È un tempo suggestivo e angosciante quello raccontato da Veronica Spedicati, giovane regista romana, un susseguirsi inarrestabile di ticchettii e lancette che scandiscono il ritmo del suo cortometraggio. Già dalla scena iniziale entriamo in contatto con una delle tre visioni dello scorrere del tempo: la prima immagine ad apparire è proprio un simbolo, una sveglia, dalla quale proviene il tipico suono fastidioso e ridondante. Un istante dopo verrà frantumata da Laura Massei (attrice toscana, attiva specialmente in ambito teatrale), il primo personaggio ad apparire che tenta di frenare il naturale flusso del tempo con la speranza di poterlo controllare. Ed ecco presentarsi allo spettatore il primo punto di vista, la ragazza non vuole arrendersi, è ossessionata da un rumore assillante che la perseguita, quelle lancette di orologio che non accennano a fermarsi e che disperatamente cerca di distruggere per tutto il cortometraggio. Personaggio simbolico e teatrale, rappresenta il continuo movimento dei ragazzi, la loro ansia di collocarsi in un mondo ad ostacoli il cui premio è spesso una corsa affannata fine a se stessa.

Diverso è l’approccio del secondo personaggio, Carlo De Mejo (figlio di Alida Valli, reduce dal laboratorio cinematografico di Stella Adler, uno tra i più rinomati di New York). In atteggiamento contemplativo, lo troviamo nella seconda inquadratura seduto di spalle, introdotto da un carrello che si protrae in avanti in attesa di scoprire l’oggetto del suo interesse : una torta di compleanno con una candelina, una sola, che sta per essere accesa. È solo ma in realtà non lo è. È insieme al suo tempo, quello con il quale ha imparato a convivere, il tempo di una vita trascorsa. Nelle sue espressioni non leggiamo paura o disperazione ma una consapevolezza, l’uomo è il  tempo e deve saperne cogliere il frutto, come una caffettiera sul fuoco che sta per dare del buon caffè.

La terza visione è forse quella che appare più ingenua ma allo stesso momento complessa. In questo caso il protagonista è un bambino (il giovane attore romano, Federico Cianfanelli, uno tra i volti più noti delle pubblicità della Barilla), seduto, assorto di fronte all’oblò di una lavatrice. È rapito dal suo rumore estraniante, dal gioco dei panni in movimento, un movimento ciclico come  la vita che si rigenera e sarà distolto solo dalla voce della madre (Romina Bufano). Non c’è preoccupazione nel suo sguardo ma solo curiosità. È il suo modo di concepire il tempo, più spensierato, quasi inconsapevole.

Scritto a quattro mani dalla regista Veronica Spedicati e da Michele Marchi (che ne firma anche le musiche originali), questo corto si prefigge di dare tre chiavi di lettura del tempo, fornita allo spettatore attraverso un susseguirsi quasi musicale, di personaggi immersi nelle diverse fasi della vita. Inconfondibile la fotografia di Aurelio Vindigni Ricca, dai toni profondi a tratti cupi, ottenuti con forti chiaroscuri. Compito fondamentale è quello del fonico Giuseppe Santulli, poiché il suono è il vero elemento di congiunzione, attraverso il quale si scandiscono i ritmi e le emozioni in tutto il corto.

Questo è il primo progetto di un gruppo di giovani ragazzi, che riunitosi sotto il nome di Bianconiglio Production, si ripropone di  scrivere, girare e produrre dei cortometraggi d’autore, e come “Tempo Dentro“, anche la seconda creazione di quest’associazione, “La Strega“, scritta e diretta da Michele Marchi, sono due esempi della linea intrapresa e del piglio cretivo della Bianconiglio.

Il cortometraggio “Tempo Dentro“: