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Cinema

Venezia 78 | Madres Paralelas, Almodóvar regala a Penélope Cruz uno dei suoi ruoli migliori

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Nel nuovo film di Almodóvar, Madres Paralelas, il passato è costantemente indagato attraverso l’utilizzo di sonde e strumenti di rilevazione: dai tamponi rinofaringei utili a scoprire i reali genitori di un bambino, fino ai metal detector utilizzati per individuare le aree del terreno in cui scavare per esumare ciò che resta delle vittime del regime franchista. Una ricerca ossessiva di tracce, biologiche e inorganiche, dal passato che si oppone alla classica narrazione almodóvariana, interessata principalmente al racconto del “qui e ora”. Il cinema, condannato a guardare al passato sempre con gli occhi del presente, a doverlo necessariamente ricondurre all’oggi (il momento in cui il film esce o il momento in cui questo viene guardato), può solo rappresentare la ricerca disperata di ciò che non può direttamente mettere in scena senza la mediazione dei propri personaggi.

Come spesso accade con Almodóvar, anche la trama di Madres Paralelas è complicata dalla rapida accumulazione di coincidenze e parallelismi: la fotografa quarantenne Janis (Penélope Cruz) rimane incinta dopo il fugace incontro con un fascinoso antropologo forense con il quale si è accordata per la riesumazione dei cadaveri dei suoi familiari uccisi, sepolti e dimenticati durante la Guerra Civile spagnola. In ospedale fa la conoscenza di Ana, adolescente spaventata e traumatizzata dalla gravidanza. Il caso creerà un vincolo inscindibile tra le due e complicherà in maniera clamorosa le vite di entrambe.

La ricerca della “memoria storica” negata per decenni alla caduta del franchismo si sovrappone quindi alla ricerca più personale di Janis, che mira a ricomporre il proprio genogramma familiare per renderlo visibile (quindi comprensibile) allo spettatore. Ogni cosa è mediata dall’immagine: le foto, fondamentali per formare il proprio genogramma, rivelano tutto ciò che lo sguardo inconsapevolmente tende a non vedere nella realtà. Uno scatto può rivelare il volto di un padre di cui si ignorava l’identità o può cambiare le prospettive sul passato della propria famiglia.

Madres Paralelas | i triangoli famigliari

Attraverso il genogramma è possibile anche identificare i triangoli che compongono le relazioni famigliari (madre-padre-bambino, due madri e un bambino, tre madri) e comprenderne i meccanismi disfunzionali, sia da un punto di vista cognitivo che emotivo. È uno strumento che serve a mettere in luce le strutture triangolari della famiglia, il loro modo di evolvere e ripetersi nelle generazioni successive. Coglie in questo modo alleanze e distanze tra i membri di un nucleo famigliare, permettendo di comprendere il grado di fusione emotiva o di disintegrazione tra i membri. Utilizzando tale tecnica psicanalitica, Almodóvar colloca i suoi personaggi nella loro dimensione trigenerazionale e cerca di tracciare, per quanto possibile, l’evoluzione storica delle loro famiglie, ricordando e descrivendo le figure significative del passato e identificando i momenti di cambiamento dei rispettivi sistemi di riferimento. Così il regista si fa terapeuta boweniano, mai in grado di curare, ma anche lui terzo di un triangolo formato con le due protagoniste del film.

Un ruolo formidabile per Penélope Cruz

Perno di questa struttura geometrica è sempre Penélope Cruz, oggetto dello stesso lavoro fatto da Almodóvar in Dolor y Gloria su Antonio Banderas. Esaltando al massimo la sua naturale capacità di trattenere le emozioni per rilasciarle di colpo solo quando serve, il film fa capire a tutti cosa passa nella testa di questa madre così imperfetta, rende gli spettatori immediatamente consapevoli dei suoi molti cambi di idea, dei molti voltafaccia e dei rapidi mutamenti di opinione e intenzione. Le protagoniste sono due ma è Janis quella che detta i tempi: donna che svolge una professione in cui lo sguardo è determinante, ma che non è capace di vedere in maniera oggettiva ciò che la riguarda direttamente. Una difficoltà che la pone sempre in ritardo rispetto a chi ha il privilegio di poter osservare le cose dall’esterno e di comprenderle prima di lei. Le decisioni del suo personaggio sembrano irrazionali e dettate dall’emotività a tutti i personaggi tranne che allo spettatore, sempre emotivamente vicino a lei. E su questo, sull’empatia che lo spettatore prova nei confronti di Janis, lavora il montaggio, che ad ogni dissolvenza a nero avvolge teneramente in un abbraccio il corpo della Cruz.

Come sempre nel cinema di Almodóvar, i diversi modi in cui le donne, nel corso del film, decidono di modificare la loro immagine esteriore sono indispensabili per capirne i sommovimenti dell’anima (come in Julieta, anche in questo caso l’elaborazione di un lutto passa per un nuovo taglio di capelli). Ma anche solo la cura maniacale per la scenografia e gli interni è in grado di raccontare moltissimo di quello che è indispensabile sapere sulle due protagoniste. Ogni ambiente dice tutto cosicché non debbano essere i dialoghi ad affermarlo: la casa alto borghese di Ana e quella medio borghese di Janis, piena di stoviglie colorate, verdure, frutta, patate e coltelli rosa. È il cinema fatto con le immagini prima che con le parole, quello capace di descrivere la condizione emotiva di un personaggio facendogli indossare una tuta fluo o un vetusto push-up.

Venezia 78 | Madres Paralelas, Almodóvar regala a Penélope Cruz uno dei suoi ruoli migliori
4.0 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Studente presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Autore di diversi articoli pubblicati su mensili locali quali Bisceglie in Diretta e Il Biscegliese e siti d’informazione online locali e non. Ha collaborato con siti di informazione videoludica, come GameBack, GamesArmy e gamempire.it. Attualmente è redattore di Bisceglie24 e gestisce il blog cinematografico Strangerthancinema.it.

Cinema

Ancora più Bello: le video interviste esclusive a tutto il cast

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Ancora più Bello arriva al cinema dal 16 settembre in 350 copie, distribuito da Eagle Pictures. Si tratta del secondo capitolo della trilogia dedicata alle avventure sentimentali di Marta, adolescente affetta da una malattia che affronta con grande dose di ottimismo, e del suo gruppo di amici. (Qui la recensione del film)

Diretto da Claudio Norza, da un’idea di Roberto Proia, che lo ha anche sceneggiato insieme con Michela Straniero – si svolge esattamente un anno dopo i fatti raccontati nel primo capitolo (Sul più bello, diretto da Alice Filippi). Nel cast Ludovica Francesconi, Giancarlo Commare, Gaja Masciale, Jozef Gjura, Jenny De Nucci, Diego Giangrasso che abbiamo incontrato a Roma. Qui sotto le video interviste realizzate da Sabrina Colangeli per MadRog Cinema, il nostro canale youtube ufficiale.

Ancora più Bello: la sinossi del film

Dopo dodici mesi, la storia tra Marta (Ludovica Francesconi) e Arturo è finita. “In amore gli opposti si attraggono ma alla fine si lasciano”, si ripete Marta, che giura a se stessa di voler rimanere da sola per un po’ e continua a convivere con ottimismo con la malattia che da sempre l’accompagna. Ma quando arriva Gabriele (Giancarlo Commare), un giovane disegnatore tanto dolce e premuroso quanto buffo e insicuro, Marta riconosce che potrebbe essere lui l’anima gemella che non riusciva a trovare in Arturo. Ma prima di farsi coinvolgere del tutto in una nuova storia, è sempre meglio aver chiuso definitivamente con quella precedente.

Approfittando di un temporaneo trasferimento di Gabriele a Parigi, Marta cerca di schiarirsi le idee anche grazie all’aiuto dei suoi amici di sempre Federica (Gaja Masciale) e Jacopo (Jozef Gjura). Mentre ormai è sempre più convinta a lasciarsi andare alla storia con Gabriele, il ragazzo in preda alla gelosia commette un errore imperdonabile, che li farà separare. Quando tutto sembra andare storto arriva però una telefonata dall’ospedale che cambia le priorità di tutti: c’è un donatore compatibile per Marta. 

Il resto sarà svelato nel terzo capitolo della trilogia, Sempre più bello, in uscita nelle sale cinematografiche nel 2022.

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Cinema

The Last Duel | un film politico e programmatico con una eccezionale prova di Jodie Comer

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Fedele al suo titolo nella funzione e nella forma, The Last Duel è un film in costante contrasto con se stesso: il sontuoso dramma storico di Ridley Scott offre 152 minuti di tensione dialettica, un lunghissimo tira e molla tra l’epica sincera e la sua revisione ammiccante. Che ci sia un duello lo sappiamo dall’inizio. Lo sappiamo dal titolo, da tutta la promozione e dall’eco del primo film di Ridley Scott (I Duellanti) che risuona ovviamente in questo quarantaquattro anni dopo. Ed è proprio il duello tra Matt Damon e Adam Driver che apre il film, prima dei lunghissimi flashback che spiegheranno le ragioni per cui si è arrivati a quello showdown finale.

Lungo tutta la storia, lo spettatore sa benissimo che tanto alla fine si arriverà ad un duello, lo aspetta ma allo stesso tempo capisce che il vero interesse del film non è lì. Ridley Scott gioca con le attese dello spettatore, soprattutto quello maschile – che non vede l’ora di assistere alla resa dei conti finale tra due guerrieri (maschi) – per raccontargli nel frattempo una storia che riguarda la violenza subita da una donna e le conseguenze di quel trauma su di lei, accusando quella mentalità (solo medievale?) che considera la violenza sul corpo femminile un affronto alla vanità del maschio e lo stupro un crimine contro il legittimo patrimonio di un marito.

Attraverso scene brevi e ampie ellissi vediamo in cinque anni come si è sviluppata (e deteriorata) l’amicizia tra Jean de Carrouges (Matt Damon) e Jacques Le Gris (Adam Driver), i due sfidanti dell’ultimo duello legalmente autorizzato in Francia: prima commilitoni e poi nemici. Motivo di questa rivalità è soprattutto una donna, sposa (ovviamente non per libera scelta) del primo e oggetto del desiderio del secondo. Il film ripropone la stessa vicenda tre volte: prima attraverso lo sguardo di Jean de Carrouges, poi attraverso quello di Le Gris e infine attraverso quello di Marguerite (Jodie Comer).

Se nelle prime due versioni si ripropone uno schema “classico” (ormai vecchio) del cinema americano in costume, in cui due uomini sono al centro di tutto e la questione della violenza sessuale di uno sulla moglie dell’altro è un affare loro, che incide sul loro onore e che devono risolvere necessariamente tra uomini, nella terza versione capiamo la reale intenzione degli sceneggiatori (Matt Damon, Ben Affleck e Nicole Holofcener), cioè farci capire come quel modo di raccontare sia superato e ormai inaccettabile. La terza versione è infatti quella di lei (presentata come la sola attendibile fin dal nome del capitolo che la introduce), quella di una donna devastata dagli eventi narrati, che fino a quel punto sembravano riguardarla come fosse un oggetto.

Pur nella sua rigida e ostentata programmaticità, The Last Duel riesce a dimostrare la propria tesi (chiara fin dall’inizio, scontata e ovviamente inattaccabile) attraverso la prova attoriale di Jodie Comer, bravissima nell’utilizzare espressioni e movenze per suggerire una diversa presenza emotiva nelle tre sequenze che compongono il film (e per rappresentare visivamente la percezione sbagliata che del suo stato d’animo hanno i personaggi maschili). La più grande differenza tra le diverse narrazioni (maschili e femminile) emerge nel modo di recitare di lei: nella scena chiave dello stupro, proposta due volte, prima dal punto di vista dell’assalitore e successivamente dal punto di vista della vittima, è Jodie Comer, attraverso il movimento del proprio corpo, a trovare quell’incredibile dettaglio che il carnefice può strumentalmente usare per giustificare la violenza, appellandosi ad una esitante condiscendenza espressa attraverso un gioco di reciproci inseguimenti (che ovviamente non è davvero tale).

La regia di Ridley Scott, infine, riesce ad evitare che l’atteso duello finale diventi un modo per compiacere lo spettatore che aspettava solo lo spargimento di sangue, il compimento della vendetta, ma trasforma la battaglia in un ulteriore supplizio ai danni della donna, che osserva i due uomini combattere dall’alto di una palafitta di legno (un rogo preventivo) che la tiene sempre in campo, visibile agli occhi di chi guarda.

The Last Duel | un film politico e programmatico con una eccezionale prova di Jodie Comer
3.8 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora
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Ancora più bello | La recensione dell’atteso sequel

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ancora più bello

Dal 16 settembre in sala (i ben 350 copie) grazie a Eagle Pictures, Ancora più bello di Claudio Norza è il sequel del sorprendente Sul più bello, presentato alla 14esima Festa del Cinema di Roma e divenuto in poco tempo un vero e prorpio fenomeno.

Leggi anche: Sul più bello | Interviste a regista e cast della sorprendente teen dramedy

Il motivo è presto detto. Il genere di appartenenza, il teen drama, è tra i più apprezzati e, nella nostra cinematografia, tra i più rari. Ne esistono di buoni esempi, ma tutti o quasi provenienti dal piccolo schermo. Ecco quindi che l’arrivo di un lungometraggio come Sul più bello apre una nuova strada da percorrere ed è visibilmente originale. L’aver poi dato il via a una trilogia lo rende ancor più unico e prezioso.

Ancora più bello | La trama

In questo secondo capitolo ritroviamo quindi Marta (Ludovica Francesconi), alle prese con la malattia genetica che la affligge dalla nascita e con un nuovo amore, il bel Gabriele (Giancarlo Commare). Sono passati 12 mesi da quando la storia con Arturo (Giuseppe Maggio) è finita, ma la ragazza non si è persa d’animo e anzi è andata avanti, con la sua passione per le liste e l’appoggio degli amici.

Giancarlo Commare e Ludovica Francesconi in una scena del film

Dal canto loro, Federica (Gaja Masciale) ha trovato un lavoro che sembra fatto apposta per lei, ma che nasconde qualche insidia, mentre Jacopo (Jozef Gjura) è alla disperata ricerca di un uomo che sappia regalargli emozioni oltre il semplice schermo del cellulare.

La routine dei tre ragazzi procede senza grosse novità, almeno sino a quando Gabriele non viene chiamato per un incarico a Parigi e Marta deve affrontare la relazione a distanza, in attesa che arrivino dei polmoni per il trapianto che potrebbe salvarle la vita.

Nuove tematiche ma il fulcro resta l’amore

Ancora più bello riprende le suggestioni del suo precedente, portando avanti le storie e le dinamiche tra i personaggi. I tre protagonisti ottengono ciascuno un suo spazio separato dagli altri, per cui è possibile andare più a fondo su alcune tematiche, anche di grande importanza, delicatezza e attualità.

Una di queste riguarda il mobbing e le molestie sul lavoro, affrontate sempre attraverso la chiave della commedia, ma non per questo meno efficaci. Al tempo stesso aleggia sulle vicende la malattia con la sua inesorabilità. Ma il fulcro di tutto è e resta l’amore, inteso nelle varie sfumature: a distanza, fisico, platonico, familiare. Con tutto ciò che si porta dietro, soprattutto in un’età come quella di Marta & Co. fatta di scoperte, di passione, di stravolgimenti.

Grandi emozioni e ottimi protagonisti

Le emozioni la fanno ovviamente da padrone in un prodotto simile, arricchito da questa estetica pop, vivace e accattivante, a cui fa eco la colonna sonora. Il tema musicale che riprende il titolo di Alfa e la nuova canzone portante, Ophelie, di Oscar Anton, accompagnano lo spettatore e lo portano dentro la narrazione, al fianco dei protagonisti.

Leggi anche: Skam Italia 2: intervista esclusiva ai protagonisti e qualche anticipazione

E se la Francesconi, la Mascjale e Gjura possono contare su una sintonia ormai ben assodata (e leggibile anche dalla sala), un ottimo lavoro fanno le new entry. Giuseppe Futia sa come sfruttare fascino e autoironia, Jenny De Nucci è straordinariamente simpatica. Commare riceve un testimone pesante, ma lo gestisce alla perfezione, forte di una bella personalità e di una grande sensibilità (già apprezzate in Maschile singolare).

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