Il film francese “Derniere Seance” in programma nella sezione Festa Mobile del 29° TFF riporta alla vita il Norman Bates di Hitchcock, raccontando l’ossessione e il delirio di un proiezionista di un piccolo cinema francese prossimo alla chiusura.

Il Cinema Empire ormai è sull’orlo del fallimento e il proprietario decide di chiuderlo e vendere la struttura, ma Sylvian non si arrende all’idea anche perchè quel cinema è per lui anche una casa, e nel seminterrato si nasconde tutta la sua vita nonchè i suoi macabri segreti. Colpito da un’infanzia difficile e dalla figura della madre che sognava per lui il successo come attore ad ogni costo, Sylvian è cresciuto come un uomo instabile con manie omicide e l’istinto incontrollabile di collezionare parti delle sue vittime insieme a foto d’epoca dei grandi divi del cinema. Un film che unisce il cinema con la follia, il giallo con la passione per la settima arte, realizzando una sorta di nuovo Psycho, dove il killer nell’ombra del ricordo di una madre tiranna, ha un’ossessione maniacale per il cinema rispetto a Norman Bates ossessionato dalla madre stessa e quindi dalle donne. Il regista Laurent Achard regala scene curate e originali in cui si diverte con l’aspetto visivo dei particolari umani o con il sangue che scorre, e non fa economia riguardo ai campi stretti e primi piani particolarmente presenti in tutto il film.

Il protagonista Sylvian è interpretato dall’attore francese Pascal Cervo che riesce ad entrare molto bene nel ruolo di quest’uomo maniacale, dallo sguardo freddo e impassibile, che manifesta un barlume di normalità solo quando incontra per pochi istanti della storia, una ragazza aspirante attrice che si innamora di lui. Il ritmo del film non abbassa mai il tono e tutto sommato appare come un thriller – giallo ben strutturato e semplice, sia per quanto riguarda i dialoghi, sia per la trama stessa che non presenta particolari colpi di scena.

Infatti forse uno dei difetti è proprio la prevedibilità della storia, che già dalle prime scene mostra troppo. Si respira un clima retrò e si nota apertamente la passione del regista per Hitchcock, del quale riprende non solo le linee principali del protagonista, ma anche l’utilizzo di riprese studiate e visivamente appaganti, come l’orecchino della madre deceduta investito dal sangue che scorre sul pavimento, oppure l’inquadratura cupa e intensa del Sylvian insanguinato con l’arma del delitto in mano che parte dall’angolo completamente buio della stanza, per poi diventare gradualmente visibile agli occhi della ragazza amata che comprende la sua vera natura. Non c’è scampo per Sylvian, vittima di un passato violento che non lo abbandona e di un cinema che è diventato metaforicamente il suo insensibile carnefice fino all’ultima scena in cui lui ferito e sanguinante, trascorre i suoi ultimi minuti in sala, davanti alle ultime scene del film che ha trasmesso nell’ultimo mese, “French Can can” di Renoir.