e quelle dominanti sta nel modo in cui si affrontano le cose. Infatti se i due personaggi principali parlano pochissimo e sono mossi da emozioni e pulsioni istintive, che non possono essere spiegate, i ricchi imprenditori che vogliono occupare gli spazi in cui questi si muovono parlano tantissimo e spiegano i loro piani attraverso lunghi monologhi o estenuanti conversazioni.

Tyler Rake | La recensione del film Netflix con Chris Hemsworth
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